GENEALOGIA DELLA CATTIVA COSCIENZA

 

 

E' possibile indovinare in anticipo che il concetto di coscienza, in cui ci imbattiamo qui nella sua configurazione più alta e quasi inquietante, ha già dietro di sé una lunga storia e metamorfosi di forme. Poter farsi mallevadori di sé stessi e con orgoglio, dunque, poter dire sì anche a se stessi - questo, come si è detto, è un frutto maturo, ma anche un frutto tardivo - quanto a lungo questo frutto dovette pendere aspro e acerbo dall'albero! [...]

Ma com'è venuta al mondo quest'altra "tetra faccenda": la coscienza della colpa, tutta quanta la "cattiva coscienza"? - E torniamo con ciò ai nostri genealogisti della morale. Sia detto ancora una volta - o non l'ho ancora detto affatto? - che costoro non valgono un bel nulla. [...]

Questi genealogisti della morale si sono mai, sino a oggi, anche solo lontanamente immaginati che, per esempio, quel basilare concetto morale di "colpa" ha preso origine dal concetto molto materiale di "debito"? O che la pena come compensazione si è sviluppata completamente a parte da ogni presupposto sulla libertà o non libertà del volere? - [...] Quel pensiero oggi così a buon mercato e apparentemente così naturale, così inevitabile, il quale è sempre chiamato in causa per spiegare il modo con cui si è venuto determinando sulla Terra il sentimento della giustizia, il pensiero che "il delinquente merita la pena poiché avrebbe potuto agire altrimenti", è effettivamente una forma assolutamente tardiva, anzi raffinata del giudicare e dell'inferire umano; chi lo trasferisce all'origine, commette un madornale errore sulla psicologia della più antica umanità. Per il più lungo tratto di tempo della storia umana, non si sono assolutamente inflitti castighi perché si ritenesse l'autore del male responsabile della sua azione, dunque non con il presupposto che si debba punire unicamente il colpevole - si punisce, viceversa, allo stesso modo con cui ancor oggi i genitori castigano i figli, per ira di un danno sofferto, alla quale si dà sfogo sul danneggiante - una collera, tuttavia, mantenuta nei limiti e modificata dall'idea che ogni danno abbia in qualche modo il suo equivalente, che realmente possa essere soddisfatto, sia pure mediante una sofferenza di chi lo ha provocato. Da dove ha derivato il suo potere quest'idea antichissima, profondamente radicata, oggi forse non più estirpabile, l'idea di una equivalenza di danno e dolore? L'ho già rilevato: nel rapporto contrattuale tra creditore e debitore, che è tanto antico quanto l'esistenza di "soggetti di diritto", e rimanda ancora una volta, dal canto suo, alle forme fondamentali della compera, della vendita, dello scambio, del commercio. [...]

Considero la cattiva coscienza come quella grave malattia in balìa della quale doveva cadere l'uomo sotto la pressione della più radicale tra tutte le metamorfosi che egli abbia mai vissuto - quella metamorfosi in cui si venne a trovare definitivamente incapsulato nell'incantesimo della società e della pace. [...] Tutti gli istinti che non si scaricano all'esterno, si rivolgono all'interno - questa è quella che io chiamo interiorizzazione dell'uomo: in tal modo soltanto si sviluppa nell'uomo quella che più tardi verrà chiamata la sua "anima". L'intero mondo interiore, originariamente sottile come fosse teso tra due epidermidi, si è stemperato e dischiuso; ha acquistato profondità, latitudine, altezza nella misura in cui è stato impedito lo sfogo dell'uomo all'esterno. Quei terribili bastioni con cui l'organizzazione statale si proteggeva contro gli antichi istinti della libertà - [...] fecero sì che tutti codesti istinti dell'uomo selvaggio, libero, divagante si volgessero a ritroso, si rivolgessero contro l'uomo stesso. L'inimicizia, la crudeltà, il piacere della persecuzione, dell'aggressione, del mutamento, della distruzione - tutto quanto si volge contro i possessori di tali istinti: ecco, l'origine della "cattiva coscienza". L'uomo, che in mancanza di nemici esterni e di resistenze, rinserrato in una opprimente angustia e normalità di costumi, faceva impazientemente a brani se stesso, si perseguitava, si rodeva, si aizzava, si svillaneggiava, quest'animale che si vuole "ammansire" e dà di cozzo alle sbarre della sua cella fino a coprirsi di piaghe, questo essere che manca di qualcosa, che si strugge nella nostalgia del deserto e che deve far di se stesso un'avventura, una camera di supplizi, una selva insicura e perigliosa - questo giullare, questo desioso e disperato prigioniero divenne l'inventore della "cattiva coscienza". Con essa fu, però, introdotta la più grande e la più sinistra delle malattie, di cui fino a oggi l'umanità non è guarita, la sofferenza che l'uomo ha dell'uomo, di sè. [...]

Tra i presupposti di quest'ipotesi sull'origine della cattiva coscienza rientra, in primo luogo, la circostanza che quella metamorfosi non è stata nè graduale, nè volontaria e non si è presentata come uno sviluppo organico all'interno di nuove condizioni, bensì come una frattura, un salto, una costrizione, un'inevitabile fatalità, contro la quale non era possibile lotta. [...] In secondo luogo, peraltro, il fatto che l'inserimento in una stabile forma, di una popolazione sino allora sfrenata e amorfa, allo stesso modo che aveva avuto inizio con un atto di violenza, così soltanto con manifesti atti di violenza venne condotto a termine - che, coerentemente a ciò, il più antico "Stato" apparve come una spaventevole tirannide, un meccanismo stritolatore e senza scrupoli, e proseguì questa sua opera finché una tale materia grezza di popolo e di semianimalità non soltanto venne finalmente bene impastata e resa cedevole, ma anche dotata di una forma. Ho usato la parola "Stato": va da sè a quale intendo, con ciò, alludere: - un qualsiasi branco d'animali da preda, una razza di conquistatori e di padroni che, guerrescamente organizzata e con la forza di organizzare, pianta senza esitazione i suoi terribili artigli su una popolazione forse enormemente superiore di numero, ma ancora informe, ancora errabonda. In questo modo ha inizio sulla Terra lo "Stato". [...]

Questo istinto della libertà reso latente a viva forza - lo abbiamo già capito - questo istinto della libertà represso, rintuzzato, incarcerato nell'intimo, che non trova, infine, altro oggetto su cui scaricarsi e disfrenarsi se non se stesso; questo, soltanto questo, è, nel suo cominciamento, la cattiva coscienza. [...]

Il rapporto di diritto privato tra il debitore e il suo creditore, di cui già a lungo si è discorso, è stato ancora una volta interpretato, e per la verità in una maniera estremamente notevole e coscienziosa sotto il profilo storico, all'interno di un rapporto in cui esso risulta, cioè, intercorrente tra i contemporanei e i loro progenitori. Nell'ambito dell'originaria comunità di stirpi - parliamo dei primordi - la generazione vivente riconosce ogni volta un'obbligazione giuridica nei confronti di quella più antica, fondatrice della stirpe (e in nessun modo un semplice vincolo sentimentale: non senza ragione si potrebbe perfino negare in generale quest'ultimo, per il più lungo periodo della specie umana). Domina, qui, la persuasione che la specie sussiste unicamente grazie ai sacrifici e alle opere degli antenati - e che questi devono essere ripagati con sacrifici e opere: si riconosce, quindi, un debito che continua a crescere costantemente per il fatto che questi avi, perpetuando la loro esistenza come spiriti possenti, non cessano di assicurare alla specie nuovi vantaggi e prestiti da parte della loro forza. [...]

Il senso di debito nei confronti della divinità non ha cessato di crescere per parecchi millenni e, per la verità, sempre nella stessa proporzione con cui sono cresciuti e sono stati portati in alto sulla Terra il concetto di dio e della divinità. [...]

L'avvento del Dio cristiano, in quanto massimo dio che sia stato fino a oggi raggiunto, ha portato perciò in evidenza, sulla Terra, anche il maximum del senso di debito. [...]

Ora quei concetti di "colpa" e di "dovere" devono volgersi a ritroso - ma contro chi? E' fuori di dubbio: in primo luogo contro il "debitore", in cui ormai la cattiva coscienza mette tali radici, si fa così intimamente corrosiva, si estende e cresce a tal punto, in lungo e in largo, a somiglianza di un polipo, che, insieme alla inestinguibilità dell'espiazione, viene concepito il pensiero della irrisarcibilità di quella (della "pena eterna") -; e infine, persino contro il "creditore", sia che si pensi alla causa prima dell'uomo, all'inizio del genere umano, al suo progenitore, il quale ormai è colto da una maledizione ("Adamo", "peccato originale", "non libertà del volere"), [...] o all'esistenza in generale che rimane come non valida in sé (nichilistica diversione da essa, desiderio del nulla o desiderio del suo "opposto", di un essere-altro, buddhismo e simili) - finché eccoci all'improvviso di fronte al paradossale e spaventoso espediente in cui la martoriata umanità ha trovato un momentaneo sollievo, quel tratto geniale del cristianesimo: Dio stesso che si sacrifica per colpa dell'uomo, Dio stesso che si ripaga su se stesso, Dio come l'unico che può riscattare l'uomo da ciò che per l'uomo stesso è divenuto irriscattabile - il creditore che si sacrifica per il suo debitore, per amore (dobbiamo poi crederci?) - per amore verso il suo debitore!...

Si sarà già indovinato che cos'è realmente accaduto con tutto ciò e al di sotto di tutto ciò: quella volontà di straziarsi, quella rintuzzata crudeltà dell'animale-uomo interiorizzato, ricacciato in se stesso, dell'incarcerato nello "Stato" ai fini dell'ammansimento, il quale per cagionarsi dolore, essendo sbarrata la più naturale via di liberazione di questo voler-cagionar-dolore, ha escogitato la cattiva coscienza - quest'uomo della cattiva coscienza si è impadronito del presupposto religioso per spingere il proprio automartirio fino alla sua più orribile crudezza e sottigliezza. Un debito verso Dio: questo pensiero diviene per lui strumento di tortura.

da Genealogia della Morale

 

 

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