Via dal mondo delle favole
di Giulio Cesare Agnachi
Questo libro è una pacata smitizzazione dei dogmi, di qualsiasi dogma. Invita ogni persona a ragionare con la propria testa, a liberarsi dai condizionamenti infantili. E' incredibilmente enorme la quantità di favole che vengono raccontate in materia di religione presso qualsiasi popolo, in ogni latitudine, in ogni epoca. L'autore si sofferma in particolare sui dogmi della religione cattolica, in cui è stato educato, e ne evidenzia l'assurdità e le contraddizioni, al lume della semplice ragione umana. L'autore non è ateo, ma agnostico: è perfettamente consapevole della limitatezza della mente umana nonché della propria ignoranza, ma non accetta che gli altri gli diano da bere verità inventate da chissà chi nella notte dei tempi e che fanno acqua da tutte le parti.
Io non so tante cose, è vero
dico solo quello che ho visto
e ho visto
che la culla dell'uomo
la dondolano con le favole;
che il pianto dell'uomo
lo asciugano con le favole;
che l'angoscia dell'uomo
la soffocano con le favole;
che le ossa dell'uomo
le sotterrano con le favole;
e che la paura dell'uomo
ha inventato tutte le favole.
Io so poche cose, è vero,
ma mi hanno rotto
con tutte queste favole.
E non voglio più favole.
Leòn Felipe (1884 - 1968)
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Indice degli argomenti trattati:
1. - Essere agnostici 2. - Dio c'è, ma non è quello
3. - Il peccato originale 4. - La vera fede
5. - Cristo 6. - Maria
7. - I cristiani 8. - Il prete
9. - Il lacrimatoio 10. - Il libro di Giosuè
11. - Il sacrificio di Isacco  p; 12. - L'esodo
13. - La colpevolizzazione 14. - Inferno e purgatorio
15. - L'infallibilità pontificia
per uno scambio di opinioni: aursa33@yahoo.it
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Essere agnostici
Creedme, existe mas fe en la duda honesta
que en la mitad de los credos.
Credetemi, c'è più fede nel dubbio onesto
che nella metà delle varie credenze.
Ortega y Gasset
Ogni cucciolo d’uomo che nasce in qualsiasi parte del mondo viene quasi sempre accolto con gioia, allevato, amato da genitori e parenti, ma soprattutto viene educato. E viene educato non necessariamente in modo formale, ma gli si fa assorbire continuamente e inconsapevolmente la cultura del popolo in cui è nato. Idealmente, al momento della nascita gli viene consegnata una bandiera, una lingua, un catechismo, una storia, ed egli deve conservare gelosamente queste cose, e trasmetterle poi a figli e nipoti perché sono la verità, la cultura dei suoi antenati, della sua terra e della sua razza. Se non agisce così sarà giudicato molto negativamente dai suoi conterranei, sarà considerato un traditore. Mettere in dubbio, passare al vaglio della ragione questi principi è quasi sempre stato un reato, e lo è tuttora in molti paesi del mondo. Ogni etnìa si è sempre considerata l’unica depositaria della verità, l’esemplare della più autentica razza umana, che parla la più bella lingua e che adora l’unico vero Dio.
Cogito ergo sum, diceva Cartesio, forse in un senso diverso da quello che io, misero elaboratore di pensieri banali, gli attribuisco, ma l’assioma conserva intatta la sua validità nonostante l’apparenza lapalissiana. Io esisto come personalità autonoma e rispettabile in quanto penso con la mia testa, e non ripeto, per quanto possibile, verità inventate da chissà chi duemila o cinquemila anni fa e che oggi all’uomo moderno appaiono improbabili.
Persone avvedute e perfino scaltre nella loro professione, che gestiscono la loro famiglia e i loro affari con prudenza e intelligenza, in fatto di religione trangugiano rospi grossi come una casa senza battere ciglio, anzi offendendosi se qualcuno gli fa notare che ci si potrebbe nutrire intellettualmente in modo un po’ più sano, o perlomeno sarebbe meglio mangiare poco ma genuino. Quelli che hanno la pretesa di preferire il digiuno o una moderata e attenta dieta piuttosto che abbuffarsi di pietanze avariate e precotte da altri, vengono giudicati blasfemi, presuntuosi, supponenti. La stessa accortezza che noi usiamo nel respingere le mirabolanti offerte di un commesso viaggiatore, o le lusinghe di un’accattivante pubblicità televisiva, ci viene meno quando si tratta di mettere in discussione certe affermazioni apodittiche pronunciate da un capo spirituale, di qualsiasi religione, il quale pretende di sottometterci alla sua autorità. Perché io devo accettare a scatola chiusa quel che avrebbe detto nella notte dei tempi un qualche oscuro pastore della Mesopotamia? Perché devo prestar fede, senza permettermi di dubitare, a uomini che affermano di aver parlato con Dio (beati loro) quando io non c’ero? E perché Dio si sarebbe rivelato a loro e non dice assolutamente niente a me?
Questi miseri appunti (e uso questa espressione non per ipocrita umiltà, ma per profonda convinzione) tendono a ristabilire e rivalutare il primato della ragione, pur tenendo presente che non si vive di pura razionalità, ma anche di sentimento e passione.
In fatto di religione ci sono in giro (ci sono stati e ci saranno fin che dura il mondo) un’infinità di falsari. In gran parte sono in buona fede, come è in buona fede la casalinga che riceve e rimette in giro, senza saperlo, una banconota falsa. Se ci sono nel mondo migliaia di credenze religiose, ognuna delle quali rivendica il monopolio assoluto dell’origine divina, alla persona avveduta non può non venire il sospetto che, al novantanove per cento, siano tutte favole. Su questo punto gli uomini sono tutti d’accordo, ma ovviamente ognuno crede che siano gli altri nell’errore, non lui. Come fare allora a discernere la moneta buona da quella cattiva? Sono tutte buone? Sono tutte cattive? Ce n’è una sola valida? Oppure ognuna è valida, sempre come capita con le monete, solo nel paese in cui ha corso legale? E’ un bel rompicapo che ognuno risolve a suo modo o rifiutandole tutte, o tenendosi, per conformismo, quella che ha succhiato col latte materno. Quest’ultima è la soluzione che, per quieto vivere, sceglie la quasi totalità delle persone, ma non è detto che sia la scelta migliore. Cito quell’ineffabile e disincantato pensatore che era Montaigne:
Seguiamo la religione a nostro modo e in quanto ci garba, non diversamente da come si seguono le altre religioni. Siamo capitati nel paese in cui essa era in uso… Un altro paese, altri testimoni, uguali promesse e minacce ci potrebbero instillare allo stesso modo una credenza contraria. Noi siamo cristiani allo stesso titolo per cui siamo perigordini (abitanti della regione francese del Périgord) o tedeschi… (Saggi, II, 12)
Con estrema umiltà mi accingo a buttare giù questi pensieri, convinto, convintissimo di dire cose sciocche e risapute ma comunque, a mio parere, non più sciocche e risapute di quelle contenute in una caterva di libri, summe teologiche, enciclopedie, o altro, che trattano questi argomenti, con la differenza che tutti quei libri hanno la pretesa di possedere la verità, mentre io sono convinto di non aver capito nulla del mistero della vita. Come un pellegrino in terra straniera, ho chiesto a destra e a sinistra qual era la strada giusta, ma mi sono accorto che le premurose persone che volevano aiutarmi in realtà ne sapevano quanto me, e forse meno di me, cioè nulla. Meglio sbagliare da solo. Non vedo un motivo valido per dare credito di affidabilità a uno sconosciuto vissuto migliaia di anni fa, o a un mio contemporaneo – sia egli considerato un filosofo, un profeta, un santo o un ispirato – e ciò non per superbia, ma per sospettosa prudenza. Come quando scendi dal treno in una città straniera e certi personaggi ti vogliono accompagnare con petulante insistenza in questa o quella pensione dove – assicurano – si mangia e si dorme magnificamente a modico prezzo. Se li segui a volte capiti bene, a volte capiti male, ma sarebbe successa la stessa cosa se facevi di testa tua. La molteplicità delle fedi religiose esistenti nel mondo - che io rispetto tutte, ma tengo a debita distanza – mi insospettisce e mi dà da pensare.
E’, la mia, una posizione scomoda. Conformarsi è tanto più facile che ragionare con la propria testa, anche perché, fin da piccoli, genitori preti e maestri ci hanno convinti della nostra ignoranza, della pochezza dei nostri mezzi cognitivi mettendoci in guardia contro il pericolo della presunzione. Avevano ragione, i nostri educatori, ma nella lodevole premura di insegnarci il “giusto” cammino, hanno dimenticato di sviluppare soprattutto il nostro senso critico.
Una delle più significative novelle di H.C. Andersen è certamente quella del “Re Nudo”. L’ipocrisia, il conformismo, la piaggeria di tutta la corte e degli uomini condizionati dalla verità ufficiale crollano come un castello di carta davanti all’esclamazione del bambino ingenuo: “Ma il re è nudo!!”.
Ed è precisamente il metodo del “Re Nudo” che io voglio applicare a molte verità che mi sono state insegnate nella vita e che vengono diffuse dai mezzi di comunicazione come chiare ed evidenti, tanto evidenti da non aver neppure bisogno di dimostrazione, mentre, a ben vedere, evidenti non lo sono affatto. Le banconote false sono quelle che vengono spacciate con la maggiore naturalezza. Ogni giorno noi assorbiamo come indiscutibili tante fandonie che ci vengono ammannite dalla stampa o dalla televisione o da guru dello spirito come se fossero le verità più ovvie e scontate di questo mondo e, - questo è il subdolo messaggio subliminale – chi non le accetta o le mette in dubbio è “out”, è superato, è un perdente da compatire.
Questo libretto, nella sua pochezza, non vuole insegnare nulla a nessuno; una cosa sola vuole raccomandare: difendiamoci dai falsari, non prestiamo fede a tutto quel che ci vogliono far credere, guardiamo le cose con occhio semplice e disincantato, come fece per l’appunto il bambino di Andersen.
Credo in Dio, ma non riesco a credere a tutti
i dogmi della chiesa. Faccio un po’ di fatica con l’aldilà;
ad esempio, con il paradiso e l’inferno.
Mi chiedo: se uno è zoppo, lo sarà anche lassù?
E se non è così, come ci si riconoscerà a vicenda?
F.D. James
Se iniziamo un discorso sensato su Dio, dobbiamo senz’altro premettere il detto socratico hoc scio quod nescio, so soltanto una cosa, che non so assolutamente nulla. Per l’uomo, parlare di Dio è come per la formica parlare dell’uomo; aggiungiamo che questo paragone è vero per difetto, in quanto è molto più possibile per la formica parlare (si fa per dire…) dell’uomo che non per l’uomo parlare di Dio, perchè sia la formica che l’uomo sono esseri finiti, caduchi, limitati, mentre Dio è infinito. Quindi, a mio parere, tutte le teologie di questo mondo sono illusorie perché basate sul nulla, perché vogliono occuparsi di qualcosa che non conoscono, che non potranno mai conoscere, come il secchiello non potrà mai contenere il mare. Tutte le religioni usano frasi di questo tipo: “Dio ha detto”, “Dio ha fatto”, “Dio vuole che…”, “Dio ci aiuterà”, “Dio ci castigherà”, “Dio ci ama”, “Dio non paga il sabato”, “Non muove foglia che Dio non voglia”, eccetera. Sono tutte frasi basate sui propri desideri, sulla propria immaginazione, sulla tradizione anche millenaria, ma sono destituite di ogni fondamento. Non sono altro che wishful thinking. Non c’è esercito, nella storia, che non si sia mosso al grido di “Dio lo vuole” o “Dio è con noi” per compiere usurpazioni, conquiste, massacri, stupri e distruzioni. Il potere, sotto qualsiasi forma, si è sempre impossessato del concetto di Dio, l’ha fatto proprio, e lo ha imposto alle masse per poterle meglio dominare. Appare evidente a tutti che il dittatore, il tiranno, o anche semplicemente il governante ha sempre cercato l’appoggio (con le buone o con le cattive) dei sacerdoti delle varie religioni, per legittimare il potere. Esempio lampante, per noi italiani, è la decisione di Mussolini, notoriamente ateo e anticlericale, di riconciliarsi col Papato (11 febbraio 1929) per avere il consenso dei fedeli al suo regime, elargendo concessioni, soldi e privilegi alla chiesa di Roma, in cambio della “non ostililtà” al regime fascista.
Il Dio ufficiale di tutte le religioni appare quindi come uno strumento duttile ed efficace per raggiungere qualsiasi scopo, soprattutto i meno nobili: entusiasmare o narcotizzare le masse, giustificare gli abusi del potere, far credere che il potere deriva da Dio, sfruttare i poveri, dare loro la speranza di una gaudio futuro in cambio di uno sfruttamento presente, o anche semplicemente vivere alle spalle degli altri in nome di Dio, e via di questo passo; non c’è limite all’utilizzo strumentale dell’idea di Dio. Il mendicante chiede l’elemosina in nome di Dio, il prete sentenzia in nome di Dio, il matrimonio viene celebrato innanzi a Dio, è Dio che guida il nostro esercito affinché possiamo annientare il nemico. Questo Dio non esiste. Esiste Dio, ma questo Dio, di largo consumo e di facile sfruttamento, non esiste.
Ricordo che da ragazzino, leggendo la Storia Sacra (così si chiamava allora la storia dell’umanità basata sul racconto della Bibbia), rimanevo impressionato dalla ferocia con cui il Dio d’Israele ordinava agli Ebrei di sterminare i Cananei fino all’ultimo, di non fare prigionieri, di non risparmiare né donne né bambini, e dava terribili castighi a chi disobbediva a quest’ordine. . Ma Dio, pensavo fra me, non è il padre anche dei Cananei? Nel famoso episodio della caduta di Gerico, Dio consente a Giosuè di fermare il sole (nientemeno...) affinchè i nemici non possano sfuggire al massacro col favore delle tenebre. E questa disposizione di Dio, (quella cioè di sterminare i nemici senza nessuna pietà) è un motivo che ricorre costantemente nella Bibbia. Dico subito chiaro e tondo che a questo Dio mi rifiuto di credere. Non può esistere un Essere Supremo così sanguinario e inutilmente crudele. Dio esiste, ma è certamente un’altra cosa, qualcosa che io non posso comprendere, ma non si può pretendere che, con questa scusa, io sia poi tenuto a credere a qualsiasi assurdità su Dio che mi venga propinata. E’ vero che l’idea di Dio va al di là della capacità della mia ragione, ma per questo motivo non si può pretendere che la mia ragione creda in un Dio tanto improbabile. Se Dio ci ha dato una ragione, è perché la usiamo, e non perché crediamo a cose che ripugnano alla ragione stessa. Io capisco di essere ignorante, limitato, impossibilitato a comprendere la grandezza di Dio perché Egli è di un’altra dimensione, però non sono uno stupido a cui si possa far credere qualsiasi favoletta. Contrariamente a ciò che leggiamo nella Bibbia, non è l’uomo che è stato fatto a immagine e somiglianza di Dio, ma è Dio, questo Dio, che è stato comodamente creato a immagine e somiglianza dell’uomo.
Giove era la proiezione di tutte le virtù e di tutti i vizi dell’uomo, e, in fondo, era perfino simpatico con quella sua smania di insidiare tutte le ninfe che poteva, con grande dispetto di sua moglie Giunone. Jahvè ci appare certamente più credibile, ma è terribilmente serio e permaloso: si offende per nulla, e se commetti una colpa grave, ti fa bruciare per tutta l’eternità in un fuoco al cui paragone - così dicono i santi padri - il fuoco di una fornace è acqua fresca, scalda come può scaldare un fuoco dipinto su di un muro. E anche se muori in grazia di Dio, devi purificarti nel Purgatorio per mesi ed anni a causa delle infinite mancanze che commetti ogni giorno, e il fuoco del Purgatorio non è per nulla inferiore a quello dell’Inferno, se non per la durata. Se rileggiamo il Dies irae c’è di che spaventarsi terribilmente, perché questo Dio estremamente fiscale farà portare il libro scritto con quale ci contesterà ogni peccatuccio o peccataccio. Come si fa a non vivere nel terrore, se neppure l’uomo giusto può stare tranquillo (cum vix justus sit securus)? Insomma l’uomo, con tutti i guai che ha, dopo aver sofferto la fame, la sete, le angherie della natura e degli altri uomini, dopo aver sopportato malattie e dolori, va dall’altra parte e trova, ben che gli vada, un fuoco spaventoso che lo arrostirà per un tempo determinato; se invece è morto non in pace con Dio, arrostirà per sempre, per sempre, per sempre; non trova un padre, ma un giudice di vendetta ( judex ultionis). Non sarebbe meglio, allora, non essere mai nati? Se siamo, come dice S. Agostino, una massa damnatorum, allora bisogna ammettere che la Creazione è stata un flop cosmico. Se tutti, ma proprio tutti gli studenti di un liceo vengono bocciati, sarà logico pensare che in quel liceo c’è qualcosa, anzi molte cose che non vanno, e sarebbe opportuno cambiare preside e professori, o perlomeno riesaminare a fondo i loro programmi e i loro metodi d’insegnamento.
A mio parere, l’uomo non sa nulla di Dio, non sa cosa fa, come la pensa, cosa dice o come opera, perché fare, pensare, dire, operare sono categorie umane, mentre Dio appartiene a un’altra dimensione di cui noi non abbiamo e non possiamo avere neppure il più pallido concetto.
Per iniziare, quindi, un corretto discorso su Dio dobbiamo far piazza pulita di tutte le favole che sono state raccontate su di Lui nel corso dei secoli, certamente in buona fede, e che sono state ripetute di generazione in generazione, ripetute a tal punto da passare per vere, anche per l’autorevolezza delle persone che ne sostengono l’autenticità. Tutti capiscono che un’idea sbagliata, ripetuta con forza infinite volte da persone che godono a torto o a ragione di una certa posizione influente, inoculata nei primi anni di vita proprio da coloro che ci vogliono più bene, si annida nella nostra mente, e nell’età adulta sarà difficile sradicarla senza un considerevole atto di coraggio. A ogni popolo le sue favole, che finiscono con l’apparire veritiere perché sono in tanti a crederle, e le credono da secoli.
La tradizione, quindi, come marchio di qualità. Quelli che, come Gesù Cristo, o Galileo, o Giordano Bruno, o Valdo, (e tantissimi altri) hanno posto in discussione le idee imperanti e imposte dalla classe dirigente del loro tempo, sono stati emarginati, torturati, uccisi. Oggi nei paesi civili non si usa più il rogo, ma l’emarginazione è sempre di moda.
Io sono personalmente convinto che Dio non ha mai detto niente, non ha mai parlato a nessuno, non ha mai autorizzato nessuno a parlare per Lui, anche se sono moltissimi (troppi) quelli che si arrogano tale diritto. Non sappiamo nulla di Lui, perché né la Bibbia, né il Corano, né la Torà, né i libri Veda, che pure sono consultati ogni giorno da milioni di persone, sono stati scritti da Lui, ma sono solo la testimonianza di ciò che attraverso i secoli uomini diversi hanno pensato di Lui. Ognuno a suo modo, ognuno convinto di possedere la chiave della verità, ognuno con odio, o disprezzo, o anche solo compatimento verso coloro che la pensano diversamente. Il solo grande libro che ci parla di Lui è semmai un libro non scritto, “il gran libro della natura”, come lo chiamava Galileo. E’ l’unico libro che ci fa riflettere, che non teme smentite, ma per leggerlo correttamente dobbiamo avere l’intelletto sgombro da ogni pregiudizio, da ogni idea aprioristica. Bisogna leggerlo con candore e umiltà.
Esiste Dio?
La domanda delle domande, il dilemma su cui hanno riflettuto generazioni di filosofi nel corso dei secoli. Alcuni hanno risposto in senso negativo, insoddisfatti dalla pochezza delle risposte offerte dalla maggioranza delle religioni costituite, altri in senso positivo, aderendo ad una delle tante fedi religiose. In altre parole, per la stragrande maggioranza degli uomini, o Dio non esiste, oppure esiste, ma è da inquadrare nella cornice di determinate credenze codificate due, tre, diecimila anni fa da personaggi mitici ritenuti ispirati da Dio. La persona che è abituata ad usare il proprio cervello tende sempre più a prendere le distanze da questi miti e leggende, a liberarsi da questo “sonno della ragione” ben consapevole che, se è vero che non tutto si può spiegare con la limitatissima ragione umana, è anche vero che l’irrazionalità e la fede acritica sono strumenti del tutto inadeguati e controproducenti ai fini della ricerca, e umiliano l’intelletto umano.
Personalmente credo che Dio esista, ne sono personalmente convinto. La ragione che mi induce a tale convinzione è semplice e perfino banale: se esiste un orologio, evidentemente esiste un orologiaio, perché l’orologio non si è fatto da solo. Dalle tracce lasciate da una persona e da mille altri indizi si riesce a capire molte cose sulla sua personalità: se non altro, come dato minimale si riesce a stabilire che una persona è passata e ha operato in quel posto. Le cose parlano e il loro linguaggio non verbale è di un’estrema chiarezza. Dunque, a mio modo di vedere, c’è un grande, invisibile Autore che ha fatto tutto ciò.
Per ripetere un abusatissimo ma sempre valido esempio: teoricamente è possibile che una scimmia, battendo a caso i tasti di una macchina da scrivere, riesca a comporre un romanzo. Teoricamente. In pratica è difficilissimo, anche dopo un anno di battitura, che riesca a comporre anche una sola parola di senso compiuto. Quindi il Caso, invocato da tanti, non può avere credibilità. Se esiste l’infinitamente piccolo (l’atomo, la cellula) e l’infinitamente grande (gli astri), ed esistevano già molti millenni prima che apparisse l’uomo, ciò vuol dire che un grande architetto ha costruito tutto ciò, anche se il senso ci sfugge. Soltanto recentemente l’uomo ha scoperto la complessità dell’atomo, strutturato a imitazione del sistema solare, ma l’atomo, la cellula, le galassie esistevano già milioni di anni fa, quando l’uomo camminava ancora a quattro zampe. Averle scoperte vuol dire che prima ne ignorava l’esistenza, ma esse già c’erano, ed evidentemente qualcuno le aveva fatte. Può anche darsi che in futuro gli scienziati riescano a dare delle spiegazioni credibili, verosimili, ragionate che spieghino l’esistenza del creato senza postulare necessariamente l’opera di un creatore, ma al momento attuale ciò appare impossibile, e siccome io vivo hic et nunc, non posso aspettare una spiegazione che forse verrà un giorno, ma che adesso non c’è.
Non sappiamo chi sia, questo grande Architetto, e non sappiamo (almeno per il momento) se, oltre la realtà che riusciamo a percepire, abbia fatto altro, se abbia creato esseri viventi in altre galassie, ma intuiamo soltanto che esiste. Intuiamo che c’è, punto e basta.
Questa constatazione da sola
può sconvolgere la nostra mente, ma neanche troppo, perché la nostra mente
limitata non può essere sconvolta più che tanto da un mistero così grandioso.
Attorno a questa intuizione – l’idea, cioè, di un grande Artefice – comune a
tutta l’umanità, ogni popolo ha poi costruito ( e qui sta l’inghippo…) la sua
cosmogonia, ha inventato a proprio uso e consumo tutto uno stuolo di angeli , o
demoni, o spiriti, o ninfe, e ha immaginato luoghi di castigo o di gaudio per i
trapassati, e ha inventato dogmi di ogni sorta, ma tutto ciò è umano, troppo
umano, per dirla con Nietsche. Mentre possiamo ragionevolmente ammettere
l’esistenza di Dio come Entità eterna, suprema, infinita, immortale e
onnipotente, altrettanto ragionevolmente ci appaiono aleatorie, discutibili e
perfino ridicole tutte le sovrastrutture che l’uomo ha costruito attorno
all’idea di Dio: la Trinità, l’eucaristia, l’inferno paradiso e purgatorio, la
bibbia, la rivelazione, il papato infallibile, .le indulgenze, e tante altre
pie invenzioni che avviliscono l’idea di religione .
Dunque, se non altro come ipotesi fortemente probabile, Dio c’è.
Non c’è, sempre a mio modesto parere, il dio dei cristiani, il dio degli ebrei, il dio dei maomettani, il dio dei giapponesi o degli africani, ma c’è Dio, che è una cosa molto più seria del dio cristiano o maomettano o giapponese o africano.
Se diamo retta alle grandi religioni monoteistiche, noi sappiamo moltissime cose di Dio: che cosa gli piace oppure non gli piace, che cosa vuole o non vuole da noi, i premi e i castighi che ci darà, che cosa ha detto nel corso dei secoli eccetera eccetera. Crediamo di sapere perfino, e sarebbe interessante scoprire come abbiamo fatto a saperlo, i nomi delle sue schiere personali: cherubini, serafini, troni, dominazioni, e via farneticando. Il credente del XXI secolo dovrebbe conformare la sua vita sulla base delle affermazioni (o vaneggiamenti) di pastori, pescatori o visionari di due, tremila anni fa, i quali avevano tanta fede ma scarso senso critico. L’uomo libero da condizionamenti, invece, si è sempre interrogato con serenità sull’esistenza di Dio, sulla morte, sul destino dei trapassati, sulla morale, sul dolore, sul bene e sul male. Non ha ricevuto molte risposte, è vero, ma il tormento di non ricevere risposte non giustifica l’accettazione di sentenze apodittiche poco attendibili.
Non sappiamo assolutamente nulla di Dio. Egli è troppo grande, immenso, infinito per entrare nei nostri miseri cervellini. Ribadendo ciò che ho già detto, ripeto che noi non possiamo avere un’idea di Dio, così come la formica che si affaccenda nel mio giardino non può avere nessuna idea di chi sono io, dei miei pensieri e delle mie azioni. Apparteniamo ambedue al novero degli esseri viventi, ma siamo su due livelli diversi; io conosco qualche cosa del mondo delle formiche (molto poco, in verità), ma la formica non conosce assolutamente nulla di me e non potrà mai conoscerlo, perché io posso comprendere il cervello della formica, ma la formica non può comprendere il mio cervello. Noi non conosciamo Dio e Dio non fa nulla per farsi conoscere, probabilmente perché egli si preoccupa di noi non più di quanto ci preoccupiamo noi delle formiche del nostro giardino. I profeti di tutte le religioni si affannano a dire che Dio ci ama, che ha mandato il suo figlio unigenito a morire per noi tanto era il suo amore per il genere umano, Dieu a besoin des hommes, noi siamo cooperatori della redenzione, Dio vuole, Dio ha detto, Dio ha fatto: sono tutte espressioni poetiche, consolatorie, ma assolutamente illusorie, perché le tragiche vicende umane, le guerre, le carestie, i bambini che muoiono di fame, le persone incolpevoli che soffrono dolori terribili, le catastrofi ambientali, le preghiere inascoltate dei poveri, le persone assolutamente innocenti che languiscono in carcere per venti o trent’anni, l’assurda sperequazione tra primo e terzo mondo, la sovrana ingiustizia che regna in questa terra e tantissime altre cose ci dicono dell’assoluta indifferenza di Dio alle nostre vicende: apparentemente non gli interessano. Le estasi e le visioni di pastorelli, le rivelazioni fatte a persone devote attengono, sempre a mio modesto parere, alla sfera delle autosuggestioni e dei pii desideri. Molti fenomeni mistici sono spiegabili più con un manuale di psicologia che con un preteso intervento divino. E’ la nostra presunzione che ci fa credere di avere dimestichezza, familiarità, addirittura figliolanza con un Dio che, alla prova dei fatti, si è sempre rivelato sordo e indifferente alle nostre preghiere. Desine fata deum flecti sperare precando, diceva già duemila anni fa lo scettico Virgilio, smettila di sperare che i fati degli dèi possano essere piegati con le preghiere. In una cella di un lager nazista è stata trovata questa scritta quanto mai drammatica, incisa sul muro probabilmente da un detenuto sfinito dalle torture: “Dio, se esisti, devi chiedermi perdono”.
- Il silenzio di Dio. Fino a duemila anni fa, Dio si sarebbe rivelato agli uomini per mezzo di profeti, dopodiché si è chiuso in un silenzio sospetto, e ha delegato, avrebbe delegato un uomo ispirato dallo Spirito Santo a dirci cosa è il bene e cosa è il male, ciò che è vero e ciò che è falso. Il tormento dell’uomo moderno è appunto questo: ragionevolmente non può dirsi ateo, ma altrettanto ragionevolmente non può ammettere che sia stato Dio a regolare questo mondo assurdo e feroce. Vediamo l’opera di Dio in ogni bambino che nasce, perché non sono i genitori che “fanno” il bambino: i genitori si sono preoccupati solo di compiere l’atto sessuale, reso, tra l’altro, allettante ai fini della perpetuazione della specie, ma poi non sono stati loro a governare il processo di formazione del feto, per cui alcune cellule vanno a costituire il cuoricino, altre i piedi, altre gli occhi. Questo procedimento miracoloso sfugge al controllo dell’uomo, avviene a volte perfino contro la sua volontà. Vediamo Dio nel seme di una pianta che germoglia, diventa pianta a sua volta, e a sua volta produce altri frutti e altri semi: tutto ciò l’uomo non è capace a farlo, e resta incantato davanti a questo prodigio. Se però si vuole sapere qualcosa di più sull’autore di questo meraviglioso “libro della natura”, il nostro desiderio resta frustrato. E’ come se sapessimo che nostro padre si è chiuso a chiave nella stanza accanto e non dà segni di vita. Noi sappiamo che c’è ed è vivo, che probabilmente ci ascolta, ma noi bussiamo e lui non risponde, lo chiamiamo al telefono e lui si fa negare, urliamo e l’offendiamo, ma lui sta zitto. Gli uomini gli hanno innalzato statue, templi sontuosi, l’hanno adorato e l’hanno bestemmiato, si sono illusi di ricevere da Lui risposte e segni, ma in realtà non ci sono prove attendibili che Egli abbia mai detto alcunchè.
- Il Dio indifferente – Immaginiamo una classe di giovani liceali abbandonata a se stessa. Si odono urla, schiamazzi: in quella classe succede di tutto: chi gioca a pallone, chi strimpella la chitarra, chi sbaciucchia la vicina di banco; due che si odiano si prendono a pugni. Insomma in quella classe c’è la baraonda più completa. E il professore? Il professore non c’è oppure c’è ma si disinteressa completamente della classe o per inettitudine o per fare un dispetto al preside o per discutibile scelta educativa, o perché è innamorato o perché attraversa un brutto momento di depressione.
Il mondo somiglia molto a quella classe, ma in peggio, tanto in peggio. Ad ogni istante succedono nel mondo delitti, furti, violenze. Le anime deboli si rivolgono a Dio, ma Dio è sordo. Lessi, alcuni anni fa, di una ragazza sequestrata da un maniaco, tenuta prigioniera e ogni giorno torturata, violentata, sottoposta ad ogni sevizia. Quante volte e con quale intensità questa poverina avrà pregato Dio, i suoi cari defunti affinché qualche poliziotto sfondasse quella porta e la liberasse, oppure un vicino di casa sentisse i suoi lamenti e telefonasse alla polizia, oppure che quel pazzo avesse un pizzico di pietà e la lasciasse libera. Ma né Dio né i trapassati, fecero qualcosa per lei. La polizia scoprì il crimine solo dopo molti mesi, quando la ragazza era già morta da un pezzo e la puzza del suo corpo decomposto insospettì i vicini.
Ho ben nitido il ricordo di una lontana parente alla quale erano morti due figli maschi ancora adolescenti. Disperata, gridava: “Ma cosa ho fatto io a nostro Signore? Perché mi castiga così? Sono sempre stata una donna onesta e religiosa, ed ecco come Dio mi ricompensa. Il Tale ha sempre rubato e ha una splendida famiglia, la Tale ha sempre avuto amanti prima e dopo il matrimonio, e le sue figlie, che seguono le orme della madre, godono ottima salute. A sessant’anni ho capito che per avere successo nella vita bisogna essere disonesti.” La poverina era vittima di una falsa educazione religiosa secondo la quale la preghiera e l’osservanza dei comandamenti sono una garanzia di protezione divina. La bibbia, difatti, garantisce lunga vita sulla terra a chi rispetta i genitori, dice che il giusto fiorirà come palma e si moltiplicherà come cedro del Libano, assicura che le messi di chi teme il Signore saranno benedette; potrei riportare a migliaia citazioni di questo tenore che assicurano una protezione speciale di Dio per la persona religiosa. Ancora adesso viene incoraggiata, nelle chiese, l’accensione di una candela (con versamento del relativo obolo…) che garantirà una speciale protezione della Vergine Maria o di S. Antonio. Succede poi che una persona pia e timorata di Dio venga duramente colpita, e logicamente resta disorientata: tutto ciò in cui ha creduto salta in aria, ed essa non sa darsene una spiegazione. Bisognerebbe allora dire chiara e tonda la verità, già anticipata in parte da Cristo: piove sui buoni e sui cattivi indistintamente. Più crudamente, bisognerebbe ricordare che la preghiera non modifica minimamente le leggi scoperte da Darwin, e la captatio benevolentiae di un cero acceso o di una novena non serve assolutamente a niente. Un Dio che è indifferente ai massacri di tanti innocenti, non si smuoverà di certo per una candela.
Dicono che le anime dei nostri cari ci guardano dal cielo e intercedono per noi presso Dio, ma io penso che sia solo un’illusione, una pia illusione. E’ immensa la sofferenza del genere umano, e Dio non fa nulla per alleviarla. Fanno di più i molti volontari – medici, infermieri, tecnici, missionari - che potrebbero comodamente restare nella loro città a trarre profitto dai loro studi, e invece partono per i paesi del terzo mondo per curare i malati, costruire pròtesi per i mutilati dalle guerre, per scavare pozzi, per sfamare e istruire i bambini, insomma per porre rimedio al disinteresse di Dio per questo mondo. Egli, che è onnipotente, potrebbe fare molto di più, e non lo fa, anzi, a volte rema contro: si ha notizia, a volte, di missionari trucidati, di medici volontari nei paesi del terzo mondo saltati in aria per una mina anti-uomo, di suore missionarie violentate e poi sgozzate. Dio, che non protegge nemmeno i “suoi”, dovrebbe poi fare andar bene l’esame della studentessa che non ha studiato come avrebbe dovuto ma che ha acceso una candela in chiesa.
Questo per noi è un mistero. Dio c’è, ma, a quel che ci risulta, non gli importa nulla di quel che succede nel mondo più di quanto importi a noi di quel che succede nel formicaio del nostro giardino. Dicono che Dio ha talmente amato gli uomini da mandare il suo figlio unigenito a morire sulla croce per redimerci dal peccato. Ma queste sono parole, solo parole. Si potrebbe facilmente obiettare che a nulla è servito redimere il genere umano dal peccato se non si sono eliminate anche le conseguenze di quel presunto peccato, e cioè dolore, fame, guerre, carestie, sofferenze di bambini innocenti e via discorrendo. Gli uomini erano disgraziati prima di Cristo e disgraziati sono rimasti dopo Cristo.
Forse Dio è indifferente alle nostre vicende perché è in un’altra dimensione. Quel professore apparentemente neghittoso che si disinteressa della classe vive in un’altra dimensione, almeno in quel momento, perché è preso da altri pensieri per lui molto più importanti, e per lui quel che fanno gli studenti non conta assolutamente. Noi non sappiamo che genere di pensieri attraversino la sua mente, ma vediamo solo le conseguenze. Forse, chissà, siamo i pezzi di una partita a scacchi giocata da altri, e non abbiamo la minima idea del perché siamo mossi da un capo all’altro della scacchiera, veniamo sacrificati, e infine buttati nella scatola
Ovviamente noi, con la nostra limitata ragione, non possiamo comprendere le ragioni di questa (supposta) indifferenza di Dio, però abbiamo abbastanza materia grigia per capire che coloro che ci parlano di Provvidenza, di amore di Dio per gli uomini, ci raccontano delle favole.
Favole belle, consolatorie, che leniscono il nostro dolore come la droga fa provvisoriamente dimenticare gli affanni, ma che non migliorano assolutamente le cose, semmai le peggiorano.
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Dio è giusto e misericordioso. Di fronte al peccato degli uomini, Dio poteva o punire o perdonare. Ma punire o perdonare chi? Chi aveva peccato. Se avesse fulminato Adamo, avrebbe fatto giustizia. Se lo avesse perdonato, avrebbe usato misericordia. Ma fare pesare su tutto il genere umano la colpa del remotissimo antenato non è giustizia. E fare espiare ad un mediatore "santo, innocente, senza macchia" il peccato altrui, non è né giustizia, né misericordia.
Augusto Guerriero (Quaesivi et non inveni)
Anche leggendo la Genesi in senso allegorico e non letterale (a leggerla in senso letterale ci sarebbe da mettersi le mani nei capelli, alla luce delle moderne scoperte della paleontologia), noi apprendiamo che Dio sottopose il nostro progenitore Adamo ad una prova, al fine di saggiarne la lealtà, al fine di fargli meritare tutte le delizie che c’erano nel paradiso terrestre, al fine di poterlo ammettere alla vita soprannaturale. Sappiamo che la prova andò male: Adamo disubbidì a Dio, e il genere umano per questa colpa perse tutti i privilegi di cui godeva, conobbe il dolore e la morte, conobbe il male, il peccato, le malattie, la miseria, fu cacciato dal paradiso terrestre e anche da quello ultraterrestre. Gli venne però data una speranza: Dio avrebbe mandato un giorno nientemeno che suo Figlio, il quale sacrificandosi con un martirio spaventoso, avrebbe redento, riscattato l’umanità ridandole però soltanto la possibilità di accedere al paradiso ultraterreno, non a quello terrestre. E qui c’è già qualcosa che insospettisce. Per di più questo privilegio era concesso solo a una schiera di eletti, a quelli cioè che, facendosi battezzare e seguendo gli insegnamenti della chiesa, fossero morti rappacificati con Dio. Quindi, anche a redenzione avvenuta, niente ritorno al paradiso terrestre, nessuna abolizione del male e della morte, la natura restava sempre ostile all’uomo. Guerre, carestie, terremoti, stupri, schiavitù, morte, tutto restava come prima, nessuno si sarebbe accorto visibilmente in questa vita che c’era stato un riscatto. Questa è la spiegazione che il cristianesimo ufficiale dà della colpa originale. Per correttezza bisogna precisare che l’umanità capì un’altra cosa: questo Messia, nell’aspettativa del popolo cosiddetto eletto, non era il figlio di Dio, di cui non sospettava neppure l’esistenza, ma un condottiero, un capo militare invincibile che avrebbe portato Israele all’onor del mondo estendendo i confini del Regno di Giuda e restituendo agli Ebrei quella dignità che fu sempre calpestata da Egiziani, Babilonesi o Romani. Ma non allarghiamo il discorso. Nessuno si aspettava che questo Messia fosse un capo spirituale, addirittura il figlio di Dio
Diciamo la verità, è molto, molto arduo credere che le cose siano andate realmente così; è una spiegazione che fa acqua da tutte le parti. Andiamo con ordine.
1 . Dopo aver creato l’uomo, Dio lo sottopose ad una prova.
Qualcuno potrebbe pensare: “Ma perché l‘ha fatto? Ce n’era proprio bisogno? Non poteva risparmiarsi una cocente delusione?”.
Dio è onnisciente, sa tutto e conosce anche il futuro. Quindi sapeva che quello sconsiderato di Adamo, mal consigliato da una compagna ambiziosa e leggerina, avrebbe fallito, provocando una catastrofe enorme, rovinando se stesso e tutta la sua discendenza. Era proprio il caso di sottoporlo ad un esame senza appello? Addirittura, era il caso di creare un essere potenzialmente così pericoloso per sé o per la sua discendenza? In un universo così ben congegnato l’uomo sarebbe stato il guastafeste, l’unica nota stonata, quello che avrebbe rovinato tutto. Altro che re dell’universo… Immaginiamo che un architetto di fama mondiale progetti un meraviglioso edificio, che potrebbe reggere il paragone con la basilica di san Pietro, la reggia di Versailles, la Tour Eiffel, e che, appena terminata l’opera, suo figlio, per incoscienza, per cattiveria, per sfizio, per invidia o per qualsiasi altro motivo, ci metta sotto una bomba e faccia andare in frantumi la stupenda costruzione paterna.
“Beh, - si dirà - cosa c’entra, può capitare a tutti di avere un figlio scemo o criminale”. No, nel caso in questione il padre, onnisciente, sapeva in anticipo cosa avrebbe fatto il figlio, e non mosse un dito per impedire il fallimento di tutta la sua opera. I conti non quadrano.
2. Con la sua insubordinazione, il nostro progenitore offese gravemente Dio.
E qui c’è un altro punto indigeribile di tutta questa storia riguardante le nostre origini.
Può un essere finito offendere un Essere infinito? Questa mi pare una obiezione a cui non è mai stata data una risposta convincente. L’offesa è possibile fra pari grado, ma non esiste fra entità diverse. Se un asino mi sferra un calcio e io lo carico di botte, non concludo niente, dimostro solo di essere più asino dell’asino. Sapendo del suo comportamento pericoloso, sarebbe stato più saggio stare semplicemente fuori della portata delle sue zampe, o venderlo, o abbatterlo, senza prendersela con un essere irragionevole. “Chi ha più intelligenza, deve usarla”, dice un saggio proverbio. Non poteva Dio eliminare la prova, o dargliene una più facile, o concedergli una prova d’appello, senza far subito le cose tremendamente tragiche? Offendendosi per una stupidata della sua creatura, Dio in un certo senso si è degradato, si è messo al piano di Adamo, ha mancato di dignità. Perfino noi uomini, che siamo così rozzi e cattivi, concediamo ai criminali più feroci varie prove di appello, riesami, valutazione delle attenuanti, e perfino amnistie e indulti.
Dicono che Adamo fosse intelligentissimo, che avesse la scienza infusa, e che pertanto la sua colpa non avesse scusanti (veramente gli scienziati che studiano le origini dell’umanità parlano di uno scimmione che lentamente si è evoluto in milioni di anni, ma stiamo al gioco). Se questo padre primordiale ha fatto quel che ha fatto, con le conseguenze che sappiamo, tanto intelligente non doveva essere. L’intelligenza si misura dai comportamenti e dalla valutazione delle conseguenze che questi comportamenti possono produrre. Si parla a volte di criminali intelligentissimi che hanno ideato rapine o omicidi con grande ingegnosità; se però sono finiti in galera a scontare qualche decina d’anni segregati dal mondo, e nelle condizioni non proprio ottimali che si hanno nelle carceri di tutto il mondo, intelligentissimi non erano, a mio giudizio. Nel nostro caso Adamo, se era conscio della situazione, avrebbe dovuto sapere chi era lui, povera creatura, chi era Dio, l’Essere supremo, e quali terribili conseguenze si sarebbero verificate se gli disubbidiva. E se disubbidì ugualmente, allora era proprio un cretino. Ma se era un cretino, evidentemente non era punibile... Insomma, anche qui i conti non tornano.
3. – La colpa di Adamo ebbe conseguenze per tutta la sua discendenza.
Una volta, certamente, le cose andavano così; se un cortigiano, per qualsiasi motivo, perdeva il favore del sovrano, anche la sua famiglia passava di punto in bianco dalla ricchezza alla miseria. Penso ai figli del conte Ugolino, innocenti, che furono rinchiusi nella Gherardesca assieme al padre e lasciati morire di fame, ma questo episodio, per l’appunto, non sta a testimoniare del grado di civiltà dei Pisani nel XIII secolo. Oggigiorno presso qualsiasi popolo anche appena civile le colpe dei padri non possono e non devono ricadere sui figli. Il buon senso, oltre che il diritto, dice che la colpa è strettamente personale. E’ aberrante far ricadere sui figli le colpe del padre, e di un padre, si noti bene, vissuto milioni di anni fa, e di cui i figli hanno perduto completamente la memoria.
4. – Dio ha fatto incarnare suo figlio, il quale, attraverso il supplizio della croce, ha riconciliato l’uomo con Dio.
Innanzitutto c’è da dire che Dio, nel promettere la redenzione, non ha mai parlato di suo figlio. Circa duemila anni fa comparve in Galilea un predicatore di nome Gesù il quale cercò di innovare profondamente la religione ebraica con una predicazione affascinante che tendeva a svecchiare i formalismi della legge e a privilegiare l’amore del prossimo. Per questo motivo i custodi dell’ortodossia ebraica ne decretarono la morte denunciandolo al governatore romano, il quale capì che le accuse erano inconsistenti, ma per quieto vivere, per non aver fastidi lo fece crocifiggere. I discepoli di Gesù credettero di capire che il loro maestro era il salvatore promesso da Dio, e predicarono in tutto il mondo allora conosciuto i suoi insegnamenti. Di qui, in estrema sintesi, la nascita del cristianesimo.
Per un peccato di vanagloria di una creatura insignificante Dio avrebbe sacrificato suo figlio. Non è mia intenzione essere irriverente, non vorrei fare dello spirito in una materia tanto importante, ma viene da pensare che questo figlio deve essere stato ben discolo se suo padre lo manda a morte per un peccatuccio di superbia di una sua creatura che egli poteva creare o non creare, perdonare o annientare. Si ravvisa qui un grande peccato di presunzione dell’uomo, che immagina di aver creato a Dio chissà quale problema mangiando una mela. Ma ci rendiamo conto dell’enorme assurdità di questo fatto? Chi di noi sacrificherebbe suo figlio per riconciliarsi col cane che gli ha sporcato il salotto? In altre parole – secondo quel che ci dicono - Dio tiene più a questo impasto di creta che in un momento di distrazione ha vivificato con il suo soffio, che non a Suo Figlio a lui consustanziale e da lui generato prima di tutti i secoli. Non è affatto errato affermare che in un certo senso Dio si è inflitto da solo delle sofferenze indicibili, si è suicidato per salvare l’uomo, ha complicato in modo sproporzionato un problemino che poteva risolvere in quattro e quattr’otto o perdonando o semplicemente eliminando quell’omuncolo che aveva voluto fare il furbo. Una volta nelle caserme era molto citato l’ U.C.A.S., ufficio complicazione affari semplici. Non poteva Dio salvare l’uomo a minor prezzo? Diceva Diderot che il Dio dei cristiani è un padre che tiene più alle proprie pere che non ai propri figli. Il debitore ha degli obblighi verso il creditore, ma nulla impedisce al creditore di cancellare il debito con un atto di generosità senza fare necessariamente del male a se stesso; nel caso in esame Dio è stato talmente fiscale da sacrificare suo figlio – suo figlio unigenito! - per la pretesa colpa di un essere insignificante. Francamente è troppo fantasiosa e tortuosa questa spiegazione, un esempio di come a volte i teologi riescano a complicare le cose semplici con argomenti miserelli.
Meritava l’uomo tanta abnegazione?
5. - C’è stata questa redenzione?
Nessuno, o quasi nessuno se n’è accorto. Apparentemente tutto è rimasto come prima: le guerre, la fame, le malattie, la morte, il dolore, non è che siano cessati nel momento in cui Gesù Cristo spirò sulla croce. I vantaggi sono stati tutti spirituali, cioè invisibili, cioè indimostrabili, cioè di pura fantasia. Tutti noi abbiamo ricevuto, per posta, e a più riprese, quella pubblicità che si con enfasi congratulava con noi, fortunati vincitori di centinaia di gettoni d’oro. In realtà quei gettoni d’oro io non li ho mai visti. E’ come se mi dicessero che gli asini volano, ma nessuno mai ha visto un asino volare, però c’è della gente che ti dà dell’ateo, del miscredente, del cocciuto se tu non ci credi. A mio parere per un evento così importante avrebbe dovuto esserci qualche segno tangibile che facesse capire agli uomini, a tutti gli uomini che le cose erano cambiate, che un fatto di proporzioni siderali era successo e che una nuova era si profilava all’orizzonte per l’umanità, per tutta l’umanità. Anche i cinesi, gli amerindi, i mongoli, i maori, gli indiani, oltre, naturalmente, ai greci e ai romani di duemila anni fa avrebbero avuto il diritto di sapere in modo convincente che il figlio di Dio, nientemeno che il figlio dell’unico vero Dio (vi pare poco?) era morto sulla croce per rappacificare l’umanità con il Creatore, e invece niente. Ancora adesso, a duemila anni di distanza, ci sono miliardi di persone che non hanno mai sentito parlare di questa stupenda novella, e Dio non fa nulla per fargliela conoscere in modo convincente. Una redenzione incompiuta, una redenzione a metà. Una prova credibile di questo evento, dell’evento certamente più importante nella storia dell’umanità, non esiste. Bisogna credere e basta. Miliardi di persone in tutto il mondo nascono e muoiono senza sapere assolutamente nulla di Adamo e della sua colpa, di Cristo che è venuto a redimerli, del battesimo, della chiesa, dei dogmi. Che ne sarà di loro dopo la morte? Che sorte avranno? Anche recentemente Benedetto XVI ha ribadito categoricamente che extra Ecclesiam nulla salus, fuori della chiesa non c’è salvezza, asserzione che era stata un po’ messa nel dimenticatoio da Paolo VI e Giovanni Paolo II. Ma se un onesto abitante dell’Uzbekistan non ha mai sentito parlare di Cristo, certamente non per colpa sua, perché dovrebbe essere discriminato dopo morte rispetto a un criminale italiano che magari è riuscito a strappare un’assoluzione prima di morire? Fino a una cinquantina d’anni fa i neonati morti prima di essere battezzati non potevano essere sepolti nel cimitero dei cristiani. In quello stesso cimitero potevano riposare gli assassini e i ladri, ma non i bambini innocenti morti senza battesimo. Incredibile.
Gesù Cristo non è morto per tutti? A questi interrogativi non è mai stata data una risposta accettabile.
E’ vero che gli apostoli dopo la morte di Cristo si diedero da fare, spargendosi in tutto il mondo allora conosciuto, per predicare la buona novella, ed ebbero certamente un buon successo se nel giro di due- tre secoli il cristianesimo soppiantò la vecchia religione pagana, almeno nell'àmbito dell'impero romano; ma non facciamo l’errore di confondere il successo di una ideologia con la sua fondatezza: lo stesso ragionamento vale per l’Islam o per le grandi religioni orientali. Il numero non vuol dire verità o legittimazione.
Dopo la resurrezione Cristo si mostrò ai suoi discepoli, così dice il Vangelo. Perché solo ai discepoli, che avevano tutto l’interesse e la voglia di credere alla sua risurrezione? Le testimonianze di questo evento ci vengono solo da persone a lui legate da profondo affetto e ammirazione fanatica: sarebbe stato bello che delle testimonianze storiche inoppugnabili ci fossero arrivate dai suoi nemici, da coloro che lo misero a morte, da un rapporto di Ponzio Pilato a Tiberio, rapporto in cui questo proconsole avesse attestato di aver indubitabilmente messo a morte un presunto criminale ebreo e questi dopo tre giorni gli si era presentato davanti vivo, vegeto e sfolgorante, senza alcuna traccia della terribile flagellazione, ma con la sola testimonianza delle cinque piaghe degli arti e del costato, (che peraltro non gli procuravano alcun fastidio). La risurrezione dopo l’atroce morte era un fatto strabiliante, ma Cristo non volle sfruttare l’evento (cosa molto sospetta…) Sarebbe stato logico che si fosse presentato anche al Sinedrio, facendo notare che lui era la stessa persona che essi avevano mandato a morte pochi giorni prima, spiegando che essi erano stati gli inconsapevoli strumenti della redenzione del genere umano. Avrebbe potuto fornire le stesse spiegazioni alla folla inferocita che l’aveva voluto morto, e certamente avrebbe trovato le parole giuste per essere convincente. Niente di tutto questo.
L’eccezionale avvenimento rimase una notizia riservata a pochi intimi che, per quanto si siano prodigati, non potevano raggiungere tutta l’umanità. E quindi dobbiamo concludere che per moltissimi uomini la redenzione non c’è mai stata, o forse c’è stata, ma essi sono stati redenti d’ufficio, senza saperlo, senza averlo chiesto, senza neppure sospettare di essere in debito con Dio. Questa esclusione, questa assoluta ignoranza dell’evento degli eventi, perdura ancora oggi per la maggior parte degli indiani, dei cinesi, degli arabi, per i loro antenati e altri miliardi di persone a cui non passa neppure per la mente l’idea di essere stati redenti da Cristo.
(Dopo la strage si San Bartolomeo) all’estero
Elisabetta prese il lutto, Filippo II inviò le sue congratulazioni
“E’ stata una delle più grandi gioie di tutta la mia vita…”
A Roma papa Gregorio XIII fece cantare un Te Deum.
L’ortodossia, come si vede,
aveva la precedenza sulla carità.
Andrée Maurois,Storia di Francia
Da giovane lessi, non so se sul Novellino o fra le novelle del Sacchetti, questo apologo, che riporto a modo mio.
Il re Carlomagno aveva alla sua corte tanti consiglieri, anche appartenenti a diverse religioni. Uno di essi, un ebreo, era particolarmente intelligente, e forse proprio per questo a volte si rendeva insopportabile. Carlomagno decise di sbarazzarsene, però, da persona giusta e ragionevole, necessitava di qualche giustificazione, e pertanto un giorno gli chiese con un sorrisetto malizioso:
- Secondo te, qual è la vera fede?
La domanda era insidiosa, perché il sovrano pensava tra sé: “Se mi risponde, per piaggeria, che la vera fede è quella cristiana, gli faccio tagliare la testa perché è incoerente, dal momento che rifiuta il battesimo. Se mi risponde, invece, che è quella ebraica, gli faccio tagliare la testa ugualmente, perché gli Ebrei sono deicidi, avendo mandato a morte il Figlio di Dio.”
Il sapiente subodorò il tranello, e parò il colpo raccontando questa storiella:
“ C’era una volta un padre molto avanti negli anni che aveva tre figli focosi sempre in competizione fra loro. Egli possedeva un preziosissimo anello che certamente voleva lasciare in eredità ai figli, ma l’anello, ahimè, era per sua natura indivisibile: a chiunque l’avesse lasciato, gli altri due l’avrebbero ucciso per impossessarsi della preziosa eredità, e i due rimasti si sarebbero poi scannati fra di loro.
Il padre voleva risparmiare ai figli questa misera fine, pertanto, prima di morire, fece fare da un abile artigiano, due copie perfette dell’anello, poi chiamò separatamente i tre figli e ad ognuno fece questo discorso:
"Lascio l’anello originale a te, solo a te, perché mi sei particolarmente caro; i tuoi fratelli credono di avere quello autentico, ma hanno solo delle copie; tu però non dirglielo, perché ti farebbero la pelle. Se saprai mantenere il segreto, tutto andrà bene.”
E, dopo la morte del vecchio tutto filò liscio, perché ognuno dei tre figli si illuse di essere il privilegiato e di aver buggerato gli altri due.
Così, caro sovrano, Dio ha dato ai cristiani, agli ebrei e ai musulmani l’illusione di possedere la vera fede, e ognuno di questi tre popoli è convinto che gli altri due siano nell’errore. Quale sia poi la vera autentica fede, solo Dio, che è nostro padre, lo sa. Con questa illusione possiamo intanto convivere pacificamente, ed è ciò che Dio vuole.”
La storiella finisce qui; Carlomagno apprezzò la sagacia del suo consigliere ebreo e mise da parte l’idea di mozzargli la testa. Non dice come andò a finire quando, per monetizzare il valore dell’anello, i fratelli tentarono di venderlo rendendosi conto che almeno due di loro erano stati ingannati. Diamo noi un seguito alla storia ricorrendo alla fantasia.
Immaginiamo che contemporaneamente muoiano un vescovo, un rabbino e un imam, cosa possibilissima. Stando a quel che tutti credono, e supponendo che ci sia un aldilà, i tre saranno interrogati, giudicati, e poi premiati o castigati (secondo i novissimi, come dice il catechismo). Facciamo per gioco (ma non troppo, perché non è di buon gusto scherzare su queste cose) un po’ di fantareligione. Nell’anticamera del paradiso i tre si guarderanno l’un l’altro in cagnesco, e ognuno di loro penserà degli altri due: “Poveretti, tra poco si accorgeranno di aver sprecato la loro vita credendo e insegnando falsità. Meno male che io sono sempre vissuto nella sola autentica fede.”
Succederà poi che almeno due su tre (ma a mio parere tutti e tre) si accorgeranno di essere vissuti nell’errore, di aver creduto a delle fisime, di essere stati ingannati e di aver ingannato a loro volta altre persone. Tutto ciò se si crede che ci sia una sola vera fede, che ci siano i novissimi, che la fede sia una cosa di importanza vitale, che ci sia un aldilà, che la nostra anima sopravviva alla morte e al disfacimento del corpo.
Io penso, invece, che la fede sia l’ultima cosa che ci verrà richiesta, se ci verrà richiesta, e che, se ci sarà un giudizio, noi saremo giudicati semmai non sulla fede ma sulla carità, parola di Cristo.
Il quale non disse: “Beati voi che avete creduto che mia madre fu concepita senza peccato, che il papa è infallibile, che siete andati ogni domenica in chiesa” eccetera.
Disse piuttosto: “Venite nel mio Regno perché avevo fame e mi avete dato da mangiare (nella persona dei vostri fratelli poveri), avevo sete e mi avete dato da bere, ero nudo e mi avete dato dei vestiti…” con quel che segue. Se si è cristiani, bisognerebbe almeno credere a quel che Cristo ha detto esplicitamente, e dare scarso credito a quel che si immagina che Cristo abbia detto.
Già, la fede: pare che per i preti di qualsiasi religione abbia un’importanza fondamentale, perché per loro la cosa che conta di più è il numero, è poter contare le pecore. Come in certi club esclusivi non entri se non hai superato una prova d’ingresso, così non raggiungerai mai la salvezza se non sei stato battezzato o circonciso, facendo una determinata professione di fede. Extra Ecclesiam nulla salus, sentenziava Tommaso d’Aquino, fuori della chiesa non c’è salvezza. Eppure non c’è nulla di più aleatorio, di sfumato, di sfuggente della fede. Se prendiamo in considerazione la sola religione cristiana, vediamo che essa è divisa in infinite sètte, ognuna con la pretesa di essere quella vera, e queste sètte si scomunicano e si combattono aspramente fra di loro. In questo le varie religioni somigliano moltissimo ai vari partiti politici: ci sono i rossi, i bianchi, i verdi, i neri, con tutte le sfumature che accompagnano questi colori. Chiedersi qual è la religione più vera è la stessa cosa che chiedersi qual è il colore più bello o il partito più giusto. Solo il Padreterno lo sa, e forse neppure Lui, perché, a mio parere, non gliene importa niente. A Lui forse importa soltanto che noi andiamo d’accordo tra di noi e non ci scanniamo, così come a quel padre del raccontino iniziale poco importava a chi andasse l’anello vero: importava solo che i figli cercassero di convivere civilmente.
Per il cervellino degli uomini, invece, la fede è importantissima, e a me viene il sospetto che la fede sia un diversivo per sviare l’attenzione dalla carità. Difatti credere o non credere non costa nulla, mentre impegnarsi fattivamente per il prossimo costa moltissimo. E’ l’eterno divario tra il dire e il fare, tra il blablablà e l’impegno reale, tra il predicare e il sacrificarsi per gli altri.
Per la fede ci si è scannati nel corso dei secoli, basti pensare alle crociate, alla notte di S. Bartolomeo, alle stragi di ariani, di catari, albigesi, dolciniani e valdesi, a quel che succede ancora oggi tra cattolici e protestanti in Irlanda del Nord, alle lotte tra sunniti e sciiti, all’eterna questione palestinese col suo carico giornaliero di cadaveri. Chi conosce la storia della Chiesa sa quanto sangue è stato versato nei primi secoli da una fazione e dall’altra anche solo per mettere o non mettere quell’aggettivo “consustanziale” nel credo niceno. Nessuno si è mai chiesto se era cosa gradita a Dio versare tanto sangue per un aggettivo di cui nessuno può appurare la veridicità. Uccidere in nome di un credo religioso è sempre stato uno sport a cui l’uomo si è dedicato con particolare accanimento. E’ vero che spesse volte alla motivazione religiosa si mescolano interessi economici o razzistici, vendette ataviche o ambizioni personali, però emerge troppo spesso il fatto scandaloso che la fede uccide la carità, e re, papi, governanti e moralisti in genere si dolgono più della scomparsa della fede che non dell’assenza di carità.
E’ logico pensare che siano molto gradite a Dio – supposto che Dio si interessi di queste formichine stupide e piantagrane che sono gli uomini nella grande economia dell’universo – quelle persone di qualsiasi religione che si stimino, si rispettino, si aiutino, piuttosto che le persone che appartengano alla vera fede (ma quale?!). Significativa è a tal proposito la parabola evangelica del buon samaritano: chi si fermò a soccorrere il malcapitato non fu il levita (che potremmo grossolanamente equiparare a un prete), non fu il dottore del tempio (equiparabile a un erudito teologo), ma un samaritano, cioè uno scismatico rispetto alla religione ufficiale, per di più mercante, e si sa che i mercanti non sono particolarmente sensibili a problemi dottrinali. Questo scomunicato si prese cura di quel povero disgraziato, lo curò per quanto gli fu possibile, lo portò nel paese più vicino, diede all’oste del denaro perché fosse curato, e si impegnò anche finanziariamente per possibili cure future. Questa parabola è praticamente una implicita sconfessione della fede come elemento discriminatorio, ed è per contro l’esaltazione della carità.
Nel novantanove per cento dei casi si riceve la fede non per grazia di Dio, ma per eredità. Chi nasce da genitori cattolici, ha buone probabilità di essere battezzato secondo il rito romano, di essere avviato al catechismo, di fare la prima comunione, la cresima, di sposarsi con rito cattolico e di riposare, da morto, in un cimitero cattolico. La stessa sorte toccherà – mutatis mutandis – al protestante, all’ortodosso, all’ebreo, al musulmano. Da questi binari tracciati dalla società è difficile uscire. Ecco perché tutte le religioni, dico tutte, si affrettano ad iscrivere nei propri registri i bambini appena nati, a condizionarli, a plagiarli, a raccontare loro delle favole come se fossero verità eterne, a far loro credere che la loro religione è quella vera e giusta, l’unica riconosciuta da Dio. Bisogna anche aggiungere che nei paesi evoluti, nelle grandi città è possibile cambiare religione o non praticarla più, insomma liberarsi da quel condizionamento infantile, ma nei paesi più arretrati culturalmente e nelle cittadine di provincia è pressoché impossibile fare questa abiura. Ne va, a volte, della vita. Se noi europei godiamo – adesso – di una certa libertà procurataci dai pensatori e filosofi libertini dei tre ultimi secoli, non va dimenticato che presso altre società l’abbandono della fede è considerato un delitto molto grave, punibile addirittura con la lapidazione.
Naturalmente l’abiura delle altre religioni è incoraggiata e molto raccomandata, mentre è vituperata quella della propria religione. Ancora adesso i musulmani proibiscono il matrimonio tra un infedele e una donna musulmana, a meno che l’aspirante marito non si converta alla legge del Corano. Furbetti, non c’è che dire…Anche la Chiesa cattolica pone mille difficoltà ai matrimoni misti, temendo che i figli che nasceranno non siano poi educati nella religione cattolica. Ognuno bada ai propri interessi, approfittando del fatto che il pargoletto oggetto della contesa non può parlare, non può dire la sua.
Dunque la fede non è, come ipocritamente si suol dire, un dono di Dio, o un’adesione spontanea e ragionata a un determinato credo religioso, ma è un’imposizione, un vestito che ti mettono addosso quando ancora non sei in grado di discernere il bene dal male. Devi essere cristiano perché sei nato da genitori cristiani, devi essere ebreo perché nato da genitori ebrei, e questo discorso vale per tutte le religioni, senza eccezioni. Vale sempre l’aberrante principio cuius regio, eius religio, nella variante cuius genitores, eius religio. E’ vero che si può cambiare, e che tanti sono effettivamente trasmigrati da una religione all’altra, ma è anche vero che percentualmente pochissimi cambiano, e ognuno si tiene la sua religione o per forza d’inerzia, o perchè la qualifica di apostata che prontamente ti viene affibbiata non è molto simpatica. Così come si impara spontaneamente la lingua materna, ed è difficilissimo in seguito perderne l’accento, così è difficilissimo in età adulta liberarsi dai condizionamenti, dai tabù, dalle paure imposte dalla religione succhiata col latte materno. Che valore assoluto abbia allora la fede, è una cosa tutta da discutere visto che dipende in gran parte dai genitori che, involontariamente, abbiamo avuto. Viceversa è autentica e degna di rispetto la fede di colui che, educato senza condizionamenti religiosi, in età di ragione scelga di aderire a un determinato credo, accettandone i relativi precetti.
Diceva Cicerone libenter homines id quod volunt credunt, gli uomini credono volentieri a quelle cose a cui vogliono credere. E’ significativo e divertente il seguente fatterello realmente avvenuto.
Sulle colline di una cittadina del Piemonte c’è una zampillante polla di acqua sorgiva dedicata a S. Caterina. Gli abitanti della città e dei paesi circonvicini le hanno sempre attribuito proprietà diuretiche, depurative, tonificanti, febbrifughe, decongestionanti, e chi più ne ha più ne metta. Insomma era ed è una fonte miracolosa, quasi una fontana dell’eterna giovinezza. Per secoli la gente vi si è recata con damigiane, taniche, fiaschi e bottiglie per fare rifornimento, traendone grande giovamento e soddisfazione. Quando gli ufficiali dell’Unità Sanitaria Locale competente vollero analizzare quest’acqua per verificarne la potabilità, scoprirono con stupore che era inquinata, assolutamente non bevibile. Subito apposero sopra la fonte un cartello con su scritto “Acqua non potabile”. Non passò un giorno che il cartello fu strappato e la gente continuò imperterrita a rifornirsi. Gli ufficiali sanitari rimisero altri cartelli che fecero la stessa fine. Fu deciso allora di ripetere l’avviso su di una tavoletta di legno, e non passò molto che la tavola fu asportata. Murarono infine una targa di marmo, e questa fu ben presto rotta a martellate. Insomma la gente voleva continuare a bere indisturbata quell’acqua miracolosa, e mal sopportava che quei perdigiorno dell’U.S.L. continuassero a denigrarla con i loro cartelli. E difatti le autorità sanitarie, scoraggiate, lasciarono che la gente bevesse quel che voleva. Il fatto è assolutamente autentico, e mi fu raccontato dallo stesso ufficiale sanitario.
Altro fatterello, di cui si occuparono a suo tempo i giornali nazionali.
Il papa Paolo VI nominò una commissione pontificia di storici ed eruditi cattolici perché facesse un po’ di pulizia nel martirologio cristiano, dove figuravano doppioni, falsi, santi mai esistiti o di cui non si aveva nessuna notizia certa, personaggi che santi non erano affatto, e via dicendo. Tra gli epurati ci fu nientemeno che San Gennaro, sì, proprio San Gennaro il cui sangue si liquefa annualmente a Napoli. Poco mancò che in questa città non succedesse una rivoluzione per l’affronto fatto da quel papa meneghino a un santo che è carne e sangue di Napoli, e sui muri della cattedrale comparve la scritta – ripresa dalle televisioni di tutto il mondo – “san Gennà, futtetenne”, san Gennaro, frégatene!, quasi a consolare l’amato protettore per quel tentativo di cancellazione. Davanti alla sanguigna reazione dei napoletani Paolo VI fece cadere il discorso, lasciò che i napoletani continuassero a credere a chi volevano e capì che non sempre è saggia e priva di pericoli la ricerca della verità. Episodi come questo potrebbero essere citati a migliaia, a conferma del fatto che non è vero ciò che è vero, ma è vero ciò che noi vogliamo che sia vero, anche contro l’evidenza.
Stesso discorso per la sindone di Torino. Imprudentemente l’arcivescovo di Torino card. Ballestrero inviò a vari istituti universitari del mondo intero dei frammenti della sindone, affinché ne analizzassero la composizione e ne confermassero l’autenticità. Mal gliene incolse perché tutti questi istituti, senza sapere l’uno dell’altro, risposero che quella stoffa, sottoposta alle più accurate analisi con il carbonio 14, poteva risalire al 1400 circa, anno più anno meno, e quindi non poteva aver avvolto il corpo di Cristo. Subito gli scienziati di parte cattolica insorsero per confutare quanto appurato dalle Università di tutto il mondo, il fatto fu dimenticato e la sacra sindone è tuttora oggetto di devozione.
Libenter homines id quod volunt credunt, come volevasi dimostrare.
Se per varie circostanze storiche non fosse sorto
a tempo opportuno un sistema burocratico
religioso con funzione politica, oggi della fede cristiana
non rimarrebbe neanche la traccia…
Robert Musil, L’Uomo Senza Qualità (cap. 91)
Certamente la figura di Cristo è affascinante, la sua predicazione è accattivante. Anche chi non crede non può non essere incantato dalle sue parole, dalle sue parabole, dalla forza penetrante della sua personalità. Ma non penso che il predicatore di Nazareth sia il figlio di Dio. Penso che su di lui sia stata ricamata tutta una letteratura esaltante dai suoi discepoli, i quali fecero a gara, magari in perfetta buona fede, per descrivere le sue gesta vere o presunte; certamente ingigantite, fenomeno, questo, che capita sovente a chi diventa un mito: la tradizione, la credenza popolare finisce con l’attribuirgli delle imprese strabilianti che non sono vere, ma verosimili, e con il trascorrere degli anni finiscono col diventare vere. Io condivido appieno l’opinione di chi, come Harold Bloom, sostiene che Yoshua (il predicatore di Nazareth), Gesù Cristo (il personaggio costruito dalla teologia paolina) e Yahvè (il Dio della Bibbia) sono tre personaggi assolutamente diversi e incompatibili. Soprattutto appare stridente il confronto tra Yoshua (ma chiamiamolo pure Gesù, per semplificare le cose) e suo padre Yahvè. L’uno predica amore, tolleranza, bontà, (vedi il poetico discorso delle beatitudini), l’altro appare come un padrone giusto ma spietato, sanguinario, che in certi episodi sembra essere stato il maestro di Hitler. Se è vero Yahvè, non si capisce da dove sia sbucato Gesù; se invece dobbiamo credere a Gesù, non rimpiangiamo certo suo Padre. Se è vero che Gesù Cristo è la seconda persona della Trinità, se è vero che Yahvè era il mandante di tutti quei genocidi compiuti dagli ebrei per conquistare la terra promessa, bisogna anche ipotizzare che tra Padre e Figlio i rapporti debbano essere stati, nel corso degli infiniti secoli, alquanto tempestosi. Il che, naturalmente, è un controsenso.
A mio parere, quindi, sempre a mio modesto parere, nessuna figliolanza divina: Gesù Cristo fu un uomo come tutti noi, anche se costituì una figura di grande spessore, equiparabile a Socrate, a Confucio, a Buddha, a Gandhi. Come buona parte degli uomini di straordinaria levatura morale, fece una brutta fine, perché dava fastidio al potere costituito, ai moralisti. Il grande pensatore inglese Bertrand Russell elaborò, tra il serio e il faceto, una intrigante teoria, secondo cui esistono, nell’universo, altri mondi abitati, abitati per l’appunto da individui seri, ragionevoli, pacifici. Quando, per un errore della natura, tra loro compare un pazzo, un violento, un attaccabrighe, essi lo spediscono sulla Terra, che sarebbe il loro manicomio. E difatti sono sotto gli occhi di tutti gli orrori che si susseguono ininterrottamente sulla Terra da che mondo è mondo, nonostante i teologi ci assicurino che è la Provvidenza a regolare le vicende umane. Succede però a volte - molto di rado, in verità – che essi (i saggi abitanti di altri pianeti) si sbaglino, e mandino nel manicomio-Terra degli esseri normali, sensati, amanti del bene e della pace, come Cristo. Cosa succede allora a costoro, che sono sani ma mandati per errore in manicomio? In manicomio (= Terra) non vengono riconosciuti e accettati, (se no xe mati no li volemo) e perciò vengono regolarmente messi a morte perché non riconosciuti uomini come gli altri. Socrate, Gesù Cristo, i primi cristiani martirizzati, Giordano Bruno, Gandhi, Martin Luther King, Kennedy, padre Puglisi, Falcone e Borsellino e tantissimi altri, con la loro fine violenta, confermano questa teoria. Ovviamente qui si tratta di un’idea scherzosa e paradossale che non è da prendere sul serio, però potrebbe spiegare molte cose.
Una teoria simile, ma più fondata, espresse Leone Tolstoj nel capitolo quarto del romanzo I fratelli Karamazov; (Il grande inquisitore). Egli immagina che Gesù Cristo, ricomparso sulla terra, e precisamente in Spagna in pieno periodo di Controriforma, venga riconosciuto e gettato in carcere dal grande Inquisitore perché, onesto, idealista e utopista com’è, porta agli uomini più problemi che felicità, mentre la Chiesa, rappresentata per l’appunto dal cardinale inquisitore, quale madre misericordiosa che comprende a fondo l’umana miseria, sa consolare, consente agli uomini un certo margine di peccato per poterli poi perdonare e accattivarsi la loro simpatia.
Chiusa questa parentesi semiseria, torniamo all’argomento.
1. - Il nocciolo del problema è tutto qui: la divinità di Cristo. Per molti egli è il figlio di Dio mandato da suo Padre sulla terra per redimere l’umanità, riparare i danni prodotti dal peccato originale e riaprire all’uomo le porte del paradiso. Tutti vantaggi teorici, eterei, opinabili, indimostrabili, invisibili, impalpabili. Sarebbe stato bello che a questi vantaggi evanescenti fosse stato abbinato anche un solo vantaggio pratico e visibile, come ad esempio la scomparsa di tutte le malattie, oppure il venir meno di quella stupida aggressività umana che origina le guerre, oppure qualsiasi segno tangibile che facesse capire a tutti, anche ai Mongoli e ai Maya, ai Boscimani come ai Caldei, ai Visigoti come ai Greci, agli Egizi come ai Galli, che era successo qualcosa di strabiliante, e cioè che il Figlio di Dio era sceso sulla terra per riconciliare l’uomo con il Creatore. Gli angeli che alla nascita di Cristo andarono ad avvertire dell’avvento del redentore alcuni pastori che dormivano nelle vicinanze della capanna, avrebbero potuto attivarsi a maggior ragione, avvertendo tutto il mondo, non solo quella dozzina di pecorai. Praticamente, come ho già detto in precedenza, di questa redenzione nessuno si accorse all’infuori di quella ristrettissima cerchia di discepoli (cento, cinquecento, mille persone al massimo) ai quali noi dovremmo credere sulla parola. Ma allora perché non dovremmo credere anche ai discepoli di Buddha, di Confucio, di Maometto, ( e un’infinità di altri profeti e predicatori) i quali hanno enunciato dei concetti diversi ma non meno nobili?
A me sembra che il Figlio di Dio, scomodatosi dal Paradiso per venire a soffrire un atroce supplizio su questa terra allo scopo di redimere l’umanità, avrebbe dovuto essere più convincente non solo nei riguardi del popolo ebreo (per i quali non fu affatto convincente), ma nei riguardi di tutta l’umanità (perché per tutta l’umanità era venuto), mentre ancora oggi ci sono miliardi di persone che non hanno mai sentito parlare di questo Salvatore che li avrebbe salvati solo a parole. E’ logico chiedersi: ma allora che cosa è venuto a fare? è venuto solo per qualcuno? che significato ha la sua apparizione su questa terra se ne sono venuti a conoscenza solo alcuni? e tutti gli altri popoli non battezzati appartengono ad una razza inferiore?
I primi teologi cristiani dovettero affrontare uno spinoso problema: se anche Gesù Cristo è Dio, va in crisi il monoteismo, tratto peculiare e irrinunciabile della religione ebraica. Fu così inventato il dogma della Trinità che non significa – secondo loro - tre Dèi, ma un solo Dio in tre Persone. L’ingegnosità dei teologi è veramente stupefacente. Per ammettere Gesù al rango di Dio, bisognava inventare anche una terza persona (omne trinum est perfectum), ed ecco lo Spirito Santo (di cui mai nessuno aveva sentito parlare in precedenza) a completare la Triade.
Insomma per far posto a Gesù Cristo nell’empireo divino fu inventato il dogma della Trinità, fino ad allora completamente sconosciuto. Che poi, a ben vedere, la Triade divina sarebbe in realtà composta da una Quaterna, perché bisogna aggiungere Maria di Nazareth, madre di Gesù, la quale è invocata, pregata, venerata molto più di Dio Padre, dello Spirito Santo e dello stesso Gesù messi insieme. So bene che i teologi insorgeranno dicendomi che solo a Dio è riservata l’adorazione, ai santi è dovuta la dulìa e a Maria l’iperdulìa, ma questi sono termini artificiosi che non dicono nulla: sta di fatto che per ogni preghiera rivolta allo Spirito Santo, ce ne sono mille rivolte alla madre di Gesù. E’ innegabile che se non in teoria, almeno nella pratica la Madonna è molto più venerata che non Dio stesso: basta contare i santuari a Lei dedicati.
Una teoria molto interessante (e anche originale) a favore della divinità (io direi genialità) di Cristo l’ho trovata nel libro Inchiesta sul Cristianesimo di Vittorio Messori. In una intervista a Ida Magli egli sottolinea come questo audace predicatore abbia molto smitizzato, ridimensionato i rigidi precetti della legge ebraica, formalistici e anche un po’ ipocriti, sull’osservanza del sabato, sulla concezione del puro e dell’impuro, sulla considerazione del ruolo della donna. Dire a degli ebrei ortodossi che il giorno dedicato a Dio è sì importante, ma che la sua osservanza non deve rovinarci la vita; che la purezza dell’uomo non resta intaccata da ciò che egli vede o mangia, ma da ciò che egli fa e pensa; che la donna è un essere vivo e pensante e non soltanto una fattrice, voleva dire sfidare apertamente i dettami della Torah. Non per nulla i vecchioni del Sinedrio gliela fecero pagare cara decretando la sua morte.
Onestamente Messori sottolinea che la Chiesa, che si dice fondata da Gesù Cristo, recuperò in parte nel corso dei secoli questi formalismi retrivi denunciati dal suo fondatore, (l’ossessione del sesso, l’esclusione della donna dal sacerdozio e dalle leve di comando, una certa rigidità formale della liturgia, ecc.) travisando e vanificando in parte il pensiero del Maestro. Aggiungerei ancora che Cristo non si fa un problema di conversare a tu per tu con una prostituta samaritana, e in questa occasione enuncia un’altra delle sue stupende dissacrazioni: non c’è alcun bisogno di adorare Dio in questo o quel Tempio, in quella Moschea, in quel Santuario o in quella Basilica: bisogna adorare Dio nel proprio cuore, in spirito e verità. Il che se da un lato fa rifulgere la forza liberatrice di questo profeta di Israele, dall’altro pone in risalto la tendenza inarrestabile delle chiese in genere a rifugiarsi nel rituale, nel pensiero preconfezionato, nel formalismo come scudo protettivo per dormire sonni tranquilli..
Tuttavia, a mio parere, queste originali “discontinuità” non sono sufficienti per autorizzarci a pensare a lui come a un Dio.
Sempre a mio modesto parere, i discepoli di Cristo deificarono, anche se in buona fede, il loro defunto maestro, rielaborarono, amplificandolo, il suo insegnamento e le sue gesta, si impossessarono del patrimonio biblico del Vecchio Testamento per adattarlo e interpretarlo come preparazione alla venuta di Cristo. Tutti gli scritti profetici di qualsiasi religione sono adattabili a qualsiasi tesi; basti dire che persino il pagano Virgilio, per alcune sue affermazioni, fu da alcuni ritenuto un inconsapevole profeta dell’avvento di Gesù. C’è anche chi sostiene la tesi che la verità dei vangeli - i quali, come si sa, furono scritti parecchi decenni (se non addirittura qualche secolo) dopo la morte di Gesù, non da discepoli diretti, ma da discepoli di discepoli - questa verità fu malleata perché corrispondesse alle allusioni dei profeti di Israele, specialmente di Isaia. Per un verso Cristo fu adattato alle Scritture, per l’altro le Scritture furono adattate a Cristo; e difatti l’Antico Testamento degli ebrei non sempre combacia con l’Antico Testamento dei cristiani, come acutamente sostiene il già citato Bloom.
2. - A mio parere il grido disperato di Cristo morente è molto significativo: “Padre, perché mi hai abbandonato?”. Gli esegeti corrono subito ai ripari per spiegare che in questo grido rifulge la profonda umanità di Cristo. A me pare che non ci sia nulla da spiegare. Questo grido straziante esprime tutta la delusione di un uomo che si era illuso di avere un rapporto speciale con Dio, di essere da Lui protetto e benvoluto, e che vede tragicamente svanire tutte le sue illusioni. Giustiziato come un malfattore. Se Cristo fosse stato Dio non avrebbe potuto pronunciare quella frase. Un Dio fatto uomo, perfettamente consapevole del destino che l’attendeva, non doveva meravigliarsi di una sorte che egli già conosceva prima di tutti i secoli.
Come interpretare poi l’altra frase – consummatum est – non meno significativa? Non sono un esperto in aramaico e pertanto non so dare una traduzione precisa al verbo originale usato: la mia interpretazione propende per “tutto è finito, la mia vita è chiusa, giù il sipario, la mia opera è fallita” mentre gli esegeti cristiani interpretano come: “la mia opera è compiuta, ho adempito a ciò che era nelle Scritture, ho fatto il mio compito”. In ogni caso dà l’idea di una pagina che tristemente si chiude, mentre, se era vero che Cristo aveva compiuta la redenzione del genere umano, a mio parere doveva dare l’idea di una pagina, di una fulgida pagina che si apriva. Pur negli indicibili tormenti che l’affliggevano, quest’uomo-Dio avrebbe dovuto mandare in quel momento – ed era l’occasione imperdibile per farlo - un messaggio forte ed esplicito di redenzione, di speranza, di incoraggiamento, direi quasi di felicitazione, di congratulazione al genere umano. “Io sacrifico la mia vita ma voi siete salvi; io ho sofferto, ma sono contento di avervi aperto la strada della salvezza eterna”.
L’impressione che se ne ricava è invece quella di un fallimento completo. I discepoli, sua madre compresa, sono al massimo dello scoramento e danno l’impressione di volersi disperdere o nascondere. Maria che sapeva o avrebbe dovuto sapere come stavano realmente le cose, avrebbe dovuto sostenere i fedelissimi, ma questo non risulta né dai Vangeli né dagli Atti degli Apostoli.
3. – Gesù di Nazareth è realmente risorto dalla morte? San Paolo ne fa una questione fondamentale: se Cristo non è risorto, la nostra fede è del tutto inconsistente, e ha ragione, perché la resurrezione costituirebbe l’atto finale, il compimento di tutta una vicenda che era cominciata agli albori dell’umanità.
Intendiamoci, non è la resurrezione in sé che fa scandalo, perché chiaramente a Dio nulla è impossibile, ma la modalità con cui essa è avvenuta alimenta i sospetti più maliziosi.
Ragioniamo: se Cristo prima del Calvario aveva lo scopo di diffondere il suo mirabile insegnamento, dopo la sua risurrezione doveva convincere l’umanità intera della sua natura divina. E invece dopo essere risorto, Gesù vive in clandestinità, lesina le sue apparizioni persino ai suoi discepoli, sembra quasi che abbia paura della folla che aveva voluto la sua morte, dei legionari romani, delle guardie del Sinedrio. Di chi doveva aver paura l’uomo-dio che aveva sconfitto la morte? Semmai erano gli altri che dovevano avere paura di lui. Questo understatement è molto strano e autorizza una miriade di sospetti. Un uomo che risorge dalla tomba - e scusate se è poco – dà una dimostrazione chiara e incontestabile della sua natura divina: contra factum non valet argumentum. Presentandosi a Pilato – che sarebbe quasi morto dallo spavento… – avrebbe dato un suggello legale alla sua resurrezione. Pilato, da zelante funzionario dell’impero, avrebbe fatto rapporto a Tiberio, riferendo di aver sicuramente messo a morte un uomo col supplizio della croce, ma quell’uomo tre giorni dopo gli era comparso vivo e vegeto davanti agli occhi. Tiberio avrebbe mandato un ispettore in Palestina col compito di appurare se il fatto era vero o se Pilato era da destituire perché non più in possesso delle facoltà mentali. In tal modo il mondo intero avrebbe saputo in modo ufficiale e inequivocabile che un Uomo-Dio era sceso sulla terra, aveva insegnato l’amore e la non violenza, era stato messo ingiustamente a morte, riscattando però in tal modo tutta l’umanità, e infine era risorto. Un modo di procedere chiaro, semplice e ragionevole. E invece no: l’Uomo-Dio si dà quasi alla macchia, appare e scompare, non fa sapere a nessuno – se non a pochi infatuati di lui e quindi di scarsa credibilità – della sua nuova esistenza. Questo comportamento è molto sospetto e poco credibile. La testimonianza scritta di Pilato o di un ispettore dell’impero sarebbe stata tanto più probante in quanto proveniva da un notaio completamente estraneo al mondo ebraico. Se gli apostoli ci dicono che Gesù è risorto, noi possiamo anche pensare che abbiano avuto le travèggole perché infatuati dall’amore per il loro maestro o perché fuorviati dalle loro aspettative messianiche, o perché era per loro difficile rassegnarsi alla scomparsa del loro idolo, ma se questa risurrezione ci fosse stata certificata da un funzionario pagano, che in precedenza sapeva a malapena dell’esistenza del popolo ebraico, allora le cose sarebbero state diverse.
Perché Gesù Cristo, avendo una poderosissima carta da giocare, ha rinunciato a giocarla? Perché non si è semplicemente fatto vedere dalla folla, quella stessa folla che lo aveva prima osannato, e poi condannato alla crocifissione? Si dice, giustamente, che un fatto vale mille parole; ebbene, la sola comparsa del redivivo Cristo per le strade di Gerusalemme assieme ai discepoli avrebbe avuto una forza deflagrante superiore a quello della bomba atomica (in senso buono, s’intende…). Questo strano comportamento minimale, questo understatement, questo non aver voluto sfruttare, a fine di proselitismo, la vittoria (e che vittoria!), puzza tanto di mistificazione. Non voglio dire che gli apostoli siano stati degli imbroglioni, ma, da come si sono svolte le cose, è molto probabile che essi stessi siano rimasti vittime di qualche discepolo troppo zelante che abbia trafugato il cadavere. Non sarebbe stata la prima volta né l’ultima che un cadavere fu sottratto alla tomba per gli scopi più diversi. Probabilmente l’amore per il loro maestro fece poi sì che credessero a ciò che ardentemente desideravano: libenter homines id quod volunt credunt.
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Stabat Mater dolorosa, iuxta crucem lacrimosa
Dum pendebat filius.
Cuius animam gementem, contristatam et dolentem,
pertransivit gladius.
La madre piangeva presso la croce da cui pendeva suo figlio,
e la sua anima afflitta, triste e straziata era come trafitta da una spada.
Jacopone da Todi
Non si può parlare di questa donna senza esprimerle il più accorato rispetto, senza esternarle la più sentita simpatia umana, ma non per la sua pretesa immacolata concezione, non per la sua inutile e contestata verginità, non per la sua dubbia assunzione in cielo. Io ho un altissimo rispetto per Maria di Nazareth perché soffrì quanto di più orribile possa soffrire una donna, e cioè assistere di persona al martirio del frutto delle proprie viscere. Gli sputi in faccia, la flagellazione, la crocifissione del figlio devono essere stati qualcosa di indicibile, aggravati dal fatto che quel poveretto era innocente. Sì, perché se la madre di un criminale indubbiamente soffre nel vedere suo figlio giustamente punito dalla legge, la madre di un innocente soffre il doppio.
Fra tutti i titoli poetici e immaginari che le vengono attribuiti a sproposito nelle litanie (turris eburnea, domus aurea, stella matutina e tanti altri che non vogliono dire assolutamente niente) l’unico vero, appropriato è quello di regina dei martiri, perché il martirio di una madre che assiste ai supplizi inferti al figlio tanto amato deve essere qualcosa di spaventoso, qualcosa che supera la capacità di sofferenza umana.
Dopo questa doverosa premessa, veniamo ai fatti. Di lei sappiamo quasi niente, salvo quel poco esposto nei vangeli. Ogni tanto si sente dire che il tale è il più grande “mariologo” a livello italiano o mondiale, e la cosa è alquanto ridicola, perché di Maria di Nazareth si sa pochissimo, quasi nulla sul piano storico, e si sa moltissimo, fin troppo, sul piano dell’invenzione. E su questo piano i teologi si sbizzarriscono, giocano a chi le spara più grosse, tanto che per lei si è inventato il termine di iperdulia, che sta a metà strada tra la venerazione, che è dovuta ai santi, e l’adorazione, che è dovuta a Dio. Perfino Dante nel XXXIII canto del Paradiso si lancia nelle metafore e nelle invenzioni retoriche più sperticate nei confronti di lei, asserendo addirittura (e chissà come avrà fatto a saperlo) che se uno vuole una grazia da Dio e non passa per Maria, sta fresco, la grazia può sognarsela.
Vorrei solo fare una piccola osservazione, che può sembrare blasfema, ma che è innegabile.
Tutte le volte che Cristo ha a che fare con sua madre, la tratta in modo sgarbato, indisponente. Dodicenne, si sottrae alla sorveglianza dei genitori per discettare su problemi teologici con i dottori del tempio, senza avvertire nessuno. Sapeva tutto, ma non sapeva quale straziante senso di colpa possono provare i genitori se perdono il loro figlio.Quando Maria e Giuseppe, comprensibilmente preoccupati, lo rintracciano, dà una risposta alquanto saccente e irritante: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo prima fare la volontà del Padre mio?” Sì, d’accordo, ma un preavviso non ci sarebbe stato male.
Alle nozze di Cana, siccome Maria gli fa notare che quei poveri sposi hanno esaurito il poco vino che avevano, dà una risposta che non è il massimo della buona creanza: “Che c’è fra me e te, o donna?”, come a dire “di che cosa ti impicci?” E’ pur vero che poi il miracolo della trasformazione dell’acqua in vino lo fa lo stesso, almeno a quanto ci riferisce Luca, ma l’impressione che trattasse sua madre – come spesso fanno i figli troppo amati – come una pezza da piedi, rimane.
Una volta che Gesù predicava in quel di Cafarnao; i discepoli gli riferirono che fuori c’era sua madre e i suoi fratelli che lo cercavano. Anche in questa occasione, la risposta non è delle più dolci: “Chi è mia madre? Chi sono i miei fratelli? Chi fa la volontà del padre mio, questi è mia madre, questi sono i miei fratelli”. Pare quasi di capire che la madre e i fratelli si vergognassero di quel loro parente che si era messo a fare il profeta, e fossero venuti per riprenderselo e portarlo a casa, e questa intromissione materna fosse seccante per lui. Solo prima di morire, sul patibolo della croce Gesù Cristo si preoccupa di sua madre, affidandola al suo discepolo prediletto, ma ormai aveva perso ogni baldanza.
Che Maria abbia assunto presso i cristiani, a sua insaputa, quel ruolo che per tutti i popoli assumevano le varie divinità femminili, mi pare fuor di dubbio. Dea della maternità, della fertilità, dell’abbondanza, soccorritrice misericordiosa in ogni evenienza, guaritrice di tutti i mali (salus infirmorum), protettrice degli studiosi (sedes sapientiae) eccetera. Quante cose sapeva fare questa sfortunata donna ebrea – quasi certamente analfabeta - di cui non abbiamo che poche e scarne notizie; viene da pensare che le magnificazioni delle sue mirabolanti virtù siano inversamente proporzionali a ciò che si conosce della sua vita.
Una considerazione a parte meritano le sue cosiddette apparizioni. Se sappiamo pochissimo della sua vita, in compenso sappiamo che è apparsa molto frequentemente a una moltitudine di gente. Per qual motivo Maria sarebbe apparsa a tanta gente nel corso dei secoli? A quanto pare per lanciare dei messaggi, delle ammonizioni, per mettere in guardia contro il peccato, per invitare alla penitenza. Come in uno specchio, possiamo vedere la mentalità povera e infantile di tanti pastorelli, serafiche suorine, austeri monaci, riflessa nelle esortazioni scontate e miserelle attribuite a Maria: pregate, fate penitenza, recitate il rosario, consacrate il mondo al mio cuore immacolato, mio Figlio manderà terribili castighi all’umanità se non cambierete strada, e via di questo passo. Sempre la stessa solfa di Lourdes e di Fatima. Insomma l’umanità era ed è afflitta da immani catastrofi come guerre, pestilenze, malattie, inquinamento, deportazioni, sofferenze indicibili di tutti i generi e di cui tutti siamo a conoscenza, e la Madonna si scomoda dal paradiso per venirci a dire di fare penitenza e di recitare il rosario, ma non risulta che nei più drammatici della vita il rosario abbia allontanato i pericoli incombenti. Durante la II guerra mondiale, quanti rosari sono stati recitati nei rifugi antiaerei, al fronte, nelle prigioni, ma ciò non ha impedito che a fine guerra si contassero venti milioni di morti. Sembra quasi una presa in giro. E poi un ammonimento generico e collettivo non serve assolutamente a nulla, come quando il professore entra in classe e dice: siete stati indisciplinati, e per questo appioppo un quattro sul registro a tutti quanti. Roba vecchia.
Dicono che la Madonna è apparsa a Medjugorje ad un gruppo di giovani. Ho letto un libro dedicato all’argomento e una presunta frase di Maria mi ha particolarmente e negativamente colpito. Siccome il vescovo di Mostar, nella cui giurisdizione si trova Medjugorje, era molto scettico su queste pretese apparizioni, la Madonna indirettamente lo ammonì in modo alquanto indispettito: ”Il vescovo sbaglia a comportarsi così e per questo sarà punito”. Dunque la Madonna delegittima il vescovo, cioè il rappresentante canonicamente costituito di suo Figlio, il quale vescovo coscienziosamente procede con i piedi di piombo, e il fatto di minacciarlo per aver compiuto il suo dovere mi sembra molto scorretto. Ma era veramente la Madonna a parlare così, oppure quella frase poco avveduta era il frutto del risentimento dei cosiddetti “veggenti”? Basterebbe questa frase a far dubitare fortemente dell’autenticità di queste apparizioni. Stupisce il fatto che nessuno dia peso a questa mancanza di stile.
Che fine hanno fatto le famose tre profezie di Fatima? Una profezia, per meritare questo nome, dovrebbe essere precisa e circostanziata, altrimenti è un tirare a indovinare su avvenimenti nebulosi e scontati, alla maniera di Nostradamus. Tutte le profezie , con un po’ di buona volontà, si avverano, perché non c’è nulla di nuovo sotto il sole, e guerre, terremoti e genocidi puntualmente si verificano ogni anno, non c’è bisogno di predirli. Quel che manca sono i dati precisi, come il giorno, il mese e l’anno. Ricordo che nel 1960 tutti quanti si aspettavano chissà quali catastrofi predette, per l’appunto, dai pastorelli di Fatima, ma nel 1960 non successe assolutamente nulla al di fuori dell’ordinaria amministrazione di ogni anno. Era stato predetto anche che la Russia, dopo essere stata consacrata al cuore immacolato di Maria, si sarebbe convertita. Pio XII, con insospettata ingenuità raccolse l’invito e consacrò la Russia al cuore immacolato di Maria senza che la Russia bolscevica ne sapesse niente, ma la conversione al cattolicesimo tarda a venire, e credo che difficilmente verrà in questo millennio.
Tutto questo discorso per porre in risalto come anche le cosiddette apparizioni della madre di Cristo rientrino nel novero di quelle pretese visitazioni di esseri celestiali che vengono descritte nella letteratura religiosa di tutti i tempi e di tutti i paesi. Le forti emozioni, le intense aspettative giocano un ruolo importantissimo in questi avvenimenti.
per uno scambio di opinioni: aursa33@yahoo.it
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-Lei è ben noto per quell’anticlericalismo
che le ha fatto dire, in un’intervista, “Credo che
molti dei mali che affliggono l’Italia traggano
origine dai preti”. Un personaggio di un suo romanzo
dice: “Non ho mai incontrato un cattolico, e ho quasi 92 anni”.
Un’altra volta uscì nella battuta: “I cattolici italiani?
Non esistono, sono un’invenzione di Gramsci e di Togliatti”.
Da un’intervista di Vittorio Messori a Leonardo Sciascia
Avrei voluto scrivere Esistono i cattolici?, ma per me non fa molta differenza; con grave stracciamento di vesti da parte dei difensori dell’ortodossia, dirò che trattasi di quisquilie, a mio modesto parere. C’è chi crede nell’Eucaristia e chi sostiene che si tratta solo di una cerimonia commemorativa dell’ultima cena, c’è chi crede nell’autorità del vescovo di Roma e chi in quella del metropolita di Costantinopoli, c’è chi accetta tutti i dogmi relativi a Maria e chi li rifiuta. Tutte queste differenze sono questioni di lana caprina che, se non sono riconducibili a una mera questione di potere, hanno lo scopo di mettere in secondo piano il nocciolo dell’insegnamento di Cristo: l’amore.
Da questo riconosceranno che siete miei discepoli, dal fatto che vi amerete gli uni gli altri.
Tutto quel che farete al più povero dei vostri fratelli, l’avrete fatto a me.
Se qualcuno ti invita a fare un miglio assieme a lui, fanne due.
Se stai facendo la tua offerta all’altare, e ti viene in mente che tuo fratello ha qualcosa contro di te,interrompi l’offerta, corri a riconciliarti con tuo fratello. Si noti bene una sottigliezza che a molti sfugge: Cristo non dice e ti ricordi di avere qualcosa contro tuo fratello, ipotesi che egli non prende neanche in considerazione, ma prende in considerazione solo l’ipotesi che sia tuo fratello ad avere rancore verso di te.
Bello, no?
Alla luce dell’insegnamento di Cristo, esistono, sono mai esistiti dei cristiani?
Certamente, nei primi tre secoli della nostra era, quando i credenti in Cristo per la fede si facevano ammazzare. Dopo Costantino, hanno cominciato ad ammazzare gli altri, e allora di cristiano è rimasto solamente il nome.
Sì, se pensiamo a Francesco d’Assisi, a don Bosco, al Cottolengo, a padre Damiano ( l’apostolo dei lebbrosi), a madre Teresa di Calcutta, al dottor Schweitzer. a Gino Strada (che magari non sa neppure di essere cristiano), all’abbé Pierre, alle due Simone.
Sì, se pensiamo ai molti missionari e missionarie che dedicano la loro vita al servizio dei reietti, dei lebbrosi, delle persone affette dall’Aids, degli immigrati, in Italia o nel terzo mondo, senza alcuna ambizione si carriera
Sì, se pensiamo a quanti – laici o religiosi – gestiscono mense parrocchiali, oppure operano in tantissime altre strutture di volontariato.
Poi ci sono tutti gli altri, che sono cristiani in quanto battezzati, ma sarebbero stati indifferentemente ebrei o musulmani, buddisti o shintoisti se solo fossero nati in altri paesi, da altri genitori. Cristiani per caso. E in fondo tutti hanno diritto alla mediocrità, non si può pretendere che tutti facciano gli eroi. In gran parte sono gente tranquilla, pacifica, normale (evviva la normalità!), amante del quieto vivere. E non ne parlo affatto con commiserazione, perché in fondo gente simile possono essere i nostri genitori, i parenti, i vicini di casa, i nostri amici, i colleghi di lavoro. Magari tutti gli uomini fossero tranquilli e normali…
Ma sono cristiani così come sono spagnoli o norvegesi, peruviani o senegalesi.
Richiamo solo l’attenzione su due episodi del tutto secondari, ma non per questo meno significativi
In pieno medioevo, i Comuni italiani erano in perpetua lotta fra loro. In una breve guerra locale fra le città di Assisi e Perugia, il giovane Francesco – il futuro San Francesco d’Assisi – cadde prigioniero dei perugini, e gli fu risparmiata la vita solo perché apparteneva a una famiglia facoltosa, e difatti suo padre pagò il riscatto e potè riportarlo a casa. Tutti gli altri prigionieri furono regolarmente sgozzati, secondo la norma di quel tempo, e nessuno trovò la cosa fuori della norma. Un episodio del tutto marginale e insignificante della storia d’Italia. Perché l’ho riportato allora? Per far notare come anche nel cristianissimo medioevo, nelle religiosissime città italiane l’odio e la barbarie erano la norma. Ovviamente le stesse cose avvenivano in tutta l’Europa sedicente cristiana.
Tutti conosciamo, per averla studiata sui banchi di scuola, la raccapricciante vicenda del conte Ugolino, chiuso insieme ai figli in una torre e lasciato morire di fame. Pensiamo per un momento con quale fervore religioso i Pisani del XIII secolo prendevano parte ai quaresimali, ai riti della settimana santa, alle processioni, alle feste patronali, con quale assiduità assistevano alle messe e ai vespri domenicali, quale attaccamento fanatico avevano ai loro santi. Con tutta questa esaltazione trovavano poi del tutto normale rinchiudere in una torre un uomo politico caduto in disgrazia insieme ai figli innocenti e lasciarli morire di fame con sadico compiacimento. Episodi come questo erano frequentissimi nella cristianissima Italia di quei tempi.
Che senso ha allora parlare di Europa cristiana? Quando mai l’Europa è stata cristiana, dato e assodato che le nazioni europee da tempo immemorabile si sono sempre dilaniate fra di loro?
Esistono, l’abbiamo visto, tantissime personalità cristiane di alto profilo morale, ma si tratta di individui singoli; il cristianesimo, come fenomeno collettivo, dopo Costantino non è più esistito, come fenomeno collettivo è completamente evaporato.
E qui si pone una grandissima questione.
Non c’è una responsabilità della Chiesa in tutto ciò?
Ragioniamo. Cristo è venuto sulla terra a predicare l’amore e la fratellanza, su questo non c’è dubbio. Non ha inteso sovvertire i precedenti dettami della legge (lo ha detto lui stesso) ma perfezionarli. Avrebbe poi istituito (ma io non ne sono affatto convinto) una Chiesa docente con papi, cardinali, vescovi e sacerdoti perché fossero custodi e interpreti del suo insegnamento e costituissero una guida costante per il popolo. La domanda cruciale è la seguente: la Chiesa, nel corso dei secoli, ha sempre tenuto presente che l’essenza del cristianesimo era ed è l’amore, il perdono, la tolleranza? Questo è il punto.
Certamente la Chiesa, in venti secoli di storia, non ha mai insegnato espressamente il male; ha sempre tenuto fermo l’insegnamento dei dieci comandamenti, il che non è poco, se si pensa alla barbarie che per secoli ha imperversato in Europa, agli Unni e ai Sassoni, ai Saraceni e ai Lanzichenecchi, alla guerra dei Cento Anni e a quella dei Trent’anni, alle due guerre mondiali, sorvolando su tutto il resto. Ma l’osservanza delle regole basilari del vivere civile (in sostanza, i dieci comandamenti) l’hanno insegnata anche i rabini e gli imam, i monaci buddisti, i seguaci di Confucio.
Quello che avrebbe dovuto essere il tratto peculiare, il distintivo dei cristiani (che siano cattolici, protestanti o ortodossi) e cioè l’amore reciproco, la tolleranza, è completamente mancato, e manca ancora adesso. Se nel XXI secolo non assistiamo più al rogo degli eretici e delle streghe non lo dobbiamo certo alla Chiesa (che l’ha fatto finché ha potuto) ma al nascere della civiltà laica espressa dagli illuministi europei (specialmente francesi) a cominciare dal XVIII secolo.
Se credessimo realmente che qualsiasi favore fatto a un povero – ossia a un extracomunitario, a un affamato, a un malato, a un vecchio abbandonato – sia un favore fatto a Gesù Cristo, noi dovremmo passare la vita a dare la caccia (in senso buono, s’intende) a tutti i miserabili di questo mondo, per essere coerenti con la nostra fede. Alcuni (pochissimi) lo fanno, nella misura delle proprie possibilità, e dimostrano di credere in Cristo. Altri, la stragrande maggioranza dei cristiani (anche praticanti) pensa di essere gradita a Dio perché va a messa ogni domenica, perché rispetta le gerarchie, perché si indigna a causa della presenza di drogati, di extra comunitari, di fracassoni nel proprio quartiere, perché occasionalmente fa un’offerta (senza esagerare) per i poveri della parrocchia, perché vota bene. Insomma il cristianesimo della maggioranza consiste più nell’osservanza di canoni perbenistici che non nell’innamoramento del vangelo. Sono persone che credono di credere, secondo una felice espressione di Gianni Vattimo. Che le cose stiano così è dimostrato dal fatto che in periodo elettorale alcuni uomini politici sedicenti cattolici (anche se divorziati o notoriamente conviventi non con la moglie ufficiale) facciano a gara per farsi ricevere dal papa allo scopo di scroccare una benedizione che certamente farà aumentare i consensi al loro partito. L’ambiguità consiste nel fatto che vengano poi effettivamente ricevuti dal santo padre e che la gente buona e moderata dia poi loro il voto credendo di difendere in tal modo i valori dell’occidente cristiano.
Penso che Gesù Cristo intendesse fondare una religione diversa…
per uno scambio di opinioni: aursa33@yahoo.it
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Come predoni in agguato
è la casta dei sacerdoti.
Osea, VI, 9
L’uomo ha sempre sentito il bisogno di comunicare con Dio, per aprirgli il suo animo, per esprimergli le sue angosce, per chiedere aiuto in un grave pericolo, insomma per una infinità di motivi. E’ innato nell’uomo questo bisogno di appoggiarsi a un'entità sovrumana nei momenti di pericolo e di dolore fisico o morale. Sennonché tra l’uomo e Dio si sono sempre inseriti, in tutti i tempi, degli individui i quali hanno fatto credere di avere un rapporto privilegiato col Creatore, di essere suoi rappresentanti, di avere con Lui un colloquio abituale, di conoscerne il modo di pensare, insomma di essere a mezza strada fra Dio e gli uomini, e questi sono i preti di tutte le infinite religioni che ci sono state, ci sono e ci saranno sulla terra. Il bisogno di aiuto, il terrore dell'uomo davanti al mistero della morte hanno creato la professione del prete.
E' giustificata tale professione?
Penso senz'altro di sì, dal momento che è così diffusa e praticata. Vi è un'infinità di gente angosciata che ricorre al prete perché vuol essere rassicurata, perdonata, consigliata, diretta. Il prete, specialmente il prete cattolico che perdona in nome di Dio, che sa dare, più di altri suoi colleghi concorrenti, la sensazione di possedere la verità, é indispensabile per moltissime persone.
Il prete come psico-terapeuta, il prete come psico-analista a buon mercato di coloro che credono in lui. Ed effettivamente la figura del prete ha assunto, presso la nostra civiltà, un rilievo enorme; non per meriti intrinseci, ma per la posizione sociale che essa storicamente è riuscita a guadagnarsi sfruttando la credulità della popolare. Il prete è necessario come istituzione sociale, come sono necessari, per tanta gente, i presentatori della televisione, i grandi calciatori, i divi del cinema, i maghi che dallo schermo televisivo promettono felicità e numeri sicuri del lotto, i falsi guaritori, i compilatori degli oroscopi, tutti quelli, insomma, che campano sulle paure, le angosce, i desideri, le illusioni degli uomini. A mio parere i preti forniscono allo spirito umano l’equivalente del placebo che i medici forniscono ai malati in determinati casi. E il placebo ha una sua funzione, in molti casi ha una efficacia reale in chi ci crede. Il prete, di qualunque religione sia, dice in sostanza: “Tu hai un grande bisogno di Dio, ma non lo vedi, non lo conosci, non sai come la pensa nei tuoi riguardi, non sai quale destino riservi a te e ai tuoi figli, non sai se ti ha perdonato per i tuoi peccati, e questa ignoranza ti procura una grande angoscia. Io so molte cose su Dio, conosco i libri che egli ha dettato, so che cosa ha detto ai nostri antenati, e se lo prego io, posso farti avere tanti favori da Lui e posso perdonarti a nome suo. Non solo, ma la mia preghiera può far sì che le anime dei tuoi defunti, che probabilmente stanno vagando da qualche parte per le mancanze che hanno commesso, trovino finalmente in Dio la loro pace. Io non ti chiedo nulla in cambio, perché il mio ministero è gratuito, ci mancherebbe altro”.
Ovviamente chi riconosce l’autorità morale del prete, molto spesso si sente in dovere di dimostrare in qualche modo la sua gratitudine per questo sollievo spirituale che riceve, e mette mano al portafoglio.
Entro certi limiti, nulla di male. Non si può impedire che una persona cerchi di esternare materialmente con un dono la simpatia, la gratitudine che prova verso chi ha spalmato del balsamo sulla sua anima martoriata. Al contrario, queste piccole regalie cementano la fiducia e l’affetto reciproco. La mezza dozzina di uova che la contadina offre alla maestra di sua figlia non sono un tentativo di corruzione; bensì il modo che essa ha per dimostrare che apprezza vivamente l’affetto che la maestra nutre verso sua figlia. Chi potrebbe biasimarla per questo?
Ma sarebbe un fatto vergognoso se la maestra pretendesse delle regalie come condizione per promuovere, o per dare un voto superiore a quello realmente meritato alla bambina.
Si dirà: ma la maestra è pagata dallo Stato, e quindi giustamente si può pretendere che non sia mantenuta dai genitori degli alunni. Il prete invece non ha uno stipendio, e in qualche modo deve pur vivere. Ma la maestra fornisce un servizio –ossia le conoscenze basilari della lingua nazionale, della storia, della geografia, della matematica – universalmente accettato e apprezzato da tutti i genitori di tutte le latitudini, mentre il prete fornisce un bene – l’istruzione religiosa – apprezzato solo da chi lo richiede.
E’ vero che il prete in qualche modo deve pur vivere, ma sarebbe bello che il prete, per essere credibile, vivesse del proprio lavoro, cioè di un altro lavoro. Se colui che parla di Dio, della trascendenza, delle regole morali fosse un uomo qualsiasi (un ferroviere, un avvocato, un falegname, un medico, un operaio) e non appartenente ad una casta, fosse chiamato dai fedeli per la sua rettitudine e le sue radicate convinzioni religiose, la fede ne guadagnerebbe moltissimo. Il fedele invece spesso ha a che fare con un signore che da giovane in seminario ha imparato acriticamente delle nozioni trite e ritrite, a volte molto discutibili e rovesciabili, elaborate centinaia di anni fa da qualche vescovo della Cappadocia o dell’Africa settentrionale e tramandate come verità eterne. Questo signore è stato intrappolato irrimediabilmente a ventiquattro anni circa in un sistema di vita innaturale, e non viene scelto, ma imposto dal potere ai fedeli come guida indiscussa.
Non sempre il discorso è così esplicito, ma la sostanza è questa: mantenimento materiale in cambio di ipotetici vantaggi spirituali. Nella qual cosa si può configurare la truffa, il millantato credito e la circonvenzione di incapace. Questa è la mia convinzione, questa è la mia opinione su tutti gli stregoni - di qualsiasi religione - che vendano parole, speranze, illusioni in cambio di soldi veri.
Le messe per i defunti sono un esempio lampante.
Il prete cattolico, se fosse onesto, al fedele che gli porta una somma di denaro perché dica una messa in suffragio dei suoi morti, dovrebbe fare questo discorsetto:
“Caro amico, non sono tanto sicuro che in questo modo noi possiamo fare qualcosa per le anime dei trapassati, anche con una messa o cento messe: Dio non è così stupido. Se tuo padre è stato una brava persona, pur con tutti gli innumerevoli peccatucci che può aver fatto in vita sua, sarà già stato accolto nelle braccia misericordiose di Dio. Se invece è stato un criminale, ma proprio un criminale sapendo di essere un criminale, può darsi che Dio gli abbia dato un castigo adeguato facendogli fare un po’ di anticamera, ma certamente non lo avrà mandato nel fuoco, eterno o temporaneo, perché Dio non è un sadico arrostitore di anime. Certamente Egli sa quel che fa e non credo che tu possa modificare le sue decisioni con qualche euro che tu dài a me: i meriti di Gesù Cristo sono infiniti, non sono commerciabili, e sono applicabili gratuitamente a chiunque li invochi con animo sincero. I soldi, piuttosto, dalli ai bisognosi; in questo caso, Dio sarà contento (lo ha detto esplicitamente che tutto ciò che diamo ai poveri lo diamo a Lui in persona) e forse in questo caso potrebbe essere indotto ad essere benigno con tuo padre, dato e non concesso che ne abbia bisogno.”
Un prete che parlasse in questo modo onesto e dignitoso farebbe la rovina economica sua e di tutta la classe sacerdotale, perché su questo traffico simoniaco vive tutto l’apparato pretesco. Ci sono stati dei periodi in cui i sacerdoti di alcuni templi babilonesi vissero addirittura con i proventi della “prostituzione sacra”, come ci dicono gli storici, ma questa ingegnosa trovata risale a molti secoli fa e non vogliamo fare del facile scandalismo. Sta di fatto che in tutte le religioni, in tutte le epoche il prete è sempre vissuto alle spalle dei fedeli creduloni leggendo il futuro nelle viscere degli animali o nel volo degli uccelli, vendendo speranze, illusioni, indulgenze, profezie ambigue, spacciando come decisioni divine le decisioni sue, in cambio di soldi veri, di ettari di terreno, di caseggiati, di cosciotti di vitello, di derrate alimentari, minacciando castighi eterni nell’aldilà a chi non credeva alle sue parole, mandando al rogo gli intellettuali che tentavano di aprire gli occhi ai sempliciotti, trescando con le autorità civili per avere più poteri, onori e privilegi.
Particolare importante da tenere ben presente: Gesù Cristo sferzò senza mezzi termini i Farisei che “depredavano la vedova e il pupillo facendo lunghe orazioni sui loro morti”, facendo, cioè, esattamente quel che fanno e hanno sempre fatto i preti, ma questo versetto del Vangelo è come se non esistesse; in questo caso la chiesa cattolica fa esattamente il contrario di quanto disse Gesù Cristo, e ci campa sù da millenni.
A mio parere Dio non ha bisogno di intermediari, che sono tutti, magari senza saperlo, magari in buona fede, dei profittatori. Semmai Dio ha bisogno di testimoni, di gente, cioè, che con la propria vita, con l’esempio continuo dimostra di amare Dio amando appassionatamente i propri simili. E, a dir la verità, queste persone esistono, anche fra i preti, fra le suore, sebbene in percentuale minima. Penso a madre Teresa di Calcutta, a don Bosco, al Cottolengo, a tutti quei religiosi che nel corso dei secoli si prodigarono per alleviare le sofferenze degli uomini; penso a quei preti e quelle suore che si occupano del recupero di drogati, di lotta alla mafia, di riscatto delle prostitute, di infanzia abbandonata. Questi meritano rispetto e ammirazione, e possono essere una testimonianza che Dio esiste. Gli altri, quelli che predicano o pontificano, quelli che si rintanano in una parrocchia o in una curia e si fanno mantenere dai fedeli ripetendo da secoli stanche verità tutte da dimostrare, frasi fatte che nulla dicono all’uomo moderno, questi a mio parere sono solo dei parassiti.
Questa seconda categoria di preti - e sono la stragrande maggioranza - a mio parere non crede in Gesù Cristo. O meglio: crede ferocemente a parole, ma nei fatti vive come se Cristo non fosse mai esistito, o avesse detto altro. Il prete, a mio parere, o è testimone vivente della parola di Cristo o è un parassita. Ecco il discrimine: appartengono alla prima categoria quelli che danno più di quanto ricevono, alla seconda quelli che ricevono più di quanto danno; quelli della prima categoria non hanno bisogno di predicare, perché la loro vita è già un insegnamento efficacissimo, mentre i parassiti si devono rifugiare nel bla bla bla per giustificare i soldi che ricevono e l’inutilità del loro vivere. Stendiamo un velo pietoso sulla vergognosa storia delle indulgenze che fu la causa principale della rivolta di Lutero e che provocò il distacco di mezza Europa dalla chiesa romana. Stendiamone un altro su certi annullamenti matrimoniali concessi per motivi ridicolmente inconsistenti a certi vip dalla vita scandalosa ma disposti a spendere. A forza di stendere veli non vorrei restare senza lenzuola, e quindi mi fermo, ma intendo ribadire che una coscienza moderna non riesce a digerire la pretesa - da parte dei preti - di esercitare un potere morale e dottrinario che si traduce poi in potere economico.
Il conflitto di interesse è evidente e scandaloso. Se il dottore mi ordina tante medicine per qualsiasi malore grande o piccolo, vero o presunto, e io so che il dottore è il marito o l’amante della farmacista, a me il sospetto che tutte quelle medicine servano più al medico che non al paziente mi viene spontaneo. Sarò malizioso, sarò sospettoso, sarò malpensante, ma dovrebbe essere il medico ad avere la sensibilità di esercitare in un paese diverso per essere al di sopra di ogni sospetto. Il fatto che il prete - di qualunque religione - indichi la via del cielo a pagamento, dichiari nullo un matrimonio - dopo essersi attribuito l’esclusiva in materia - solo dopo l’esborso di parecchie migliaia di euro, preghi per i miei defunti solo se io sborso adeguatamente (un vecchio e arguto proverbio napoletano recita senza denari non si cantano messe…) è del tutto normale per tanta gente, ma non per me. Io trovo che tutto ciò è scandaloso, è pura simonia, eppure nessuno lo trova strano.
I preti citano spesso la frase di san Paolo: chi serve all’altare deve vivere dell’altare. A mio parere san Paolo ha detto affermazioni tanto belle quanto indimostrabili e tante affermazioni discutibili e assolutamente improponibili oggigiorno. Un esempio? L’assoluta sottomissione delle donne agli uomini, il velo obbligatorio per le donne in chiesa, il fatto che omnis auctoritas a Deo, ogni autorità viene da Dio (anche quella di Hitler?); a mio parere chi serve all’altare non può vivere dell’altare, non deve vivere dell’altare, altrimenti c’è conflitto d’interesse, così come il medico non può vivere vendendo medicine. Chi si arroga determinati poteri spirituali, dovrebbe poi esercitare gratuitamente questi poteri, se vuole renderli credibili. In Piemonte, fino a metà del XX secolo, c’era questa significativa usanza: se una ragazza, sposandosi, andava a vivere in un altro paese, doveva pagare al proprio parroco, prima di partire, la metà della tariffa del proprio (futuro) funerale. In altre parole, il parrocchiano era una risorsa di vita, una proprietà privata del parroco, un pollo da spennare, e non poteva sottrarsi a questo sfruttamento neppure andando in un altro paese. Come poteva, una persona con un po’ di dignità, accettare una simile imposizione?
La mia idea è che possono anche esistere - ed esistono realmente, ed è bene che esistano - delle guide spirituali, delle persone che col loro carisma, con la loro spiritualità, con il loro distacco dalle cose terrene, costituiscono per gli altri un esempio di vita. Ma il carisma non può essere imposto con l’ordinazione sacerdotale a qualcheduno. Il carisma si conquista attraverso un percorso di meditazione, di distacco dalle cose terrene, attraverso un grande senso di simpatia (nel senso etimologico) verso le altre persone. La chiesa ha la pretesa di essere lei a conferire il carisma, e questo è un abuso di posizione dominante. Per la chiesa il prete è pontifex, cioè ponte fra Dio e gli uomini, anche se è persona indegna, anche se è tenacemente attaccato al denaro, anche se è completamente sprovvisto di cultura. Questa concezione di prestigio legata alla funzione più che alla personalità poteva essere valida una volta, quando la chiesa aveva un potere immenso, quando il prete era l’unica persona istruita del paese (pensiamo a don Abbondio). Oggigiorno un prete di paese privo di un’adeguata istruzione cosa può dire a decine e decine di persone della sua parrocchia che hanno un titolo di studio superiore, che hanno viaggiato per il mondo, che leggono quotidianamente i giornali, che ascoltano con interesse dibattiti televisivi sui più svariati argomenti? Preti del genere diventano figure patetiche, alle quali resta ancora un certo potere su individui deboli e conformisti, ma appaiono sempre più una razza in via di estinzione, (e difatti si stanno giustamente estinguendo). basti considerare l’età media dei preti, che, attualmente, supera i sessant’anni; basti considerare il saldo negativo tra nuove ordinazioni e decessi, con l’auspicata probabilità che fra qualche anno questa categoria di persone sparisca del tutto, avendo esaurito la sua funzione sociale.
Oggi noi assistiamo a una avvilente gara - tra gli uomini politici - a chi riesce meglio ad ingraziarsi la curia romana. Governanti o aspiranti governanti che non hanno mai messo piede in chiesa, moltissimi dei quali divorziati e risposati, fanno a gara per farsi ricevere dal papa al fine scroccare una benedizione. Nulla di straordinario o di stupefacente in tutto ciò: i politici hanno sempre cercato l’appoggio della religione dominante, in tutti i tempi e in tutti i paesi. Il fatto riprovevole è che la curia romana si presti a questo gioco e cerchi di trarne tutto il vantaggio possibile in termini di esenzioni tributarie, pretenda di nominare essa gli insegnanti di religione facendoli pagare dallo stato, imponendo la sua visione clericale su problemi come il divorzio e l’aborto. Questo è il punto: è credibile un’autorità religiosa che, sfruttando la credulità delle masse, cerchi di monetizzare così sfacciatamente l’ascendente che indubbiamente possiede sulle persone deboli?
per uno scambio di opinioni:aursa33@yahoo.it
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Con l'elezione del nuovo papa Benedetto XVI abbiamo appreso, dai vaticanisti delle varie testate giornalistiche, che il cardinale appena eletto papa, dopo aver dichiarato di accettare l'alto incarico, dopo aver ricevuto le congratulazioni e l'omaggio dei suoi confratelli, passa in una stanza attigua alla Cappella Sistina, detta Lacrimatoio, dove ripone gli abiti cardinalizi e indossa la veste papale, con cui si presenterà poi alla folla osannante.
Lacrimatoio, ossia una stanza in cui il neo eletto piangerebbe, rendendosi finalmente conto della gravità del fardello che i suoi colleghi gli hanno addossato. Io credo che nessun cardinale neo eletto papa abbia mai pianto per la carica tanto lungamente agognata, e se lo ha fatto, credo che sia stato un campione mondiale di ipocrisia… Tutti gli uomini di intelligenza vivace hanno sempre sognato, specie da giovani, alla loro futura carriera; tutti noi, a sedici anni, ci siamo visti o giornalisti o direttori d'orchestra, o calciatori, o cantanti, o manovratori dell'alta finanza. Poi la vita ci ha ridimensionati e ci ha consentito di diventare al massimo maestri di scuola, postini, impiegati del catasto o bottegai. Solo i più fortunati sono riusciti a diventare idraulici, dentisti, notai, piccoli industriali. Però abbiamo sognato, e il sogno ci ha aiutato a superare momenti difficili. Credo che non esista al mondo vescovo cattolico il quale non ci abbia fatto un pensierino, alla carica di papa, e questo è perfettamente normale e comprensibile, e non c'è da scandalizzarsi per questa innocente vanità. E' anche probabile che il termine "lacrimatoio" sia stato coniato, con graffiante ironia di tipo andreottiano, da qualche giovane prelato, il quale, vivendo in Vaticano, abbia osservato le manovre discrete e ovattate, ma accesissime, che avvengono in periodo di sede vacante. Però i cronisti della Rai non sanno dell'accezione ironica del termine, e ce lo riferiscono con aria seriosa, come se i neo-papi realmente piangessero per lo spavento. E la gente finisce col crederci.
2 - Una considerazione analoga mi suggerisce la lunga malattia e la penosa agonia di papa Giovanni Paolo II. Questo grande papa, a buon merito collocabile fra i pontefici più carismatici che la Chiesa abbia mai avuto, negli ultimi anni di vita è stato duramente colpito, direi devastato dal morbo di Parkinson. Ogni tanto qualche cardinale lanciava in forma anonima la parola "dimissioni" come ballon d'essai, ma veniva subito zittito, come se avesse proferito un termine ingiurioso o sconveniente. I giornali, poi, anche quelli laici, si affannavano a sottolineare la tenacia, il senso del dovere, il coraggio, l'eroica resistenza al male di questo vecchio leone che voleva servire la Chiesa fino all'ultimo respiro.
Questa la retorica ufficiale.
A me quel vecchio papa che trascinava penosamente il suo corpo dolorante da un continente all'altro senza mai arrendersi al male, ( e più di una volta fu tempestivamente sorretto dai suoi accompagnatori, sennò sarebbe caduto a terra) dava un grande senso di pena. Lo ammiravo per il suo coraggio, ma allo stesso tempo pensavo, con profonda simpatia umana: "Ma perché non si gode il meritato, meritatissimo riposo? Se abdicasse, ritirandosi in qualche abbazia italiana o polacca, servito e riverito da un congruo numero di religiosi, darebbe un esempio non meno efficace di distacco dalle cose terrene."
Servi inutiles sumus, diceva Gesù Cristo. “Quando anche voi abbiate spostato le montagne, (riferisco ad sensum) risuscitato i morti, dato la vista ai ciechi e l'udito ai sordi, abbiate parlato tutte le lingue del mondo, non dovete montarvi la testa e credere di essere insostituibili. Dopo aver fatto miracoli d'ogni genere dovete dire soltanto: "siamo dei servi inutili." Magnifiche parole del Vangelo che pochissimi grandi uomini, anche di fede adamantina, riescono a metabolizzare. Tutti abbiamo la sensazione di essere unici e insostituibili, e che senza di noi le cose andrebbero a catafascio. Non riusciamo ad ammettere che, senza di noi, le cose potrebbero andare anche molto meglio; il solo pensarlo è un'offesa al nostro amor proprio. E allora noi vediamo tanti vecchi abbarbicati al potere come una cozza allo scoglio e, da buoni laudatores temporis acti, opporsi con testardaggine ad ogni novità perseverando nelle proprie mansioni affinché i successori non cambino le cose mandando in rovina tutto ciò che noi abbiamo costruito.
Nel caso del papa Giovanni Paolo II, poi, certamente giocò anche un'altra variabile.
Ogni papa valorizza - giustamente - le persone che conosce e ddi cui si fida, affidando loro degli incarichi di fiducia, come fa qualunque persona raggiunga una posizione di potere. E' chiaro che con le dimissioni del pontefice, tutto il cosiddetto "partito polacco" avrebbe dovuto fare le valige e tornarsene a casa… (non voglio criminalizzare i polacchi, perché ciò succede con qualsiasi papa). E' evidente che queste "creature" del papa fanno di tutto perché egli non si dimetta, altrimenti cesserebbe anche il loro momento di gloria riflessa. E' quindi pensabile che anche quando il papa stramazzava per la stanchezza o vaneggiava per l'arteriosclerosi, quelli che gli stavano attorno lo incitassero a resistere lodandolo per il suo supremo senso del dovere.
3. - E già che stiamo parlando di cose papali, tocchiamo anche l'argomento dello Spirito Santo. I teologi dicono che bisogna assolutamente essere convinti che è la terza persona della Santissima Trinità a ispirare i cardinali nella scelta del pontefice romano. Io sostengo invece che sarebbe un insulto allo Spirito Santo ritenerlo responsabile dell'elezione di tantissimi papi.
Realmente fu lo Spirito Santo a volere l'elezione di Alessandro VI? Ma scherziamo!?
Realmente fu lo Spirito Santo a volere quella sequela di papi avignonesi asserviti alla volontà del re di Francia?
Realmente fu lo Spirito Santo a volere l'elezione di quei papi che mobilitarono la cristianità contro l'Islam al tempo delle Crociate, causando l'inutile massacro di decine di migliaia di persone? Aveva dimenticato lo Spirito Santo il precetto Non uccidere?
E siccome alcuni re delle nazioni cattoliche avevano il diritto di veto sull'elezione di alcuni cardinali, bisogna dedurne che questi re erano più importanti e potenti dello Spirito Santo? O erano ispirati dallo Spirito Santo?
E quando i viterbesi scoperchiarono il tetto del salone in cui si teneva il Concistoro, affinché i cardinali si decidessero finalmente ad eleggere un papa dopo tre mesi di manfrina, avvenne ciò perché lo Spirito Santo era in ferie?
Realmente fu lo Spirito Santo a scegliere i papi per molti secoli quasi esclusivamente fra le famiglie nobili italiane, e soprattutto romane? Siamo sicuri che gli Orsini, i Torlonia, gli Odescalchi, i Medici, i Barberini, i Farnese, i Dalla Rovere, e via discorrendo, erano migliori di altri santi monaci, magari di umilissima origine, i quali nelle innumerevoli abbazie europee affinavano il loro spirito con la penitenza e lo studio? E poi, siccome la stragrande maggioranza dei papi è costituita da italiani, bisogna dedurne che lo Spirito Santo parteggi per gli Italiani, o che abbia un alto concetto degli Italiani? Se così fosse, ci sarebbe egoisticamente di che rallegrarsi, perché nonostante la mafia, nonostante l’enorme debito pubblico, nonostante la nomea di pizzaioli e mandolinari con cui ci gratificano all’estero, abbiamo ancora degli estimatori, e di che calibro!
per uno scambio di opinioni: aursa33@yahoo.it
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Vi fu detto: occhio per occhio
dente per dente;
io invece vi dico: amate i vostri nemici,
rendete bene per male.
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Tutti inorridiamo per le nefandezze compiute dalle SS tedesche in Italia settentrionale al tempo della lotta di Liberazione; gli eccidi di Boves, di Marzabotto, di S. Anna di Stazzema, delle Fosse Ardeatine, ricordano alla nostra mente quanto l’uomo possa essere bestiale nei riguardi dei suoi simili. Leggendo però la Bibbia, e in particolare il Libro di Giosuè, c’è da rimanere esterrefatti: le atrocità dei nazisti erano rose e fiori (si fa per dire) rispetto al comportamento che Dio (supposto che sia Lui) impose a Giosuè. A questo santo condottiero d’Israele Dio ordinò (così dice la Bibbia) di sterminare alcune città della Palestina fra cui Gerico, Gabaon, Hai, di passare a fil di spada tutti, ma proprio tutti gli abitanti, compresi vecchi, donne e bambini.
Riporto alcuni brani
E uccisero tutti quelli che incontravano, uomini e donne, fanciulli e vecchi. E misero a morte anche i buoi, le pecore e gli asini (VI, 21). Il Signore dunque fu con Giosuè, e si sparse la sua rinomanza per tutta la terra (ib.)
“E quando avrete preso la città di Hai, le appiccherete il fuoco, e farete ogni cosa come io vi ho comandato”. E vedendo Giosuè come la città era già presa e incendiata e il fumo andava in alto, passò a fil di spada tutta la gente di Hai. (VIII, 21).
Uccisi dunque tutti quelli che avevano inseguito gli israeliti fuggenti verso il deserto, e fattone nello stesso luogo un macello, tornarono i figli di Israele a sterminare la città (VIII, 24).
Ora il numero di coloro che perirono in quella giornata, uomini e donne, fu di dodicimila, tutti della città di Hai. E Giosuè non ritirò la mano, che aveva alzata in alto, tenendo lo scudo, sino a quando tutti gli abitanti di Hai non furono uccisi. E Giosuè diede alle fiamme la città, e ne fece un cimitero eterno. (VIII- 28).
Lo stesso giorno prese ancora Giosuè per forza la città di Maceda, e mise a fil di spada il suo re e tutti gli abitanti di essa; né vi lasciò neppure qualche piccolo avanzo. E fece al re di Maceda come aveva fatto al re di Gerico. E dopo Maceda passò con tutto Israele a Lebna, e l’assediò. E il Signore la diede insieme al suo re nelle mani di Israele, e misero a fil di spada tutti gli abitanti.
1. - Insomma, non posso trascrivere qui tutti i passi della Bibbia in cui Dio ordina ai generali d’Israele di sterminare i nemici, di non fare prigionieri, di non risparmiare né donne né vecchi né bambini. Se lo facessi dovrei riempire centinaia di pagine e sarei stucchevole e ripetitivo.
Come si può evincere dai brani riportati, è Dio stesso il mandante di quelle spietate carneficine. In altri passi che non sto a riportare, Dio castiga il popolo ebraico solo perché dei soldati ebrei hanno disubbidito risparmiando la vita ad alcun nemici per farne degli schiavi. Dio coopera attivamente a quelle stragi, fermando addirittura la corsa del sole affinché nessun nemico si salvi col favore delle tenebre.
Incredibile.
Può un padre comportarsi così con i propri figli? Gli uomini sono tutti figli di Dio, oppure i Cananei . i Moabiti e gli Amenorrei erano figli di un Dio minore? Non risulta, stando alla Bibbia, una discendenza diversa da quella che proviene da Adamo ed Eva, dunque Dio ordina ad alcuni suoi figli di trucidare senza pietà i propri fratelli. E’ accettabile una cosa del genere? Delle due l’una: o Dio è un padre snaturato e crudele, oppure quel libro conta frottole. Per essere più precisi, quel libro racconta forse episodi realmente accaduti, ma Dio non c’entra per nulla. Concediamo dunque che possa trattarsi di millantato credito da parte degli ingenui scribi estensori della Bibbia, ma allora la credibilità (come parola di Dio) di quel libro crolla a zero.
2. – La Bibbia ci vorrebbe far credere a un intervento diretto di Dio nelle cose umane. Nei casi sopra riportati Dio parla a Giosuè, gli dà delle direttive strategiche, fa crollare le mura di Gerico, ferma la corsa naturale del sole perché l’opera di sterminio totale dei nemici non possa essere fermata dalle tenebre, conduce le truppe israelitiche alla vittoria. Lo stesso fece ai tempi di Mosè, mandando le sette piaghe agli Egiziani, aprendo le acque del Mar Rosso al passaggio degli Ebrei e richiudendole al sopraggiungere dell’esercito egiziano, facendo piovere la manna dal cielo nei quarant’anni di attraversamento del deserto. Se crediamo nell’intervento divino a favore di Israele, allora per onestà dobbiamo anche ammettere che questo Dio (Jahvè) dovette soccombere davanti agli dèi babilonesi, che trascinarono il popolo ebraico in schiavitù, dovette soccombere sotto i colpi ben assestati di Giove e Marte, divinità romane, che infersero al popolo ebraico una batosta da cui non si riprese più.
Anche qui, delle due l’una: o Jahvè non si è mai immischiato nelle misere e deplorevoli faccende umane (cosa molto probabile), oppure dobbiamo ammettere che è un Dio perdente rispetto a Bahal o a Giove. Siamo al grottesco.
Diciamola francamente: contava frottole Omero quando decantava l’intervento di Zeus e Atena nelle vicende degli Achei; contava frottole Tito Livio quando sottolineava la mano di Marte nelle trionfali vicende delle legioni romane, e perché dovremmo credere alla veridicità dell’intervento di Jahvè nella presa di Gerico? Tanto più che quella ferocia disumana con cui voleva cancellare dalla faccia della terra i suoi nemici non si addice a un Dio, non si addice a un padre.
Come commentano i teologi questa evidente incongruenza delle Bibbia?
Dio si comportava così nell’antico testamento, essi dicono, perché il popolo ebraico non era ancora maturo per capire un discorso diverso, perché il cuore della gente era duro. Si tratterebbe, in definitiva, di un cedimento di Dio alla limitata capacità di intendimento dell’uomo. Dio avrebbe fatto quelle istigazioni alla violenza per farsi capire, per farsi accettare, e perché il popolo ignorante di allora capiva solo il linguaggio della forza e della sopraffazione.
A mio parere si tratta di una giustificazione che non sta in piedi.
Facciamo un paragone terra-terra, proprio come il conto della serva. Se io sono il padre di dieci figli e vedo che questi figli si azzuffano di continuo tra di loro per egoismo, per il desiderio dei più grandi di tiranneggiare i più deboli, come devo intervenire? Devo calmare gli animi o devo attizzare ancor più gli odi? Devo far comprendere il linguaggio della ragionevolezza, del perdono, dell’amore fraterno, o devo esasperare ancor di più le loro divergenze aizzando gli uni contro gli altri? La risposta è ovvia.
C’è poi un’altra considerazione da fare.
Quando questo Dio è sceso in terra (stando a quel che dice la Chiesa) materializzandosi nella seconda persona della Trinità, ha tenuto un discorso diametralmente opposto. Il cristianesimo è la dottrina dell’amore, della fratellanza, della tolleranza, del perdono, della non-violenza, del porgere l’altra guancia. Il Figlio dunque smentisce il Padre. Il Figlio dà una lezione di civiltà al Padre.
Ma, insistono i teologi, il popolo di allora non avrebbe capito questo linguaggio. Giusto, ma essenzialmente per questo motivo non bisognava fornire un cattivo insegnamento proprio agli albori dell’umanità. L’educazione dei figli non comincia a vent’anni. Un buon genitore non istiga i figli a scannarsi tra di loro quando sono ancora piccoli, per dire poi, quando sono grandi, che devono convivere civilmente.
Come si fa a credere che la Bibbia è parola di Dio?
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L’obbedienza non è una virtù.
Don Milani
Dice la Bibbia che Dio apparve ad Abramo e gli disse di prendere suo figlio Isacco, ancora ragazzino, di portarlo sopra una montagna e di sacrificarlo a Lui, cioè a Dio stesso. Abramo, sempre secondo la Bibbia, ubbidì, comprensibilmente con la morte nel cuore; svegliò il figlio dicendogli che Dio voleva un sacrificio e pertanto bisognava mettersi in cammino per adempiere la sua volontà. Sappiamo che era tutta una finta, perché nel momento in cui Abramo brandì il coltello per affondarlo nel cuore di Isacco, Dio gli fermò la mano e gli disse di desistere, avendo capito e apprezzato il suo spirito di ubbidienza pronta, cieca e assoluta. Tutto è bene quel che finisce bene, e tutti quanti, leggendo le Sacre Scritture, a questo punto abbiamo tirato un sospiro di sollievo perché ovviamente eravamo in trepidazione per il povero ragazzo.
Il brano viene proposto ai giovani come esempio di ubbidienza a Dio. I piani dell'Eterno sono imperscrutabili, noi non possiamo capire le ragioni del comportamento di Dio e quindi dobbiamo sottometterci alla sua volontà anche se non sempre riusciamo a capirla. Questo è vero ed io concordo pienamente: il nostro misero cervellino non è in grado di capire il mistero, il trascendentale. Come diceva Dante,
or chi sei tu che vuoi sedere a scranna
e giudicar da lunge mille miglia
con la veduta corta d'una spanna?
Tuttavia avrei alcune cose da osservare. Innanzitutto ho i miei dubbi che il fatto sia realmente accaduto. Per la mentalità degli uomini di due-tremila anni fa la cosa era accettabile, ma alla mentalità dell' uomo moderno ripugna questo comportamento infantile di Dio, che prima dà un ordine tanto assurdo quanto perentorio, poi lo annulla come a dire: "lascia perdere, ho scherzato". E' vero che i comportamenti di Dio sono al di fuori e al di sopra del nostro comprendonio, ma non sono mai ridicoli o contraddittori, o, quel che è peggio, falsi.
L'episodio è, a mio parere, oltre che improbabile, anche diseducativo. Insegna a obbedire agli ordini superiori anche se sono assurdi e disumani, anche se offendono la tua coscienza di uomo. Se Abramo fece bene ad ubbidire a quell' ordine, perché allora non accettiamo la giustificazione degli ufficiali delle SS, i quali, nei processi a loro intentati dopo la guerra, adducevano la scusa di aver agito per ordine superiore?
L'uomo, sia esso un re o l'ultimo dei servi, ha una coscienza e una dignità a cui deve obbedire in ogni occasione. Purtroppo il mondo è pieno zeppo di conformisti che per la carriera o per il denaro fanno violenza alla propria dignità, accettando ogni sorta di umiliazioni.
Nelle scuole noi ci sforziamo di insegnare ai giovani tante belle cose: l'educazione, una certa morale, trasmettiamo valori che indubbiamente sono validi e positivi, come l'obbedienza alle leggi dello Stato. Dimentichiamo però di dire che a volte è necessario disubbidire ai genitori, ai maestri, alla chiesa, allo stato, se quello che dicono contrasta con la nostra coscienza. Se è vero che i casi di pedofilia avvengono per la maggior parte in ambito familiare o scolastico o del seminario, ciò vuol dire che anche l'obbedienza ai genitori, agli insegnanti, agli uomini di chiesa, al sergente, ha dei limiti. E' necessario quindi insegnare ai ragazzi l'obbedienza, ma bisogna anche insegnare loro a ribellarsi quando viene calpestata la loro dignità di uomini. Il faro che ci deve guidare nella nostra vita non è tanto e non è solo la parola dei nostri maestri o dei nostri genitori, quanto quella della nostra coscienza.
Come mi sarei comportato io, povera e inutile creatura, al posto di Abramo, dato e non concesso che realmente Dio gli abbia chiesto il sacrificio di suo figlio?
Gli avrei risposto: "Signore, tu sei il padrone assoluto di tutte le cose, anche della mia vita e della vita di mio figlio. Io non capisco per qual motivo tu vuoi privarmi di questa creatura che è la mia gioia, la mia speranza e la ragione della mia stessa esistenza, però accetto la tua volontà. Se è necessario che Isacco muoia, per una ragione che io non capisco, così sia. Non puoi però pretendere che sia io a ucciderlo. Sei Tu che hai instillato nel mio cuore l'amore paterno. Sei Tu che mi hai detto di non uccidere; pertanto, se Isacco deve morire, fai tutto Tu; se per questa mia disubbidienza dovrò subire una punizione in questa o nella prossima vita, l'accetto volentieri, ma io non me la sento di macchiarmi le mani con il sangue di mio figlio". Sentendo queste parole, forse Dio si sarebbe vergognato di aver inscenato quella straziante pantomima. Dato e non concesso che sia stato realmente Dio a dare quell’ordine.
per uno scambio di opinioni: aursa33@yahoo.it
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In exitu israel de Aegypto
Dice la bibbia che Dio volle liberare il popolo ebreo dalla schiavitù del Faraone assegnandogli una terra meravigliosa in cui scorreva latte e miele. Il proposito era lodevole, ma l’esecuzione lascia alquanto perplessi. A parte il latte e il miele, c’è da far presente un particolare di non trascurabile importanza: quella terra era già occupata da popoli che vi risiedevano da migliaia di anni. Per occupare la Palestina, bisognava far fuori quelli che già ci stavano. L’Onnipotente non aveva una soluzione migliore?
E’ ovvio che il Faraone non volesse privarsi tanto facilmente di manodopera gratuita, e facesse di tutto per opporsi a questo viaggio di liberazione. Per togliere loro ogni velleità di emancipazione, rese ancor più dure le condizioni di lavoro; se prima i funzionari governativi fornivano la paglia per rendere più consistenti i mattoni che gli ebrei avevano il compito di fare ogni giorno, da quel momento in poi gli stessi ebrei dovevano procurarsela.
A questa ennesima angheria Dio mise in atto, con la collaborazione di Mosè, il suo piano strategico di persuasione che conosciamo come piaghe d’ Egitto: acqua tramutata in sangue, invasione delle rane, poi delle zanzare, poi delle mosche, la peste, le ulcere, la grandine, le locuste, le tenebre, morte dei primogeniti. Dopo ognuno di questi flagelli il Faraone atterrito prometteva la libertà, ma poi, cessato il castigo e passato lo spavento, si rimangiava la parola e dava un ulteriore giro di vite. Questo tira e molla si ripeté per nove volte, ma dopo il decimo castigo (la morte di tutti i primogeniti egiziani) il Faraone capì che il Dio degli ebrei era tosto e faceva sul serio, e autorizzò senza altri trucchi dilatori la partenza.
Mosè condusse quindi il suo popolo sulle sponde del Mar Rosso dove, come sappiamo, non usò battelli, ma semplicemente spartì le acque in due grandi muraglioni che consentirono al popolo di passare a piedi sul fondo del mare. Miracolo grandioso, prova evidente della onnipotenza di Dio. Ma il Faraone, che certamente aveva fatto affidamento sull’incapacità degli ebrei di attraversare il mare e quindi sperava che, presi dalla fame e dallo sconforto, sarebbero tornati indietro supplicando di essere ripresi come schiavi, fu colto in contropiede da quel miracolo e, in preda all’ira, mandò un esercito per costringere quei ribelli a tornare indietro. Ma i muraglioni d’acqua, che restarono ben aperti per gli ebrei, si richiudevano sulla testa degli egiziani che in gran parte affogarono con armature, carri e cavalli.
Chiuso definitivamente il conto con il Faraone, gli ebrei ne aprirono un altro con le popolazioni della Palestina, la cosiddetta Terra promessa. Per potersi insediare là dove Dio aveva detto, dovettero compiere un genocidio completo della gente che da secoli risiedeva in quelle città e che aveva la sola colpa di stare lì dove stava.
Io non ho nulla da obiettare su quel miracolo hollywoodiano dei muraglioni d’acqua: a Dio tutto è possibile e un miracolo lo si ammira (anche se io non c’ero a vederlo) e non lo si discute. Quel che mi lascia molto perplesso è il modo cruento, sanguinario con cui agisce Yahvè. Per dare una patria al suo popolo eletto (e su questo concetto di popolo eletto, per me inammissibile, ritornerò più in là) Dio semina disgrazie, distruzioni, morti. Praticamente Dio ordina ad alcuni suoi figli di sterminare i loro fratelli, che erano pure suoi figli, a meno che passi il concetto che gli Ebrei erano figli di Dio, mentre i Cananei erano figli del demonio, ma questo non risulta da nessuna parte.
L’idea di affrancare il popolo ebreo dalla schiavitù era lodevole, ma condotta male, moralmente in modo pessimo. Io sono dell’idea che Dio non è mai intervenuto e non interviene nelle vicende umane, altrimenti dovremmo chiedergli conto di tutti gli infiniti massacri che sono stati commessi o non impediti nel corso della storia a danno delle popolazioni inermi e pacifiche (proprio quelle popolazioni che suo Figlio loderà nelle beatitudini…).
Visto che Dio è onnipotente ed è voluto intervenire - come dice la Bibbia - con eventi straordinari per dare una patria agli ebrei, non poteva, ad esempio:
a) - fare uscire dall’Egitto il suo popolo in tutta tranquillità, paralizzando temporaneamente chiunque avesse voluto opporsi? (soluzione semplice, incruenta ed efficace).
b) - assegnare al suo popolo una terra disabitata, magari il deserto, dove però Lui che è (ricordiamolo) onnipotente, poteva far sgorgare tutte le sorgenti che voleva, rendendo così il deserto una terra fertilissima? Detto per inciso, questa soluzione era molto più educativa, in quanto consentiva agli ebrei di lavorare la terra, e non li costringeva a vivere alle spalle della cosiddetta Provvidenza, con la mitica manna.
In questo modo il Creatore avrebbe ottenuto il massimo effetto con il minimo mezzo, e soprattutto non avrebbe compromesso la sua reputazione di padre misericordioso di tutti gli uomini. Non è credibile che Dio prima crei gli uomini e poi li faccia scannare fra di loro, anzi ne scanna Lui stesso una parte per far piacere ai suoi figli prediletti.
E qui dobbiamo approfondire il concetto aberrante di popolo eletto.
Traspare, in tutta la Bibbia, la convinzione che il popolo ebraico, ossia la discendenza di Abramo, fosse la parte di umanità più cara a Dio, depositaria dell’unica vera fede, destinataria delle sue promesse, mentre tutti gli altri uomini avevano occhi ma non vedevano, avevano orecchi ma non sentivano, erano insomma impuri, figli del demonio. Questa teoria giustifica anche i genocidi che il popolo ebraico si sentiva autorizzato a compiere (quando poteva, naturalmente), perché il sillogismo era semplice: se noi siamo figli di Dio, è chiaro che gli altri sono figli del demonio; e se sono figli del demonio, è altrettanto chiaro che non meritano di vivere, che bisogna estirparli dalla faccia della terra come si estirpa la gramigna dall’orto, e quindi è giustificato anche l’eccidio delle donne e dei loro bambini. Un razzismo alla rovescia, insomma: ed è singolare constatare che ciò che Hitler fece agli Ebrei fu già fatto dagli ebrei stessi agli altri popoli, per ordine espresso di Dio, quando si presentava l’occasione.
Nella Bibbia è normalmente accettata l’idea che un padre possa prediligere dei figli a danno di altri. Il patriarca Giacobbe, come sappiamo, aveva un debole per l’ultimo figlio, Beniamino, tanto è vero che questo nome proprio è diventato anche aggettivo: è il beniamino di suo padre. Questa idea biblica di una predilezione di Dio è poi passata nel cristianesimo con i concetti di predestinazione e di grazia, sui quali si sono realmente sprecati fiumi d’inchiostro nei caldi periodi della Riforma e della Controriforma. Dio concede la grazia ad alcuni (gratia gratis data) e ad altri no, alcuni uomini sono predestinati alla salvezza e altri no a giudizio insindacabile di Dio. Sant’Agostino parla di massa damnatorum, a meno che non intervenga la grazia, naturalmente. Forse questo fu un espediente per spiegare il fatto che una parte dell’umanità stava nella vera fede e un’altra, probabilmente la maggioranza, non sapeva e non sa nemmeno adesso che è esistito Gesù Cristo, il valore del battesimo, la potenza salvifica della Chiesa. Come spiegare tutto ciò? Semplice: la grazia viene concessa gratuitamente da Dio a chi vuole Lui perché gli sta simpatico: gli altri sono individui di razza inferiore...
Sono quindi perfettamente spiegabili, con questa logica, i massacri di Albigesi e di Catari, le crociate, le deportazioni di milioni di negri nelle piantagioni americane perché in compenso di qualche sacrificio ricevevano il bene inestimabile della fede; è giustificata la notte di S. Bartolomeo, al pari della santa inquisizione. Insomma è giustificato l’odio religioso e razziale.
Domanda: è accettabile l’idea che un padre possa comportarsi in modo disuguale e senza un fondato motivo nei riguardi dei figli? A una persona che ragiona quest’idea ripugna.
per uno scambio di opinioni: aursa33@yahoo.it
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Freude, Schmerz und Tod bringt in sich
Eine Stunde, ein Himmelstrich,
Keiner findet’s wunderlich.
Gioia, dolore e morte porta in sé
La stessa ora, lo stesso pezzo di cielo.
E nessuno lo trova strano.
Stephan George
1 - Come conciliare l’idea di un Dio, padre misericordioso, con le guerre, la fame, i terribili eventi naturali che in ogni tempo hanno afflitto l’umanità? Semplice, basta colpevolizzare l’uomo e il gioco è fatto. Questo è l’espediente che hanno inventato i teologi di tutte le epoche e di tutte le religioni per spiegare l’inspiegabile, per far quadrare l’infinita misericordia di Dio con la mostruosa potenza del male.
Può Dio volere il male?
Certamente no, rispondono i teologi. Al massimo Dio permette che il Maligno faccia il suo mestiere, e cioè istigare l’uomo al peccato, e siccome stipendium peccati mors, siccome la paga del peccato è la morte e tutti gli altri disastri connessi, ecco che di tutto il male di questo mondo è responsabile il demonio, e la buona reputazione di Dio è salva. Ma questa soluzione così semplice consente il sorgere di altre domande non meno inquietanti: da dove esce fuori questa entità malefica? Perché il demonio, quasi come un dio negativo, può spadroneggiare in lungo e in largo su questa terra? E “permettere”, da parte del Creatore, il male, non è la stessa cosa che “essere d’accordo”?
Effettivamente il problema del male ha fatto scervellare tutti i filosofi e i pensatori dell’umanità, senza che abbia mai trovato una risposta adeguata. C’è stato chi ha creduto di aver trovato la soluzione affermando che il male è l’assenza del bene, ma questa risposta non vale molto: è come affermare che il giorno è quando non è notte, senza spiegare né cos’è il giorno né cos’è la notte. Però fa comodo ricorrere a quel cattivaccio di Satana, per far quadrare il cerchio.
Hoc fecit peccatum, faceva scrivere il santo Cottolengo (peraltro insigne ed eroico benefattore del genere umano) in tutte le camerate in cui egli raccoglieva con tanta pietà quell’orripilante campionario di umanità derelitta che gli altri ospedali rifiutavano. “Queste cose le ha fatte il peccato”. Già, ma che colpa ne hanno i buoni, gli innocenti (come per esempio i bambini) i quali spessissimo sono i primi e i soli a pagare il prezzo di peccati che non hanno commesso?
« Comment l’aurais-je fait, si je n’étais pas né ? » chiedeva l’agnellino al famelico lupo nella favola di La Fontaine.
« Si ce n’est pas toi, c’est donc ton père », se non sei tu, è certamente tuo padre. Allo stesso modo rispondono i teologi: anche se tu sei innocente, poco importa; tu soffri perché il tuo progenitore, vissuto milioni di anni fa, (chissà se era un Neanderthal o già un Sapiens…) ha disobbedito a Dio. Sta tranquillo e soffri in silenzio.
2 – Ogni anno, dicono statistiche attendibili, muoiono per fame sei milioni di bambini.
Sei milioni.
Per fame.
E si tratta di bambini.
E questo succede ogni anno, e nessuno lo trova strano.
Immaginiamo che in un anno scompaia, per un cataclisma naturale o per un’epidemia, tutta la popolazione della Danimarca, o della Svizzera, o della Svezia, e possiamo farci un’idea dell’immane ecatombe. Sarebbe un evento di una gravità eccezionale, cosmica. Ma di quei sei milioni di bambini che ogni anno muoiono per fame, non importa niente a nessuno. O al massimo meritano la rassegnata attenzione di poche anime belle.
Obiettano i teologi che questa strage spaventosa (e anche inspiegabile, se crediamo nella Divina Provvidenza) avviene per l’egoismo degli uomini, perché il 15% dell’umanità consuma l’80% delle risorse naturali del pianeta; ed è vero. Aggiungono altresì, e con ragione, che solo con gli avanzi di cibo che il mondo civilizzato (si fa per dire…) butta nella spazzatura si potrebbero sfamare quei sei milioni di bambini. Vero, verissimo. Però se alcuni milioni di persone caritatevoli sono sensibili a questa ingiustizia e si tolgono il pane di bocca per darlo agli affamati, non risolvono il problema, data la sua vastità. E poi, perché l’umanità è fatta in modo che chi ha molto è convinto di non avere abbastanza, e vuole avere per sé anche quel poco che hanno i diseredati?
Centinaia e migliaia di pacifisti, per quanto si diano da fare, non riescono a fermare le guerre che ogni anno si accendono sullo scacchiere mondiale, e le guerre producono morti, mutilazioni, stupri, rancori, fame e quant’altro. Milioni e milioni di gente tranquilla e pacifica non poterono impedire che un Pizarro, o un Hitler, o un Mussolini, o un Pol Pot, o un Bush o un Bin Laden mandassero dei giovani a massacrare altra gente e a farsi massacrare, perché gli uomini pacifici non hanno mai contato niente, perché il potere è sempre stato nelle mani dei violenti, dei furbi, dei trafficoni. Bella matribus detestata, diceva Orazio; se il potere fosse nelle mani delle madri, le guerre non avrebbero ragione di esistere. Ma il potere di scatenare o non scatenare guerre non è mai stato nelle mani delle madri.
Non basta dire che la responsabilità del male, delle guerre, della fame è dell’uomo. Bisognerebbe spiegare e capire perché l’uomo, per sopravvivere, per sua natura non può fare a meno di essere egoista e aggressivo, perché è costretto ad uccidere per non farsi uccidere, e perché non si riesce ad uscire da questo meccanismo perverso, perché la sopravvivenza dell’uomo è basata sulla violenza. In questa materia riceviamo più illuminazione da Darwin che non dal Vangelo. Bisognerebbe riuscire a capire perché gli uomini pacifici e ragionevoli (ad esempio Socrate, Gesù Cristo, Gandhi) vengono regolarmente perseguitati ed eliminati, mentre i trafficanti d'armi e i fomentatori di guerre muoiono nel loro letto serviti e rispettati.
Dicono ancora, i teologi, che l’uomo è libero, e Dio rispetta la libertà dell’uomo, e se l’uomo vuole fare il male, Dio non può impedirglielo. Ma l’uomo è veramente libero? E’ una trovata ingegnosa, ma poco credibile.
Io penso – e con me la pensano la maggioranza dei filosofi – che la libertà dell’uomo è illusoria, e che il libero arbitrio ha pochissimo margine di manovra. L’ambiente all’esterno e il DNA all’interno ti condizionano – a mio parere, al 95 per cento, forse al 99 per cento. E’ alquanto improbabile che la figlia di una prostituta e di un malfattore possa farsi suora. E’ alquanto improbabile che un gangster, toccato dalla grazia, parta per le missioni. Tutto è possibile, in linea teorica, ma queste cose non avvengono mai. Ogni uomo è condizionato in modo ferreo dall’ambiente in cui è nato, ambiente che lo chiude in una morsa da cui non riesce a liberarsi. Il male genera il male, e questa generazione spontanea si perpetua nei secoli, e per ogni persona che si redime dal male ce ne sono centinaia che compiono il cammino inverso.
3 – Un sogno ricorrente di tutti i filosofi (cito Platone, S. Agostino, Campanella) è stato quello di una società ideale, retta da saggi, in cui regni la pace e la giustizia, addirittura la fratellanza e l’amore fra tutti i cittadini. Una simile città del Sole è stata sempre sognata, ma non si è mai realizzata; i pochi tentativi che si son fatti per realizzarla sono rimasti in piedi per pochi anni, finchè è rimasto in vita il loro fondatore (sempre una persona di grande carisma), e poi sono svaniti, travolti dall’insopprimibile egoismo dell’uomo. Esistono piccole comunità che si possono definire isole felici e che miracolosamente riescono chissà come a sopravvivere, ma sono da considerare fenomeni del tutto marginali. Penso alle comunità Amish della Pennsylvania, a Nomadelfia e a poche altre isole felici. La regola generale che governa il mondo è quella della competizione, della violenza, della fregatura preventiva: io frego te prima che tu possa fregare me. Chi non si adegua a questa regola resta spazzato via dalla storia
Come si può allora addossare all’uomo la responsabilità del male imperante, se la stragrande maggioranza delle persone vuole – nelle sue aspirazioni, nei suoi sogni – un mondo pulito e ordinato, ma poi è costretto, per sopravvivere, ad adattarsi alla legge della giungla?
4. - Qui emerge il fallimento, l’occasione mancata dalla chiesa, dai cattolici, dai cristiani. Se la chiesa fu istituita da Gesù Cristo e guidata realmente dallo Spirito Santo, essa avrebbe dovuto cercare di realizzare costantemente, nel corso dei secoli, l’essenza, il nòcciolo, lo zoccolo duro dell’insegnamento di Cristo, e cioè l’amore fraterno tra gli uomini, e non perdersi in infinite dispute teologiche o in giochi di potere. Il periodo aureo, l’epoca felice durò fintanto che il cristianesimo fu perseguitato. Quando, con Costantino, il cristianesimo divenne religione di stato, si perse questa tensione morale, e i cristiani da perseguitati divennero persecutori, il potere e la teologia soppiantarono l’amore, e l’essenza dell’insegnamento di Cristo fu tramandata solo a parole. Se sono vere le parole di Cristo: ”Io sarò con voi fino alla fine dei secoli” come è stato possibile che Cristo non abbia mai voluto o potuto correggere la rotta sbagliata (dogmi, inquisizione, roghi, sterminio fisico degli eretici ecc.) seguita nel corso dei secoli da papi e vescovi, per riportarli sulla retta via?
La Chiesa nel corso dei secoli ha completamente fallito il suo compito, che era quello di tenere sempre la barra dritta sulla stella polare dell’amore vicendevole. La chiesa avrebbe dovuto non occuparsi d’altro che di tenere sempre accesa la fiammella dell’amore. Invece di convocare di tanto in tanto dei Concili per discutere su questioni di lana caprina avrebbe dovuto verificare di anno in anno a che punto era l’amore vicendevole nelle piccole città, negli stati cristiani, nell’Europa intera. Invece di mostrarsi sempre sollecita nel bruciare vivi i dissidenti, avrebbe dovuto preoccuparsi di richiamare costantemente governanti e popoli alla pace e allo spirito delle beatitudini evangeliche.
Non praevalebunt, le forze del male non prevarranno, è scritto con una certa presunzione sul frontespizio dell’Osservatore Romano, l’organo ufficiale della chiesa di Roma. A mio parere si tratta di una plateale mistificazione: le forze del male, dal 312 d.C. in poi, cancellarono completamente quello che era stato il messaggio originale di Cristo, e la chiesa da profetica diventò farisaica. La chiesa è eterna, questo è vero, ma è e sarà immortale perché immortale è il fariseismo come sicuro rifugio della mediocrità umana. Perfino il cristianissimo Dante, in pieno medioevo cristiano, dovette ammettere che la chiesa “puttaneggiava” con re e prìncipi invece di attenersi al Vangelo. Il fatto stesso che per secoli la chiesa ebbe come obiettivo principale quello di annientare fisicamente i suoi nemici (tra cui principalmente quei movimenti pauperistici - Catari, Albigesi, Dolciniani, Valdesi – che predicavano il ritorno al Vangelo) ci dice chiaramente che essa ha completamente fallito il suo compito. Fu istituito il terribile tribunale del Santo Uffizio, ma non fu mai istituita una commissione permanente dell’amore fraterno, per ricordare a tutti che il solo motivo per cui vale la pena di vivere è quello di amarci e soccorrerci vicendevolmente. Fu difesa una pretesa purezza della fede con la terribile inquisizione, con stragi, roghi, precisamente allo scopo di non parlare della carità.
Questa triste constatazione non è smentita dal fatto che indubbiamente tanti uomini di chiesa nel corso dei secoli si occuparono fattivamente del loro prossimo. Ospedali, lazzaretti, orfanotrofi, monti di pietà, furono istituiti in tutta la cristianità e in gran numero, e quasi sempre i loro fondatori erano uomini di chiesa, e di ciò resta memoria nella storia locale di tutte le nostre città. Questo è vero e non va dimenticato. Ma mentre la popolazione e il basso clero seppero sempre esprimere, in tutti i tempi e in tutte le latitudini, degli individui che sentivano vivamente la misericordia verso il prossimo, il Palazzo Apostolico si occupava principalmente della purezza della fede e di rafforzare il proprio potere, perdendo di vista l’essenza del cristianesimo.
per uno scambio di opinioni: aursa33@yahoo.it
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El infierno y el paraiso me parecen desproporcionados.
Los hombres no merecen tanto.
L'inferno e il paradiso mi sembrano esagerati:
gli uomini non meritano tanto.
Luis Borges
1. – L’inferno. Ecco un argomento molto in auge e sfruttato nei secoli passati, e prudentemente messo in sordina ai nostri giorni. Non v’è dubbio che il supremo castigo era il cavallo di battaglia, l’argomento ad effetto di tutti i predicatori delle missioni e dei quaresimalisti, i quali dagli alti pulpiti non mancavano di descrivere con sadico verismo tutti i tormenti che i diavoli infliggevano a chi fosse morto fuori della grazia di Dio. Gli affreschi medioevali delle nostre chiese di campagna - autentiche illustrazioni visive a edificazione delle masse analfabete – rappresentano spesso i poveri dannati che bruciano tra le fiamme eterne, mentre i démoni si divertono ad infilzarli con i loro forconi.
E qui c’è già una questione. Correttamente i catechismi moderni dicono che l’inferno consiste nella privazione della visione di Dio, senza più nominare le fiamme eterne; però la chiesa, nel corso dei secoli, ha sempre insistito sulla esistenza fisica delle fiamme. Si quis non crediderit flammas inferni …(non ricordo più alla lettera l’enunciato tridentino), anatema sit. Cioè se qualcuno non crede che le fiamme dell’inferno siano vere e reali (e non solo metaforiche), sia scomunicato. Sembra quasi di capire che la chiesa furbescamente voglia prevenire l’incoscienza di certi gaudenti i quali con molta leggerezza dicono di rinunciare volentieri ai cori celesti, alle processioni di angeli e di beati, insomma a certe gioie celestiali considerate un po’ stucchevoli, e di preferire l’inferno, dove ci si diverte di più. In altre parole, si dicono più attratti dalla compagnia delle allegre donnine localizzate nell’inferno che non da quella delle figlie di Maria che a loro parere, infestano, ahimè, il paradiso. No, sembra dire la chiesa, non è così, perché nell’inferno non ti divertirai affatto, essendo il castigo non soltanto di ordine spirituale (la privazione della visione di Dio), alla quale forse il peccatore incallito non è tanto sensibile, ma anche di ordine fisico, e bruciare in eterno tra le fiamme non è certo un divertimento.
Dunque il fuoco eterno non è un’esagerazione dei predicatori di altri tempi, volta a spaventare le anime semplici, ma un dogma di fede, espressamente codificato in quel pacchetto di verità indiscutibili che è un Concilio.
Insisto su questo punto perché parlando una volta dell’inferno con un giovane prete, questi mi guardò con aria di compatimento e credette di spiazzarmi dicendomi che ormai le fiamme erano un argomento superato, che si trattava di una credenza di altri tempi. Se ciò fosse vero, allora bisognerebbe convenire che la chiesa ha mentito per secoli oppure mette in liquidazione delle verità imbarazzanti.
E’ anche vero che la chiesa, per mettersi al riparo da accuse di terrorismo psicologico, ha sempre espressamente sottolineato che siamo obbligati a credere nell’esistenza dell’inferno, ma non siamo tenuti a credere che ci sia qualcuno dentro, neppure Giuda. Meno male, ma questo non basta lo stesso a giustificare l’esistenza dell’inferno. Se un padre fa sapere ai propri figli che caverà gli occhi a chi si azzarda a disubbidirgli, noi abbiamo i nostri buoni motivi per pensare che si tratta di un padre stupidamente crudele, anche se è appurato che non ha mai cavato gli occhi a nessuno. La sola esistenza di così assurda minaccia ci fa dubitare delle sue facoltà mentali a prescindere dal fatto che abbia messo in atto o no tale macabro castigo.
Può l’uomo meritare la dannazione eterna?
Siamo alla solita domanda: come può l’uomo, che è un essere finito, meritare un castigo infinito? La crudeltà fa molto male a chi la subisce, ma degrada anche chi la pratica. La vittima di una punizione immane, esagerata, in fondo conserva sempre la sua dignità; altrettanto non può dire chi ha ordinato questa punizione. A mio parere, sempre a mio modesto parere, condannando al fuoco eterno un peccatore, Dio si degrada, perde di dignità, così come un adulto che riempie di botte un bambino. Per quanto possa essere grande il peccato commesso, non c’è nessuna proporzione tra la colpa e la pena irrogata. Anche i più grandi criminali della storia, quelli che hanno fondato la loro celebrità su mucchi di cadaveri (pensiamo a Nerone, a Gengis Khan, a Pizarro, a Napoleone, a Stalin, a Hitler, a Pol Pot, ma l’elenco sarebbe lunghissimo) in fondo hanno agito per un ideale che a loro sembrava giusto e legittimo. A noi questi ideali possono sembrare aberranti, ma teniamo presente che quei sinistri personaggi hanno agito con il consenso di milioni di persone. L’inferno, così come ci veniva o ci viene ancora adesso presentato, mi sembra il proseguimento, la perpetuazione di quella estrema violenza che ha sempre contrassegnato la vita dell’uomo. Violenza in questa vita, violenza nell’aldilà: ma quando si potrà stare un po’ tranquilli?
Può anche darsi che dopo la morte ci sia un redde rationem e quindi un castigo adeguato alle nostre colpe. Ma, per l’appunto, il castigo deve essere adeguato, non spropositato. La chiesa sostiene che il castigo è infinito perché Dio è un Essere infinito, ma questo ragionamento non regge perché se è vero che Dio è infinito, non sono infinito io che, per debolezza o stupidità, lo offendo. E poi, un Dio che si ritiene offeso da me (che mi faccio i fatti miei e non intendo offendere nessuno) che Dio è? Ho troppa considerazione di Dio per pensare che una miserabile creatura come me possa impensierirlo.
2. – Il Purgatorio. – L’esistenza del purgatorio, come luogo temporaneo di pena delle anime dei giusti prima di poter accedere al paradiso, fu sancita dal concilio di Lione del 1274 e, a mio parere, fu un colpo di genio della chiesa cattolica dal punto di vista economico.
Agli albori dell’umanità il culto dei morti fu una delle caratteristiche che distinsero l’uomo primitivo dai suoi cugini scimmioni, ed è più che naturale che il ricordo delle persone defunte che abbiamo amato resti impresso nella nostra mente. E’ anche spontaneo che, dopo la morte di un nostro congiunto, noi ci rivolgiamo a qualche entità ultraterrena scongiurandola di essere clemente con l’anima del trapassato, di accoglierla con dolcezza, di non tener conto dei suoi peccati.
E’ un atto d’amore, che però non prova nulla: né che l’anima sopravviva al corpo, né che vi siano entità ultraterrene, né che vi sia un castigo o un premio post-mortem. Si tratta di un pio desiderio, di un pensiero gentile, ma che resta sempre nell’àmbito delle ipotesi. Io non giudico affatto male la commemorazione dei defunti che si fa nel giorno dei morti, o le visite ai cimiteri, o la foto del caro estinto che si tiene incorniciata sul comò: ciò denota una gentilezza d’animo, una solidarietà umana da parte di chi compie questi gesti, a prescindere dai molti interrogativi che pone il mistero della morte.
Ovviamente diverso è il discorso quando ci si trova davanti a un autentico sfruttamento commerciale della paura della morte, del terrore delle sofferenze atroci che potrebbero patire i nostri cari ancorché morti in grazia di Dio, della permanenza prolungata dei nostri cari tra le fiamme ardenti del purgatorio, (per nulla inferiori a quelle dell’inferno, se non per la durata…). Ripugna alla mia intelligenza il fatto che mi venga contestato e addebitato ogni scatto d’ira, ogni sguardo non proprio castissimo a una bella creatura, ogni dubbio sulle verità della fede. Ripugna anche alla mia sensibilità il fatto che chi mi ha creato mi attenda poi al varco per farmi pagare, come un esoso gabelliere, tutte queste e altre infinite mancanze. Ripugna alla mia mente il fatto che mio Padre (Dio), mi faccia arrostire per un’ora, per un giorno o per mesi, finchè non ho estinto tutto il mio debito di misera creatura umana.
Trovo poi addirittura scandaloso il fatto che, con i soldi, si possa perpetuare nell’aldilà quella ingiustizia che c’è su questa terra. Come tutti sappiamo, in questa valle di lacrime ci sono i ricchi e ci sono i poveri, c’è chi mangia smodatamente e chi muore di fame. La speranza di chi crede in Dio è che nella vita futura ci sia finalmente giustizia per tutti; e invece no. Se tu muori in grazia di Dio però hai un sacco di peccatucci da scontare, puoi accorciare la tua permanenza tra le fiamme se lasci le tue sostanze (che d’altronde non puoi portarti dietro…) alla chiesa, oppure ti fai celebrare una sfilza di messe gregoriane, oppure benefichi in qualche modo i preti. Quindi chi in questa vita ha avuto dei soldi, può avere dei vantaggi anche nell’aldilà. Sarebbe il colmo…
Cerchiamo un po’ di immaginarci la scena: mentre Tizio sta bruciando come un pollo arrosto, si presenta alla porta del purgatorio un angelo che lo chiama e gli dice: “Caro Tizio, tu dovevi stare per tot mesi fra le fiamme, ma siccome i tuoi parenti hanno fatto dire le sante messe gregoriane nella basilica di Loreto (pensa, nientemeno che nella basilica di Loreto…), hai uno sconto di due mesi, per cui potrai andare in paradiso la settimana prossima”. Insomma i preti hanno preso Domineddio per uno stupido, per un re travicello che si presti ai loro interessi economici.
Speriamo che non sia così.
per uno scambio di opinioni: aursa33@yahoo.it
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Tu sei Pietro, e su questa pietra
edificherò la mia chiesa
Uno degli errori più madornali che ha commesso la chiesa di Roma è stato, a mio parere, la proclamazione dell’infallibilità del Papa in materia di fede. Probabilmente Pio IX voleva mettere un puntello forte al suo trono traballante, voleva offrire una prova di potere e di forza in un momento di estrema debolezza, confondendo il piano spirituale con quello temporale.
Diciamo la verità, il dogma è alquanto ridicolo. L’infallibilità riguarda esclusivamente le verità di fede proclamate ex cathedra. Verità prive del minimo riscontro e al riparo da ogni contestazione. Chi può contestare, prove alla mano, che Maria di Nazareth è nata senza peccato originale? Chi può dire che non è stata assunta in cielo? Se io proclamo che le foglie della foresta amazzonica sono, in questo momento, tot milioni di miliardi, chi mi potrà smentire? Ma proprio l’impossibilità di smentite sancisce la assoluta vacuità della mia asserzione: solo uno sprovveduto potrà dirmi che sono di più o di meno; la persona intelligente mi compatisce e basta.
2. -Affermare poi che il papa è infallibile quando proclama simili verità non fa che aggravare l’errore, perché il dogma scava un fossato invalicabile tra la chiesa cattolica e le altre confessioni cristiane. Da Giovanni XXIII in poi, i papi hanno cominciato a parlare di ecumenismo, a ipotizzare, cioè, la convergenza di tutte le fedi cristiane, di modo che vi sia un solo ovile e un solo pastore, secondo l’espressione evangelica. Pia illusione, perché luterani, anglicani e ortodossi non ammetteranno mai di aver avuto torto, non faranno mai un passo indietro a meno che non faccia tanti passi indietro anche il papa. Ma il papa, con la proclamazione della sua infallibilità, non potrà mai ammettere di essersi sbagliato in materia di fede; se lo facesse perderebbe la faccia. La chiesa di Roma si è quindi messa da sola in un vicolo cieco. Che senso hanno allora gli inviti all’ecumenismo, senza la disponibilità a rinunciare a una parte delle verità proclamate come irrinunciabili? Tanto vale dire: ”Cerchiamo di metterci d’accordo, ma l’accordo è possibile solo se voi sconfessate i vostri errori, dal momento che lo Spirito Santo ha detto che solo le mie affermazioni sono vere”. Non sarebbe un discorso serio.
Paradossalmente Pio IX proprio con la proclamazione del dogma dell’infallibilità dimostrò la propria fallibilità, perché complicò enormemente la vita dei suoi successori, i quali hanno le mani legate e non possono più trattare con i loro confratelli di fede differente.
3. – A margine di questo discorso, c’è da aggiungere che Pio IX, se era infallibile, come sosteneva lui, nelle verità di fede, nelle altre proclamazioni dottrinali esternò un cumulo di affermazioni insostenibili in quel famoso “Sillabo” che emanò nel 1864, da fare accapponare la pelle. D’accordo, il sillabo non costituisce verità di fede, però un’obiezione sorge subito spontanea: ammettiamo pure che lo Spirito Santo assista il papa quando proclama certe verità (peraltro indimostrabili…), come mai lo abbandona completamente al ridicolo quando il papa sproloquia in materia non dogmatica?
Diamo uno sguardo ad alcune di queste stupefacenti affermazioni:
· La scienza filosofica è valida solo se accetta la Rivelazione (XIV);
· L’uomo non ha il diritto di abbracciare e professare qualunque religione egli ritenga vera (XV);
· Non c’è alcuna possibilità di salvezza al di fuori della chiesa cattolica (XVI);
· Coloro che non sono nella vera chiesa di Cristo non possono neppure sperare di salvarsi (XVII);
· I protestanti non possono piacere a Dio (XVIII);
· La potestà ecclesiastica può esercitare la sua autorità anche senza licenza e consenso del governo civile (XX);
· Non si deve abolire il Foro ecclesiastico per le cause temporali del clero, siano esse civili o criminali (XXXI);
· Quando una legge civile e una religiosa configgono, deve prevalere quella religiosa (XLII);
· Il potere laicale non ha il diritto di rescindere o dichiarare nulli i concordati (XLIII);
· Lo Stato non ha il diritto esclusivo di regolamentare le scuole pubbliche; l’autorità religiosa ha il diritto di intromettersi nella disciplina delle scuole e nella scelta dei maestri (XLV);
· Le scuole pubbliche non possono esimersi dall’autorità e dall’ingerenza della chiesa (XLVII);
· I cattolici devono opporsi alla scuola che non segua la dottrina della chiesa (XLVIII);
· Il governo non può aiutare quei religiosi che abbandonano lo stato clericale rompendo i voti (LIII) (e questa è autentica perfidia…Ricordiamo che fino alla revisione del concordato del 1984 i preti spretati erano privati dei diritti civili, non potendo accedere ai pubblici uffici senza il benevolo assenso del loro vescovo);
· Re e principi non sono esenti dalla giurisdizione della chiesa (LIV);
· E’ un errore separare la chiesa dallo stato e lo stato dalla chiesa (in pratica è il rigetto del civilissimo enunciato di Cavour “Libera chiesa in libero stato”) (LV);
· La morale laica non ha nessun fondamento; semplicemente non esiste (LVI e LVII);
· L’uomo non ha diritto al divorzio (LXVII);
· La potestà civile non ha il potere di legiferare in materia matrimoniale; può farlo solo la chiesa (LXVIII);
· Il vero matrimonio è solo quello sacramentale. Senza sacramento non vi è matrimonio (LXXIII);
· La religione cattolica è l’unica religione dello stato (LXXVII);
· E’ da condannarsi il fatto che in alcuni paesi cattolici la legge consenta l’esercizio di qualsiasi culto non cattolico (LXXVIII);
· La libertà civile di qualsiasi culto e così pure l’ampia facoltà concessa a tutti di manifestare qualunque opinione o pensiero in pubblico conduce a corrompere più facilmente i costumi e a diffondere la peste dell’indifferentismo (LXXIX).
Queste perle sono contenute nel sillabo di Pio IX. Qualcuno potrebbe obiettarmi che è ingeneroso da parte mia, e anche troppo facile, criticare un documento emanato quasi centocinquanta anni fa, senza tener conto del tempo passato e della conseguente evoluzione dei costumi; sarebbe infatti anti-storico giudicare il passato con la mentalità del ventunesimo secolo.
Rispondo: non è così. Prima di tutto le idee espresse nel Sillabo sono oscurantiste e retrive anche per il loro tempo, se si pensa che Carlo Alberto aveva concesso la libertà di culto ai Valdesi già da una quindicina d’anni, e Carlo Alberto non era certo un rivoluzionario. Tanto per citare un esempio.
Con la promulgazione del Sillabo Pio IX fa un salto indietro di almeno due secoli, ignorando completamente gli illuministi e i diritti basilari della persona enunciati dalla rivoluzione francese e dalla dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America. In altre parole nel 1864 la società civile era molto più avanti di quanto lo fosse la chiesa, che col Sillabo sembra riallacciarsi al Medio Evo. In secondo luogo bisogna chiarire una cosa: la chiesa, a prescindere dal dogma, pretende di essere sempre, per il passato e per il futuro, ispirata dallo Spirito Santo e quindi maestra di vita per i fedeli. Con quel documento così offensivo della dignità umana la chiesa dimostra di essere una maestra autoritaria e retrograda, che non merita assolutamente la fiducia degli individui che ragionano con la propria testa.
Se oggi nessun prete sensibile ai problemi della società se la sentirebbe di sottoscrivere quel documento, vuol dire che la chiesa non è dispensatrice di verità eterne, ma è costretta anch’essa a inseguire faticosamente i tempi e, vedi caso, è costretta sempre a combattere battaglie di retroguardia, a fare oggi delle concessioni che ieri ha ostinatamente negate. Ricordo che la chiesa ha impiegato quasi quattro secoli per ammettere di essersi sbagliata con Galileo, e per di più molti esponenti della curia hanno ritenuto inopportuna quella richiesta di scuse fatta da Giovanni Paolo II. Ricordo il caso di Giovanna d’Arco, bruciata viva con un regolare processo canonico e poi fatta santa. E non voglio infierire ricordando i crimini della Santa Inquisizione. Dunque la chiesa prende delle cantonate terribili né più né meno come qualsiasi organismo umano, con la differenza che i comuni mortali agiscono consapevoli dei propri limiti e dei possibili errori, mentre la chiesa fa credere di essere l’emanazione terrestre della sapienza divina.
per uno scambio di opinioni: aursa33@yahoo.it