Come vivono ragazze e ragazzi nel carcere minorile di Casal del Marmo
Dietro un muro. Giorni normali da piccoli reclusi
Sveglia alle otto, apertura delle celle, attività della mattina, chiusura delle celle (12,30-16,00), apertura delle celle, attività del pomeriggio, chiusura delle celle (19,30), tutti i giorni. Circa il 40 per cento dei ragazzi sono tossicodipendenti; la quasi totalità, recidivi. Alcuni finiscono dentro anche 10, 12 volte
Sono ragazzi che vestono le scarpe da ginnastica della marginalità e hanno in testa il gel dell'esclusione sociale. Che portano la maglia di un paese lontano, spesso dell'est europeo, in qualche caso maglie di nazionali che non esistono più, e in Italia si trovano senza famiglia e senza amici. Ragazze rom 14enni con i figli al seguito, che dormono dentro passeggini recuperati, ex bambini costretti a stare dietro i banchi dei peggiori quartieri di Roma, unica insegnante la vita.
Italiani, rom della ex Jugoslavia, romeni, albanesi, una città dei ragazzi dietro le sbarre. Sono gli ospiti forzati, dai 14 ai 21 anni, dell'Istituto penale minorile di Roma Casal del Marmo. Ad oggi si tratta di 53 ragazzi, 35 maschi (8 gli italiani, 4 minorenni e 4 giovani adulti dai 18 ai 21 anni) e 18 femmine (1 italiana minorenne) che vivono la vita scandita dal metronomo della detenzione: sveglia alle 8, apertura delle celle, attività della mattina, chiusura delle celle (12,30-16), apertura delle celle, attività del pomeriggio, chiusura delle celle (19,30), giorno dopo giorno. Circa il 40 per cento dei ragazzi si dichiara tossicodipendente, la quasi totalità è fatta di recidivi.
Lo zoccolo duro
«Chi entra qua una volta ci rientra di sicuro la seconda, e quando cresce è probabile che finisca in un istituto per maggiorenni» - dice Liana Giambartolomei, direttrice dell'area pedagogica di Casal del Marmo, quella degli educatori. «Qui arriva lo zoccolo duro, e trattare con lo zoccolo duro è difficile». Questo perché in linea di massima - esistono eccezioni - chi arriva in un istituto penale per minori è passato attraverso tutta una serie di misure esterne, come l'affidamento ai servizi sociali o ad associazioni di volontariato, oppure la detenzione domiciliare, senza alcun esito. «Sono ragazzi strutturati, recidivi - dice Liana - che entrano qua dentro anche 10, 12 volte. Oppure si tratta di stranieri, per i quali il ricorso alla custodia cautelare è più frequente. Senza documenti, senza famiglia, senza casa, senza una rete sociale di riferimento, come le applichi le misure alternative?».
Casal del Marmo è una struttura di circa 12mila metri quadrati molti dei quali verdi, però dentro ti ci muovi liberamente solo a patto di essere un agente, un educatore, uno psicologo, un gallo (o gallina) un'oca o un gatto. I detenuti per svolgere le attività della mattina o quelle del pomeriggio, o lo sport, si muovono accompagnati. Dormono in due o tre per cella - si cerca di evitare sia il sovraffollamento che l'isolamento - al primo piano di tre palazzine color mattone, sbarre alle finestre dello stesso colore, due maschili e una femminile. Al piano terra di ciascuna la «mensa detenuti» e alcuni spazi comuni destinati a sabati, domeniche e giorni di festa: niente educatori, niente attività, vengono i volontari e con loro lo spirito d'iniziativa. Una delle palazzine ospita la cucina, che funziona anche da laboratorio di pizzeria.
Le attività della mattina iniziano un'ora dopo la sveglia. Prima la pulizia della cella e la colazione. Alle nove gli ospiti di ciascuna palazzina vengono radunati e portati alla «palazzina attività», una lunga C rossa con una cappella a un'estremità e una sala più grande con un palco per il teatro (due volte la settimana) o i concerti, se ci sono, e la festa di fine anno scolastico all'altra estremità. In mezzo il lungo corridoio con le aule. Dentro, un po' di tutto. Le scuole: elementari, medie e Ctp - centro territoriale permanente, per chi ha passato l'età dell'obbligo scolastico (18 anni) ma non ha la licenza media - il laboratorio di sartoria, di disegno, quello dove si lavora il cuoio. C'è anche una biblioteca, gestita dal comune di Roma. I libri non li prende mai nessuno, però c'è qualche ragazzo che si mette a catalogarli.
Non ci sono più di tre, quattro ragazzi per stanza, qualcuna, tipo quella di disegno, è vuota. Alcune attività, come la scuola o il teatro, sono miste, altre no: il laboratorio di sartoria lo fanno le ragazze, quello di falegnameria o il giardinaggio (che si fa la mattina) i maschi. Bigliettini, sguardi, ammiccamenti, lettere (interne: missili d'amore a corta gittata) sono a malapena tollerati. Più oltre non si va nella maniera più assoluta.
«L'affettività è un problemone, da noi - dice Francesco D'Ortenzi, comandante, a capo dell'area sicurezza del minorile romano - uno sguardo e una lettera vanno bene, però poi basta. Certo, sono tutti adolescenti, tenergli a bada gli ormoni non è semplice. Per l'ultima festa di fine anno scolastico abbiamo organizzato una piccola discoteca, con ragazzi e ragazze. Si facevano certi sguardi. Volevano tenere le luci spente».
In questi giorni c'è una ragazza che non partecipa alle attività. Gli agenti la portano nelle celle-aula, e lei si ferma sulla soglia. È una giovane romena arrivata da meno di una settimana, non fa che piangere. Cammina e piange. Insieme ad un agente, ad una delle tre psicologhe di ruolo del carcere, ad un educatore, gira per il perimetro dell'istituto. È depressa. La psicologa chiederà per lei un esame tossicologico.
Rivotril e Roipnol
Molti ragazzi arrivano con problemi di dipendenza da Rivotril e da Roipnol. Sono benzodiazepine, psicofarmaci che hanno effetti simili a quelli di robuste quantità di alcool. Sicurezza e calma in pillole, alla portata di scippatori o rapinatori alle prime armi. Piccole età, grandi storie e poco spazio sono gli ingredienti di un mix che i primi giorni, soprattutto, è difficile da mandare giù.
Autolesionismo e suicidi sono i segni forti di un malessere che spesso viene da più lontano. Lo dice Giovanna Serafini, da tre anni psicologa a Casal del Marmo: «Da noi ci sono adolescenti che hanno storie di uso e abuso di sostanze, che soffrono di attacchi di panico o ansia. Molte donne rom hanno attacchi di isteria, c'è qualche borderline. E non dovrebbero star qua. Un ragazzo psichiatrico dovrebbe stare in una struttura di cura. Però non ce ne sono, e se ci sono non sempre sono adatte a contenerlo. E allora finiscono dentro».
L'ultimo suicidio dietro il muro coperto di graffiti di Casal del Marmo - il venerdì pomeriggio c'è il corso di cultura hip-hop - è dell'anno scorso. Un'«accoglienza», l'ingresso di un ragazzo la mattina, si trasforma in dramma alle 5 e mezza di pomeriggio. Nessuno ha fatto in tempo a registrare una storia, un pericolo, un perché. «Negli ultimi 6 mesi - dice il comandante - ci sono stati due o tre tentativi più seri. Un paio a carattere più che altro dimostrativo, non con l'effettiva volontà di togliersi la vita. Nel primo caso una ragazza ha cercato di impiccarsi con un maglione, troppo morbido. Nel secondo un ragazzo ci ha provato con un laccio troppo ruvido, il nodo del cappio non scivolava. In entrambi i casi, poi, siamo intervenuti».
Tre mesi o tre giorni
Nella faticosa scalata alla libertà, il tempo è una roccia che si sgretola sotto le mani. Casal del Marmo funziona soprattutto come carcere giudiziario, per (giovani) detenuti in attesa di una sentenza definitiva. Vuol dire che un ragazzo ci rimane in media tre mesi, tre mesi e mezzo. Nel caso di ragazze madri, spesso il limite scende a tre giorni. «Con un periodo così breve a disposizione - spiega la direttrice, Laura Grifoni - anche le attività che proponiamo hanno un valore relativo. Servono soprattutto come aggancio, a dare uno strumento in più nella speranza che qualcuno lo sfrutti. Magari seminiamo un interesse che fuori diventa una carta in più».
Il pomeriggio - che a Casal del Marmo, a gennaio come ad agosto, va dalle 4 alle 7 - è tempo di sport. Il minorile romano ha tradizionalmente, in barba alla breve media di permanenza, una discreta squadra di calcio che si allena su un campo un po' meno discreto, e una seconda squadra mista agenti-ragazzi da cui ci si aspettano faville. E poi c'è un bel campo da basket all'aperto e una grande palestra. Vuota, per «esigenze di sicurezza». Niente pesi, attrezzi, panche. Ci sono dentro solo la rete per la pallavolo (femminile) e i canestri per il basket al coperto. Dieci ragazzi si affrontano, cinque contro cinque, davanti al pubblico delle grandi occasioni: sei reclusi, un agente e un educatore. E mentre la partita si infiamma, tra improbabili lanci lunghi e virtuosismi vietati da qualunque regolamento, si compie il miracolo di questo paese dei balocchi al contrario, in cui detenuti adolescenti svezzati dalla strada giocano come semplici ragazzi.
EMANUELE BISSATTINI
Il Manifesto (20/1/2006)
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