SULL'ARTE DI INTEGRARE I DESIDERI: LA LOTTA TRA LA VITA E LA MORTE
di Adalberto Bonecchi
L'integrazione dei desideri: verso nuove sintesi. In quanto esseri umani, siamo chiamati a integrare i nostri desideri, per dare una direzione lineare alla nostra esistenza. Sin dall'inizio della nostra vita psichica -cioè sin dall'inizio del processo di individuazione e differenziazione dall'Altro- noi ci imbattiamo in una miriade di desideri difficili da gestire, sia nella loro singolarità, sia soprattutto nel loro perenne conflitto. Pensiamo alle grandi polarità della vita psichica: amore e odio, sesso e fame, rischio e sicurezza, avvicinamento e allontanamento dall'Altro... In ognuna di esse cozzano infiniti desideri, che già di per sé sono problematici e che per di più nel loro bussare quasi contemporaneo alle porte dell'io risultano di fatto impossibili da gestire.
Proviamo ad esempio a ricordare le nostre turbolenze adolescenziali, in cui risultava addirittura arduo isolare un singolo desiderio, da avvertire più "nostro" degli altri. Un barbaro egoismo si univa così a slanci di nobile altruismo, il mondo rappresentava contemporaneamente il campo di una piacevole esplorazione o di terribili pericoli e vi era un'alternanza continua tra una maniacale affermazione di sé e il senso di un'impotenza esistenziale assoluta, mentre la sessualità andava per conto proprio...
Solo un duro lavoro di integrazione è riuscito a renderci in qualche modo tollerabili a noi stessi, in una sintesi che -se abbiamo un minimo di onestà intellettuale- non possiamo non riconoscere come estremamente precaria e instabile. Nonostante tali limiti, questa integrazione di desideri contrapposti è l'unica via che abbiamo per sopravvivere al nostro mondo interiore, senza lasciarci schiacciare da ciò che è in noi, ma non sempre riconosciamo come nostro.
Sì, la vita ci chiama veramente a sintesi sempre nuove. Non vi è nulla di acquisito o di scontato in essa. Ripensiamo nuovamente al compito inevitabile di uscire dall'abbraccio materno per diventare gradualmente un'entità separata e, nei limiti del possibile, autonoma. O alle tempeste della pubertà, che prima ancora di placarsi annunciano le esplosioni adolescenziali. Oppure, pensiamo ancora al compito di costruirsi un'esistenza, una famiglia e di acquisire quelle certezze che dureranno poco più di un attimo, prima che la crisi della mezza età le rimetta in discussione. Che dire poi dell'approssimarsi della vecchia, della morte dei genitori e di un generale indebolimento fisico, se non ancora psichico? Comunque, prima che ci si possa adeguatamente preparare, anch'esso verrà, accompagnato da malattie non più curabili, con cui si potrà al massimo convivere. Infine, annunciata, la morte ci lascerà l'unica consolazione di aver portato a termine nei tempi previsti dalla biologia e dal destino il nostro percorso umano: poi -e questa è l'unica certezza, al di là di ogni possibile congettura- non ci resterà altro da fare che divenire quella polvere che già siamo.
Ebbene, tutto ciò richiede una grande capacità di sintesi, in cui integrare la propria storia con le situazioni sempre nuove e raramente piacevoli che non possiamo evitare di incontrare. Solo questa capacità di sintesi ci può infatti permettere di non soccombere, prima che il nostro percorso sia compiuto.
Evitare ogni idealismo. Questo lavoro di integrazione -che tutti noi, dal folle al saggio, tentiamo- è però diventato il campo privilegiato per le proiezioni immaginarie di ogni idealismo: pensiamo ad esempio alle aspettative miracolose riposte nel lavoro terapeutico o ancor di più in quello spirituale, in cui a volte pare veramente non esservi alcuna barriera in grado di arginare le illusioni. In questi casi, non ci si accorge che ciò che si ritiene una meta, l'integrazione assoluta, è di fatto uno dei desideri da riprendere in una prospettiva più realistica... Da questa ignoranza -nel senso letterale, di ignorare la natura effettiva di questo obiettivo- nasce molta della frustrazione di chi si impegna nella trasformazione di sé, che in primo luogo consiste nel riconoscimento, nella selezione e nell'integrazione dei propri desideri.
L'integrazione di cui parlo non è dunque un sogno a occhi aperti: anzi è la fine, nei limiti delle possibilità umane, dell'assecondare i propri desideri psicologicamente più remunerativi, anche e soprattutto quando essi si legano all'esperienza terapeutica o spirituale. Non a caso, ad esempio, l'iniziare a praticare come psicoterapeuti a volte porta a credere di avere quasi automaticamente superato ogni propria contraddizione interiore: può così capitare di vivere una fase -la cui durata varia da poche ore a diversi anni...- di esaltazione maniacale, sino a che si profonda in un'atroce demoralizzazione, allorché ci si accorge che così non è...
Dalla rimozione all'integrazione. Dopo Freud -e più in generale dopo il movimento psicoterapeutico del secolo scorso- non è più possibile pensare il proprio sviluppo interiore come fondato sulla rimozione, se non addirittura sulla repressione. Questo è quanto non hanno capito diversi capi o maestri religiosi, i quali, vedendo smascherati i vecchi meccanismi di trasformazione -ma forse sarebbe meglio dire: di contenimento- della mente, hanno iniziato una battaglia di retroguardia contro la psicoterapia e in particolare la psicanalisi: così, come contro la scienza combatterono in nome della lettera -ma già Paolo ammoniva che la lettera uccide, mentre lo spirito dà la vita-, ora dopo Freud combattono contro il disvelamento dei danni psichici operati dalla rimozione, anche nel caso essa avvenga in funzione di nobili obiettivi.
In tal modo, però, si trascura che chiunque abbia compiuto uno seria e riuscita psicoterapia non per questo inizia automaticamente a dare libero sfogo alle proprie passioni. Al contrario, il prendere atto di una nostra componente precedentemente sconosciuta è il primo passo per integrarla in una sintesi più complessa, in cui non vi è ripetizione dell'eterna battaglia tra un moto pulsionale e la sua repressione cosciente o la sua rimozione inconscia, ma anzi proprio il passaggio da meccanismi psichici subiti al "giudizio di condanna", ovvero alla valutazione di un aspetto del nostro mondo interiore in base a molteplici esigenze, incluse quelle etiche, oltre che quelle di autorealizzazione.
Proprio per evitare quell'idealismo appena individuato e criticato, è però importante riconoscere che ai nostri livelli usuali tale lavoro di integrazione non può avvenire per ogni propria componente psichica ed è pertanto preferibile imparare a "convivere" con ciò che non si riesce a integrare, instaurando una sorta di patto di non belligeranza.
Integrazione e psicoterapia. Per questo lavoro di integrazione, la psicoterapia a indirizzo analitico costituisce uno strumento ideale, a patto naturalmente che il momento d'analisi non vada a discapito della sintesi. Questa constatazione, tra l'altro, dissolve uno dei pregiudizi un tempo diffusi nell'ambiente psicoterapeutico, secondo il quale l'età non più giovane del paziente costituirebbe una controindicazione per la cura. Questo è infatti certamente in parte vero nel caso di disturbi nevrotici o psicotici particolarmente gravi, ma non lo è quando, come sempre più spesso avviene, la domanda di terapia prende spunto dalla necessità di una ricerca di senso approfondita, più che da un particolare problema specifico. In questi casi, l'età non è certo una controindicazione, ma anzi, essendo spesso accompagnata da una notevole esperienza di vita e soprattutto da una maggiore capacità di introspezione, può permettere l'accesso ad aree di analisi e di sintesi altrimenti difficilmente raggiungibili, a patto naturalmente che la forza dell'abitudine non abbia sclerotizzato eccessivamente il paziente.
Le psicoterapie a base corporea. Nella galassia delle psicoterapie, si vanno diffondendo sempre più forme di trattamento del disagio psichico basate su tecniche che tengono particolarmente conto della dimensione corporea. Ciò è per molti versi interessante, in quanto queste forme di terapia sono solitamente utili per persone ancora giovani e scarsamente consapevoli della propria corporeità. Risultano però abbastanza inefficaci quando vi è il bisogno di integrazione a cui accennavo. In questi casi, non si tratta infatti tanto di "riscoprire" il corpo, quanto eventualmente di "reinterpretarlo" nelle sue valenze psichiche: questo aspetto -che in fondo vale per ogni psicoterapia- è ancor più importante con le persone di una certa età, che hanno una maggior familiarità con le tematiche della morte, cioè dell'estinzione del corpo.
Le psicoterapie a base corporea sono pertanto valide per individui giovani, particolarmente inibiti, con cui si tratta di aprire le vie dell'energia, questa sorta di scialuppa che ci porta verso gli oggetti del mondo. Possono invece poco quando il mondo è già stato esplorato o addirittura posseduto, senza però che si riuscisse a trovarvi una particolare significazione.
Le psicoterapie misticheggianti. Su un altro versante rispetto alle terapie a base corporea, si situano quelle psicoterapie più o meno misticheggianti, la cui principale caratteristica di fatto consiste nella confusione tra il lavoro psicologico propriamente detto e il lavoro spirituale. In esse vi è disequilibrio per un motivo opposto, perché molto spesso pretendono di trascurare e in alcuni casi addirittura reprimere la dimensione più corporea, dura, della nostra esistenza a favore di aspetti più sottili -ma in molti casi fumosi e aleatori- della mente. Il tutto è a volte peggiorato dal fatto che queste pratiche abbandonano il campo comune a tutte le nostre psicoterapie occidentali, per ridursi spesso a una caricatura di credenze e rituali religiosi che hanno un senso all'interno di una via di formazione spirituale consolidata e attuata nei tempi, nei luoghi e con le modalità tradizionali, ma che esportati nello studio del "terapeuta-guru" diventano ridicoli e sfiorano la truffa.
Ciò che comunque ci interessa ora maggiormente è il fatto che queste pseudoterapie misticheggianti non favoriscono il lavoro profondo di integrazione, ma si limitano a riverniciare la superficie del paziente con i colori ideologici e religiosi cari al terapeuta: questo è l'esatto opposto del concetto stesso di psicoterapia, che consiste invece nell'accompagnare il paziente, lungo un percorso a lui congegnale, alla ricerca delle proprie verità.
La curiosità esistenziale. Per passare attivamente attraverso i momenti significativi della vita -e quindi anche attraverso l'esperienza terapeutica- occorre una notevole dose di curiosità esistenziale, come ad esempio testimoniano molto bene quei pazienti che riescono a mettere tra parentesi l'indubbia "sofferenza" che la psicoterapia a volte comporta, proprio perché sostenuti dal desiderio di saperne di più su se stessi, gli altri e quindi in generale sull'esistenza umana. Questa curiosità esistenziale diventa così uno dei motori più potenti ed efficaci dell'esperienza terapeutica, proprio perché non ha semplici fini egocentrici ed egoistici -quali ad esempio li ha il desiderio di non soffrire, che di per sé è certamente utile, ma molto limitato- e porta a un amore per la verità che è sempre di ampio respiro e non si accontenta di facili e precarie soluzioni.
La curiosità intellettuale, anche nei momenti più drammatici, è spesso piacevole, perché in qualche modo spersonalizza la sofferenza sperimentata: vi è in essa un desiderio di "vedere come va a finire", che aiuta a non fermarsi innanzi a domande le cui risposte potrebbero essere dolorose. Quando questa curiosità si sviluppa nell'esperienza terapeutica vi è il vantaggio, rispetto ad altri momenti problematici della propria vita interiore, che il rapporto con il terapeuta viene quasi sempre avvertito come la garanzia che, per quanto dolorosa e a volte devastante la ricerca esistenziale possa risultare, si può ad essa sopravvivere.
Un'analisi avanzata. Ma quando un'analisi diviene realmente avanzata? Quando riconosciamo che essa ha prodotto nel paziente un cambio di prospettiva indelebile, che ha mutato il suo modo di considerare se stesso, gli altri e i fenomeni circostanti?
In questo campo, credo che in primo luogo si debba fare pulizia, eliminando molte convinzioni ingenue, che perdurano dai tempi pionieristici della psicanalisi: una di queste è l'idea di un'analisi -o più in generale una psicoterapia- spinta "a fondo". Secondo questa concezione, il lavoro con il paziente si svilupperebbe dalla superficie verso strati più profondi della psiche, sino al punto in cui non ci sarebbe più nulla da analizzare. Il modello parrebbe quasi essere l'estirpazione di una verruca, in cui si procede dall'escrescenza evidente sino alla carne viva, tentando di non lasciarne nemmeno la più piccola traccia, che altrimenti con il tempo si riespanderebbe: eventualità questa già contemplata dallo stesso Freud, il quale, giunto alla fine della propria lunga esistenza, consigliava la ripresa dell'analisi a periodi fissi, ad esempio ogni cinque anni.
Questa visione della terapia è particolarmente statica perché -sebbene di solito consideri l'importanza dei fenomeni accidentali in una vita, che possono mettere a dura prova la costituzione psichica di un individuo- di fatto però presuppone che i danni, provocati in un'età molto precoce, ora facciano sentire i propri effetti da un non meglio precisato "inconscio". Qualcosa del genere è certo in parte vero, ma se si prende troppo alla lettera questa descrizione si rischia di perdere di vista la dialettica e la fluidità presenti in una vita psichica, limitandosi a "scavare" sempre di più, senza accorgersi che la mente è un pozzo senza fondo.
Una terapia si può definire avanzata non tanto perché è stata spinta a lungo unicamente in questa direzione, quanto perché ha saputo scindere la sofferenza individuale -nevrotica o psicotica- da quella cosmica, a cui tutti in quanto esseri umani ci troviamo esposti. Sino a quel momento, il paziente sollevava invece una confusa recriminazione contro il padre e Dio, la madre e la natura, i fratelli e la società, i sintomi e le malattie organiche, la depressione e il proprio essere mortale, senza una particolare capacità introspettiva. Solo quando questa confusione si scioglie e il paziente sa distinguere tra il dolore che la vita gli ha riservato e gli riserverà in quanto essere umano e il dolore che invece, per così dire, egli si è procurato con la propria mente, possiamo dire che la terapia è veramente giunta a una fase avanzata e sta acquistando un gusto nuovo, qualunque sia il grado di "profondità" raggiunto.
Una "depressione" non devastante. Questo passaggio può essere accompagnato da una più o meno accentuata "depressione", che però si differenzia radicalmente da quella clinica in senso stretto. Essa infatti deriva appunto non dai propri problemi individuali -di cui anzi si vede la limitatezza e da cui ci si inizia a liberare- quanto da questa sensazione di essere ingabbiati in un destino umano che presenta molte e svariate cause di dolore: Freud sfiorò questo punto quando, forse un po' troppo crudamente, sostenne che un'analisi sostituisce una comune infelicità a un'infelicità nevrotica.
Oggi possiamo essere meno cinici di Freud e affermare che la terapia non si limita a questa operazione, pur degna di rispetto, ma apre piuttosto il campo, oltre che dell'infelicità non nevrotica, anche della vera felicità umana, che ha sempre sullo sfondo, almeno come potenzialità, il rischio del dramma.
La "depressione" che può momentaneamente intervenire in una fase avanzata della terapia deriva dalla consapevolezza di tale complessità esistenziale, senza che vi siano gli strumenti per gestire questa verità scomoda, ma certamente inevitabile (la nevrosi e la psicosi non erano forse proprio rudimentali e falliti tentativi per sottrarsi al destino umano?). Il paziente si trova così in mezzo al guado, senza poter più disporre dei vecchi strumenti nevrotici -che tra l'altro, come abbiamo visto, avevano raddoppiato la sua sofferenza- ma anche senza una nuova maturità, che gli permetta di accettare la sofferenza come l'altra faccia della felicità. La ferita è aperta e ciò può provocare sgomento.
Un nuovo coraggio. E' questo il momento di sviluppare un nuovo coraggio. In un certo senso potremmo dire che esso, a differenza del precedente, non serve per guardare dentro di sé, ma fuori, poiché aiuta a comprendere il nostro essere inseriti in un contesto che ci trascende, ma in cui acquisiamo senso. Detto altrimenti, se nelle prime fasi d'analisi il coraggio porta a superare il terrore claustrofobico dell'inoltrarsi in zone della mente sempre più strette e oscure, ora esso serve a superare le vertigini che si provano innanzi a dimensioni inusuali: se infatti la metafora archeologica cara a Freud è valida per il tratto iniziale della terapia, in una fase avanzata essa non è più adeguata, in quanto ora non si tratta di "scavare", ma di esplorare un nuovo spazio mentale, molto meno personale del precedente.
Oltre l'ottimismo e il pessimismo: un sano realismo. Tutti noi conosciamo la storia delle due persone che, poste innanzi a un bicchiere contenente acqua per metà della propria capienza, rispettivamente entusiaste o depresse esclamarono che esso era mezzo pieno o mezzo vuoto: la quantità dell'acqua presente era per entrambi la stessa, ma perché una sottolineò la piacevolezza di una presenza e l'altra la demoralizzazione per un'assenza? Qual è l'opzione iniziale per cui qualcuno gioisce per ciò che c'è, mentre un altro si rammarica per ciò che non c'è? Perché sposiamo il pensiero positivo o negativo?
Chiamare in causa l'ottimismo o il pessimismo in fondo non rappresenterebbe che una tautologia: perché infatti qualcuno è ottimista o pessimista? Che cosa ci possono spiegare queste due categorie? E quanti pessimisti non sono altro che ex ottimisti che hanno visto tristemente crollare le proprie aspettative?
Una terapia avanzata porta a un sano realismo. Infatti, l'uscita dalla contrapposizione tra pessimismo e ottimismo comporta anche il superamento delle proprie costruzioni mentali più grossolane, che viziano il rapporto con se stessi, gli altri e il mondo: in questo senso, immediato e non particolarmente sofisticato, possiamo parlare di realismo.
D'altra parte, esso coincide anche con la salute mentale, in quanto permette di giocare al meglio le proprie carte, senza quelle anticipazioni ottimistiche o pessimistiche che possono portare rispettivamente al gesto avventato o alla paralisi desolata. Infatti, solo se non crediamo che gli eventi siano già predeterminati nel loro sviluppo, potremo operare perché essi vadano nella direzione da noi voluta. Questo comporta una notevole dose di rischio: proprio ciò da cui l'ottimismo o il pessimismo con tecniche opposte, ma complementari, dovrebbero preservare.
Un equilibrio dinamico. Tra l'agitazione e la stasi, possiamo sviluppare un equilibrio dinamico, che evita questi due estremi differenti, ma ugualmente pericolosi. E' tuttavia difficile parlarne, proprio perché esso è armonia tra elementi contrapposti: calma nell'azione e azione nella calma. Lo possiamo però sperimentare, quando riusciamo a rendere efficace l'azione che compiamo, senza ad esempio attaccarci a una qualsiasi nostra immagine, sia essa positiva o negativa, ottimista o pessimista.
L'equilibrio dinamico sembra spontaneo, ma non nasce da una sorta di "stato naturale" della mente, bensì dal lavoro di integrazione tra componenti differenti e antagoniste. Come ognuno di noi ha certamente sperimentato nella propria vita, l'imperativo di essere spontanei non può invece essere attuato, perché getta in un doppio legame da cui è impossibile uscire. L'equilibrio dinamico è fluido, più che spontaneo, poiché è simile a un fiume che scorre tranquillo e maestoso, dopo aver integrato in sé l'acqua proveniente da mille affluenti differenti.
Pulsioni di vita e pulsioni di morte? Come noto, l'introduzione all'inizio degli anni Venti da parte di Freud dell'ipotesi di un conflitto perenne tra pulsioni di vita e pulsioni di morte non ha avuto una particolare fortuna all'interno del movimento psicanalitico, anzi è stata decisamente osteggiata. Eppure Freud, che mostrava ancora una particolare lucidità teorica e clinica, era particolarmente convinto dell'esistenza di questo conflitto e soprattutto della sua incidenza profonda, costante e ineliminabile, che si manifesta in un alternarsi della tensione verso il movimento o la quiete.
Sebbene le "dimostrazioni biologiche" dell'esistenza delle pulsioni di vita o di morte date da Freud siano datate e in ogni caso esulino dal nostro campo di competenza, questa intuizione è per noi di grande attualità, non appena viviamo un conflitto tra il movimento e la quiete, l'azione e l'inattività, l'andare verso il mondo o il ritirarsi in se stessi. La nostra insoddisfazione non deriva forse anche dal fatto che sperimentiamo ogni giorno come sia privilegiando le pulsioni di vita, sia lasciandoci dominare dalle pulsioni di morte qualcosa di noi va perso, in quanto non viene integrato in una sintesi superiore?
Su un altro versante, l'alternanza tra la vita e la morte -il correre verso la morte, ma rispettando i tempi della vita- si svolge ai confini tra lo psichico e il somatico, in quella zona nebulosa in cui la volontà e il destino biologico si intersecano enigmaticamente. Le malattia psicosomatiche si giocano proprio nel tempo e nel luogo in cui lo psichico è anche somatico e viceversa. Se ormai quasi chiunque è in grado di riconoscere i tornaconti psicologici di una banale influenza, perché noi psicanalisti non dovremmo indagare, almeno teoricamente, ogni malattia come momento di intersecazione nel corpo, nelle sue cellule, dello psichico e del somatico? O consideriamo forse l'interpretazione dei lapsus un piacevole gioco di società?
La differenza tra psichico e somatico dopo Freud è solo una convenzione espositiva: analizzando, interpretando e smontando il sintomo isterico, egli ci ha indicato una via di ricerca che definire inquietante sarebbe solo un blando eufemismo.
L'io e l'es non si contrappone dunque agli Studi sull'isteria, ma ne è la logica conseguenza, dopo un quarto di secolo passato a studiare lo psichico e il somatico come due facce della stessa medaglia.
La polarità fondamentale. La contrapposizione tra pulsioni di vita e di morte costituisce la polarità fondamentale nella nostra esistenza. Pensiamo ad esempio al neonato che si attacca avidamente al seno e poi, una volta satollo, si lascia sprofondare in un sonno totale: che stupenda rappresentazione dell'alternanza tra la vita e la morte, tra l'attività e la passività, tra l'andare -seppure in modo ancora goffo- verso l'"esterno" e il ritirarsi in sé! La spinta è tuttora in massima parte biologica, ma su di essa si costruirà poi ogni altra valenza psicologica basata sull'attività o la passività e il dirigersi verso il mondo o il ritrarsi da esso, insomma sul movimento verso l'esterno o l'interno. Ogni dramma della nostra vita, anche quello che apparentemente più deriva da cause incontrollabili, è fondato su questa polarità fondamentale. Se quest'affermazione ci pare troppo psicologistica, ascoltiamo le testimonianze di chi è passato attraverso un campo di sterminio e ha sperimentato in modo estremo la necessità di scegliere tra il reagire, organizzandosi in qualche modo una vita vivibile, o il cedere completamente, sprofondando in un'apatia che sarebbe stata letteralmente l'anticamera della morte.
Accettare o no un invito? A livello meno drammatico, ognuno di noi può sperimentare questa contrapposizione tra pulsioni di vita o di morte quando riceve un invito pubblico, ad esempio per partecipare a una cena tra amici o per tenere una conferenza. Se possediamo un minimo di introspezione, possiamo accorgerci che in quel momento scattano immediatamente due meccanismi contrapposti, ma spesso altrettanto potenti: da un lato, qualcosa ci spinge ad andare e abbiamo una rappresentazione del piacere che potremmo trarre dall'accettare l'invito, mentre dall'altro qualcosa resiste, dice letteralmente no, prospetta i lati negativi dell'incontro e soprattutto fa emergere un'inerzia che appesantisce e rende difficoltoso il movimento. A quel punto, sorge il dilemma: da che parte stare? Quale pulsione seguire? Con quale aspetto di se stessi identificarsi? Invito dopo invito, opportunità dopo opportunità, anno dopo anno, si accumula così un'enorme fatica, sino a che finalmente la morte porrà il rimedio definitivo. Ovvero, sino a che una pulsione avrà avuto il sopravvento sull'altra...
Perché continuare? E' morto così, sulla strada, solo. Travolto da un altro essere umano. Un rivolo di sangue, che sarebbe grottesco se non fosse drammatico, gli è uscito dalla testa e si è coagulato sull'asfalto. Da una coperta, che qualcuno ha pietosamente steso, emerge un piede rivestito di un calzino bianco.
A casa, probabilmente c'è chi aspetta: il fastidio per il ritardo diventerà preoccupazione, la preoccupazione ansia, l'ansia terrore, il terrore disperazione.
Una vita si è compiuta, altre vite si sono lacerate.
E innanzi a noi vi è un'altra curva... Ma che cosa ci spinge a continuare? Perché non fermarci, per lasciarci semplicemente andare alla corrente che ci porta verso la morte? Da che cosa sorge questo desiderio di esistere, di creare, di abbeverarsi al calice della vita, anche quando ciò che essa può offrire ha un gusto tristemente amaro?
Quando il sì alla scommessa di esistere rischia di morire in gola, che cosa ci spinge a continuare? Evitati i due estremi dell'euforia e della depressione, ci accorgiamo che tutto ciò che possiamo fare è vivere la nostra vita, senza illusioni e quindi senza ulteriori delusioni.
Morte e trasfigurazione. Beethoven cantava con Schiller un inno alla gioia, facendo tuonare le parole lì ove la musica era insufficiente, alla fine della Nona, che coincise anche con la fine tout court della Sinfonia. Più si alienava, causa il carattere e una devastante sordità, dal mondo circostante, più egli sognava di abbracciare le moltitudini. Come è facile somigliargli, quando la gioia non è gioia quotidiana condivisibile con l'amante o l'amico, ma ubriacatura romantica... No, non è sufficiente intonare un inno alla gioia, per continuare.
Anni dopo, Richard Strauss scopriva che solo nella morte l'artista -che qui possiamo intendere come colui che semplicemente sviluppa in modo più consapevole un progetto di sintesi che idealmente è di ogni essere umano- giunge alla trasfigurazione. Nella vita ha fallito, nell'agonia rivive delirando la giovinezza e sfida il destino, ma poi solo nella morte tutto ciò si placa e il tema dell'armonia, a lungo negato, prende finalmente corpo e vigore. Però, detto così, da individui sani e nel pieno delle proprie forze, non si può forse evitare di scoppiare in una fragorosa risata, che per ognuno ha significati e valenze diverse... Evidentemente, non siamo ancora pronti!
Realizzare il proprio destino. Se il compito principale nella nostra vita consiste nel realizzare il destino che la biologia, il caso e predisposizioni psichiche difficilmente comprensibili ci hanno affidato, noi non siamo né completamente condizionati, né totalmente liberi, poiché la molteplicità di fattori che ci determina apre un campo di relativa libertà: infatti, più riusciamo a sciogliere i condizionamenti che tracciano il nostro "destino", più diveniamo in grado di autodeterminarci. Naturalmente, ciò vale a un livello abbastanza grossolano, in quanto ai livelli più sottili dell'esistenza la nostra ignoranza è pressoché totale.
Quando ad esempio una disgrazia ci colpisce, noi cogliamo tutta la fragilità dell'esistenza umana e avvertiamo un senso di sbigottimento. Però, se riusciamo a mantenere un minimo di introspezione anche in queste circostanze, possiamo notare come in fondo fossimo già in qualche modo preparati all'evento doloroso: entriamo così in una sorta di tempo eterno, in cui il nostro percorso, dal concepimento al disfacimento nella tomba, è completamente previsto e accettato. Questo nuovo punto di vista, però, non si può improvvisare, in quanto necessita di un addestramento mentale quotidiano.
Il destino di per sé ci renderebbe passivi, ma se noi riusciamo effettivamente a indagarlo e a "smontarlo", allora abbiamo finalmente la sensazione di essere attivi nella nostra vita. Certo, perché questo accada occorre non avere eccessivi rimpianti per quelle componenti di noi stessi che, per motivi interiori o esterni, non siamo riusciti a integrare. Esse restano così ai margini della nostra vita, salvo farvi capolino nelle fantasie, in alcune attività del tempo libero o in qualche bizzarria caratteriale...
Sarebbe troppo semplicistico credere che noi non si voglia morire: semplicemente, desideriamo farlo al tempo giusto, quando il nostro compito umano si è compiuto. Pensiamo ad esempio al giovane Schubert, che sul letto di morte continuava a progettare nuova musica, avvertendo febbrilmente l'incalzare del tempo... Un esempio opposto, di morte accettata perché il proprio tragitto è stato condotto sino in fondo, è invece costituito da alcuni anziani, i quali negli ultimi anni della propria vita, pur malati e indeboliti, non si lamentano affatto perché, come a volte affermano seraficamente, si stanno preparando a morire. E poi effettivamente, quando tutto è compiuto, se ne vanno serenamente.