LA VIA DELL'AMORE 
di Adalberto Bonecchi 
 
Una lacerazione. Che cosa emerge dalla clinica e più in generale dalla vita quotidiana, se non la profonda lacerazione che solitamente affligge l'esperienza amorosa? Chi infatti non ha vissuto almeno una volta nella propria esistenza la contrapposizione di forze titaniche, che lo spingevano contemporaneamente verso la monogamia, la sicurezza e l'abitudine o verso l'avventura, l'incertezza e il rischio? Chi, insomma, non ha sperimentato almeno una volta la lacerazione tra poli contrapposti, che con termini un po' desueti potremmo definire matrimonio e adulterio? 
Ciò che colpisce in questa lacerazione è la costrizione -pulsionale, ma anche ideologica- che spinge verso uno di questi due poli, senza tuttavia che si sappia rinunciare all'altro, almeno a livello della fantasia. In un caso, si cade così in una pesante abitudine, che rende la vita opprimente e senza più alcuno slancio, mentre nell'altro si rischia di cambiare continuamente l'oggetto sessuale ed eventualmente affettivo, illudendosi che la quantità degli incontri possa sostituire la qualità di una relazione costante veramente significativa. 
In nessuno dei due casi viene imboccata quella che mi piace chiamare Via dell'Amore, un sentiero formativo che duri tutta una vita o comunque un tempo ragionevolmente lungo e in cui la monogamia sia eventualmente un effetto della ricchezza sessuale ed affettiva che si sperimenta e non una gabbia preconfezionata, in cui lasciar morire d'inedia la propria capacità di amare, cioè di realizzarsi nell'incontro con un altro essere umano, aiutandolo contemporaneamente a fare altrettanto. E' questa una terza via tra la monogamia coatta e la passione, i due poli maledetti che da circa un millennio lacerano gli occidentali, rendendoli infelici, in un altalenare continuo tra la morte del cuore e la cattura dell'illusione. 
L'astinenza sessuale: tra virtù e inibizione. L'amore di cui parlo è un amore che è anche necessariamente sessuale. Ritengo infatti che l'astinenza sessuale, ad eccezione di pochi casi che testimoniano di un già raggiunto livello spirituale molto elevato, non abbia una particolare valenza formativa, proprio perché, come la psicanalisi ha approfonditamente indagato, ad ogni volontà (cioè a ogni accettazione cosciente di un proprio desiderio) si oppone almeno una controvolontà; tarparsi le ali in un campo tanto delicato quale la sessualità rischia quindi di prosciugare l'individuo delle sue migliori energie. 
L'astinenza sessuale non è dunque necessariamente una virtù, come credono le anime pie, o un sintomo nevrotico, come ritengono alcun psicanalisti veterofreudiani. Vi sono infatti in gioco molti fattori, che possono essere indagati solo caso per caso: è ad esempio evidente che non chiunque viva in condizioni di astinenza sessuale "voluta" (ma quanto ci sarebbe da discutere su questo termine...) è per questo un individuo spiritualmente realizzato o un nevrotico complessato (formula questa sempre di moda, anche se spesso utilizzata fuori luogo). 
Sul piano clinico e teorico, l'astinenza sessuale può essere definita, più che un sintomo, un'inibizione, vale a dire una restrizione di una funzione biologica e psichica, senza che vi siano particolari ostacoli esterni. Freud riconobbe tre tipi di inibizione, in cui rispettivamente l'io rinuncia a una o più funzioni per non entrare in conflitto con l'es e con il superio o perché impegnato in un compito psichico particolarmente impegnativo, quale ad esempio un lutto o un confronto con fantasie sessuali che continuamente si ripropongono. In tutti questi casi le inibizioni, incluse quelle che colpiscono la sessualità, dipendono o da una sorta di prudenza psichica o da un impoverimento energetico. 
L'astinenza sessuale come libera scelta. Più interessante dell'inibizione, è la situazione dell'astinenza sessuale liberamente scelta, poiché in questo caso si ripropone il problema di come l'astinenza sessuale possa eventualmente costituire un ausilio nella trasformazione della propria mente. Su questo punto, dall'Oriente ci provengono esempi contraddittori. Infatti, sebbene a volte vi siano "scelte" monacali compiute nei primissimi anni di vita, possiamo notare come altrettanto spesso un sentiero spirituale coadiuvato dall'astinenza sessuale venga intrapreso solo nella seconda parte della propria vita, quando sono stati assolti i propri principali compiti sociali e le necessità sessuali sono presumibilmente calate. Quest'ultimo esempio mi pare particolarmente stimolante, in quanto testimonia di una consapevolezza più o meno esplicita di come l'astinenza in giovane età non solo non aiuti nel proprio addestramento mentale, ma anzi possa portare a sterili battaglie per domare necessità sessuali ancora esplosive. In questo caso, quindi, l'astinenza anziché arricchire porterebbe a un generale impoverimento delle proprie energie, che sarebbero malamente impiegate in una battaglia di retroguardia, anziché come spinta propulsiva verso nuove dimensioni della mente. 
Credo pertanto che solitamente l'astinenza sessuale non riesca a sostituire una vita sessuale matura quando si è nel pieno delle proprie energie, ma possa sì avere una funzione nel proprio sviluppo mentale nel momento in cui non implica più una particolare lotta: solo in questo caso essa aiuta a estendere l'amore verso oggetti sempre più numerosi e meno personalizzati. Negli altri casi, a meno che non ci si trovi in presenza di situazioni particolari, se non addirittura eccezionali, la pretesa scelta dell'astinenza sessuale rischia di essere semplicemente la razionalizzazione di una inibizione e dunque di portare esclusivamente a un ulteriore irrigidimento egoico. 
Innamoramento e/o amore. Alcuni dei principali problemi incontrati nella vita amorosa nascono dalla diffusa e ricorrente confusione tra innamoramento e amore, che ha come effetto il non saper riconoscere il lavoro necessario perché la fiammata iniziale non si spenga precocemente, ma possa trasformarsi in un fuoco caldo e costante. Schematicamente, infatti, potremmo dire che l'innamoramento non è ancora amore, mentre quest'ultimo è possibile solo quando l'innamoramento ha perso i propri tratti caratteristici e grazie a una sorta di mutazione alchemica si è trasformato nel gusto contemporaneamente quotidiano e per certi versi eterno della vita amorosa. 
La differenza fondamentale tra innamoramento e amore consiste nel fatto che il primo si riduce a una grandiosa cattura immaginaria, mentre il secondo è una realistica relazione con l'altro, nell'accettazione totale delle sue caratteristiche, incluse quelle che il nostro io ci porta a giudicare come negative. Nell'innamoramento, invece, si è rapiti da un'immagine perfetta, accattivante, ma... da noi stessi proiettata: proprio per questo cadiamo nell'illusione che la nuova persona appena incontrata si adegui perfettamente al nostro desiderio. Come ha notato Barthes, nell'innamoramento io desidero il mio desiderio e l'essere amato non è altro che il suo accessorio... L'innamoramento si rivela così dunque come la punta più elevata che il mio egoismo possa toccare, tanto è vero che l'altro reale, fatto di carne e desiderio, non è riconosciuto, poiché viene soppiantato da una mia immagine ideale che ho proiettato su di lui. Non è pertanto certo l'altro che mi affascina, ma appunto questa mia proiezione, che addirittura nega le caratteristiche specifiche della persona che le fa da supporto. 
Solo per questo è possibile il secondo tempo dell'innamoramento: alla cattura immaginaria segue infatti, nel caso vi sia stata una risposta affermativa dell'altro, l'idillio, quel magico momento, anch'esso solitamente confuso con l'amore, fatto di biglietti, telefonate, appuntamenti e lune di miele in cui l'altro, per dirla sempre con Barthes, diviene una sorta di statuina colorata, smaltata, vetrificata, nella quale è possibile leggere, senza tuttavia capirvi nulla, il proprio desiderio. 
Questo errore di prospettiva, però, è anche la causa principale della tragedia finale: l'altro, infatti, prima o poi mostra irrimediabilmente un segno di corruzione: la bella statuina rivela così una crepa, un tratto volgare, insomma qualcosa di realmente suo che non si adatta all'immagine che avevamo su di lei proiettata. E' l'inizio della fine: l'idillio si sta esaurendo e la relazione stessa ben presto terminerà... 
Ancora una volta, un innamoramento non è riuscito a divenire amore. Ancora una volta, dopo l'idillio, non si è riusciti ad apprezzare l'altro nella sua reale specificità. Non resta che ritentare il gioco altrove, per l'ennesima volta: un po' più disillusi e amareggiati... 
Dalla rivoluzione alla quotidianità. L'innamoramento può certamente essere paragonato a una forza rivoluzionaria che divide ciò che è unito e unisce ciò che è diviso: quando l'innamoramento ci coglie si abbandonano i genitori, gli studi, il lavoro, una persona con cui già si divide la vita per unirsi a un altro che proviene da tempi, luoghi e storie differenti. Ogni coppia di innamorati, in fondo, è simile a Giulietta e Romeo, che abbandonano le famiglie di origine, superano la loro rivalità e si uniscono: questa è la forza dell'innamoramento, che fa intervenire un'altra logica e un'altra economia in una vita precedentemente più o meno equilibrata. 
Tutto ciò, però, non è sufficiente e rischia di consumarsi velocemente: ogni bella "storia d'amore" (ma ora sappiamo che si tratta di innamoramento) ha sullo sfondo la morte. Quante volte, iniziando a leggere un racconto o a vedere un film di cui non conosciamo la trama, in fondo già sappiamo che alla fine i due protagonisti moriranno? L'arte sublima infatti una verità che tutti intuiamo: l'innamoramento non può durare. Pertanto essa, a differenza di quanto avviene nella vita usuale, lo fa precipitare drammaticamente nella morte, metafora dell'impossibilità di continuare. 
Ma perché la rivoluzione non riesce a tradursi in quotidianità? Perché alla presa della Bastiglia devono seguire le lotte intestine e il Terrore? 
Costanza e saggezza. Ecco due qualità che cozzano con l'immagine usuale dell'innamoramento, ma la cui pratica può introdurre al passaggio dalla rivoluzione alla quotidianità, dall'innamoramento all'amore. Costanza e saggezza permettono infatti di reinterpretare la vita quotidiana, trovandovi un gusto particolare, invece che monotonia. Ciò comporta un radicale cambio di prospettiva rispetto all'illusione corrente, secondo cui invece si tratterebbe di far proseguire l'innamoramento attraverso una esasperazione dell'avere, che giunge al parossismo nello scambio di coppia. Costanza e saggezza permettono insomma di sfuggire all'illusione, che vede nell'estensione della cattura immaginaria l'unica via per far proseguire l'innamoramento. 
Pensiamo ad esempio a come un'effettiva vita amorosa comporti quotidianamente una ripetizione dell'identico. Senza costanza e saggezza, questa ripetizione ben presto porterebbe prima allo scontro e poi alla rottura, proprio in quanto non si riuscirebbe a prolungare l'esperienza, sino a comprendere che di fatto nella ripetizione lo stesso gesto o la stessa situazione non risultano mai identici, ma anzi possono acquisire significati sempre nuovi. Una costanza senza saggezza, invece, porta solo alla monotonia, mentre una saggezza senza costanza è impotente. 
Tenerezza e sensualità. Una delle difficoltà maggiori nella relazione amorosa -testimoniata drammaticamente in numerose terapie, oltre che in innumerevoli vicende quotidiane- consiste nel far convivere la tenerezza con la sensualità. Quante volte, infatti, la tenerezza si accompagna all'incapacità orgasmica o la sensualità è possibile solo in presenza di un oggetto degradato e svilito? Quando questo accade, possiamo immediatamente intuire che qualcosa si è compromesso nello sviluppo individuale: infatti, come indicò molto bene già Freud, poiché ogni nostra componente sessuale si appoggia a qualcosa che è stato o tuttora è funzionale all'autoconservazione, ciò crea una potenzialità di tenerezza verso chi ci protegge, che in seguito si dovrà integrare nella sessualità matura. Nel caso, però, l'integrazione fallisca, l'altro sarà solo una sorta di divinità da rispettare eccessivamente e quindi da non toccare o un oggetto da possedere brutalmente, degradandolo come essere umano. 
Una effettiva relazione amorosa, in cui crescere quotidianamente con l'altro, aiutandolo a fare altrettanto, è possibile solo se la tenerezza e la sensualità non sono disimpastate, ma agiscono entrambe contemporaneamente, seppure con intensità variante in momenti differenti. Come direbbe Qohelet, per ogni cosa c'è il suo tempo: un tempo per la copula frenetica e un tempo per donare una rosa... Ciò che conta è che questi due momenti non siano contrapposti o addirittura vengano vissuti con due persone differenti, ma trovino un'armonia e un ritmo fluidi, per cui la tenerezza di quest'attimo già comprende la sensualità del successivo e viceversa. 
Due difficoltà. Non è però il caso di essere eccessivamente idealisti. Questo che ho appena tracciato è infatti un percorso formativo che difficilmente può essere compiuto sino in fondo. Probabilmente aveva ragione Freud, quando parlava della possibilità che vi sia qualcosa nella natura della pulsione sessuale stessa che non è favorevole all'attuazione integrale del soddisfacimento. Egli faceva risalire questa difficoltà al fatto che la scelta sessuale avviene in due tempi, a causa della barriera dell'incesto: l'oggetto sessuale non è pertanto mai l'originale, ma per così dire un suo surrogato, che non potrà sostituirsi del tutto alla fonte di piacere primaria. 
Una seconda difficoltà sorge dal fatto, proseguiva Freud, che la pulsione sessuale matura nasce originariamente da numerose componenti, che non possono essere tutte accolte nella vita adulta, poiché devono essere represse o impiegate in modo differente. 
Queste due difficoltà si oppongono non solo al pieno soddisfacimento sessuale, ma più in generale anche all'amore come espressione degli impulsi sessuali nella loro totalità: già in Freud vi era infatti la precisa indicazione che l'amore non è una pulsione parziale, ma anzi è possibile solo per un superamento del narcisismo iniziale e per la sostituzione di un oggetto esterno all'amore di sé, all'egoismo e a quella miscela di narcisismo e di pulsioni di autoconservazione che rende particolarmente gretta la propria vita. A quel punto, infatti, non è più possibile distinguere in che misura le barriere che avrebbero dovuto proteggere dall'esterno siano divenute gabbie che impediscono di vivere pienamente. 
Narcisismo e amore. Se amare significa superare le pulsioni di autoconservazione dell'io e abbandonare l'egoismo, cioè vivere un traboccare della libido dell'io sull'oggetto amato, ciò non comporta però una rinuncia definitiva al narcisismo. Freud su questo punto a volte applica invece rigidamente una impostazione economicista oggi superata e afferma che più una delle due libido -narcisista od oggettuale- si rinforza, più l'altra si impoverisce: in quest'ottica, vera ma limitata, la contrapposizione all'amore che abbandona il narcisismo per andare verso l'oggetto sarebbe costituita dalla fantasia paranoica di fine del mondo, in cui invece la libido si ritira quasi completamente dagli oggetti per reinvestire completamente l'io. 
Questa impostazione è vera, ma limitata, perché sebbene vi sia qualcosa di simile in ogni movimento di "dentro e fuori" della libido dai confini egoici, è altrettanto evidente, come a volte sottolinea lo stesso Freud, che un amore corrisposto comporta non solo una prima fuoriuscita di libido narcisistica, ma anche un suo ritorno: quando la persona che amiamo risponde affermativamente alle nostre offerte, non ci sentiamo infatti certo impoveriti o sviliti, ma anzi l'autostima e il senso positivo di noi stessi aumentano vertiginosamente. La rigida contrapposizione tra libido narcisistica e oggettuale si adatta invece all'innamorato respinto, il quale ha sì operato un gigantesco investimento sul mondo esterno, ma ha anche in un certo senso fatto bancarotta: ha infatti speso quasi tutto, senza ricevere in cambio alcun guadagno. A questo punto, il suicidio può costituire un disperato tentativo di reinstaurare il narcisismo originario attraverso un ritorno in sé, che però evidentemente si dimostra ancora più fallimentare. 
Volendo scherzare un po' su questi argomenti -che nutrono quotidianamente la letteratura, il teatro e il cinema- potremmo affermare che esistono un narcisismo "cattivo", che pretendendo di investire l'io non passando per gli oggetti si rivela doloroso proprio quando raggiunge il suo scopo, e un narcisismo "buono", che arricchisce veramente l'io dopo essere passato attraverso altri oggetti. Naturalmente, però, la vita psichica è ben più ricca rispetto a questa contrapposizione manichea, anche se essa può offrire una prima approssimazione al tema complesso dei rapporti tra gli investimenti sull'io e quelli sugli oggetti. 
Una confusione di Freud. Vi è in Freud una confusione abbastanza ricorrente, che ad esempio emerge chiaramente in Introduzione al narcisismo, tra l'amore in generale e l'amore nevrotico, vale a dire tra i differenti destini della libido in queste due diverse vicende esistenziali. Quando ad esempio si afferma che un amore felice corrisponde all'originaria situazione in cui non è possibile distinguere tra libido oggettuale e libido dell'io, ancora una volta si riconduce l'amore adulto alla soddisfazione di esigenze infantili, con un'operazione squisitamente riduzionista: si considera infatti una componente costitutiva dell'amore, "originaria", come l'unica, non ammettendo che sebbene la vita e lo sviluppo mentale si basino sì sulle aspettative infantili, essi prendono poi una via molto più complessa. Quando ad esempio Freud ci dice che una psicanalisi termina con il paziente che è in grado di amare, oltre che di lavorare, siamo veramente certi che questo amore tenda esclusivamente al ristabilimento di una condizione infantile? Non perderemmo forse così proprio la forza creativa dell'amore, che come abbiamo visto punta all'unione del differente, quindi a instaurare una situazione nuova, sebbene sulla base di una più antica e già conosciuta? 
A volte, parrebbe quasi che la psicanalisi ufficiale, che in seguito su questo tema non si è discostata molto da Freud, continui a riproporre come ideale dell'amore proprio ciò per cui i nevrotici ci chiedono una terapia! 
Altre direzioni. Io credo che la psicanalisi e più in generale la psicoterapia in tema d'amore possano prendere ben altre direzioni. Come ognuno di noi può sperimentare, solo se stimiamo e amiamo noi stessi possiamo stimare e amare un altro. Non vi è infatti contrapposizione tra l'investimento in atto nell'amore e il narcisismo, in quanto l'andare positivamente in modo maturo verso l'altro non è possibile senza un costante investimento anche sul proprio io. In altri termini, posso dare solo se possiedo qualcosa: i drammi d'amore sorgono invece quando a una povertà energetica iniziale -dovuta spesso a un enorme dispendio intrapsichico, che possiamo tranquillamente definire nevrotico- si aggiunge un investimento oggettuale che non può far altro che impoverire ulteriormente un ego già gretto. Non esiste in noi una quantità fissa di libido, da spostare alternativamente tra l'io e gli oggetti, ma piuttosto ogni investimento oggettuale corrisposto porta a un aumento di libido dell'io, instaurando così una dimensione che sebbene per certi versi sembri richiamare la condizione infantile, di fatto se ne differenzia radicalmente. 
Dal principio di piacere al rischio. La teoria del principio di piacere, secondo cui esso dipenderebbe esclusivamente da una diminuizione della tensione psichica, ha ormai mostrato tutti i propri limiti e non è certo il caso di riprenderla. Tra l'altro, lo stesso Freud negli ultimi anni della propria vita la superò, anche se non sempre esplicitamente. In Il disagio della civiltà, ad esempio, egli parla di una ricerca in positivo della felicità, basata non solo sul tentativo di evitare il dolore. Alla base di questa ricerca, nota giustamente Freud, vi è l'attendersi ogni soddisfazione dall'amare e dall'assere amati. Egli non nega assolutamente questa aspirazione, che costituisce l'aspetto principale della vita di molti di noi, ma si limita a sottolinearne i rischi, in quanto mai come quando amiamo prestiamo il fianco alla sofferenza, come può testimoniare ogni innamorato non corrisposto o che addirittura abbia perso la persona amata. 
Siamo così giunti sulla soglia che dal principio di piacere, in fondo un po' sparagnino, in quanto gioca sulla difensiva, apre verso il grande investimento rischioso dell'amore, quella Via dell'Amore che non si accontenta dei meccanismi di piacere-dispiacere, dei calcoli meschini del dare oggettuale e dell'avere narcisistico, ma ci espone tanto a una felicità incommensurabile quanto al rischio di una drammatica infelicità. Si tratta di uno sconvolgimento dell'economia libidica, che nel passaggio dall'innamoramento all'amore vero e proprio da straordinaria diviene quotidiana. 
Amare ed essere amati. Vi è purtroppo spesso nella vita amorosa una confusione tra amare ed essere amati, da cui deriva solitamente un profondo sforzo per rendersi appetibili sul mercato delle merci sessuali-affettive, piuttosto che per sviluppare una reale capacità di amare. Così facendo, però, si permane nella condizione infantile, nella quale si presuppone, anche se ancora in modo confuso, che l'amore sia qualcosa soprattutto da ricevere, più che da donare. Si inaugura pertanto un circolo vizioso, in cui aspettative passive infantili impediscono di raggiungere una certa maturità, il che a sua volta rinforza la continua richiesta di essere amati, senza investire ulteriore amore. Non si accede così alla grande verità dell'amore: esso è un'arte, possibile solo in un processo di sviluppo teso alla maturità interiore, poiché, come abbiamo visto, richiede costanza e saggezza. 
E' questa la componente fortemente attiva dell'amore, proprio perché comporta dare più che ricevere. Come scrive molto precisamente Fromm, con una precisione che ha anche molti risvolti clinici, dare non è un sacrificio, ma la più alta espressione di potenza: è una dimostrazione di forza e ricchezza interiori e comporta più gioia del ricevere, in quanto in esso ci si sente vivi e non deprivati, potremmo aggiungere, di un capitale libidico precedentemente tesaurizzato. Proprio perché l'amore è una forza che attraverso il dare genera ulteriore amore, esso fa dell'altra persona un essere generoso che replica sul proprio versante questo processo. L'amore provoca così una situazione che è nello stesso tempo paradossale e affascinante, in cui proprio il superamento dell'infantile senso di onnipotenza narcisistica permette lo sviluppo di una reale potenza, capace di operare nel mondo esterno, cioè nella realtà psichica di un altro individuo. Il che poi, evidentemente, crea un alone di positività di cui beneficiano anche molte altre persone. 
La facoltà d'amare e l'oggetto amato. Quante volte l'innamorato, oltre a lamentarsi di non essere amato, lancia all'altro la terribile accusa: "tu non vali quanto io mi sarei aspettato!". Anche in questo caso, vi è una profonda confusione tra la propria facoltà d'amare e le qualità "oggettive" dell'altro, ovvero si crede di amarlo non per una propria ricchezza interiore, ma per le sue caratteristiche. Non intendo certo negare che queste ultime siano importanti -evidentemente noi ci innamoriamo di una particolare persona per come essa ci appare...- ma è fondamentale capire l'interdipendenza tra queste caratteristiche e la nostra potenza d'amare, altrimenti la vita ci esporrà a continue delusioni, come abbiamo visto nei casi in cui la cattura immaginaria dell'innamoramento non riesce a trasformarsi in vero amore. E' patetica la convinzione con cui alcuni, dopo decine di tentativi falliti, affermano sconsolatamente di non aver ancora trovato la persona giusta... Purtroppo, questo accade proprio perché si sono passati gli anni migliori della propria vita in una sorta di ricerca nel mercato delle offerte disponibili, senza curarsi particolarmente di sviluppare la propria capacità di amare, che avrebbe invece portato sia a un cambio di prospettiva sull'altro, sia a provocare quel processo reciproco di generazione d'amore, che avrebbe impedito o quanto meno attutito le nascenti rivendicazioni contro il partner. 
Amore senza attaccamento? E' possibile amare senza provare attaccamento per l'altro? Di primo acchito, ci verrebbe spontaneo rispondere in modo negativo, perché proprio quando amiamo sentiamo l'importanza che l'altro ha per noi e quindi siamo terrorizzati dall'idea di perderlo: tutto ciò è molto umano e probabilmente di solito non è possibile una dimensione dell'amore che non comporti almeno un briciolo di attaccamento. 
Credo però sia importante sviluppare, almeno tendenzialmente, un'idea e soprattutto una pratica dell'amore che non si leghino troppo alla persona amata, proprio perché, come abbiamo visto, amare è più importante che essere amati, in quanto dipende più da una facoltà interiore che dalle qualità dell'oggetto. Comunque, questo è un punto molto delicato, su cui si rischia di avviarsi verso un idealismo controproducente. Resta però il fatto che l'amore più fecondo e "leggero" si sviluppa proprio quando diminuisce la dipendenza dall'altro, che continuiamo certamente ad amare, ma accettando il rischio che la vita per molteplici ragioni ce lo possa sottrarre. Inoltre, avvertire l'importanza che l'altro ha per noi senza però dipenderne aiuta a prevenire quei fenomeni di invidia nei suoi confronti, che sono alla base di molte rotture, o più in generale di quegli psicodrammi a cui spesso si riducono le "storie d'amore". 
Una Via leggera...Condivido pienamente l'indicazione di Fromm, secondo cui è importante che la via formativa dell'amore non sia praticata come una regola impostaci dall'esterno, ma diventi un'espressione della nostra volontà e sia avvertita come un piacere, mentre ci si abitua lentamente a un nuovo modo di vivere la relazione amorosa. Perché mai, infatti, la pratica di questa via dovrebbe risultare penosa, per dimostrare di essere positiva? Quando ci libereremo dalla convinzione che qualcosa, per essere buono, deve essere anche doloroso? Tra l'altro, questa impostazione ha causato anche una erotizzazione della sofferenza, che costituisce uno dei maggiori ostacoli nelle psicoterapie: se infatti lo stesso soffrire ha acquisito un senso positivo, perché mai dovremmo abbandonarlo? Forse solo quando cesserà la convinzione che se soffriamo siamo buoni, mentre se godiamo siamo cattivi, potrà veramente svilupparsi a livello di massa la possibilità di intraprendere la Via dell'Amore, che oggi invece, inutile negarlo, resta una prerogativa solo di chi ha saputo spezzare questi lacci di un'educazione e soprattutto di una cultura che penalizzano fortemente la gioia di crescere interiormente a fianco di un'altra persona. 
L'amore, la sopravvalutazione e l'occhio sottile. Spesso si crede che l'amore consista in una sopravvalutazione dell'altro, ma sebbene questo possa valere per l'innamoramento, forse per quanto riguarda l'amore vero e proprio è possibile una prospettiva diversa. Io credo, infatti, che quando amiamo profondamente l'altro non lo sopravvalutiamo, ma lo vediamo come effettivamente è, con tutte quelle qualità che solitamente, accecati da mille preoccupazioni, paure e bramosie, non avremmo notato. Questo è possibile perché nella dedizione all'altro che l'amore comporta si sprigiona una potente energia psichica, che aiuta ad ampliare la propria capacità di "vedere".  
L'amore apre una sorta di occhio sottile, che permette di cogliere la dimensione particolare della relazione che si è intrapresa e di giungere a un momento eterno in cui si era sempre stati, ma senza saperlo, a causa delle illusioni sul futuro. L'amore è sì "magico", ma solo perché spezza le catene del tempo cronologico e permette di apprezzare il tempo eterno, il tempo dell'essere che non nega il divenire, perché lo osserva da un punto di vista sintetico superiore. 
La sessualità diviene allora "contemplazione" dell'unione anche attraverso gesti che paiono presupporre il possesso, ma che proprio per questo cambio di prospettiva assumono ben altre valenze per l'uomo e la donna coinvolti. Si avvia così una sorta di "yoga sessuale", in cui l'altro non è solo l'oggetto di un'azione specifica per allentare il desiderio o una palla al piede da trascinarsi per tutta la vita in quanto su di lui si è scommesso, ma diviene un compagno di viaggio con cui sperimentare una nuova gioia, che dalla coppia si irradia poi su altri. 
L'amore: un viaggio... L'amore è un viaggio da gustare attimo per attimo, senza essere tesi verso la meta finale, in quanto viene vissuto nella quotidianità, quando l'amore-passione ha perso la propria straordinarietà, ma anziché trasformarsi in noia si sa rigenerare in una nuova dimensione, che supera nella relazione i limiti individuali di ciascuno dei due partner. Idealmente, l'amore è un viaggio che dalle dimensioni più egoiche -paura, brama, possesso...- si spinge verso zone più rarefatte, in cui le nostre componenti grossolane perdono la propria durezza e vengono reinterpretate in una nuova luce. L'amore non ci desessualizza, ma rende più sottile la sessualità, arricchendola di significati sconosciuti sino a che essa è banale ricerca della via più veloce per allentare una tensione interiore vissuta come spiacevole. Si tratta di un viaggio che dalle nostre più arcaiche componenti biopsichiche si spinge verso zone della coscienza in cui al limite cessano i confini tra l'io, l'altro e l'universo. 
Oltre l'io e l'altro. Al termine di una psicoterapia per molti versi riuscita, spesso troviamo il considerare se stessi come un io distaccato dal mondo esterno, che viene vissuto semplicemente come una fonte di piacere o dispiacere: alla luce di quanto detto, anche questa visione non risulta del tutto errata, ma certo limitata e limitante, in quanto ad esempio nel campo dell'amore non libera dal perenne oscillare tra monogamia coatta e passione agognata, poiché l'altro continua ad essere vissuto come un oggetto da cui trarre piacere. 
Che cos'è, però, una relazione amorosa, se non lo spazio in cui mi produco in una forma inedita? O, meglio ancora, in cui scopro che in fondo io esisto solo per le relazioni in senso lato in cui mi trovo? E' infatti un errore che dobbiamo mantenere solo per necessità espositive il continuare a parlare di io e di altro. Dov'è d'altra parte l'io, se non c'è anche un altro, nella relazione con il quale è possibile acquisire senso? Non vi sono prima due io separati che poi avviano una relazione, ma ciascuno di essi si produce in modo specifico nella relazione. Naturalmente, poi, questo non vale solo per l'amore, ma anche per una miriade di altre relazioni, al punto che si viene a creare una rete di cui non c'è un effettivo centro... 
Dalla psicoterapia all'amore. E' noto che alcuni pazienti, una volta riassestati, possono interrompere la terapia proprio perché iniziano una relazione amorosa soddisfacente, che rende la loro vita ricca e interessante. In tutto ciò non vi sarebbe nulla di male se, come notava precisamente Freud, ciò non esponesse a una pericolosa dipendenza dall'altro, il cui venire a mancare per un qualunque motivo risulterebbe catastrofico. Questo accade perché non si è ancora in grado di amare veramente, ma ci si limita a beneficiare degli innegabili tornaconti che derivano dall'essere amati, così esponendosi però a tutti i rischi di una relazione immatura. 
La Via dell'Amore, sebbene non possa sostituirsi a una seria e necessaria psicoterapia, verso il suo termine può invece essere uno dei modi più dignitosi e preziosi di cui come esseri umani disponiamo, per realizzare quelle parti di noi stessi di cui non è compito della psicoterapia occuparsi. 
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