
"Libertà". E un termine consueto e ricorrente: lo leggo sui
giornali, lo sento spesso alla televisione. E' una parola che
per me mantiene un fascino particolare, forse perché mi
richiama alla memoria immagini di un episodio della mia gioventù
che, nel corso della vita, non ho mai dimenticato.
Mi riesce difficile ritornare, senza una grande emozione, a quel
lontano 1944, quando l'Italia viveva nell'incubo della Seconda
Guerra Mondiale con le sue tremende devastazioni.
...Era una bella giornata, il cielo era terso e l'aria tiepida
preludeva alla fine dell'estate. Mio fratello Giovanni ed
io stavamo ritornando dalla campagna con un carretto a due ruote
carico di circa centocinquanta chili di fieno, che ci serviva
per le mucche. Vedemmo avvicinarsi una camionetta delle "SS"
e così pregai mio fratello affinché mi aiutasse
a posizionare il carro più a destra per favorire il passaggio
dei Tedeschi i quali, purtroppo, non proseguirono ma si fermarono.
L'autista rimase al posto di guida, altri due corsero velocemente
verso un'abitazione di contadini e il terzo, un repubblicano loro
collaboratore, ci intimò con le dovute maniere di raggiungere
la piazza antistante la chiesa dove il comandante avrebbe elargito
degli utili consigli a tutta la popolazione.
Ci incamminammo a malincuore e, notata in quel tratto di strada
una siepe alta due metri, meditai di andare a nascondermi con
mio fratello; ma subito capii che era un'impresa impossibile perché
l'autista della camionetta ci stava seguendo.
Arrivammo in piazza, dove erano già radunate un centinaio
di persone. Tre ragazzi erano già in stato di fermo, per
cui mi rivolsi ad un mio vicino e gli chiesi: "Poverini,
cosa faranno loro quelle canaglie?".
Improvvisamente mi sentii afferrare e trascinare verso il comandante:
ero il quarto prescelto! Al gruppetto poi si aggiunse un quinto
e allora il colonnello parlò con voce tonante: "Queresi,
aprite bene le orecchie! Siamo giunti alla vigilia del rastrellamento
del Monte Grappa e dintorni: elimineremo tutti i partigiani! Se
uno di noi verrà ucciso, questi cinque ragazzi, che sono
nelle nostre mani, verranno fucilati lì, contro il muretto
della chiesa! Avete capito bene? E adesso ritornate alle vostre
case!".
Solo poche ore prima avevo un futuro: ora più niente. Dovevo
solo accettare quello che non potevo cambiare. Accomunati dalla
stessa angoscia, fummo scortati fino al camion, tra lo sgomento
generale. Fui l'ultimo a salire e, improvvisamente, riconobbi
nell'autista che stava aspettando per chiudere il portellone,
un mio ex compagno d'armi: avevamo fatto insieme il corso di marconista
in Jugoslavia e, soprattutto, avevamo condiviso le drammatiche
vicende dell'otto settembre del '43, camminando per diciannove
giorni attraverso la campagna e le colline per evitare le staffette
tedesche che presidiavano strade e ponti.
Non c'era tempo da perdere e cercai disperatamente di parlargli.
Egli però ribadì di essere una vittima degli avvenimenti:
se non avesse eseguito gli ordini, sarebbe stato deportato in
Germania in un campo di concentramento. La mia voce suonò
innaturalmente calma e distante: "Ciao, amico: ti capisco...
la vita innanzi a tutto!". Aveva un moschetto con una
bella cinghia di cuoio e, prendendolo per la canna, mi diede un
colpo sulla schiena. Velocemente salii sul camion, che era coperto
da un telone grigio; all'interno c'erano delle panche di legno
sulle quali sedemmo, con cinque soldati di fronte. Chiesi la destinazione
e seppi che eravamo diretti a Miane, in provincia di Treviso.
Durante il tragitto chiusi gli occhi per alcuni istanti, sforzandomi
di essere altrove, e pensai con tristezza alla mia famiglia che
aveva un disperato bisogno di me! Pensai ai giorni che si profilavano
davanti e non provai desiderio di vedere ciò che mi riservava
il futuro.
Gli eventi della guerra mi avevano portato, da alcune settimane,
ad essere orfano di padre: era stato ferito da una fucilata delle
"SS" ed era morto, dopo dieci ore di agonia,
all'Ospedale di Feltre. Mio fratello Giuseppe, il primogenito,
si trovava prigioniero in Algeria ed era per questo che io, il
secondogenito, ero diventato un po' come il capofamiglia, dato
che eravamo undici fratelli e l'ultima nata, mia sorella Bruna,
aveva solo sei mesi di vita. Ma la sofferenza più grande
era per mia madre che, all'età di quarantasei anni, piangeva
con il cuore straziato la morte del marito ed aveva poche speranze
di rivederci tornare. Esiste, credo, una soglia del dolore, oltre
la quale sopravviene una misericordiosa insensibilità,
perché mia madre ci amava più di qualunque altra
cosa al mondo.
Arrivati in piazza a Miane vedemmo la sede delle "SS":
era un bel fabbricato con il retro adibito a parcheggio per gli
automezzi militari: camion, camionette e motociclette. Ci fecero
scendere: nessuno di noi allora sapeva cosa avremmo dovuto affrontare.
Il mio sguardo abbracciò un enorme spazio verde, dove rigogliose
piante di granoturco mostravano innumerevoli pannocchie dorate.
Eravamo piantonati da due guardie e, nel profondo silenzio, Santangelo,
un mio compagno di sventura, chiese timidamente il permesso di
andare alla toilette: così ci avviammo tutti e cinque verso
il campo di granoturco. Era una strana processione... Eravamo
consapevoli di essere sotto il tiro delle pallottole e all'inizio
mi muovevo come in un vuoto. Poi, poco a poco, la mia mente divenne
attenta e mi sentii più vigile e percettivo di quanto non
lo fossi mai stato. Mi bastò un attimo: alla prima distrazione
della sentinella, mi rannicchiai tra le foglie verdi delle piante
e strisciai carponi, guadagnando terreno, agile e svelto.
Se prima avevo amato camminare per i viottoli della mia campagna,
ora percorsi sentieri sconosciuti finché giunsi, dopo circa
due chilometri, in una casa di contadini. La padrona, una certa
Angelina, mi offrì un buon bicchiere di vino e mi
indicò il tragitto verso la Malga Mariéch,
dove avevamo due mucche all'alpeggio. Camminai per altre colline,
sapendo che era un'esperienza che non potevo condividere con nessuno,
e, prima del calar del sole, arrivai a Malga Mariéch.
Fortunatamente trovai ospitalità e ricovero per la notte.

L'indomani mattina, mentre scendevo le valli, compresi che, per
ovvi motivi, non avrei potuto ritornare a casa. Scelsi di affrontare
immediatamente la situazione, cercando di non scoraggiarmi. Mi
sentii cresciuto e scoprii che potevo farcela: lo dovevo a me
stesso e ai miei cari!
Per due settimane fui latitante fra Campo di Alano di Piave,
Schievenin, Castel di Prada e Cilladón di Quero, dove
la generosità delle famiglie fu encomiabile. Questi quindici
giorni furono una prova molto più dura di quanto avessi
mai pensato!
Nel settembre del '44 ci fu il famoso rastrellamento del Grappa
e tutti coloro che erano stati catturati vennero poi liberati,
con grande commozione dei loro familiari. In seguito Attilio
Poloni, la guardia municipale, mi portò il cartellino
per lavorare con i Tedeschi alla "Todt" sul Monte
Tomba.
La fine della guerra e l'arrivo degli Alleati fu senza
dubbio una benedizione, dopo tante sofferenze e tanti combattimenti
e riportò la pace fra i popoli e soprattutto la serenità
nei cuori.
Giacomo Berton
