Giragira

 

 

 

 

 

Introduzione

 

Difficile resistere alla tentazione del vinile, anche se l’uso che ne faccio è comunque limitato ai pochi dischi in mio possesso. Preso da mania costruttiva, una malattia per la quale non esiste cura, ho deciso di cimentarmi nella realizzazione di un giradischi. L’idea era quella di realizzare qualcosa di compatto, a telaio rigido, sufficientemente refrattario alle vibrazioni e esteticamente presentabile. Così è nato questo giradischi, dalla forma ormai piuttosto comune anche se lontana dalla più classica forma rettangolare.

 

Il progetto

 

Per limitare i danni e spese di un progetto dubbio, dovuto anche alla scarsa esperienza nel settore, sono partito da un modello della Telefunken, un “plasticone” comprato usato a 5 euro del quale non ho voluto fare neppure la foto. Verificato che il motore funzionasse, ed il piatto non presentasse giochi, ho smontato tutto, buttando via tutto ciò che era di poco interesse, (tipo avvio automatico e ritorno a fine corsa) e preso le misure per ricalcare le 2 distanze che mi interessavano: quella tra perno del piatto e rispettivamente il perno del motore ed il perno del braccio.

Ho tenuto tutto ciò che mi pareva valido: il motore, il perno del piatto, il piatto stesso, anche se di alluminio piuttosto fine e risonante e 3 piedini di supporto.

Per la base, l’idea era quella di dare una forma che limitasse l’ingombro a poco più del necessario, da qui il disegno di una struttura (simile a quella di alcuni giradischi pro-ject) a cilindro allungato, in modo da sostenere il braccio:

 

 

 

Per facilità di realizzazione, lo spessore (8 centimetri circa) doveva essere ottenuto tramite l’incollaggio di più fogli di spessore di 2 cm; questo per semplificare la realizzazione dei vani per il perno, motore e supporto del braccio.

La scelta del materiale era tra Mdf e multistrato: il primo garantiva una massa eccezionale, il secondo una rigidità ed estetica notevoli. Alla fine ho optato per 3 strati di l’Okumè da 2,5cm, Con un peso risultante non elevato, minore dell’Mdf, ben sapendo che ci sarebbe stato da lavorare un di più su piedini e supporti.

 

Il seguito è stato relativamente semplice: dopo aver disegnato i punti in cui mettere perni e motore, ho fatto i fori e gli alloggiamenti sulle 3 assi di Okumè. Sul pannello più in alto ho dovuto fare delle fresature per l’alloggiamento del motore, calcolando la profondità in funzione della lunghezza del perno del motore stesso in funzione dell’altezza del piatto. Sulle assi sottostanti invece ho praticato le aperture necessarie con il seghetto (non appena ho una foto del sotto scocca la aggiungo).

 

Dopo aver fatto le predisposizioni, ho provveduto a disegnare la forma esterna per poi provvedere al taglio con il seghetto alternativo. Consiglio di fare questa operazione dopo aver fatto le varie predisposizioni per non trovarsi a non avere lo spazio necessario per la predisposizione, ad esempio, del motore.

Consiglio vivamente di incidere con un cutter il multistrato lungo la linea di taglio: questo perché tagliando con il seghetto in direzione perpendicolare al legno si tende a frastagliare il primo foglio del multistrato, guarda caso quello più a vista. Incidendolo leggermente invece si ottiene un taglio più netto e preciso.

 

 

Una volta tagliate le assi, con una forma quanto più vicina possibile a quella finale, ho incollato il tutto (aiutandomi con 2 viti inserite dal fondo in modo da tener ferme le 3 assi) e cominciato la certosina operazione di levigatura e stondatura. Fissato il blocco al banco, per aver la massima stabilità, sono partito utilizzando carta grana 50 con la levigatrice orbitale stondando e lisciando tutti i vari difetti, scalini ed incoerenze dei 3 piani; successivamente lo stesso procedimento ho ripassato con grane sempre più fini.

 

Per ovviare a qualche sbeccatura dell’Okumè ho fatto una leggera fresatura a 45° nei punti non coperti dal piatto. Il risultato, anche se ovviamente non certo paragonabile a quello ottenibile industrialmente, mi ha lasciato molto soddisfatto. Alla fine come finitura ho optato per una passata di olio paglierino, per evidenziare le venature dell’Okumè, anche se ovviamente come finitura non è tra le più protettive. Un’alternativa potrebbe essere quella di verniciare il tutto con trasparente opaca, per avere un risultato stabile nel tempo.

 

Il montaggio del perno e del motore non ha creato avuto grosse complicazioni, tranne alcuni riadattamenti su fori e predisposizioni in corso d’opera; il motore è stato fissato tramite l’interposizione dei gommini originali, lasciando per un futuro upgrade un montaggio più raffinato. Per il braccio c’è stato da lavorare di più: recuperato un braccio usato su Ebay, headshell compresa, in sostituzione dell’originale che presentava parecchio gioco e alcune parti in plastica, ho costruito una piastrina in alluminio da utilizzare come supporto. Visto che c’ero ho dato una forma in sintonia con quella della base, avvitandolo con 3 viti alla base e  altre 3 al braccio, con un risultato stabile e sicuro.

 

 

 

 

 

 

Una volta montato il tutto ho provveduto ai collegamenti: sia il cavo di alimentazione che il cavo di segnale sono direttamente saldati sfruttando i terminali di ancoraggio ripresi dal giradischi originale; non sono previste prese di sorta per ridurre il numero dei collegamenti. Durante il montaggio dei cavi ho provveduto a montare i 3 piedini ripresi dal giradischi originale, consistenti in coni in gomma vuoti, fissati tramite 3 viti. Grazie al peso maggiore del giradischi rispetto all’originale ed alla relativa morbidezza della gomma funzionano piuttosto bene smorzando le vibrazioni provenienti dal piano di appoggio.

 

 

Arrivati al fatidico momento della prova, ho montato una puntina Audio Techinca e dato il via, collegando il giradischi all’ingresso Phono dell’ampli. Il risultato è piacevole, il ronzio è limitato e udibile solo mettendo a zero il volume, ma comunque presente, dovuto a qualche vibrazione di troppo del motore. In realtà, una volta schermato leggermente la giunzione tra cavi del braccio e cavi schermati il ronzio non è praticamente più avvertibile dai diffusori ma solo in vicinanza del motore.

La timbrica, dopo aver tarato contrappeso e antiskating, è piuttosto equilibrata, con una certa asprezza alle alte, probabilmente dovuta al piatto in alluminio tendente alla risonanza, però il suno è “sano”, l’immagine buona e discretamente ampia. La dinamica, nei pochi dischi che ho anche in versione cd, non soffre di complessi di inferiorità, anzi in un caso L’Lp si fa decisamente preferire, ma a causa di una registrazione di scarsa qualità del cd (benché originale, si tratta di un concerto dal vivo dei Queen).

 

A questo punto il lavoro non è certo finito, anzi mancano alcuni interventi che si rendono necessari per affinare ed ottimizzare l’oggetto; però la soddisfazione del lavoro svolto ed il piacere ottenuto ascoltando musica ripaga qualsiasi sforzo.

 

Aggiornamenti successivi

 

Il primo aggiornamento riguarda il piatto, giudicato eccessivamente leggero e risonante, con una tendenza a “scampanare”. Seguendo le indicazioni su Tnt audio, è stato parzialmente riempito con stucco da vetri, con il doppio vantaggio di una tendenza minore a risuonare e una massa maggiore. Una parte dello stucco è stato posto sulla circonferenza esterna per incrementare la costanza di rotazione. Per distribuire il materiale in maniera più uniforme è stato suddiviso in palline pesate singolarmente e poi poste via via in modo equidistante, lavorandole fino a formare un corpo unico.

 

 

Ulteriori Upgrade:

 

 

 

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