Via dal mondo delle favole
di Giulio Cesare Agnachi
Questo libro è una pacata smitizzazione dei dogmi, di qualsiasi dogma. Invita ogni persona a ragionare con la propria testa, a liberarsi dai condizionamenti infantili. E' incredibilmente enorme la quantità di favole che vengono raccontate in materia di religione presso qualsiasi popolo, in ogni latitudine, in ogni epoca. L'autore si sofferma in particolare sui dogmi della religione cattolica, in cui è stato educato, e ne evidenzia l'assurdità e le contraddizioni, al lume della semplice ragione umana. L'autore non è ateo, ma agnostico: è perfettamente consapevole della limitatezza della mente umana nonché della propria ignoranza, ma non accetta che gli altri gli diano da bere verità inventate da chissà chi nella notte dei tempi e che fanno acqua da tutte le parti.
Io non so tante cose, è vero
dico solo quello che ho visto
e ho visto
che la culla dell'uomo
la dondolano con le favole;
che il pianto dell'uomo
lo asciugano con le favole;
che l'angoscia dell'uomo
la soffocano con le favole;
che le ossa dell'uomo
le sotterrano con le favole;
e che la paura dell'uomo
ha inventato tutte le favole.
Io so poche cose, è vero,
ma mi hanno rotto
con tutte queste favole.
E non voglio più favole.
Leòn Felipe (1884 - 1968)
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Indice degli argomenti trattati:
1. - Essere agnostici 2. - Dio c'è, ma non è quello
3. - Il peccato originale 4. - La vera fede
5. - Cristo 6. - Maria
7. - I cristiani 8. - Il prete
9. - Il lacrimatoio 10. - Il libro di Giosuè
11. - Il sacrificio di Isacco  p; 12. - L'esodo
13. - La colpevolizzazione 14. - Inferno e purgatorio
15. - L'infallibilità pontificia
per uno scambio di opinioni: aursa33@yahoo.it
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Essere agnostici
Creedme, existe mas fe en la duda honesta
que en la mitad de los credos.
Credetemi, c'è più fede nel dubbio onesto
che nella metà delle varie credenze.
Ortega y Gasset
Ogni cucciolo d’uomo che nasce in qualsiasi parte del mondo viene quasi sempre accolto con gioia, allevato, amato da genitori e parenti, ma soprattutto viene educato. E viene educato non necessariamente in modo formale, ma gli si fa assorbire continuamente e inconsapevolmente la cultura del popolo in cui è nato. Idealmente, al momento della nascita gli viene consegnata una bandiera, una lingua, un catechismo, una storia, ed egli deve conservare gelosamente queste cose, e trasmetterle poi a figli e nipoti perché sono la verità, la cultura dei suoi antenati, della sua terra e della sua razza. Se non agisce così sarà giudicato molto negativamente dai suoi conterranei, sarà considerato un traditore. Mettere in dubbio, passare al vaglio della ragione questi principi è quasi sempre stato un reato, e lo è tuttora in molti paesi del mondo. Ogni etnìa si è sempre considerata l’unica depositaria della verità, l’esemplare della più autentica razza umana, che parla la più bella lingua e che adora l’unico vero Dio.
Cogito ergo sum, diceva Cartesio, forse in un senso diverso da quello che io, misero elaboratore di pensieri banali, gli attribuisco, ma l’assioma conserva intatta la sua validità nonostante l’apparenza lapalissiana. Io esisto come personalità autonoma e rispettabile in quanto penso con la mia testa, e non ripeto, per quanto possibile, verità inventate da chissà chi duemila o cinquemila anni fa e che oggi all’uomo moderno appaiono improbabili.
Persone avvedute e perfino scaltre nella loro professione, che gestiscono la loro famiglia e i loro affari con prudenza e intelligenza, in fatto di religione trangugiano rospi grossi come una casa senza battere ciglio, anzi offendendosi se qualcuno gli fa notare che ci si potrebbe nutrire intellettualmente in modo un po’ più sano, o perlomeno sarebbe meglio mangiare poco ma genuino. Quelli che hanno la pretesa di preferire il digiuno o una moderata e attenta dieta piuttosto che abbuffarsi di pietanze avariate e precotte da altri, vengono giudicati blasfemi, presuntuosi, supponenti. La stessa accortezza che noi usiamo nel respingere le mirabolanti offerte di un commesso viaggiatore, o le lusinghe di un’accattivante pubblicità televisiva, ci viene meno quando si tratta di mettere in discussione certe affermazioni apodittiche pronunciate da un capo spirituale, di qualsiasi religione, il quale pretende di sottometterci alla sua autorità. Perché io devo accettare a scatola chiusa quel che avrebbe detto nella notte dei tempi un qualche oscuro pastore della Mesopotamia? Perché devo prestar fede, senza permettermi di dubitare, a uomini che affermano di aver parlato con Dio (beati loro) quando io non c’ero? E perché Dio si sarebbe rivelato a loro e non dice assolutamente niente a me?
Questi miseri appunti (e uso questa espressione non per ipocrita umiltà, ma per profonda convinzione) tendono a ristabilire e rivalutare il primato della ragione, pur tenendo presente che non si vive di pura razionalità, ma anche di sentimento e passione.
In fatto di religione ci sono in giro (ci sono stati e ci saranno fin che dura il mondo) un’infinità di falsari. In gran parte sono in buona fede, come è in buona fede la casalinga che riceve e rimette in giro, senza saperlo, una banconota falsa. Se ci sono nel mondo migliaia di credenze religiose, ognuna delle quali rivendica il monopolio assoluto dell’origine divina, alla persona avveduta non può non venire il sospetto che, al novantanove per cento, siano tutte favole. Su questo punto gli uomini sono tutti d’accordo, ma ovviamente ognuno crede che siano gli altri nell’errore, non lui. Come fare allora a discernere la moneta buona da quella cattiva? Sono tutte buone? Sono tutte cattive? Ce n’è una sola valida? Oppure ognuna è valida, sempre come capita con le monete, solo nel paese in cui ha corso legale? E’ un bel rompicapo che ognuno risolve a suo modo o rifiutandole tutte, o tenendosi, per conformismo, quella che ha succhiato col latte materno. Quest’ultima è la soluzione che, per quieto vivere, sceglie la quasi totalità delle persone, ma non è detto che sia la scelta migliore. Cito quell’ineffabile e disincantato pensatore che era Montaigne:
Seguiamo la religione a nostro modo e in quanto ci garba, non diversamente da come si seguono le altre religioni. Siamo capitati nel paese in cui essa era in uso… Un altro paese, altri testimoni, uguali promesse e minacce ci potrebbero instillare allo stesso modo una credenza contraria. Noi siamo cristiani allo stesso titolo per cui siamo perigordini (abitanti della regione francese del Périgord) o tedeschi… (Saggi, II, 12)
Con estrema umiltà mi accingo a buttare giù questi pensieri, convinto, convintissimo di dire cose sciocche e risapute ma comunque, a mio parere, non più sciocche e risapute di quelle contenute in una caterva di libri, summe teologiche, enciclopedie, o altro, che trattano questi argomenti, con la differenza che tutti quei libri hanno la pretesa di possedere la verità, mentre io sono convinto di non aver capito nulla del mistero della vita. Come un pellegrino in terra straniera, ho chiesto a destra e a sinistra qual era la strada giusta, ma mi sono accorto che le premurose persone che volevano aiutarmi in realtà ne sapevano quanto me, e forse meno di me, cioè nulla. Meglio sbagliare da solo. Non vedo un motivo valido per dare credito di affidabilità a uno sconosciuto vissuto migliaia di anni fa, o a un mio contemporaneo – sia egli considerato un filosofo, un profeta, un santo o un ispirato – e ciò non per superbia, ma per sospettosa prudenza. Come quando scendi dal treno in una città straniera e certi personaggi ti vogliono accompagnare con petulante insistenza in questa o quella pensione dove – assicurano – si mangia e si dorme magnificamente a modico prezzo. Se li segui a volte capiti bene, a volte capiti male, ma sarebbe successa la stessa cosa se facevi di testa tua. La molteplicità delle fedi religiose esistenti nel mondo - che io rispetto tutte, ma tengo a debita distanza – mi insospettisce e mi dà da pensare.
E’, la mia, una posizione scomoda. Conformarsi è tanto più facile che ragionare con la propria testa, anche perché, fin da piccoli, genitori preti e maestri ci hanno convinti della nostra ignoranza, della pochezza dei nostri mezzi cognitivi mettendoci in guardia contro il pericolo della presunzione. Avevano ragione, i nostri educatori, ma nella lodevole premura di insegnarci il “giusto” cammino, hanno dimenticato di sviluppare soprattutto il nostro senso critico.
Una delle più significative novelle di H.C. Andersen è certamente quella del “Re Nudo”. L’ipocrisia, il conformismo, la piaggeria di tutta la corte e degli uomini condizionati dalla verità ufficiale crollano come un castello di carta davanti all’esclamazione del bambino ingenuo: “Ma il re è nudo!!”.
Ed è precisamente il metodo del “Re Nudo” che io voglio applicare a molte verità che mi sono state insegnate nella vita e che vengono diffuse dai mezzi di comunicazione come chiare ed evidenti, tanto evidenti da non aver neppure bisogno di dimostrazione, mentre, a ben vedere, evidenti non lo sono affatto. Le banconote false sono quelle che vengono spacciate con la maggiore naturalezza. Ogni giorno noi assorbiamo come indiscutibili tante fandonie che ci vengono ammannite dalla stampa o dalla televisione o da guru dello spirito come se fossero le verità più ovvie e scontate di questo mondo e, - questo è il subdolo messaggio subliminale – chi non le accetta o le mette in dubbio è “out”, è superato, è un perdente da compatire.
Questo libretto, nella sua pochezza, non vuole insegnare nulla a nessuno; una cosa sola vuole raccomandare: difendiamoci dai falsari, non prestiamo fede a tutto quel che ci vogliono far credere, guardiamo le cose con occhio semplice e disincantato, come fece per l’appunto il bambino di Andersen.
Credo in Dio, ma non riesco a credere a tutti
i dogmi della chiesa. Faccio un po’ di fatica con l’aldilà;
ad esempio, con il paradiso e l’inferno.
Mi chiedo: se uno è zoppo, lo sarà anche lassù?
E se non è così, come ci si riconoscerà a vicenda?
F.D. James
Se iniziamo un discorso sensato su Dio, dobbiamo senz’altro premettere il detto socratico hoc scio quod nescio, so soltanto una cosa, che non so assolutamente nulla. Per l’uomo, parlare di Dio è come per la formica parlare dell’uomo; aggiungiamo che questo paragone è vero per difetto, in quanto è molto più possibile per la formica parlare (si fa per dire…) dell’uomo che non per l’uomo parlare di Dio, perchè sia la formica che l’uomo sono esseri finiti, caduchi, limitati, mentre Dio è infinito. Quindi, a mio parere, tutte le teologie di questo mondo sono illusorie perché basate sul nulla, perché vogliono occuparsi di qualcosa che non conoscono, che non potranno mai conoscere, come il secchiello non potrà mai contenere il mare. Tutte le religioni usano frasi di questo tipo: “Dio ha detto”, “Dio ha fatto”, “Dio vuole che…”, “Dio ci aiuterà”, “Dio ci castigherà”, “Dio ci ama”, “Dio non paga il sabato”, “Non muove foglia che Dio non voglia”, eccetera. Sono tutte frasi basate sui propri desideri, sulla propria immaginazione, sulla tradizione anche millenaria, ma sono destituite di ogni fondamento. Non sono altro che wishful thinking. Non c’è esercito, nella storia, che non si sia mosso al grido di “Dio lo vuole” o “Dio è con noi” per compiere usurpazioni, conquiste, massacri, stupri e distruzioni. Il potere, sotto qualsiasi forma, si è sempre impossessato del concetto di Dio, l’ha fatto proprio, e lo ha imposto alle masse per poterle meglio dominare. Appare evidente a tutti che il dittatore, il tiranno, o anche semplicemente il governante ha sempre cercato l’appoggio (con le buone o con le cattive) dei sacerdoti delle varie religioni, per legittimare il potere. Esempio lampante, per noi italiani, è la decisione di Mussolini, notoriamente ateo e anticlericale, di riconciliarsi col Papato (11 febbraio 1929) per avere il consenso dei fedeli al suo regime, elargendo concessioni, soldi e privilegi alla chiesa di Roma, in cambio della “non ostililtà” al regime fascista.
Il Dio ufficiale di tutte le religioni appare quindi come uno strumento duttile ed efficace per raggiungere qualsiasi scopo, soprattutto i meno nobili: entusiasmare o narcotizzare le masse, giustificare gli abusi del potere, far credere che il potere deriva da Dio, sfruttare i poveri, dare loro la speranza di una gaudio futuro in cambio di uno sfruttamento presente, o anche semplicemente vivere alle spalle degli altri in nome di Dio, e via di questo passo; non c’è limite all’utilizzo strumentale dell’idea di Dio. Il mendicante chiede l’elemosina in nome di Dio, il prete sentenzia in nome di Dio, il matrimonio viene celebrato innanzi a Dio, è Dio che guida il nostro esercito affinché possiamo annientare il nemico. Questo Dio non esiste. Esiste Dio, ma questo Dio, di largo consumo e di facile sfruttamento, non esiste.
Ricordo che da ragazzino, leggendo la Storia Sacra (così si chiamava allora la storia dell’umanità basata sul racconto della Bibbia), rimanevo impressionato dalla ferocia con cui il Dio d’Israele ordinava agli Ebrei di sterminare i Cananei fino all’ultimo, di non fare prigionieri, di non risparmiare né donne né bambini, e dava terribili castighi a chi disobbediva a quest’ordine. . Ma Dio, pensavo fra me, non è il padre anche dei Cananei? Nel famoso episodio della caduta di Gerico, Dio consente a Giosuè di fermare il sole (nientemeno...) affinchè i nemici non possano sfuggire al massacro col favore delle tenebre. E questa disposizione di Dio, (quella cioè di sterminare i nemici senza nessuna pietà) è un motivo che ricorre costantemente nella Bibbia. Dico subito chiaro e tondo che a questo Dio mi rifiuto di credere. Non può esistere un Essere Supremo così sanguinario e inutilmente crudele. Dio esiste, ma è certamente un’altra cosa, qualcosa che io non posso comprendere, ma non si può pretendere che, con questa scusa, io sia poi tenuto a credere a qualsiasi assurdità su Dio che mi venga propinata. E’ vero che l’idea di Dio va al di là della capacità della mia ragione, ma per questo motivo non si può pretendere che la mia ragione creda in un Dio tanto improbabile. Se Dio ci ha dato una ragione, è perché la usiamo, e non perché crediamo a cose che ripugnano alla ragione stessa. Io capisco di essere ignorante, limitato, impossibilitato a comprendere la grandezza di Dio perché Egli è di un’altra dimensione, però non sono uno stupido a cui si possa far credere qualsiasi favoletta. Contrariamente a ciò che leggiamo nella Bibbia, non è l’uomo che è stato fatto a immagine e somiglianza di Dio, ma è Dio, questo Dio, che è stato comodamente creato a immagine e somiglianza dell’uomo.
Giove era la proiezione di tutte le virtù e di tutti i vizi dell’uomo, e, in fondo, era perfino simpatico con quella sua smania di insidiare tutte le ninfe che poteva, con grande dispetto di sua moglie Giunone. Jahvè ci appare certamente più credibile, ma è terribilmente serio e permaloso: si offende per nulla, e se commetti una colpa grave, ti fa bruciare per tutta l’eternità in un fuoco al cui paragone - così dicono i santi padri - il fuoco di una fornace è acqua fresca, scalda come può scaldare un fuoco dipinto su di un muro. E anche se muori in grazia di Dio, devi purificarti nel Purgatorio per mesi ed anni a causa delle infinite mancanze che commetti ogni giorno, e il fuoco del Purgatorio non è per nulla inferiore a quello dell’Inferno, se non per la durata. Se rileggiamo il Dies irae c’è di che spaventarsi terribilmente, perché questo Dio estremamente fiscale farà portare il libro scritto con quale ci contesterà ogni peccatuccio o peccataccio. Come si fa a non vivere nel terrore, se neppure l’uomo giusto può stare tranquillo (cum vix justus sit securus)? Insomma l’uomo, con tutti i guai che ha, dopo aver sofferto la fame, la sete, le angherie della natura e degli altri uomini, dopo aver sopportato malattie e dolori, va dall’altra parte e trova, ben che gli vada, un fuoco spaventoso che lo arrostirà per un tempo determinato; se invece è morto non in pace con Dio, arrostirà per sempre, per sempre, per sempre; non trova un padre, ma un giudice di vendetta ( judex ultionis). Non sarebbe meglio, allora, non essere mai nati? Se siamo, come dice S. Agostino, una massa damnatorum, allora bisogna ammettere che la Creazione è stata un flop cosmico. Se tutti, ma proprio tutti gli studenti di un liceo vengono bocciati, sarà logico pensare che in quel liceo c’è qualcosa, anzi molte cose che non vanno, e sarebbe opportuno cambiare preside e professori, o perlomeno riesaminare a fondo i loro programmi e i loro metodi d’insegnamento.
A mio parere, l’uomo non sa nulla di Dio, non sa cosa fa, come la pensa, cosa dice o come opera, perché fare, pensare, dire, operare sono categorie umane, mentre Dio appartiene a un’altra dimensione di cui noi non abbiamo e non possiamo avere neppure il più pallido concetto.
Per iniziare, quindi, un corretto discorso su Dio dobbiamo far piazza pulita di tutte le favole che sono state raccontate su di Lui nel corso dei secoli, certamente in buona fede, e che sono state ripetute di generazione in generazione, ripetute a tal punto da passare per vere, anche per l’autorevolezza delle persone che ne sostengono l’autenticità. Tutti capiscono che un’idea sbagliata, ripetuta con forza infinite volte da persone che godono a torto o a ragione di una certa posizione influente, inoculata nei primi anni di vita proprio da coloro che ci vogliono più bene, si annida nella nostra mente, e nell’età adulta sarà difficile sradicarla senza un considerevole atto di coraggio. A ogni popolo le sue favole, che finiscono con l’apparire veritiere perché sono in tanti a crederle, e le credono da secoli.
La tradizione, quindi, come marchio di qualità. Quelli che, come Gesù Cristo, o Galileo, o Giordano Bruno, o Valdo, (e tantissimi altri) hanno posto in discussione le idee imperanti e imposte dalla classe dirigente del loro tempo, sono stati emarginati, torturati, uccisi. Oggi nei paesi civili non si usa più il rogo, ma l’emarginazione è sempre di moda.
Io sono personalmente convinto che Dio non ha mai detto niente, non ha mai parlato a nessuno, non ha mai autorizzato nessuno a parlare per Lui, anche se sono moltissimi (troppi) quelli che si arrogano tale diritto. Non sappiamo nulla di Lui, perché né la Bibbia, né il Corano, né la Torà, né i libri Veda, che pure sono consultati ogni giorno da milioni di persone, sono stati scritti da Lui, ma sono solo la testimonianza di ciò che attraverso i secoli uomini diversi hanno pensato di Lui. Ognuno a suo modo, ognuno convinto di possedere la chiave della verità, ognuno con odio, o disprezzo, o anche solo compatimento verso coloro che la pensano diversamente. Il solo grande libro che ci parla di Lui è semmai un libro non scritto, “il gran libro della natura”, come lo chiamava Galileo. E’ l’unico libro che ci fa riflettere, che non teme smentite, ma per leggerlo correttamente dobbiamo avere l’intelletto sgombro da ogni pregiudizio, da ogni idea aprioristica. Bisogna leggerlo con candore e umiltà.
Esiste Dio?
La domanda delle domande, il dilemma su cui hanno riflettuto generazioni di filosofi nel corso dei secoli. Alcuni hanno risposto in senso negativo, insoddisfatti dalla pochezza delle risposte offerte dalla maggioranza delle religioni costituite, altri in senso positivo, aderendo ad una delle tante fedi religiose. In altre parole, per la stragrande maggioranza degli uomini, o Dio non esiste, oppure esiste, ma è da inquadrare nella cornice di determinate credenze codificate due, tre, diecimila anni fa da personaggi mitici ritenuti ispirati da Dio. La persona che è abituata ad usare il proprio cervello tende sempre più a prendere le distanze da questi miti e leggende, a liberarsi da questo “sonno della ragione” ben consapevole che, se è vero che non tutto si può spiegare con la limitatissima ragione umana, è anche vero che l’irrazionalità e la fede acritica sono strumenti del tutto inadeguati e controproducenti ai fini della ricerca, e umiliano l’intelletto umano.
Personalmente credo che Dio esista, ne sono personalmente convinto. La ragione che mi induce a tale convinzione è semplice e perfino banale: se esiste un orologio, evidentemente esiste un orologiaio, perché l’orologio non si è fatto da solo. Dalle tracce lasciate da una persona e da mille altri indizi si riesce a capire molte cose sulla sua personalità: se non altro, come dato minimale si riesce a stabilire che una persona è passata e ha operato in quel posto. Le cose parlano e il loro linguaggio non verbale è di un’estrema chiarezza. Dunque, a mio modo di vedere, c’è un grande, invisibile Autore che ha fatto tutto ciò.
Per ripetere un abusatissimo ma sempre valido esempio: teoricamente è possibile che una scimmia, battendo a caso i tasti di una macchina da scrivere, riesca a comporre un romanzo. Teoricamente. In pratica è difficilissimo, anche dopo un anno di battitura, che riesca a comporre anche una sola parola di senso compiuto. Quindi il Caso, invocato da tanti, non può avere credibilità. Se esiste l’infinitamente piccolo (l’atomo, la cellula) e l’infinitamente grande (gli astri), ed esistevano già molti millenni prima che apparisse l’uomo, ciò vuol dire che un grande architetto ha costruito tutto ciò, anche se il senso ci sfugge. Soltanto recentemente l’uomo ha scoperto la complessità dell’atomo, strutturato a imitazione del sistema solare, ma l’atomo, la cellula, le galassie esistevano già milioni di anni fa, quando l’uomo camminava ancora a quattro zampe. Averle scoperte vuol dire che prima ne ignorava l’esistenza, ma esse già c’erano, ed evidentemente qualcuno le aveva fatte. Può anche darsi che in futuro gli scienziati riescano a dare delle spiegazioni credibili, verosimili, ragionate che spieghino l’esistenza del creato senza postulare necessariamente l’opera di un creatore, ma al momento attuale ciò appare impossibile, e siccome io vivo hic et nunc, non posso aspettare una spiegazione che forse verrà un giorno, ma che adesso non c’è.
Non sappiamo chi sia, questo grande Architetto, e non sappiamo (almeno per il momento) se, oltre la realtà che riusciamo a percepire, abbia fatto altro, se abbia creato esseri viventi in altre galassie, ma intuiamo soltanto che esiste. Intuiamo che c’è, punto e basta.
Questa constatazione da sola
può sconvolgere la nostra mente, ma neanche troppo, perché la nostra mente
limitata non può essere sconvolta più che tanto da un mistero così grandioso.
Attorno a questa intuizione – l’idea, cioè, di un grande Artefice – comune a
tutta l’umanità, ogni popolo ha poi costruito ( e qui sta l’inghippo…) la sua
cosmogonia, ha inventato a proprio uso e consumo tutto uno stuolo di angeli , o
demoni, o spiriti, o ninfe, e ha immaginato luoghi di castigo o di gaudio per i
trapassati, e ha inventato dogmi di ogni sorta, ma tutto ciò è umano, troppo
umano, per dirla con Nietsche. Mentre possiamo ragionevolmente ammettere
l’esistenza di Dio come Entità eterna, suprema, infinita, immortale e
onnipotente, altrettanto ragionevolmente ci appaiono aleatorie, discutibili e
perfino ridicole tutte le sovrastrutture che l’uomo ha costruito attorno
all’idea di Dio: la Trinità, l’eucaristia, l’inferno paradiso e purgatorio, la
bibbia, la rivelazione, il papato infallibile, .le indulgenze, e tante altre
pie invenzioni che avviliscono l’idea di religione .
Dunque, se non altro come ipotesi fortemente probabile, Dio c’è.
Non c’è, sempre a mio modesto parere, il dio dei cristiani, il dio degli ebrei, il dio dei maomettani, il dio dei giapponesi o degli africani, ma c’è Dio, che è una cosa molto più seria del dio cristiano o maomettano o giapponese o africano.
Se diamo retta alle grandi religioni monoteistiche, noi sappiamo moltissime cose di Dio: che cosa gli piace oppure non gli piace, che cosa vuole o non vuole da noi, i premi e i castighi che ci darà, che cosa ha detto nel corso dei secoli eccetera eccetera. Crediamo di sapere perfino, e sarebbe interessante scoprire come abbiamo fatto a saperlo, i nomi delle sue schiere personali: cherubini, serafini, troni, dominazioni, e via farneticando. Il credente del XXI secolo dovrebbe conformare la sua vita sulla base delle affermazioni (o vaneggiamenti) di pastori, pescatori o visionari di due, tremila anni fa, i quali avevano tanta fede ma scarso senso critico. L’uomo libero da condizionamenti, invece, si è sempre interrogato con serenità sull’esistenza di Dio, sulla morte, sul destino dei trapassati, sulla morale, sul dolore, sul bene e sul male. Non ha ricevuto molte risposte, è vero, ma il tormento di non ricevere risposte non giustifica l’accettazione di sentenze apodittiche poco attendibili.
Non sappiamo assolutamente nulla di Dio. Egli è troppo grande, immenso, infinito per entrare nei nostri miseri cervellini. Ribadendo ciò che ho già detto, ripeto che noi non possiamo avere un’idea di Dio, così come la formica che si affaccenda nel mio giardino non può avere nessuna idea di chi sono io, dei miei pensieri e delle mie azioni. Apparteniamo ambedue al novero degli esseri viventi, ma siamo su due livelli diversi; io conosco qualche cosa del mondo delle formiche (molto poco, in verità), ma la formica non conosce assolutamente nulla di me e non potrà mai conoscerlo, perché io posso comprendere il cervello della formica, ma la formica non può comprendere il mio cervello. Noi non conosciamo Dio e Dio non fa nulla per farsi conoscere, probabilmente perché egli si preoccupa di noi non più di quanto ci preoccupiamo noi delle formiche del nostro giardino. I profeti di tutte le religioni si affannano a dire che Dio ci ama, che ha mandato il suo figlio unigenito a morire per noi tanto era il suo amore per il genere umano, Dieu a besoin des hommes, noi siamo cooperatori della redenzione, Dio vuole, Dio ha detto, Dio ha fatto: sono tutte espressioni poetiche, consolatorie, ma assolutamente illusorie, perché le tragiche vicende umane, le guerre, le carestie, i bambini che muoiono di fame, le persone incolpevoli che soffrono dolori terribili, le catastrofi ambientali, le preghiere inascoltate dei poveri, le persone assolutamente innocenti che languiscono in carcere per venti o trent’anni, l’assurda sperequazione tra primo e terzo mondo, la sovrana ingiustizia che regna in questa terra e tantissime altre cose ci dicono dell’assoluta indifferenza di Dio alle nostre vicende: apparentemente non gli interessano. Le estasi e le visioni di pastorelli, le rivelazioni fatte a persone devote attengono, sempre a mio modesto parere, alla sfera delle autosuggestioni e dei pii desideri. Molti fenomeni mistici sono spiegabili più con un manuale di psicologia che con un preteso intervento divino. E’ la nostra presunzione che ci fa credere di avere dimestichezza, familiarità, addirittura figliolanza con un Dio che, alla prova dei fatti, si è sempre rivelato sordo e indifferente alle nostre preghiere. Desine fata deum flecti sperare precando, diceva già duemila anni fa lo scettico Virgilio, smettila di sperare che i fati degli dèi possano essere piegati con le preghiere. In una cella di un lager nazista è stata trovata questa scritta quanto mai drammatica, incisa sul muro probabilmente da un detenuto sfinito dalle torture: “Dio, se esisti, devi chiedermi perdono”.
- Il silenzio di Dio. Fino a duemila anni fa, Dio si sarebbe rivelato agli uomini per mezzo di profeti, dopodiché si è chiuso in un silenzio sospetto, e ha delegato, avrebbe delegato un uomo ispirato dallo Spirito Santo a dirci cosa è il bene e cosa è il male, ciò che è vero e ciò che è falso. Il tormento dell’uomo moderno è appunto questo: ragionevolmente non può dirsi ateo, ma altrettanto ragionevolmente non può ammettere che sia stato Dio a regolare questo mondo assurdo e feroce. Vediamo l’opera di Dio in ogni bambino che nasce, perché non sono i genitori che “fanno” il bambino: i genitori si sono preoccupati solo di compiere l’atto sessuale, reso, tra l’altro, allettante ai fini della perpetuazione della specie, ma poi non sono stati loro a governare il processo di formazione del feto, per cui alcune cellule vanno a costituire il cuoricino, altre i piedi, altre gli occhi. Questo procedimento miracoloso sfugge al controllo dell’uomo, avviene a volte perfino contro la sua volontà. Vediamo Dio nel seme di una pianta che germoglia, diventa pianta a sua volta, e a sua volta produce altri frutti e altri semi: tutto ciò l’uomo non è capace a farlo, e resta incantato davanti a questo prodigio. Se però si vuole sapere qualcosa di più sull’autore di questo meraviglioso “libro della natura”, il nostro desiderio resta frustrato. E’ come se sapessimo che nostro padre si è chiuso a chiave nella stanza accanto e non dà segni di vita. Noi sappiamo che c’è ed è vivo, che probabilmente ci ascolta, ma noi bussiamo e lui non risponde, lo chiamiamo al telefono e lui si fa negare, urliamo e l’offendiamo, ma lui sta zitto. Gli uomini gli hanno innalzato statue, templi sontuosi, l’hanno adorato e l’hanno bestemmiato, si sono illusi di ricevere da Lui risposte e segni, ma in realtà non ci sono prove attendibili che Egli abbia mai detto alcunchè.
- Il Dio indifferente – Immaginiamo una classe di giovani liceali abbandonata a se stessa. Si odono urla, schiamazzi: in quella classe succede di tutto: chi gioca a pallone, chi strimpella la chitarra, chi sbaciucchia la vicina di banco; due che si odiano si prendono a pugni. Insomma in quella classe c’è la baraonda più completa. E il professore? Il professore non c’è oppure c’è ma si disinteressa completamente della classe o per inettitudine o per fare un dispetto al preside o per discutibile scelta educativa, o perché è innamorato o perché attraversa un brutto momento di depressione.
Il mondo somiglia molto a quella classe, ma in peggio, tanto in peggio. Ad ogni istante succedono nel mondo delitti, furti, violenze. Le anime deboli si rivolgono a Dio, ma Dio è sordo. Lessi, alcuni anni fa, di una ragazza sequestrata da un maniaco, tenuta prigioniera e ogni giorno torturata, violentata, sottoposta ad ogni sevizia. Quante volte e con quale intensità questa poverina avrà pregato Dio, i suoi cari defunti affinché qualche poliziotto sfondasse quella porta e la liberasse, oppure un vicino di casa sentisse i suoi lamenti e telefonasse alla polizia, oppure che quel pazzo avesse un pizzico di pietà e la lasciasse libera. Ma né Dio né i trapassati, fecero qualcosa per lei. La polizia scoprì il crimine solo dopo molti mesi, quando la ragazza era già morta da un pezzo e la puzza del suo corpo decomposto insospettì i vicini.
Ho ben nitido il ricordo di una lontana parente alla quale erano morti due figli maschi ancora adolescenti. Disperata, gridava: “Ma cosa ho fatto io a nostro Signore? Perché mi castiga così? Sono sempre stata una donna onesta e religiosa, ed ecco come Dio mi ricompensa. Il Tale ha sempre rubato e ha una splendida famiglia, la Tale ha sempre avuto amanti prima e dopo il matrimonio, e le sue figlie, che seguono le orme della madre, godono ottima salute. A sessant’anni ho capito che per avere successo nella vita bisogna essere disonesti.” La poverina era vittima di una falsa educazione religiosa secondo la quale la preghiera e l’osservanza dei comandamenti sono una garanzia di protezione divina. La bibbia, difatti, garantisce lunga vita sulla terra a chi rispetta i genitori, dice che il giusto fiorirà come palma e si moltiplicherà come cedro del Libano, assicura che le messi di chi teme il Signore saranno benedette; potrei riportare a migliaia citazioni di questo tenore che assicurano una protezione speciale di Dio per la persona religiosa. Ancora adesso viene incoraggiata, nelle chiese, l’accensione di una candela (con versamento del relativo obolo…) che garantirà una speciale protezione della Vergine Maria o di S. Antonio. Succede poi che una persona pia e timorata di Dio venga duramente colpita, e logicamente resta disorientata: tutto ciò in cui ha creduto salta in aria, ed essa non sa darsene una spiegazione. Bisognerebbe allora dire chiara e tonda la verità, già anticipata in parte da Cristo: piove sui buoni e sui cattivi indistintamente. Più crudamente, bisognerebbe ricordare che la preghiera non modifica minimamente le leggi scoperte da Darwin, e la captatio benevolentiae di un cero acceso o di una novena non serve assolutamente a niente. Un Dio che è indifferente ai massacri di tanti innocenti, non si smuoverà di certo per una candela.
Dicono che le anime dei nostri cari ci guardano dal cielo e intercedono per noi presso Dio, ma io penso che sia solo un’illusione, una pia illusione. E’ immensa la sofferenza del genere umano, e Dio non fa nulla per alleviarla. Fanno di più i molti volontari – medici, infermieri, tecnici, missionari - che potrebbero comodamente restare nella loro città a trarre profitto dai loro studi, e invece partono per i paesi del terzo mondo per curare i malati, costruire pròtesi per i mutilati dalle guerre, per scavare pozzi, per sfamare e istruire i bambini, insomma per porre rimedio al disinteresse di Dio per questo mondo. Egli, che è onnipotente, potrebbe fare molto di più, e non lo fa, anzi, a volte rema contro: si ha notizia, a volte, di missionari trucidati, di medici volontari nei paesi del terzo mondo saltati in aria per una mina anti-uomo, di suore missionarie violentate e poi sgozzate. Dio, che non protegge nemmeno i “suoi”, dovrebbe poi fare andar bene l’esame della studentessa che non ha studiato come avrebbe dovuto ma che ha acceso una candela in chiesa.
Questo per noi è un mistero. Dio c’è, ma, a quel che ci risulta, non gli importa nulla di quel che succede nel mondo più di quanto importi a noi di quel che succede nel formicaio del nostro giardino. Dicono che Dio ha talmente amato gli uomini da mandare il suo figlio unigenito a morire sulla croce per redimerci dal peccato. Ma queste sono parole, solo parole. Si potrebbe facilmente obiettare che a nulla è servito redimere il genere umano dal peccato se non si sono eliminate anche le conseguenze di quel presunto peccato, e cioè dolore, fame, guerre, carestie, sofferenze di bambini innocenti e via discorrendo. Gli uomini erano disgraziati prima di Cristo e disgraziati sono rimasti dopo Cristo.
Forse Dio è indifferente alle nostre vicende perché è in un’altra dimensione. Quel professore apparentemente neghittoso che si disinteressa della classe vive in un’altra dimensione, almeno in quel momento, perché è preso da altri pensieri per lui molto più importanti, e per lui quel che fanno gli studenti non conta assolutamente. Noi non sappiamo che genere di pensieri attraversino la sua mente, ma vediamo solo le conseguenze. Forse, chissà, siamo i pezzi di una partita a scacchi giocata da altri, e non abbiamo la minima idea del perché siamo mossi da un capo all’altro della scacchiera, veniamo sacrificati, e infine buttati nella scatola
Ovviamente noi, con la nostra limitata ragione, non possiamo comprendere le ragioni di questa (supposta) indifferenza di Dio, però abbiamo abbastanza materia grigia per capire che coloro che ci parlano di Provvidenza, di amore di Dio per gli uomini, ci raccontano delle favole.
Favole belle, consolatorie, che leniscono il nostro dolore come la droga fa provvisoriamente dimenticare gli affanni, ma che non migliorano assolutamente le cose, semmai le peggiorano.
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Dio è giusto e misericordioso. Di fronte al peccato degli uomini, Dio poteva o punire o perdonare. Ma punire o perdonare chi? Chi aveva peccato. Se avesse fulminato Adamo, avrebbe fatto giustizia. Se lo avesse perdonato, avrebbe usato misericordia. Ma fare pesare su tutto il genere umano la colpa del remotissimo antenato non è giustizia. E fare espiare ad un mediatore "santo, innocente, senza macchia" il peccato altrui, non è né giustizia, né misericordia.
Augusto Guerriero (Quaesivi et non inveni)
Anche leggendo la Genesi in senso allegorico e non letterale (a leggerla in senso letterale ci sarebbe da mettersi le mani nei capelli, alla luce delle moderne scoperte della paleontologia), noi apprendiamo che Dio sottopose il nostro progenitore Adamo ad una prova, al fine di saggiarne la lealtà, al fine di fargli meritare tutte le delizie che c’erano nel paradiso terrestre, al fine di poterlo ammettere alla vita soprannaturale. Sappiamo che la prova andò male: Adamo disubbidì a Dio, e il genere umano per questa colpa perse tutti i privilegi di cui godeva, conobbe il dolore e la morte, conobbe il male, il peccato, le malattie, la miseria, fu cacciato dal paradiso terrestre e anche da quello ultraterrestre. Gli venne però data una speranza: Dio avrebbe mandato un giorno nientemeno che suo Figlio, il quale sacrificandosi con un martirio spaventoso, avrebbe redento, riscattato l’umanità ridandole però soltanto la possibilità di accedere al paradiso ultraterreno, non a quello terrestre. E qui c’è già qualcosa che insospettisce. Per di più questo privilegio era concesso solo a una schiera di eletti, a quelli cioè che, facendosi battezzare e seguendo gli insegnamenti della chiesa, fossero morti rappacificati con Dio. Quindi, anche a redenzione avvenuta, niente ritorno al paradiso terrestre, nessuna abolizione del male e della morte, la natura restava sempre ostile all’uomo. Guerre, carestie, terremoti, stupri, schiavitù, morte, tutto restava come prima, nessuno si sarebbe accorto visibilmente in questa vita che c’era stato un riscatto. Questa è la spiegazione che il cristianesimo ufficiale dà della colpa originale. Per correttezza bisogna precisare che l’umanità capì un’altra cosa: questo Messia, nell’aspettativa del popolo cosiddetto eletto, non era il figlio di Dio, di cui non sospettava neppure l’esistenza, ma un condottiero, un capo militare invincibile che avrebbe portato Israele all’onor del mondo estendendo i confini del Regno di Giuda e restituendo agli Ebrei quella dignità che fu sempre calpestata da Egiziani, Babilonesi o Romani. Ma non allarghiamo il discorso. Nessuno si aspettava che questo Messia fosse un capo spirituale, addirittura il figlio di Dio
Diciamo la verità, è molto, molto arduo credere che le cose siano andate realmente così; è una spiegazione che fa acqua da tutte le parti. Andiamo con ordine.
1 . Dopo aver creato l’uomo, Dio lo sottopose ad una prova.
Qualcuno potrebbe pensare: “Ma perché l‘ha fatto? Ce n’era proprio bisogno? Non poteva risparmiarsi una cocente delusione?”.
Dio è onnisciente, sa tutto e conosce anche il futuro. Quindi sapeva che quello sconsiderato di Adamo, mal consigliato da una compagna ambiziosa e leggerina, avrebbe fallito, provocando una catastrofe enorme, rovinando se stesso e tutta la sua discendenza. Era proprio il caso di sottoporlo ad un esame senza appello? Addirittura, era il caso di creare un essere potenzialmente così pericoloso per sé o per la sua discendenza? In un universo così ben congegnato l’uomo sarebbe stato il guastafeste, l’unica nota stonata, quello che avrebbe rovinato tutto. Altro che re dell’universo… Immaginiamo che un architetto di fama mondiale progetti un meraviglioso edificio, che potrebbe reggere il paragone con la basilica di san Pietro, la reggia di Versailles, la Tour Eiffel, e che, appena terminata l’opera, suo figlio, per incoscienza, per cattiveria, per sfizio, per invidia o per qualsiasi altro motivo, ci metta sotto una bomba e faccia andare in frantumi la stupenda costruzione paterna.
“Beh, - si dirà - cosa c’entra, può capitare a tutti di avere un figlio scemo o criminale”. No, nel caso in questione il padre, onnisciente, sapeva in anticipo cosa avrebbe fatto il figlio, e non mosse un dito per impedire il fallimento di tutta la sua opera. I conti non quadrano.
2. Con la sua insubordinazione, il nostro progenitore offese gravemente Dio.
E qui c’è un altro punto indigeribile di tutta questa storia riguardante le nostre origini.
Può un essere finito offendere un Essere infinito? Questa mi pare una obiezione a cui non è mai stata data una risposta convincente. L’offesa è possibile fra pari grado, ma non esiste fra entità diverse. Se un asino mi sferra un calcio e io lo carico di botte, non concludo niente, dimostro solo di essere più asino dell’asino. Sapendo del suo comportamento pericoloso, sarebbe stato più saggio stare semplicemente fuori della portata delle sue zampe, o venderlo, o abbatterlo, senza prendersela con un essere irragionevole. “Chi ha più intelligenza, deve usarla”, dice un saggio proverbio. Non poteva Dio eliminare la prova, o dargliene una più facile, o concedergli una prova d’appello, senza far subito le cose tremendamente tragiche? Offendendosi per una stupidata della sua creatura, Dio in un certo senso si è degradato, si è messo al piano di Adamo, ha mancato di dignità. Perfino noi uomini, che siamo così rozzi e cattivi, concediamo ai criminali più feroci varie prove di appello, riesami, valutazione delle attenuanti, e perfino amnistie e indulti.
Dicono che Adamo fosse intelligentissimo, che avesse la scienza infusa, e che pertanto la sua colpa non avesse scusanti (veramente gli scienziati che studiano le origini dell’umanità parlano di uno scimmione che lentamente si è evoluto in milioni di anni, ma stiamo al gioco). Se questo padre primordiale ha fatto quel che ha fatto, con le conseguenze che sappiamo, tanto intelligente non doveva essere. L’intelligenza si misura dai comportamenti e dalla valutazione delle conseguenze che questi comportamenti possono produrre. Si parla a volte di criminali intelligentissimi che hanno ideato rapine o omicidi con grande ingegnosità; se però sono finiti in galera a scontare qualche decina d’anni segregati dal mondo, e nelle condizioni non proprio ottimali che si hanno nelle carceri di tutto il mondo, intelligentissimi non erano, a mio giudizio. Nel nostro caso Adamo, se era conscio della situazione, avrebbe dovuto sapere chi era lui, povera creatura, chi era Dio, l’Essere supremo, e quali terribili conseguenze si sarebbero verificate se gli disubbidiva. E se disubbidì ugualmente, allora era proprio un cretino. Ma se era un cretino, evidentemente non era punibile... Insomma, anche qui i conti non tornano.
3. – La colpa di Adamo ebbe conseguenze per tutta la sua discendenza.
Una volta, certamente, le cose andavano così; se un cortigiano, per qualsiasi motivo, perdeva il favore del sovrano, anche la sua famiglia passava di punto in bianco dalla ricchezza alla miseria. Penso ai figli del conte Ugolino, innocenti, che furono rinchiusi nella Gherardesca assieme al padre e lasciati morire di fame, ma questo episodio, per l’appunto, non sta a testimoniare del grado di civiltà dei Pisani nel XIII secolo. Oggigiorno presso qualsiasi popolo anche appena civile le colpe dei padri non possono e non devono ricadere sui figli. Il buon senso, oltre che il diritto, dice che la colpa è strettamente personale. E’ aberrante far ricadere sui figli le colpe del padre, e di un padre, si noti bene, vissuto milioni di anni fa, e di cui i figli hanno perduto completamente la memoria.
4. – Dio ha fatto incarnare suo figlio, il quale, attraverso il supplizio della croce, ha riconciliato l’uomo con Dio.
Innanzitutto c’è da dire che Dio, nel promettere la redenzione, non ha mai parlato di suo figlio. Circa duemila anni fa comparve in Galilea un predicatore di nome Gesù il quale cercò di innovare profondamente la religione ebraica con una predicazione affascinante che tendeva a svecchiare i formalismi della legge e a privilegiare l’amore del prossimo. Per questo motivo i custodi dell’ortodossia ebraica ne decretarono la morte denunciandolo al governatore romano, il quale capì che le accuse erano inconsistenti, ma per quieto vivere, per non aver fastidi lo fece crocifiggere. I discepoli di Gesù credettero di capire che il loro maestro era il salvatore promesso da Dio, e predicarono in tutto il mondo allora conosciuto i suoi insegnamenti. Di qui, in estrema sintesi, la nascita del cristianesimo.
Per un peccato di vanagloria di una creatura insignificante Dio avrebbe sacrificato suo figlio. Non è mia intenzione essere irriverente, non vorrei fare dello spirito in una materia tanto importante, ma viene da pensare che questo figlio deve essere stato ben discolo se suo padre lo manda a morte per un peccatuccio di superbia di una sua creatura che egli poteva creare o non creare, perdonare o annientare. Si ravvisa qui un grande peccato di presunzione dell’uomo, che immagina di aver creato a Dio chissà quale problema mangiando una mela. Ma ci rendiamo conto dell’enorme assurdità di questo fatto? Chi di noi sacrificherebbe suo figlio per riconciliarsi col cane che gli ha sporcato il salotto? In altre parole – secondo quel che ci dicono - Dio tiene più a questo impasto di creta che in un momento di distrazione ha vivificato con il suo soffio, che non a Suo Figlio a lui consustanziale e da lui generato prima di tutti i secoli. Non è affatto errato affermare che in un certo senso Dio si è inflitto da solo delle sofferenze indicibili, si è suicidato per salvare l’uomo, ha complicato in modo sproporzionato un problemino che poteva risolvere in quattro e quattr’otto o perdonando o semplicemente eliminando quell’omuncolo che aveva voluto fare il furbo. Una volta nelle caserme era molto citato l’ U.C.A.S., ufficio complicazione affari semplici. Non poteva Dio salvare l’uomo a minor prezzo? Diceva Diderot che il Dio dei cristiani è un padre che tiene più alle proprie pere che non ai propri figli. Il debitore ha degli obblighi verso il creditore, ma nulla impedisce al creditore di cancellare il debito con un atto di generosità senza fare necessariamente del male a se stesso; nel caso in esame Dio è stato talmente fiscale da sacrificare suo figlio – suo figlio unigenito! - per la pretesa colpa di un essere insignificante. Francamente è troppo fantasiosa e tortuosa questa spiegazione, un esempio di come a volte i teologi riescano a complicare le cose semplici con argomenti miserelli.
Meritava l’uomo tanta abnegazione?
5. - C’è stata questa redenzione?
Nessuno, o quasi nessuno se n’è accorto. Apparentemente tutto è rimasto come prima: le guerre, la fame, le malattie, la morte, il dolore, non è che siano cessati nel momento in cui Gesù Cristo spirò sulla croce. I vantaggi sono stati tutti spirituali, cioè invisibili, cioè indimostrabili, cioè di pura fantasia. Tutti noi abbiamo ricevuto, per posta, e a più riprese, quella pubblicità che si con enfasi congratulava con noi, fortunati vincitori di centinaia di gettoni d’oro. In realtà quei gettoni d’oro io non li ho mai visti. E’ come se mi dicessero che gli asini volano, ma nessuno mai ha visto un asino volare, però c’è della gente che ti dà dell’ateo, del miscredente, del cocciuto se tu non ci credi. A mio parere per un evento così importante avrebbe dovuto esserci qualche segno tangibile che facesse capire agli uomini, a tutti gli uomini che le cose erano cambiate, che un fatto di proporzioni siderali era successo e che una nuova era si profilava all’orizzonte per l’umanità, per tutta l’umanità. Anche i cinesi, gli amerindi, i mongoli, i maori, gli indiani, oltre, naturalmente, ai greci e ai romani di duemila anni fa avrebbero avuto il diritto di sapere in modo convincente che il figlio di Dio, nientemeno che il figlio dell’unico vero Dio (vi pare poco?) era morto sulla croce per rappacificare l’umanità con il Creatore, e invece niente. Ancora adesso, a duemila anni di distanza, ci sono miliardi di persone che non hanno mai sentito parlare di questa stupenda novella, e Dio non fa nulla per fargliela conoscere in modo convincente. Una redenzione incompiuta, una redenzione a metà. Una prova credibile di questo evento, dell’evento certamente più importante nella storia dell’umanità, non esiste. Bisogna credere e basta. Miliardi di persone in tutto il mondo nascono e muoiono senza sapere assolutamente nulla di Adamo e della sua colpa, di Cristo che è venuto a redimerli, del battesimo, della chiesa, dei dogmi. Che ne sarà di loro dopo la morte? Che sorte avranno? Anche recentemente Benedetto XVI ha ribadito categoricamente che extra Ecclesiam nulla salus, fuori della chiesa non c’è salvezza, asserzione che era stata un po’ messa nel dimenticatoio da Paolo VI e Giovanni Paolo II. Ma se un onesto abitante dell’Uzbekistan non ha mai sentito parlare di Cristo, certamente non per colpa sua, perché dovrebbe essere discriminato dopo morte rispetto a un criminale italiano che magari è riuscito a strappare un’assoluzione prima di morire? Fino a una cinquantina d’anni fa i neonati morti prima di essere battezzati non potevano essere sepolti nel cimitero dei cristiani. In quello stesso cimitero potevano riposare gli assassini e i ladri, ma non i bambini innocenti morti senza battesimo. Incredibile.
Gesù Cristo non è morto per tutti? A questi interrogativi non è mai stata data una risposta accettabile.
E’ vero che gli apostoli dopo la morte di Cristo si diedero da fare, spargendosi in tutto il mondo allora conosciuto, per predicare la buona novella, ed ebbero certamente un buon successo se nel giro di due- tre secoli il cristianesimo soppiantò la vecchia religione pagana, almeno nell'àmbito dell'impero romano; ma non facciamo l’errore di confondere il successo di una ideologia con la sua fondatezza: lo stesso ragionamento vale per l’Islam o per le grandi religioni orientali. Il numero non vuol dire verità o legittimazione.
Dopo la resurrezione Cristo si mostrò ai suoi discepoli, così dice il Vangelo. Perché solo ai discepoli, che avevano tutto l’interesse e la voglia di credere alla sua risurrezione? Le testimonianze di questo evento ci vengono solo da persone a lui legate da profondo affetto e ammirazione fanatica: sarebbe stato bello che delle testimonianze storiche inoppugnabili ci fossero arrivate dai suoi nemici, da coloro che lo misero a morte, da un rapporto di Ponzio Pilato a Tiberio, rapporto in cui questo proconsole avesse attestato di aver indubitabilmente messo a morte un presunto criminale ebreo e questi dopo tre giorni gli si era presentato davanti vivo, vegeto e sfolgorante, senza alcuna traccia della terribile flagellazione, ma con la sola testimonianza delle cinque piaghe degli arti e del costato, (che peraltro non gli procuravano alcun fastidio). La risurrezione dopo l’atroce morte era un fatto strabiliante, ma Cristo non volle sfruttare l’evento (cosa molto sospetta…) Sarebbe stato logico che si fosse presentato anche al Sinedrio, facendo notare che lui era la stessa persona che essi avevano mandato a morte pochi giorni prima, spiegando che essi erano stati gli inconsapevoli strumenti della redenzione del genere umano. Avrebbe potuto fornire le stesse spiegazioni alla folla inferocita che l’aveva voluto morto, e certamente avrebbe trovato le parole giuste per essere convincente. Niente di tutto questo.
L’eccezionale avvenimento rimase una notizia riservata a pochi intimi che, per quanto si siano prodigati, non potevano raggiungere tutta l’umanità. E quindi dobbiamo concludere che per moltissimi uomini la redenzione non c’è mai stata, o forse c’è stata, ma essi sono stati redenti d’ufficio, senza saperlo, senza averlo chiesto, senza neppure sospettare di essere in debito con Dio. Questa esclusione, questa assoluta ignoranza dell’evento degli eventi, perdura ancora oggi per la maggior parte degli indiani, dei cinesi, degli arabi, per i loro antenati e altri miliardi di persone a cui non passa neppure per la mente l’idea di essere stati redenti da Cristo.
(Dopo la strage si San Bartolomeo) all’estero
Elisabetta prese il lutto, Filippo II inviò le sue congratulazioni
“E’ stata una delle più grandi gioie di tutta la mia vita…”
A Roma papa Gregorio XIII fece cantare un Te Deum.
L’ortodossia, come si vede,
aveva la precedenza sulla carità.
Andrée Maurois,Storia di Francia
Da giovane lessi, non so se sul Novellino o fra le novelle del Sacchetti, questo apologo, che riporto a modo mio.
Il re Carlomagno aveva alla sua corte tanti consiglieri, anche appartenenti a diverse religioni. Uno di essi, un ebreo, era particolarmente intelligente, e forse proprio per questo a volte si rendeva insopportabile. Carlomagno decise di sbarazzarsene, però, da persona giusta e ragionevole, necessitava di qualche giustificazione, e pertanto un giorno gli chiese con un sorrisetto malizioso:
- Secondo te, qual è la vera fede?
La domanda era insidiosa, perché il sovrano pensava tra sé: “Se mi risponde, per piaggeria, che la vera fede è quella cristiana, gli faccio tagliare la testa perché è incoerente, dal momento che rifiuta il battesimo. Se mi risponde, invece, che è quella ebraica, gli faccio tagliare la testa ugualmente, perché gli Ebrei sono deicidi, avendo mandato a morte il Figlio di Dio.”
Il sapiente subodorò il tranello, e parò il colpo raccontando questa storiella:
“ C’era una volta un padre molto avanti negli anni che aveva tre figli focosi sempre in competizione fra loro. Egli possedeva un preziosissimo anello che certamente voleva lasciare in eredità ai figli, ma l’anello, ahimè, era per sua natura indivisibile: a chiunque l’avesse lasciato, gli altri due l’avrebbero ucciso per impossessarsi della preziosa eredità, e i due rimasti si sarebbero poi scannati fra di loro.
Il padre voleva risparmiare ai figli questa misera fine, pertanto, prima di morire, fece fare da un abile artigiano, due copie perfette dell’anello, poi chiamò separatamente i tre figli e ad ognuno fece questo discorso:
"Lascio l’anello originale a te, solo a te, perché mi sei particolarmente caro; i tuoi fratelli credono di avere quello autentico, ma hanno solo delle copie; tu però non dirglielo, perché ti farebbero la pelle. Se saprai mantenere il segreto, tutto andrà bene.”
E, dopo la morte del vecchio tutto filò liscio, perché ognuno dei tre figli si illuse di essere il privilegiato e di aver buggerato gli altri due.
Così, caro sovrano, Dio ha dato ai cristiani, agli ebrei e ai musulmani l’illusione di possedere la vera fede, e ognuno di questi tre popoli è convinto che gli altri due siano nell’errore. Quale sia poi la vera autentica fede, solo Dio, che è nostro padre, lo sa. Con questa illusione possiamo intanto convivere pacificamente, ed è ciò che Dio vuole.”
La storiella finisce qui; Carlomagno apprezzò la sagacia del suo consigliere ebreo e mise da parte l’idea di mozzargli la testa. Non dice come andò a finire quando, per monetizzare il valore dell’anello, i fratelli tentarono di venderlo rendendosi conto che almeno due di loro erano stati ingannati. Diamo noi un seguito alla storia ricorrendo alla fantasia.
Immaginiamo che contemporaneamente muoiano un vescovo, un rabbino e un imam, cosa possibilissima. Stando a quel che tutti credono, e supponendo che ci sia un aldilà, i tre saranno interrogati, giudicati, e poi premiati o castigati (secondo i novissimi, come dice il catechismo). Facciamo per gioco (ma non troppo, perché non è di buon gusto scherzare su queste cose) un po’ di fantareligione. Nell’anticamera del paradiso i tre si guarderanno l’un l’altro in cagnesco, e ognuno di loro penserà degli altri due: “Poveretti, tra poco si accorgeranno di aver sprecato la loro vita credendo e insegnando falsità. Meno male che io sono sempre vissuto nella sola autentica fede.”
Succederà poi che almeno due su tre (ma a mio parere tutti e tre) si accorgeranno di essere vissuti nell’errore, di aver creduto a delle fisime, di essere stati ingannati e di aver ingannato a loro volta altre persone. Tutto ciò se si crede che ci sia una sola vera fede, che ci siano i novissimi, che la fede sia una cosa di importanza vitale, che ci sia un aldilà, che la nostra anima sopravviva alla morte e al disfacimento del corpo.
Io penso, invece, che la fede sia l’ultima cosa che ci verrà richiesta, se ci verrà richiesta, e che, se ci sarà un giudizio, noi saremo giudicati semmai non sulla fede ma sulla carità, parola di Cristo.
Il quale non disse: “Beati voi che avete creduto che mia madre fu concepita senza peccato, che il papa è infallibile, che siete andati ogni domenica in chiesa” eccetera.
Disse piuttosto: “Venite nel mio Regno perché avevo fame e mi avete dato da mangiare (nella persona dei vostri fratelli poveri), avevo sete e mi avete dato da bere, ero nudo e mi avete dato dei vestiti…” con quel che segue. Se si è cristiani, bisognerebbe almeno credere a quel che Cristo ha detto esplicitamente, e dare scarso credito a quel che si immagina che Cristo abbia detto.
Già, la fede: pare che per i preti di qualsiasi religione abbia un’importanza fondamentale, perché per loro la cosa che conta di più è il numero, è poter contare le pecore. Come in certi club esclusivi non entri se non hai superato una prova d’ingresso, così non raggiungerai mai la salvezza se non sei stato battezzato o circonciso, facendo una determinata professione di fede. Extra Ecclesiam nulla salus, sentenziava Tommaso d’Aquino, fuori della chiesa non c’è salvezza. Eppure non c’è nulla di più aleatorio, di sfumato, di sfuggente della fede. Se prendiamo in considerazione la sola religione cristiana, vediamo che essa è divisa in infinite sètte, ognuna con la pretesa di essere quella vera, e queste sètte si scomunicano e si combattono aspramente fra di loro. In questo le varie religioni somigliano moltissimo ai vari partiti politici: ci sono i rossi, i bianchi, i verdi, i neri, con tutte le sfumature che accompagnano questi colori. Chiedersi qual è la religione più vera è la stessa cosa che chiedersi qual è il colore più bello o il partito più giusto. Solo il Padreterno lo sa, e forse neppure Lui, perché, a mio parere, non gliene importa niente. A Lui forse importa soltanto che noi andiamo d’accordo tra di noi e non ci scanniamo, così come a quel padre del raccontino iniziale poco importava a chi andasse l’anello vero: importava solo che i figli cercassero di convivere civilmente.
Per il cervellino degli uomini, invece, la fede è importantissima, e a me viene il sospetto che la fede sia un diversivo per sviare l’attenzione dalla carità. Difatti credere o non credere non costa nulla, mentre impegnarsi fattivamente per il prossimo costa moltissimo. E’ l’eterno divario tra il dire e il fare, tra il blablablà e l’impegno reale, tra il predicare e il sacrificarsi per gli altri.
Per la fede ci si è scannati nel corso dei secoli, basti pensare alle crociate, alla notte di S. Bartolomeo, alle stragi di ariani, di catari, albigesi, dolciniani e valdesi, a quel che succede ancora oggi tra cattolici e protestanti in Irlanda del Nord, alle lotte tra sunniti e sciiti, all’eterna questione palestinese col suo carico giornaliero di cadaveri. Chi conosce la storia della Chiesa sa quanto sangue è stato versato nei primi secoli da una fazione e dall’altra anche solo per mettere o non mettere quell’aggettivo “consustanziale” nel credo niceno. Nessuno si è mai chiesto se era cosa gradita a Dio versare tanto sangue per un aggettivo di cui nessuno può appurare la veridicità. Uccidere in nome di un credo religioso è sempre stato uno sport a cui l’uomo si è dedicato con particolare accanimento. E’ vero che spesse volte alla motivazione religiosa si mescolano interessi economici o razzistici, vendette ataviche o ambizioni personali, però emerge troppo spesso il fatto scandaloso che la fede uccide la carità, e re, papi, governanti e moralisti in genere si dolgono più della scomparsa della fede che non dell’assenza di carità.
E’ logico pensare che siano molto gradite a Dio – supposto che Dio si interessi di queste formichine stupide e piantagrane che sono gli uomini nella grande economia dell’universo – quelle persone di qualsiasi religione che si stimino, si rispettino, si aiutino, piuttosto che le persone che appartengano alla vera fede (ma quale?!). Significativa è a tal proposito la parabola evangelica del buon samaritano: chi si fermò a soccorrere il malcapitato non fu il levita (che potremmo grossolanamente equiparare a un prete), non fu il dottore del tempio (equiparabile a un erudito teologo), ma un samaritano, cioè uno scismatico rispetto alla religione ufficiale, per di più mercante, e si sa che i mercanti non sono particolarmente sensibili a problemi dottrinali. Questo scomunicato si prese cura di quel povero disgraziato, lo curò per quanto gli fu possibile, lo portò nel paese più vicino, diede all’oste del denaro perché fosse curato, e si impegnò anche finanziariamente per possibili cure future. Questa parabola è praticamente una implicita sconfessione della fede come elemento discriminatorio, ed è per contro l’esaltazione della carità.
Nel novantanove per cento dei casi si riceve la fede non per grazia di Dio, ma per eredità. Chi nasce da genitori cattolici, ha buone probabilità di essere battezzato secondo il rito romano, di essere avviato al catechismo, di fare la prima comunione, la cresima, di sposarsi con rito cattolico e di riposare, da morto, in un cimitero cattolico. La stessa sorte toccherà – mutatis mutandis – al protestante, all’ortodosso, all’ebreo, al musulmano. Da questi binari tracciati dalla società è difficile uscire. Ecco perché tutte le religioni, dico tutte, si affrettano ad iscrivere nei propri registri i bambini appena nati, a condizionarli, a plagiarli, a raccontare loro delle favole come se fossero verità eterne, a far loro credere che la loro religione è quella vera e giusta, l’unica riconosciuta da Dio. Bisogna anche aggiungere che nei paesi evoluti, nelle grandi città è possibile cambiare religione o non praticarla più, insomma liberarsi da quel condizionamento infantile, ma nei paesi più arretrati culturalmente e nelle cittadine di provincia è pressoché impossibile fare questa abiura. Ne va, a volte, della vita. Se noi europei godiamo – adesso – di una certa libertà procurataci dai pensatori e filosofi libertini dei tre ultimi secoli, non va dimenticato che presso altre società l’abbandono della fede è considerato un delitto molto grave, punibile addirittura con la lapidazione.
Naturalmente l’abiura delle altre religioni è incoraggiata e molto raccomandata, mentre è vituperata quella della propria religione. Ancora adesso i musulmani proibiscono il matrimonio tra un infedele e una donna musulmana, a meno che l’aspirante marito non si converta alla legge del Corano. Furbetti, non c’è che dire…Anche la Chiesa cattolica pone mille difficoltà ai matrimoni misti, temendo che i figli che nasceranno non siano poi educati nella religione cattolica. Ognuno bada ai propri interessi, approfittando del fatto che il pargoletto oggetto della contesa non può parlare, non può dire la sua.
Dunque la fede non è, come ipocritamente si suol dire, un dono di Dio, o un’adesione spontanea e ragionata a un determinato credo religioso, ma è un’imposizione, un vestito che ti mettono addosso quando ancora non sei in grado di discernere il bene dal male. Devi essere cristiano perché sei nato da genitori cristiani, devi essere ebreo perché nato da genitori ebrei, e questo discorso vale per tutte le religioni, senza eccezioni. Vale sempre l’aberrante principio cuius regio, eius religio, nella variante cuius genitores, eius religio. E’ vero che si può cambiare, e che tanti sono effettivamente trasmigrati da una religione all’altra, ma è anche vero che percentualmente pochissimi cambiano, e ognuno si tiene la sua religione o per forza d’inerzia, o perchè la qualifica di apostata che prontamente ti viene affibbiata non è molto simpatica. Così come si impara spontaneamente la lingua materna, ed è difficilissimo in seguito perderne l’accento, così è difficilissimo in età adulta liberarsi dai condizionamenti, dai tabù, dalle paure imposte dalla religione succhiata col latte materno. Che valore assoluto abbia allora la fede, è una cosa tutta da discutere visto che dipende in gran parte dai genitori che, involontariamente, abbiamo avuto. Viceversa è autentica e degna di rispetto la fede di colui che, educato senza condizionamenti religiosi, in età di ragione scelga di aderire a un determinato credo, accettandone i relativi precetti.
Diceva Cicerone libenter homines id quod volunt credunt, gli uomini credono volentieri a quelle cose a cui vogliono credere. E’ significativo e divertente il seguente fatterello realmente avvenuto.
Sulle colline di una cittadina del Piemonte c’è una zampillante polla di acqua sorgiva dedicata a S. Caterina. Gli abitanti della città e dei paesi circonvicini le hanno sempre attribuito proprietà diuretiche, depurative, tonificanti, febbrifughe, decongestionanti, e chi più ne ha più ne metta. Insomma era ed è una fonte miracolosa, quasi una fontana dell’eterna giovinezza. Per secoli la gente vi si è recata con damigiane, taniche, fiaschi e bottiglie per fare rifornimento, traendone grande giovamento e soddisfazione. Quando gli ufficiali dell’Unità Sanitaria Locale competente vollero analizzare quest’acqua per verificarne la potabilità, scoprirono con stupore che era inquinata, assolutamente non bevibile. Subito apposero sopra la fonte un cartello con su scritto “Acqua non potabile”. Non passò un giorno che il cartello fu strappato e la gente continuò imperterrita a rifornirsi. Gli ufficiali sanitari rimisero altri cartelli che fecero la stessa fine. Fu deciso allora di ripetere l’avviso su di una tavoletta di legno, e non passò molto che la tavola fu asportata. Murarono infine una targa di marmo, e questa fu ben presto rotta a martellate. Insomma la gente voleva continuare a bere indisturbata quell’acqua miracolosa, e mal sopportava che quei perdigiorno dell’U.S.L. continuassero a denigrarla con i loro cartelli. E difatti le autorità sanitarie, scoraggiate, lasciarono che la gente bevesse quel che voleva. Il fatto è assolutamente autentico, e mi fu raccontato dallo stesso ufficiale sanitario.
Altro fatterello, di cui si occuparono a suo tempo i giornali nazionali.
Il papa Paolo VI nominò una commissione pontificia di storici ed eruditi cattolici perché facesse un po’ di pulizia nel martirologio cristiano, dove figuravano doppioni, falsi, santi mai esistiti o di cui non si aveva nessuna notizia certa, personaggi che santi non erano affatto, e via dicendo. Tra gli epurati ci fu nientemeno che San Gennaro, sì, proprio San Gennaro il cui sangue si liquefa annualmente a Napoli. Poco mancò che in questa città non succedesse una rivoluzione per l’affronto fatto da quel papa meneghino a un santo che è carne e sangue di Napoli, e sui muri della cattedrale comparve la scritta – ripresa dalle televisioni di tutto il mondo – “san Gennà, futtetenne”, san Gennaro, frégatene!, quasi a consolare l’amato protettore per quel tentativo di cancellazione. Davanti alla sanguigna reazione dei napoletani Paolo VI fece cadere il discorso, lasciò che i napoletani continuassero a credere a chi volevano e capì che non sempre è saggia e priva di pericoli la ricerca della verità. Episodi come questo potrebbero essere citati a migliaia, a conferma del fatto che non è vero ciò che è vero, ma è vero ciò che noi vogliamo che sia vero, anche contro l’evidenza.
Stesso discorso per la sindone di Torino. Imprudentemente l’arcivescovo di Torino card. Ballestrero inviò a vari istituti universitari del mondo intero dei frammenti della sindone, affinché ne analizzassero la composizione e ne confermassero l’autenticità. Mal gliene incolse perché tutti questi istituti, senza sapere l’uno dell’altro, risposero che quella stoffa, sottoposta alle più accurate analisi con il carbonio 14, poteva risalire al 1400 circa, anno più anno meno, e quindi non poteva aver avvolto il corpo di Cristo. Subito gli scienziati di parte cattolica insorsero per confutare quanto appurato dalle Università di tutto il mondo, il fatto fu dimenticato e la sacra sindone è tuttora oggetto di devozione.
Libenter homines id quod volunt credunt, come volevasi dimostrare.
Se per varie circostanze storiche non fosse sorto
a tempo opportuno un sistema burocratico
religioso con funzione politica, oggi della fede cristiana
non rimarrebbe neanche la traccia…
Robert Musil, L’Uomo Senza Qualità (cap. 91)
Certamente la figura di Cristo è affascinante, la sua predicazione è accattivante. Anche chi non crede non può non essere incantato dalle sue parole, dalle sue parabole, dalla forza penetrante della sua personalità. Ma non penso che il predicatore di Nazareth sia il figlio di Dio. Penso che su di lui sia stata ricamata tutta una letteratura esaltante dai suoi discepoli, i quali fecero a gara, magari in perfetta buona fede, per descrivere le sue gesta vere o presunte; certamente ingigantite, fenomeno, questo, che capita sovente a chi diventa un mito: la tradizione, la credenza popolare finisce con l’attribuirgli delle imprese strabilianti che non sono vere, ma verosimili, e con il trascorrere degli anni finiscono col diventare vere. Io condivido appieno l’opinione di chi, come Harold Bloom, sostiene che Yoshua (il predicatore di Nazareth), Gesù Cristo (il personaggio costruito dalla teologia paolina) e Yahvè (il Dio della Bibbia) sono tre personaggi assolutamente diversi e incompatibili. Soprattutto appare stridente il confronto tra Yoshua (ma chiamiamolo pure Gesù, per semplificare le cose) e suo padre Yahvè. L’uno predica amore, tolleranza, bontà, (vedi il poetico discorso delle beatitudini), l’altro appare come un padrone giusto ma spietato, sanguinario, che in certi episodi sembra essere stato il maestro di Hitler. Se è vero Yahvè, non si capisce da dove sia sbucato Gesù; se invece dobbiamo credere a Gesù, non rimpiangiamo certo suo Padre. Se è vero che Gesù Cristo è la seconda persona della Trinità, se è vero che Yahvè era il mandante di tutti quei genocidi compiuti dagli ebrei per conquistare la terra promessa, bisogna anche ipotizzare che tra Padre e Figlio i rapporti debbano essere stati, nel corso degli infiniti secoli, alquanto tempestosi. Il che, naturalmente, è un controsenso.
A mio parere, quindi, sempre a mio modesto parere, nessuna figliolanza divina: Gesù Cristo fu un uomo come tutti noi, anche se costituì una figura di grande spessore, equiparabile a Socrate, a Confucio, a Buddha, a Gandhi. Come buona parte degli uomini di straordinaria levatura morale, fece una brutta fine, perché dava fastidio al potere costituito, ai moralisti. Il grande pensatore inglese Bertrand Russell elaborò, tra il serio e il faceto, una intrigante teoria, secondo cui esistono, nell’universo, altri mondi abitati, abitati per l’appunto da individui seri, ragionevoli, pacifici. Quando, per un errore della natura, tra loro compare un pazzo, un violento, un attaccabrighe, essi lo spediscono sulla Terra, che sarebbe il loro manicomio. E difatti sono sotto gli occhi di tutti gli orrori che si susseguono ininterrottamente sulla Terra da che mondo è mondo, nonostante i teologi ci assicurino che è la Provvidenza a regolare le vicende umane. Succede però a volte - molto di rado, in verità – che essi (i saggi abitanti di altri pianeti) si sbaglino, e mandino nel manicomio-Terra degli esseri normali, sensati, amanti del bene e della pace, come Cristo. Cosa succede allora a costoro, che sono sani ma mandati per errore in manicomio? In manicomio (= Terra) non vengono riconosciuti e accettati, (se no xe mati no li volemo) e perciò vengono regolarmente messi a morte perché non riconosciuti uomini come gli altri. Socrate, Gesù Cristo, i primi cristiani martirizzati, Giordano Bruno, Gandhi, Martin Luther King, Kennedy, padre Puglisi, Falcone e Borsellino e tantissimi altri, con la loro fine violenta, confermano questa teoria. Ovviamente qui si tratta di un’idea scherzosa e paradossale che non è da prendere sul serio, però potrebbe spiegare molte cose.
Una teoria simile, ma più fondata, espresse Leone Tolstoj nel capitolo quarto del romanzo I fratelli Karamazov; (Il grande inquisitore). Egli immagina che Gesù Cristo, ricomparso sulla terra, e precisamente in Spagna in pieno periodo di Controriforma, venga riconosciuto e gettato in carcere dal grande Inquisitore perché, onesto, idealista e utopista com’è, porta agli uomini più problemi che felicità, mentre la Chiesa, rappresentata per l’appunto dal cardinale inquisitore, quale madre misericordiosa che comprende a fondo l’umana miseria, sa consolare, consente agli uomini un certo margine di peccato per poterli poi perdonare e accattivarsi la loro simpatia.
Chiusa questa parentesi semiseria, torniamo all’argomento.
1. - Il nocciolo del problema è tutto qui: la divinità di Cristo. Per molti egli è il figlio di Dio mandato da suo Padre sulla terra per redimere l’umanità, riparare i danni prodotti dal peccato originale e riaprire all’uomo le porte del paradiso. Tutti vantaggi teorici, eterei, opinabili, indimostrabili, invisibili, impalpabili. Sarebbe stato bello che a questi vantaggi evanescenti fosse stato abbinato anche un solo vantaggio pratico e visibile, come ad esempio la scomparsa di tutte le malattie, oppure il venir meno di quella stupida aggressività umana che origina le guerre, oppure qualsiasi segno tangibile che facesse capire a tutti, anche ai Mongoli e ai Maya, ai Boscimani come ai Caldei, ai Visigoti come ai Greci, agli Egizi come ai Galli, che era successo qualcosa di strabiliante, e cioè che il Figlio di Dio era sceso sulla terra per riconciliare l’uomo con il Creatore. Gli angeli che alla nascita di Cristo andarono ad avvertire dell’avvento del redentore alcuni pastori che dormivano nelle vicinanze della capanna, avrebbero potuto attivarsi a maggior ragione, avvertendo tutto il mondo, non solo quella dozzina di pecorai. Praticamente, come ho già detto in precedenza, di questa redenzione nessuno si accorse all’infuori di quella ristrettissima cerchia di discepoli (cento, cinquecento, mille persone al massimo) ai quali noi dovremmo credere sulla parola. Ma allora perché non dovremmo credere anche ai discepoli di Buddha, di Confucio, di Maometto, ( e un’infinità di altri profeti e predicatori) i quali hanno enunciato dei concetti diversi ma non meno nobili?
A me sembra che il Figlio di Dio, scomodatosi dal Paradiso per venire a soffrire un atroce supplizio su questa terra allo scopo di redimere l’umanità, avrebbe dovuto essere più convincente non solo nei riguardi del popolo ebreo (per i quali non fu affatto convincente), ma nei riguardi di tutta l’umanità (perché per tutta l’umanità era venuto), mentre ancora oggi ci sono miliardi di persone che non hanno mai sentito parlare di questo Salvatore che li avrebbe salvati solo a parole. E’ logico chiedersi: ma allora che cosa è venuto a fare? è venuto solo per qualcuno? che significato ha la sua apparizione su questa terra se ne sono venuti a conoscenza solo alcuni? e tutti gli altri popoli non battezzati appartengono ad una razza inferiore?
I primi teologi cristiani dovettero affrontare uno spinoso problema: se anche Gesù Cristo è Dio, va in crisi il monoteismo, tratto peculiare e irrinunciabile della religione ebraica. Fu così inventato il dogma della Trinità che non significa – secondo loro - tre Dèi, ma un solo Dio in tre Persone. L’ingegnosità dei teologi è veramente stupefacente. Per ammettere Gesù al rango di Dio, bisognava inventare anche una terza persona (omne trinum est perfectum), ed ecco lo Spirito Santo (di cui mai nessuno aveva sentito parlare in precedenza) a completare la Triade.
Insomma per far posto a Gesù Cristo nell’empireo divino fu inventato il dogma della Trinità, fino ad allora completamente sconosciuto. Che poi, a ben vedere, la Triade divina sarebbe in realtà composta da una Quaterna, perché bisogna aggiungere Maria di Nazareth, madre di Gesù, la quale è invocata, pregata, venerata molto più di Dio Padre, dello Spirito Santo e dello stesso Gesù messi insieme. So bene che i teologi insorgeranno dicendomi che solo a Dio è riservata l’adorazione, ai santi è dovuta la dulìa e a Maria l’iperdulìa, ma questi sono termini artificiosi che non dicono nulla: sta di fatto che per ogni preghiera rivolta allo Spirito Santo, ce ne sono mille rivolte alla madre di Gesù. E’ innegabile che se non in teoria, almeno nella pratica la Madonna è molto più venerata che non Dio stesso: basta contare i santuari a Lei dedicati.
Una teoria molto interessante (e anche originale) a favore della divinità (io direi genialità) di Cristo l’ho trovata nel libro Inchiesta sul Cristianesimo di Vittorio Messori. In una intervista a Ida Magli egli sottolinea come questo audace predicatore abbia molto smitizzato, ridimensionato i rigidi precetti della legge ebraica, formalistici e anche un po’ ipocriti, sull’osservanza del sabato, sulla concezione del puro e dell’impuro, sulla considerazione del ruolo della donna. Dire a degli ebrei ortodossi che il giorno dedicato a Dio è sì importante, ma che la sua osservanza non deve rovinarci la vita; che la purezza dell’uomo non resta intaccata da ciò che egli vede o mangia, ma da ciò che egli fa e pensa; che la donna è un essere vivo e pensante e non soltanto una fattrice, voleva dire sfidare apertamente i dettami della Torah. Non per nulla i vecchioni del Sinedrio gliela fecero pagare cara decretando la sua morte.
Onestamente Messori sottolinea che la Chiesa, che si dice fondata da Gesù Cristo, recuperò in parte nel corso dei secoli questi formalismi retrivi denunciati dal suo fondatore, (l’ossessione del sesso, l’esclusione della donna dal sacerdozio e dalle leve di comando, una certa rigidità formale della liturgia, ecc.) travisando e vanificando in parte il pensiero del Maestro. Aggiungerei ancora che Cristo non si fa un problema di conversare a tu per tu con una prostituta samaritana, e in questa occasione enuncia un’altra delle sue stupende dissacrazioni: non c’è alcun bisogno di adorare Dio in questo o quel Tempio, in quella Moschea, in quel Santuario o in quella Basilica: bisogna adorare Dio nel proprio cuore, in spirito e verità. Il che se da un lato fa rifulgere la forza liberatrice di questo profeta di Israele, dall’altro pone in risalto la tendenza inarrestabile delle chiese in genere a rifugiarsi nel rituale, nel pensiero preconfezionato, nel formalismo come scudo protettivo per dormire sonni tranquilli..
Tuttavia, a mio parere, queste originali “discontinuità” non sono sufficienti per autorizzarci a pensare a lui come a un Dio.
Sempre a mio modesto parere, i discepoli di Cristo deificarono, anche se in buona fede, il loro defunto maestro, rielaborarono, amplificandolo, il suo insegnamento e le sue gesta, si impossessarono del patrimonio biblico del Vecchio Testamento per adattarlo e interpretarlo come preparazione alla venuta di Cristo. Tutti gli scritti profetici di qualsiasi religione sono adattabili a qualsiasi tesi; basti dire che persino il pagano Virgilio, per alcune sue affermazioni, fu da alcuni ritenuto un inconsapevole profeta dell’avvento di Gesù. C’è anche chi sostiene la tesi che la verità dei vangeli - i quali, come si sa, furono scritti parecchi decenni (se non addirittura qualche secolo) dopo la morte di Gesù, non da discepoli diretti, ma da discepoli di discepoli - questa verità fu malleata perché corrispondesse alle allusioni dei profeti di Israele, specialmente di Isaia. Per un verso Cristo fu adattato alle Scritture, per l’altro le Scritture furono adattate a Cristo; e difatti l’Antico Testamento degli ebrei non sempre combacia con l’Antico Testamento dei cristiani, come acutamente sostiene il già citato Bloom.
2. - A mio parere il grido disperato di Cristo morente è molto significativo: “Padre, perché mi hai abbandonato?”. Gli esegeti corrono subito ai ripari per spiegare che in questo grido rifulge la profonda umanità di Cristo. A me pare che non ci sia nulla da spiegare. Questo grido straziante esprime tutta la delusione di un uomo che si era illuso di avere un rapporto speciale con Dio, di essere da Lui protetto e benvoluto, e che vede tragicamente svanire tutte le sue illusioni. Giustiziato come un malfattore. Se Cristo fosse stato Dio non avrebbe potuto pronunciare quella frase. Un Dio fatto uomo, perfettamente consapevole del destino che l’attendeva, non doveva meravigliarsi di una sorte che egli già conosceva prima di tutti i secoli.
Come interpretare poi l’altra frase – consummatum est – non meno significativa? Non sono un esperto in aramaico e pertanto non so dare una traduzione precisa al verbo originale usato: la mia interpretazione propende per “tutto è finito, la mia vita è chiusa, giù il sipario, la mia opera è fallita” mentre gli esegeti cristiani interpretano come: “la mia opera è compiuta, ho adempito a ciò che era nelle Scritture, ho fatto il mio compito”. In ogni caso dà l’idea di una pagina che tristemente si chiude, mentre, se era vero che Cristo aveva compiuta la redenzione del genere umano, a mio parere doveva dare l’idea di una pagina, di una fulgida pagina che si apriva. Pur negli indicibili tormenti che l’affliggevano, quest’uomo-Dio avrebbe dovuto mandare in quel momento – ed era l’occasione imperdibile per farlo - un messaggio forte ed esplicito di redenzione, di speranza, di incoraggiamento, direi quasi di felicitazione, di congratulazione al genere umano. “Io sacrifico la mia vita ma voi siete salvi; io ho sofferto, ma sono contento di avervi aperto la strada della salvezza eterna”.
L’impressione che se ne ricava è invece quella di un fallimento completo. I discepoli, sua madre compresa, sono al massimo dello scoramento e danno l’imp