Tratto da www.controstoria.it I cittadini sovietici nei gulag I campi di concentramento sovietici, attivi dal 1918, si moltiplicarono negli anni Trenta per le note repressioni ordinate da Stalin, ma anche negli anni del secondo conflitto mondiale, quando vi finirono milioni di prigionieri di guerra e con loro grandi masse di cittadini sovietici, deportati da intere regioni. In Crimea, per esempio, la popolazione era stata deportata perché non fu capace di resistere ai tedeschi. Furono comunque milioni i semplici cittadini deportati nei campi per i più svariati motivi. Nel 1937 fu stampato in Polonia il racconto di un sopravvissuto ad uno dei tanti campi sovietici: "[...] Il convoglio, per stimolare i ritardatari o quelli che non potevano lavorare per causa dell'esaurimento, si serviva del calcio del fucile e di un semplice bastone e bastonavano senza pietà tanto i simulatori che quelli che cascavano giù sotto il peso del lavoro [...] Come castigo per diverse mancanze, e specialmente per quella di subordinazione, facevano spogliare i colpevoli e li facevano stare al gelo una mezz'ora ed anche di più [...] Succedeva anche che gl'impazziti si tagliassero tutta la mano destra". Alla fine degli anni Quaranta l'O.N.U. raccolse varie testimonianze di cittadini sovietici reclusi in precedenza nei campi di lavoro forzato: "I prigionieri venivano picchiati sul lavoro e nei dormitori, picchiati con i pugni, con bastoni, e con i calci dei fucili [...] ogni tanto le guardie uccidevano dei prigionieri. Ci sono stati dei casi in cui decine di prigionieri venivano bastonati a morte [...] il ferirsi e mutilarsi volontariamente continuò. In questa maniera i prigionieri cercavano di sfuggire al lavoro e di avere un po' di riposo all'ospedale [...] dal 1930 in poi l'alimentazione peggiorò rapidamente. Prima era raro che i prigionieri soffrissero la fame [...] Così, a volte, quelli che si rifiutavano di lavorare, quelli che lavoravano male e quelli che sistematicamente non arrivavano a fare il lavoro assegnato, venivano riuniti e fucilati a gruppi di 30 o 40, per scoraggiare gli altri dal simulare malattia [...] C'erano inoltre i campi d'isolamento dove si tenevano i prigionieri che erano puniti per mancanze nel campo; queste includevano il rifiutare o non fare tutto il lavoro. Nei campi d'isolamento i prigionieri erano tenuti in condizioni terribili e quasi del tutto privi di cibo; la maggioranza dei puniti generalmente moriva [...] Nel tracciato Vym-Ust Ukhta lavoravano circa 20.000 persone; nuovi prigionieri rimpiazzavano via via i morti. Circa 9.000 di loro morirono [...] Sapevo che nessuno poteva sentire le mie sofferenze al di là delle pareti dell'ufficio del Procuratore, e molto depresso, dopo 10 giorni passati sempre seduto su una sedia, firmai tutto quello che il giudice voleva [...] Di un gruppo di 1.000 caucasiani, colà inviato, alla fine dell'inverno ne sopravvivevano solo 10 [...] Durante l'estate nell'isola di Popov venivano scavati dei grandi crateri per 2.000 o 3.000 persone ognuno. Durante l'inverno li riempivano di cadaveri, l'estate dopo scavavano degli altri crateri". La vita all'interno dei gulag era condizionata dal terrore: ad esempio, in uno dei tanti campi sparsi sul territorio, il comandante a titolo di avvertimento decise di fucilare trecento prigionieri; furono uccisi tutti con un colpo alla testa. Oppure nel campo di Vorkuta, millecinquecento prigionieri vennero liquidati con il solito colpo alla nuca, mentre entravano in una capanna, convinti di andare a fare il bagno. I prigionieri vecchi e malati, comunque inutilizzabili nei vari campi di lavoro, venivano eliminati con un sistema che nulla aveva da invidiare a quelli utilizzati dai nazisti con gli ebrei: uomini e donne venivano ammassati su vecchie navi che poi venivano fatte affondare nel Mar Bianco, portando con sé tutti gli sventurati.
I comunisti italiani Non furono certo fortunati i fuoriusciti italiani, tedeschi e d'altre nazionalità che trovarono rifugio in Russia; molti dopo la scuola di partito obbligatoria dovettero subire i campi di concentramento, quando iniziò una delle grandi purghe staliniane dovuta all'uccisione del governatore Kirov di Leningrado. Fra i fuoriusciti aleggiava sempre il sospetto reciproco; spesso una frase sbagliata o una confidenza furono utilizzate per accusare la persona di spionaggio o attività sovversiva. Su circa seicento emigrati in Unione Sovietica si calcola che almeno un terzo fu arrestato dal NKVD e spedito nei campi in Siberia. Emblematica è la figura di Palmiro Togliatti, vicecapo del Comitern e nel dopoguerra personalità di spicco della politica italiana. Egli lasciò morire i fuoriusciti italiani imprigionati nei campi, come confermerà più tardi a Davide Lajolo, al contrario di quanto fecero il capo dei comunisti tedeschi ed il capo dei comunisti austriaci che intervenirono presso Stalin e riuscirono a salvare dalla morte diversi dei loro compagni arrestati. Stesso trattamento ebbero gli sfortunati prigionieri italiani dell'ARMIR, sui quali Togliatti scrisse: "... se un buon numero dei prigionieri morirà in conseguenza delle dure condizioni di fatto non ci trovo assolutamente niente da dire, anzi...". Le "qualità" di Togliatti furono poi confermate all'apertura degli archivi della polizia segreta sovietica. Un dirigente del P.C.I. esule anch'egli a Mosca, Vincenzo Bianco, scrisse all'epoca dei fatti a Togliatti chiedendogli di intercedere presso Stalin in aiuto dei fuoriusciti italiani. La risposta fu che alcune migliaia di morti non avrebbero di certo danneggiato la causa comune. Negli anni successivi, visti i contenuti della stessa, si cercò in tutti i modi di far credere che fosse un documento falso, ma purtroppo risultò vera e rispondente alle caratteristiche del suo estensore. Togliatti tornò in Italia nel marzo del 1944 e subito i parenti dei soldati appartenenti all'ARMIR gli chiesero informazioni sui loro cari; la risposta fu che i nostri soldati stavano bene ed erano trattati con riguardo. Oggi sappiamo che già nella primavera del 1943, circa l'80% dei prigionieri era morto di stenti e di malattie. Ogni ulteriore considerazione risulta ovviamente superflua. Quando il P.C.I. ha celebrato il ventennale della morte di Palmiro Togliatti, rivendicandone l'eredità politica e, aggiungo io, anche quella ideologica e morale, non una parola fu spesa per tutti i morti provocati dal Comunismo, da Stalin e da tutti i suoi seguaci, fra cui il grande statista Togliatti. Emilio Guarnaschelli era un operaio comunista torinese che aveva accolto con entusiasmo l'ideale rivoluzionario sovietico; riuscì a raggiungere Mosca proprio quando suo fratello Mario e la direzione torinese del P.C.I. entrarono in disaccordo. I fuoriusciti italiani ne furono in breve informati e Guarnaschelli ne subì le conseguenze. Deluso dalla situazione sovietica e dalle condizioni di vita della popolazione, contattò l'ambasciata italiana per riottenere il passaporto italiano, tentativo già allora fatto da numerosi fuoriusciti. Fu subito arrestato dalla Ghepeù e accusato di essere una spia fascista. Il fratello Mario chiese aiuto al compagno Togliatti che ovviamente non lo degnò neanche di una risposta. Solo all'apertura degli archivi segreti del KGB, si scoprirà che Guarnaschelli era stato fucilato. Al ritorno dalla lunga prigionia in terra russa, alcuni ufficiali dell'ARMIR (Giorgio Pittaluga, Ugo Graioni, Domenico Dal Toso, Luigi Avalli e Ivo Emett) diffusero un numero unico intitolato "Russia" in cui accusavano esplicitamente alcuni fuoriusciti italiani per il loro comportamento verso i prigionieri. I comunisti chiamati in causa furono Ruggero Grieco, Paolo Robotti, Luigi Amadesi e Edoardo D'Onofrio, quest'ultimo come tanti altri fu premiato dal P.C.I. per l'ottimo "lavoro" svolto ed eletto senatore. Il D'Onofrio, offeso dal contenuto del numero unico pubblicato a cura dell'U.N.I.R.R. (Unione Nazionale Italiana Reduci Russia), denunciò gli estensori per diffamazione. L'Unità ovviamente difese a spada tratta il compagno D'Onofrio e la sua positiva attività d'aiuto ai nostri connazionali. Durante il processo, la difesa del querelante e tutta la stampa di sinistra cercarono in tutti i modi di eludere le responsabilità del D'Onofrio ed il processo si ritorse contro il povero "innocente". Le accuse dei reduci inchiodarono il senatore alle sue responsabilità; non potendo negare quanto fu dichiarato dai "colpevoli", cercò di trasformare i fatti, arrivando ad affermare che gli interrogatori ai quali sottoponeva i prigionieri non erano altro che innocenti conversazioni. Alla fine del processo, arrivò addirittura a prevedere che una sua condanna, avrebbe potuto avere ripercussioni per gli ancora 28 italiani prigionieri in Unione Sovietica; da notare che la guerra era abbondantemente finita e l'Italia era passata al fianco degli Alleati. Il povero D'Onofrio non vinse la causa e i 28 prigionieri furono condannati a 20 di lavori forzati con l'accusa di "attività antisovietica"; riuscirono a rimpatriare solo nei primi mesi del 1954. In diversi testi di reduci dal Fronte Orientale, si possono trovare precise indicazioni sulle attività dei fuoriusciti italiani durante la ritirata dell'A.R.M.I.R. e durante la prigionia dei soldati. Essendo militanti nell'Armata Rossa, s'infiltravano nelle colonne in ritirata con compiti di spionaggio. Secondo alcuni autori protagonisti dei fatti, diversi fuoriusciti si macchiarono anche d'assassinio, colpendo a morte i feriti rimasti incustoditi; la presenza di diversi soldati inspiegabilmente uccisi con un colpo alla testa rafforza indubbiamente questa ipotesi. Per dare un'idea della formazione della classe politica comunista di quegli anni (e dei successivi), potremmo utilizzare le parole utilizzate da Togliatti per definire Giovanni Gentile il giorno del suo assassinio: "bandito politico, camorrista e traditore volgarissimo". Da ricordare che Gentile era un filosofo e non un appartenente alle forze armate della R.S.I.
Il regime sovietico Il regime comunista di Stalin fu la conseguenza e la continuazione della dottrina leninista, secondo la quale per eliminare il nemico del popolo, era possibile ricorrere a qualsiasi forma di violenza. Il tempo dimostrerà che la dittatura del proletariato non sarà altro che la forma peggiore di dittatura sul proletariato. Lenin creò, allo scopo di diffondere il comunismo negli altri paesi, il Komitern; questo apparato doveva assolvere il suo compito creando i presupposti della guerra civile in ogni singolo stato. Alexander Jakovlev, membro del Politburo e della segreteria del PCUS, descrisse così il clima che si viveva in quegli anni nei palazzi del Cremlino. "Tutti insegnavano ad odiare. La regola era la demonizzazione dell'avversario. I bolscevichi avevano trasformato l'ideologia dell'intolleranza in ideologia di Stato. E noi per decenni, stiamo lottando con tutte le nostre forze, senza risparmiare fiele, inchiostro, etichette, offese, senza rispetto per i nostri figli e nipoti, senza paura né di Dio né del Diavolo, per calpestare il prossimo, per coprirlo di fango, per ricavare deliziose vendette con un sadismo primitivo e brutale". Nel 1934 in tutta l'Unione Sovietica si scatenò una strettissima vigilanza sulla popolazione che portò a migliaia di finti processi e vere esecuzioni. Tutti i campi di prigionia, i famosi gulag, si riempirono di gente che spesso e volentieri non sapeva neanche di cosa fosse incolpata; vi moriranno milioni di cittadini per fame, stenti e fucilazioni. Il 1937 fu l'anno di maggior terrore e fino al 1939, arresti e deportazioni nei campi proseguirono ininterrottamente. Furono colpiti in maggioranza i contadini che non accettarono la collettivizzazione; circa cinque milioni di questi ultimi furono deportati, ma il numero esatto dei fucilati non è ancor oggi quantificabile, visto che le esecuzioni erano appositamente fatte sul larga scala, in modo da terrorizzare intere zone del paese. Tutte le classi sociali furono colpite dalle purghe staliniane, perfino i membri del partito e la polizia segreta (quest'ultima conterà alla fine circa ventimila agenti giustiziati). Braccio destro di Stalin negli anni Trenta fu Nikolai I. Ezov, capo della polizia segreta dal 1937. In due anni di comando fece deportare circa sette milioni di sovietici, facendone fucilare un gran numero. L'accusa primaria mossa contro i nemici del regime era quella di trotzkismo: essa comprendeva una serie di reati legati ad attività controrivoluzionarie, anche non collegabili fra di loro, quali l'arrivare tardi al lavoro, parlare con estranei o possedere un oggetto particolare (possedere una macchina da scrivere, ad esempio, comportava l'essere sospettati di spionaggio). Se una persona era poi arrestata, ne pagavano spesso le conseguenze anche i suoi famigliari che potevano anch'essi essere arrestati e deportati; gli eventuali figli venivano presi in custodia dallo stato ed inviati in scuole di correzione del partito. Essere considerato anticomunista e nemico del popolo, accadeva anche quando si era direttore di un kolcoz in un'annata sfortunata, dove il grano prodotto non era sufficiente per versarne anche allo stato, e avresti voluto prima dividerlo tra i contadini e poi dare il rimanente. Questo desiderio legittimo e umano ti costava cinque anni di deportazione in Siberia. L'articolo 58 del codice penale sovietico era relativo al reato di collaborazione con la borghesia internazionale. Ancor oggi il suo significato non è conosciuto, ma fu comunque sufficiente per deportare migliaia di persone. Appunto verso il 1939 le repressioni diminuirono decisamente, a riprova del fatto che Stalin sapeva che avrebbe dovuto affrontare la Germania militarmente ed aveva bisogno di quanti più uomini possibile. Anche i nostri soldati impegnati su quel fronte, si accorsero ben presto che la maggioranza della popolazione odiava il comunismo e Stalin. L'abilità di quest'ultimo fu quella di far passare la guerra come una guerra patriottica, mettendo in disparte l'ideologia comunista. Un nostro soldato ha scritto: "Quanto alla gente, al popolo, tuttavia non ci sembrava affatto comunista... ma piuttosto - specialmente i contadini - vittima del comunismo". In diversi testi di reduci dal Fronte Orientale, si narra di disertori russi arrivati alle linee italiane; raccontavano di maltrattamenti degli ufficiali nei confronti dei subordinati. Era inoltre evidente a tutti la scarsissima considerazione in cui erano tenuti i soldati russi da parte dei loro comandi superiori; spesso durante gli attacchi, le truppe erano lanciate all'assalto completamente allo scoperto, senza copertura e con la minaccia delle armi; e se mille ne morivano, altri mille erano subito pronti ad occuparne il posto. Ricordando che lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, avvenne con la simultanea invasione della Polonia da parte di Germania e Unione Sovietica, Stalin applicò i suoi sistemi direttamente sul nuovo popolo sottomesso; come i tedeschi, eliminò l'intellighenzia polacca. Restano a testimonianza di ciò le fosse di Katyn, ove migliaia d'ufficiali dell'esercito furono sterminati con un colpo di pistola alla testa. In questo periodo di strana amicizia fra Germania ed Unione Sovietica, Stalin decise di consegnare a Hitler tutti i fuoriusciti tedeschi presenti nel suo paese.
L'anticomunismo sovietico Secondo il generale tedesco Reinhard Gehlen, la Germania durante l'ultimo conflitto sarebbe riuscita a conseguire gli obiettivi prefissati sul Fronte Orientale, se Hitler avesse permesso ai suoi generali di sfruttare l'anticomunismo delle popolazioni. Difatti le truppe tedesche inizialmente furono accolte con straordinario calore dalla gente che dopo anni di tirannia, aveva accumulato un profondo odio verso il regime e Stalin. Durante l'inesorabile e lenta ritirata delle truppe tedesche sotto l'incalzante avanzata dell'Armata Rossa furono migliaia e migliaia gli uomini, le donne ed i bambini che seguirono i soldati nemici, piuttosto che ritornare sotto Stalin. Anche i nostri soldati impegnati sul Fronte Orientale ricordano l'ottimo rapporto con le popolazioni e il numero elevato di russi prigionieri che li seguirono anche durante il ripiegamento. |