26 SETTEMBRE 1938

 

Camicie Nere di Verona, di questa mia un poco, molto, Verona, di questa Verona romana, bersaglieresca, fascista nell'anima fin dalla Vigilia!

Con questa maestosa adunata di popolo, accompagnata da uno schieramento superbo di forze, si chiude il mio viaggio tra le genti del Veneto, e il mio pellegrinaggio sui Campi sacri delle nostre gloriose battaglie.

I nostri avversari, coloro ai quali io allusi l'altro giorno davanti alla fremente adunata delle Camicie Nere di Belluno, i nostri avversari raccolti sotto i segni del triangolo e della falce e martello, avevano in questi ultimi tempi dato corpo alle loro pietosissime speranze.

Queste moltitudini, che hanno risposto in modo univoco alle mie domande, dimostrano a tutti, dico a tutti, che mai come in questo momento fu totale, intima, profonda la comunione tra Fascismo e popolo italiano.

E questo popolo italiano non è disorganizzato e senza anima come molti altri popoli; è potentemente inquadrato, armato spiritualmente e pronto ad esserlo anche materialmente.

Lo svolgersi degli eventi che tengono in questo momento sospesi gli animi, ci permette oggi di fare il punto della situazione.

Bisogna riconoscere e apprezzare gli sforzi che il Primo Ministro britannico ha compiuto per dare una soluzione al problema dell'ora.

Bisogna uguale riconoscimento fare per la longanimità di cui ha dato prova fin qui la Germania.

Il «memorandum» tedesco non si discosta dalle linee che erano state approvate nella riunione di Londra. È di tutta evidenza che se i cèki saranno lasciati a contare sulle loro forze, saranno i primi forse a riconoscere che non vale la pena d'impegnare un combattimento, sul cui esito finale non può esistere dubbio alcuno.

Dal momento che è stato posto dalle forze irresistibili della storia, il problema, che ha un triplice aspetto: tedesco, magiaro, polacco, deve essere integralmente risalto.

Se vi è uomo in questo momento in Europa che è il più indicato a rendersi conto di quello che succede, questo uomo è il Presidente della Repubblica cekoslovacca. Egli è stato uno degli artefici più ostinati, se non maggiori, della disgregazione della duplice monarchia absburgica.

Allora egli parlava di una Nazione boema. La sua rivista, che intitolava «La Nazione ceko-slovacca», sosteneva ciò esplicitamente. Ed egli stesso lo andava dichiarando dovunque, ivi compresa Ginevra. Ginevra è in quello stato che i medici chiamano comatoso. Tutti quelli che si oppongono all'Italia devono finire così.

Ora le parole pronunciate in quel tempo furono labilissime. Questi venti anni di storia lo hanno dimostrato.

Lo sviluppo degli avvenimenti può svolgersi secondo queste linee: ci sono ancora alcuni giorni di tempo per trovare una soluzione pacifica. Se questa non si trova, è quasi sforzo sovrumano potere impedire un conflitto.

Se questo scoppia, in un primo tempo può essere localizzato. Io credo ancora che l'Europa non vorrà mettersi a ferro e a fuoco, non vorrà bruciare se stessa per cuocere l'uovo imputridito di Praga.

L'Europa si trova di fronte a molti bisogni, ma certamente il meno urgente di tutti è quello di aumentare il numero degli Ossari che sorgono così frequenti sulle frontiere degli Stati.

Vi è tuttavia da prevedere il terzo tempo: quello nel quale il carattere del conflitto sarà tale che ci impegnerà direttamente. E allora non avremo e non permetteremo nessuna esitazione.

Debbo ancora aggiungere che la successione di questi tre tempi può essere straordinariamente rapida.

 

Camerati!

È inutile che i diplomatici si affatichino ancora per salvare Versaglia. L'Europa che fu costruita a Versaglia, spesso con una piramidale ignoranza della geografia e della storia, questa Europa agonizza. La sua sorte si decide in questa settimana.

È in questa settimana che può sorgere la nuova Europa: l'Europa della giustizia per tutti e della riconciliazione fra i popoli.

 

Camicie Nere!

Noi del Littorio siamo per questa nuova Europa!

 

 

 

 

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