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I Monti Lattari formano l’impalcatura della Penisola Sorrentina, che si allunga da NE a SW, tra la piana di Sarno a
Nord e il golfo di Salerno a Sud.
La serie stratigrafica sedimentaria è costituita da calcari, calcari-dolomitici e dolomie, depositatisi in
mare poco profondo nell’era Mesozoica, su cui poggiano sedimenti flyschoidi, calcareniti, arenarie e argille di
formazione più recente. Invece, sono rocce di origine vulcanica, provenienti dal complesso del Somma Vesuvio,
i tufi grigi e gialli delle zone più depresse e le piroclastiti sciolte (lapilli, pomici, pozzolane) che si
rinvengono dovunque, con spessori variabili, in minor quantità sui pendii, in quantità considerevoli
negli avvallamenti e nelle depressioni. Alla base dei rilievi calcarei si rinvengono brecce calcaree con cemento
calcareo o tufaceo e materiale incoerente, ciottoli e massi formatisi per erosione delle acque dilavanti e dei corsi
d’acqua. Sempre dovuti al trasporto dei corsi d’acqua e all’azione erosiva del mare sono i depositi di spiaggia
delle zone costiere.
Il territorio appare costituito da rilievi aspri e scoscesi, con pendii molto ripidi e poche zone pianeggianti; le
coste, tranne per pochi lembi di spiaggia, si presentano alte e inaccessibili, con falesie; i corsi d’acqua, in fase
giovanile e con intensa capacità erosiva, hanno scavato forre e gole, spesso utilizzando linee di faglia.
Per la sua formazione geologica la Penisola è soggetta a movimenti franosi, sia sui versanti dove le rocce
calcaree presentano giacitura a franapoggio, sia dove affiorano i sedimenti flyschoidi o dove la copertura di piroclastiti,
per cause naturali come precipitazioni meteoriche o per cause antropiche tipo sbancamenti, inizia a muoversi.
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Le pendici dei M. Lattari sono caratterizzati da un susseguirsi di fasce vegetazionali che, per le caratteristiche
orografiche, l’esposizione dei versanti e la tipologia dei terreni, si mescolano tra di loro o danno luogo a repentini
cambiamenti. Forte è stato anche l’intervento dell’uomo che sui terrazzamenti ha coltivato viti e agrumi e,
nelle zone più elevate, il castagno utilizzato per i frutti e, soprattutto, per i pali di sostegno degli agrumeti
e dei vigneti.
A partire dal livello del mare, man mano che si sale verso l’alto, si susseguono le seguenti fasce:
a) macchia mediterranea caratterizzata dall’olivastro e dal carrubo;
b) bosco mesofilo con una fascia bassa con il leccio, l’orniello, la roverella e con arbusti come l’erica e il corbezzolo,
una fascia intermedia con l’ontano napoletano, il castagno e il carpino e più in alto il faggio;
c) gariga con arbusti alti non più di 50 cm., timo, santoreggia, cisto, rosmarino, mentuccia, utilizzata per il
pascolo di pecore e capre (la gariga si può trovare anche a livello del mare sui versanti più aridi).
L’ontano napoletano (Alnus cordata) della famiglia delle Betulaceae, dopo l’introduzione del castagno non è
più l’essenza dominante della parte superiore del bosco; è comunque ancora ben presente con numerosi
esemplari in quanto in passato non veniva tagliato perchè, per il liquido rossastro che fuoriesce da incisioni
nella corteccia, è stato da sempre collegato alla stregoneria e a pratiche demoniache.
La macchia mediterranea, costituita da arbusti o alberi ridotti ad arbusti, con graduali trasformazioni
verso una macchia bassa, cespugliosa, e la gariga con erbe basse e arbusti spinosi.
Le piante della macchia mediterranea presentano una serie di adattamenti per poter sopravvivere alle estati calde
e aride che caratterizzano il clima mediterraneo. Alcune, come le Orchidacee o l’Asfodelo della famiglia delle
Liliacee, superano il periodo critico con il criptofitismo, trasferendo le funzioni vitali in organi sotterranei,
bulbi o tuberi. Altre, come le Euforbiacee, si procurano un periodo di riposo vegetativo perdendo le foglie,
defoliazione, adattamento che le piante caducifoglie hanno sviluppato per superare il periodo invernale. Altre
piante ancora, come il Mirto e il Carrubo, riducono la perdita di acqua per traspirazione rivestendo le foglie di
una patina traslucida o riducendo le foglie a squame come il Ginepro, o a spine come l’Oleastro, o irrobustendole,
screrofillia, come il Leccio, il Lentisco, il Corbezzolo. Le Graminacee, invece, riducono il ciclo biologico a pochi
mesi e superano il periodo arido sotto forma di semi, terofitismo.
La gariga è una degradazione estrema della macchia che si verifica su suolo roccioso e detritico; le piante
presentano colori grigiastri, toni di verde spento, foglie vischiose rivestite di lanugine.
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Si parte da S.Lazzaro, nei pressi del Castello Lauritano, roccaforte costruita dalla Repubblica Amalfitana nell’XI
secolo per avvistare le navi saracene.
Si discende verso il sentiero indicato con il n. 61 ma, prima di raggiungerlo, si devia a sinistra per un percorso
non segnato ma facilmente individuabile perchè delimitato, lato mare, da una recinzione metallica; dopo
poche decine di metri si incontra un villaggio rupestre di cui si consiglia di visitare gli interni, con le
opportune cautele; si prosegue avendo come riferimento una condotta di acqua; il sentiero a tratti esposto,
particolarmente suggestivo per gli splendidi panorami, le ripide falesie e gli sgrottamenti ricchi di stalattiti
passa anche accanto a una calcara molto ben conservata.
Si raggiunge, in circa 4 ore dalla partenza, il cimitero di Pogerola e il santuario Madonna dei Fuondi; da qui, per
il sentiero n.61 A, si scende in 20 minuti la piazza di Pogerola (m.305 s.l.m.), e successivamente per il sentiero
n.59 si discende ad Amalfi in 40 minuti; quest’ultima parte permette di osservare il tratto iniziale del Vallone
delle Ferriere con le ultime due cartiere ancora funzionanti.
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