SEMANTICA DEL RAZZISMO

 

Gianantonio Valli

Semantica del razzismo

 

Opuscolo tratto dal fascicolo numero 37 della rivista "L'Uomo Libero"-casella postale 1658-20123 Milano-  sito: http://www.uomolibero.com

Necessità di una corretta semantica - Contro la neolingua del Sistema - "Genocidio", cardine del Mondo Nuovo - Realtà delle razze e legittimità del concetto di razza - Universalismo e accettazione: le quattro posizioni - Antirazzismo differenzialista: premessa al Nuovo Ordine Mondiale- Eticità del razzismo morfologico

Rispetta la patria di ogni uomo, ma ama la tua.

Gottfried Keller, 1819-1890

C'è un solo peccato che può venire commesso contro l'intera umanità, contro tutte le stirpi: la falsificazione della storia.

Friedrich Hebbel, 1813-1863

Nessuna epoca storica, nessuna società è mai esistita in cui sia stato perseguito, coltivato e difeso quel disprezzo della realtà che contrassegna i tempi modemi. Parte significante, precondizione di tale modo d'essere e d'agire è la mistificazione semantica - voluta spesso, stoltamente fatta propria sempre - la distorsione del significato vero, etimologico delle parole. E' del resto eloquente il fatto che di "neolingua" si inizi a parlare solo dal secondo dopoguerra, per indicare uno degli assi portanti del Mondo Nuovo.

 

Ad onta di ogni vantata precisione scientifica, che dovrebbe consentire all'uomo un'analisi dei fatti ed un'espressione di giudizi attraverso l'uso di vocaboli inequivoci, assistiamo quotidianamente a una doppiezza semantica che investe lo psichismo di ogni uomo e che da ogni uomo viene rielaborata ed amplificata sia nella costruzione delle proprie modalità di conoscenza che nelle relazioni interpersonali. Il risultato di questo sfasamento paradigmatico nei processi di comunicazione - occhiutamente esercitato dai mass-media secondo una logica preordinata - conduce l'essere umano non solo al disordine psicologico, alla perdita di saldi punti di riferimento concettuale e delle possibilità di accendere un retto discorso comune, ma financo allo stravolgimento del processo cognitivo, alla perdita della ragione critica e, letteralmente, della propria mente.

 

Al proposito, è sintomatico soffermarsi sull'abuso incessante, quasi ossessivo, di parole quali "fascismo" e "democrazia", da un cinquantennio caricate di ogni possibile valenza rispettivamente negativa e positiva, al punto che qualunque esercizio critico nei loro riguardi viene precluso a colui che non abbia preventivamente ottenuto l'agibilità discorsiva attraverso l'accettazione di quei diktat semantici socialmente fissati, al di lá dei quali sarebbe stoltezza, provocazione o follia spingersi. Si pensi a "democrazia", termine che, se pur non abbandonato come infamante secondo l'auspicio nietzscheano, andrebbe tuttavia espunto dal linguaggio anche solo per qualche millennio, onde depurarlo dei motivi passionali e dell'estrema ambiguità che ne caratterizzano l'odierna accezione. Si pensi agli indebiti significati assunti dall'aggettivo "democratico", inteso come passaporto liberatorio al posto di "gentile", "educato", "aperto di mente", e persino "onesto", "leale", "libero", "umano" mentre, lungi dall'identificare neppure lontanamente positive connotazioni morali, appartiene invece soltanto ad una precisa tecnica di governo, o meglio, di manipolazione delle coscienze e, quindi, del consenso.

 

L'astrazione esasperata con la quale viene intesa, adoperata e nuovamente intesa la fraseologia della neolingua non svela comunque una peculiarità cognitiva maturata spontaneamente nell'estenuato uomo moderno, bensì riflette la forma mentis di chi ha avuto la forza di radicarla nell'immaginario linguistico del corpo sociale - dell'oligarchia che da decenni vive su quel Sistema che estende il suo abbraccio mortale a tutti i popoli della terra.

 

Tale astrazione/distorsione, divenuta il succedaneo del mondo reale, non può però della realtà occupare in modo compiuto, e mantenere, il posto. Non lo può soprattutto perché l'artifizio dà luogo a scompensi, a scontri, a lacerazioni, a ripensamenti, in ispecie quando abbia avuto un tempo sufficiente per palesare nel divenire quotidiano le sue ineluttabili contraddizioni. Ogni "sembrare" - e questa è l'antica lezione del realismo indoeuropeo dispiegato nella sapientia romana e machiavellica - non regge, nel tempo, l'incalzare della storia se non riesce a sostanziarsi in un "essere". Nello scontro mondano con gli interessi reali, crollano allora, brutalmente, tutte le costruzioni intellettuali o sentimentali prive di radici autentiche; crollano, purtroppo però solo dopo avere snaturato il retaggio dei padri, il tessuto antropologico di quel consorzio umano che ha preteso di giocare, attraverso vuote parole, con le leggi, dure e cogenti, del mondo reale. L'accorgersi, il dire, il gridare che "il re è nudo", diviene a questo punto esercizio retorico, giacché compromesso, a volte per sempre, è ormai tale retaggio, compromesso è tale tessuto. Retaggio e tessuto che potranno essere forse ricostruiti nel corso dei decenni attraverso una attenta, martellante, implacabile opera di informazione e verifica (troppo abbiamo sofferto per permetterci più una qualche debolezza, troppa devastazione e rovina abbiamo visto crescerci intorno), attraverso la selezione dei corpi e l'educazione delle anime - e comunque mai più come prima.

 

 

Riprendendo il discorso sulla valenza strutturale della neolingua nei confronti del Mondo Nuovo, oltre al significato volutamente distorto attribuito ai termini-concetto "democrazia" e "fascismo", un terzo vocabolo detiene, nell'iconografia linguistica del Sistema, la palma della "tabuizzazione", avendo inglobato e riassunto in sé la totalità delle valenze negative percepibili dalla mente umana. Se risponde al vero che ogni epoca possiede un proprio codice semantico, una delle voci distintive - nei nostri anni la più distintiva - che caratterizzano l'attuale è la parola "razzismo". Più ancora di "democrazia" e certo ancora più di "fascismo", entità linguistiche tutto sommato "concrete" e "verificabili" nel riferimento ad esperienze storiche e a pratiche politiche, l'ideologia moderna pone a guardia del Sistema, proprio tale terza parola. Incarnando nell'accezione ordinaria i concetti di "crudeltà", "superbia", "arroganza" e "disumanità", il "razzismo", vero e proprio Schimpfwort, insulto dalle risonanze unicamente negative, si disincarna da alcunché di reale, assumendo le caratteristiche di un a priori esistenziale e morale, di discriminante di qualsivoglia discorso filosofico, sociologico, storico, politico o religioso che sia.

 

La stessa riprovazione provocata nell'opinione generale dalle teorie e dai comportamenti razzisti contribuisce a rendere più oscuro il problema. Addirittura, il razzismo cade in Francia come in Italia sotto la scure di una legge penale che non stabilisce neppure una differenza di qualche rilievo tra la divulgazione di una teoria razziale (spacciata come "incitamento all'odio razziale") e i comportamenti, più o meno coerenti con l'assunto teorico, che eventualmente ne conseguano sul piano concreto. Il razzismo, in queste condizioni, riguardarebbe più la sistematica penale che non la storia delle idee. E in ogni caso, secondo i suoi avversari più "sensibili", quand'anche la malvagità razzista non fosse riconducibile ad una fattispecie criminale suscitatrice di sdegno profondo (lo "sporco" razzista, il "rigurgito" razzista), sarebbe assimilabile a una "lebbra", a una "malattia dello spirito", a un "disturbo della personalità", se non a pura e semplice "follia" o "imbecillità". Ma "delitto" e "delirio" sono categorie, secondo la giurisprudenza demo-behaviorista, inconciliabili: se i razzisti sono pazzi o imbecilli (dobbiamo tale ultimo aggettivo a Giulio Giorello, docente universitario di filosofia, adepto del "pensiero debole"), non sono di competenza dei tribunali, ma dei manicomi - si abbia allora il coraggio di proporre, ed imporre, una Rieducazione a base di psicofarmaci alla sovietica o di cure analitiche all'americana.

 

All'opposto, poiché l'azione antirazzista - esistendo dei malfattori perversi e ignoranti - pretende di realizzare i suoi compiti muovendo contemporaneamente polizia, giustizia, educazione scolastica e mass-media, essere antirazzisti significa dichiararsi onesti, normali e colti (l'intelligenza è scontata). L'antirazzista, ben scrive il sociologo ebreo Taguieff, "si qualifica quindi sia per le sue virtù che per le sue competenze e capacità; tende a presentarsi come un problematico di suprema onestà, un educatore enciclopedico dell'umanità smarrita, un cacciatore di ignoranze e di malvagità. L'utopia antirazzista consiste nel supporre possibile la realizzazione di un mondo di buoni e di colti. Basterebbe far capire ai mistificati, i "razzisti", che sono tratti in inganno da malvagi e profittatori perché la mistificazione cessasse all'istante di funzionare. A questa unica e sufficiente condizione, il razzismo scomparirebbe. Non ci vuol molto a capire che, allora, esso ha ancora una lunga vita davanti a sé".

 

L'antirazzista è un Rieducatore, un po' insegnante, un po' poliziotto, un po' maestro di cerimonie, un po' "benpensante" - un benpensante scioccato dal comportamento del razzista, il quale finisce col diventare un minoritario oppresso, un marginale inventivo, un martire della contestazione degli ultimi tabù della società postmoderna. Per il fatto di essere dotato del potere di attribuire giudizi morali, l'antirazzista che individui un razzista e lo definisca tale, si pone fuori e sopra di lui in modo radicale, postulatorio, in modo, tutto sommato, "razzista". Il razzista viene respinto a priori dal mondo dei valori "umani", escluso dal dialogo, assimilato a un delinquente, demonizzato ed oppresso, con tipico capovolgimento retorico, nella stessa maniera con cui il razzista è accusato opprimere le sue "vittime". In sostanza, il razzista assume pubbliche stimmate di "razza inferiore", se non "preumana" o "antiumana".

 

Per autodefinizione, scrive Taguieff, l'antirazzista è invece una persona nobile, un pacifista, ma un pacifista particolare, un pacifondaio che dichiara come già Woodrow Wilson e il pensiero giudaico-disceso - guerra alla guerra affinché sia l'Ultima Guerra, prima dell'apertura del Regno: "Il pacifismo antirazzista disvela in tal modo il suo sogno normativo di un universo umano unificato, omogeneizzato, o di un'umanità assolutamente riconciliata con se stessa. Ma occorre un'operazione chirurgica preventiva: amputare il corpo dell'Umanità delle membra sospette di provocare o alimentare la cancrena in conflitto. Mondare, ripulire, risanare attraverso la distruzione dei germi di contrapposizione: l'ideale pacifista rivela il suo motore tanatologico nascosto, la sua fondamentale diffidenza nei confronti del mondo della vita, popolato di impure contraddizioni, costituito da inquietanti contrapposizioni. Così l'antirazzismo sprofonda nell'incoerenza di ingaggiare una guerra totale contro il nemico [... ] proprio mentre legittima la propria azione con una condanna assoluta di qualunque guerra. Il pacifismo integrale appare di conseguenza lo strumento di autolegittimazione più efficace di un'azione bellicosa, in quanto delegittima assolutamente il proprio nemico".

 

E' l'ebreo Laurent Fabius, il padre della Repressione francese, già Presidente socialista del Consiglio con François Mitterrand, ad affermare, in occasione di una cena antifascista, che: "Va ad onore di una generazione, largamente presente in questa sede, l'aver debellato i flagelli del razzismo e dell'antisemitismo. Deve andare ad onore della nuova generazione, nei tempi di crisi, che sono anche tempi di odio e di demagogia, il non lasciare che questi flagelli si sviluppino di nuovo". Ecco quindi i rimedi: diuturne lezioni di storia alternate ad un'educazione appropriata, realizzazione di una federazione universale di Stati, New World Order, transizione dall'età militare a quella del commercio, instaurazione di una società "senza classi" (leggi proletarizzazione dei ceti medi) destinata ad inaugurare l'era della fraternità universale.

 

Certamente condividiamo anche noi tale impostazione metodologica, anche noi riconosciamo l'importanza centrale della difesa dei significati conferiti al termine "razzismo" dal Sistema o meglio, per quanto ci riguarda, del loro disvelamento e della loro distruzione. Ogni aspetto della speculazione intellettuale, dell'azione politica, dell'esegesi storica, della possibilità di incidere nel mondo reale è legato al mantenimento o alla rovina di quei significati. Infatti, solo dopo una loro caduta, solo dopo la dimostrazione della miseria morale dei loro ideatori e sostenitori, solo dopo la demolizione delle olo-menzogne erette a loro puntello in questi decenni - solo allora, diverrà possibile l'introduzione di un nuovo paradigma culturale, più consono alle leggi della vita, compiutamente etico in quanto veridico e vero. Dell'urgenza tragica di un'azione così concepita, testimonia il fatto che mai come in altri momenti storici è in gioco l'esistenza del nostro Sistema di Valori, del Sistema di Valori europeo. E questo non solo nella sua strutturazione ideologica, estetica o sentimentale, ma proprio nella sua esistenza concreta, biologica. In palio c'è la continuità genetica del retaggio dei padri, che è nostro dovere trasmettere ai figli, e per loro, alle generazioni a venire, che pure mai vedremo.

 

"Ciò che abbiamo nel sangue dai nostri padri, idee senza parole" - sentenzia Oswald Spengler - "è l'unica cosa che garantisce la solidità dell'avvenire". Custodire nel fluire del tempo le disposizioni ereditarie del corpo e dell'anima, la stirpe e la virtù ereditata, incama il presupposto per non smarrirci nel mondo, per indagare chi fummo, sapere chi siamo, affermare chi saremo. Contro la decadenza della storia affidiamo la protezione più salda e la conferma più sicura della nostra continuità vitale a germi originari trasmessici dai nostri antenati, che già essi un tempo custodirono e che noi custodiamo oggi nel sangue. L'emergenza del momento richiede una lucida adesione ai princìpi essenziali, esclude tatticismi e cedimenti di sorta, impone di serrare i ranghi intorno all'ultima certezza che abbiamo: fino a quando i popoli del Vecchio Continente, segmenti temporali e ricetto biologico dell'ethos indoeuropeo, potranno vantare la sostanziale compattezza delle loro stirpi, sarà sempre possibile che essi rinascano per riannodare le fila di un destino attualmente perduto.

 

In questa breve porzione del Tempo, in questo limitato settore dello spazio mondiale, riallacciandoci agli Dei del Sangue e del Suolo noi ripetiamo le gesta dei nostri antenati, attuiamo l'idea dell'ordine, affermiamo il sentimento del bello e del buono. Affrontando il discorso sulla razza - sul diverso spirito che sottende ogni diverso raggruppamento umano - ribadiamo quanto esso sia ineludibile e pregiudiziale a ogni altro, cartina di tornasole per ogni serio impegno speculativo, per ogni coerente volontà operativa.

 

 

Dopo che il discorso sul razzismo ha assunto la centralità di cui sopra discorrevamo, richiamandoci non solo alla più attenta indagine scientifica, ma ad applicazioni politiche e sociali che, con i vari fascismi, hanno avuto grande incidenza sulla vita delle nazioni europee nella prima metà del secolo XX, non parrà fuori luogo qualche considerazione sull'etimologia del vocabolo "razza", naturale radice del sostantivo "razzismo". L'ipotesi più accettabile è che essa sia di ascendenza latina derivando da ratio, che ha il significato di "modo, qualità, natura" e che in tal senso viene utilizzato da Varrone, Cesare e Cicerone. Da ratio si avrebbe quindi "razza" - dall'accusativo rationem deriverebbe "ragione" - termine utilizzato pure da Giovanni Boccaccio e Niccolò Machiavelli per intendere "specie, sorta, natura".

 

In tal modo la parola perde però il proprio antico valore, assumendo l'identico significato - e, in progresso di tempo, sostituendo - il termine di origine germanica "schiatta" (Stamm, Geschlecht), già adoperato col valore di "stirpe" (il latino genius, genio, i greci génos ed éthnos). La parola "razza" si irradia dall'Italia nelle lingue contermini: alla fine del Quattrocento e ai primi del secolo successivo entra nella lingua francese e diviene race. Passa contemporaneamente nello spagnolo, raza, nel portoghese, raça. Con la mediazione del francese perviene più tardi all'inglese, race, e al tedesco, Rasse, così diventando, in sostanza, termine di valore europeo e mondiale.

 

Il termine "razzismo", nell'edizione 1970 del vocabolario Zingarelli, viene definito con una certa oggettività quale "teoria che esalta le qualità di una razza e afferma la necessità di conservarla pura da ogni commissione con altre razze, respingendo queste o tenendole in uno stato di inferiorità ". Contenuta in nuce già nel pangermanesimo ottocentesco, tale teoria - con tutti i concetti correlati in termini di antropologia fisica, eugenetica e antropometria - vede la sua consacrazione politica nel decennio 1930-40, divenendo una delle colonne portanti della visione del mondo del fascismo italiano e, ancor più, del nazionalsocialismo (non è qui il caso di accennare al pratico, quotidiano, volgare razzismo dei vari "popoli scelti", quali l'ebraico e l'inglese).

 

Se negli anni Trenta la carica "negativa" del termine la possiamo vedere - se la vogliamo vedere - nella parte di definizione da noi riportata in corsivo, è invece nel dopoguerra che il vocabolo assurge a indiscusso a priori del Male. In tale distorta accezione esso è stato e viene tuttora terroristicamente usato dal bicefalo schieramento uscito vincitore dal conflitto mondiale. Ciò al fine preordinato di:

 1) celare le innumeri atrocità e gli abusi giuridici compiuti contro gli avversari fascisti sia prima che dopo la sconfitta, cose per la cui analitica illustrazione non basterebbero decine di volumi;

2) colpevolizzare, paralizzare per l'etemità le nazioni uscite perdenti, intese in primo luogo come entità statali, in secondo come portatrici - nella loro memoria genetica e storica - di un Sistema di Valori irriducibile all'ideologia vincitrice;

 3) annientare, sotto una terminologia che dovrebbe suscitare istintivo ribrezzo ed orrore, ogni anelito di ripensamento sulle "verità storiche" imposte con gli assassinii sentenziati nei processi-farsa delle mille Norimberga.

 

Termine mediatore, fra i padri putativi della distorta accezione di "razzismo", è il vocabolo "genocidio", definito, sempre nel dizionario Zingarelli, come "reato consistente in un complesso organico e preordinato di attività commesse con l'intento di distruggere in tutto o in parte un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso". Tale termine - genocide in lingua inglese - peculiare del nostro secolo, viene appositamente coniato dall'ebreo Raphael Lemkin, un funzionario del governo polacco in esilio rifugiato negli USA dal 1940, attraverso la composizione ibrida del greco génos, "stirpe", con il suffisso latino -cidium di homi-cidium, "omicidio" (compare per la prima volta nel volume Axis Rule In Occupied Europe, edito nel novembre 1944).

 

Il primo oggetto "concreto" della sua applicazione è, ovviamente, il "genocidio ebraico", imputato, nella pratica o nel tentativo, alla Nazi-Germany: "A lungo il termine "genocidio" ha svolto il suo ruolo dando un sostegno verbale aggiuntivo ed un aggiuntivo dinamismo alle misure che hanno condotto al processo e all'uccisione dei capi del nemico vinto alla fine del secondo conflitto mondiale", scrive James Martin. Come già abbiamo detto, altri esempi di genocidio - per quanto non dell'identica dignità epocale - sono costituiti dalle stragi compiute a cavallo del secolo e nel corso del primo conflitto mondiale dai turchi a danno delle genti armene e dalla millantata "scomparsa" degli zingari sempre ad opera dei "nazi". Si qualificano invece - con buona dose di eufemismo misto al disprezzo di ogni oggettività storiografica - come "azioni di difesa" e non come genocidi gli stermini di decine e decine di etnie indiane nel secolo scorso ad opera dei nordamericani civilizzatori, e tanto più quelli compiuti e rivendicati (a buon diritto, Deo duce) dalle genti ebraiche nel Libro. L'annientamento biologico di etei, amorrei, cananei, girgasei, evei, ferezei, gebusei, moabiti, ammoniti, amaleciti, etc. - popoli ossessivamente "votati all'anatema" dall'Altissimo attraverso le azioni del Popolo Consacrato - non è, né mai sarà tacciabile di "genocidio", come non lo saranno di "razzismo" la fobia per l'"impuro", l'orrore per la mescolanza, la pia osservanza giudaica del dettato divino.

 

Con riferimento specifico allo "sterminio mediante gasazione" degli ebrei europei, il termine-concetto di "genocidio" assume, negli anni Settanta, valenze più ampie - religiose e teologiche - divenendo shoah (la biblica "distruzione totale", "l'uragano distruttore") ed Olocausto, dando forma ad una Teologia della Soluzione Finale, Endlósung-Theologie, o Teologia del Sacrificio Totale, Ganzopfer-Theologie.

Se la continuità demografica di un gruppo trova una drastica soluzione di continuo con lo sterminio fisico di larga parte di esso, altrettanto pericoloso è lo sterminio culturale rappresentato dall'"etnocidio", peculiare portato sia del missionarismo religioso (soprattutto cristiano, ma anche islamico ed anticogiudaico) che della Modernità Occidentale. Ciò che sparisce, in questo caso, non è tanto l'esistenza fisica di una popolazione (ma nella memoria ci restano i quattromilacinquecento sassoni di Verden), bensì la sua cultura, il suo distintivo stile di vita, il suo Sistema di Valori. In una parola, i suoi Dei.

 

Pur radicato nella biologia, il termine éthnos ha infatti, rispetto a génos, un'estensione più ampia e significati meno evidentemente collegati alla base di parentela. Al proposito afferma Anthony Smith: "Anche se genocidio significa distruggere "in tutto o in parte un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso", esso paradossalmente è meno dannoso per la sopravvivenza dell'etnia vuoi delle politiche governative di etnocidio progettate per estirpare la cultura di un gruppo e la sua trasmissione (vedi, per restare al moderno, gli lk dell'Uganda, gli eschimesi, i tuareg, gli indios amazzonici o gli aborigeni della Nuova Guinea, per non parlare degli indiani nordamericani), vuoi delle conseguenze impreviste della conquista e/o dell'immigrazione (considera i nabatei e gli ebrei egiziani assorbiti dagli arabi, i cazari giudaici scomparsi con la conquista cumana o i tasmaniani estinti dopo l'arrivo degli inglesi, n.d.A.)".

 

Una etnia non è comunque solo un gruppo storico strutturato su memorie comuni, una categoria di popolazione che condivide nome, discendenza, miti, storia, cultura e territorio, ma è anche una comunità che possiede un senso definito di identità biologica e di solidarietà generazionale. Proprio perché le etnie sono così "centrate-sulla-famiglia" e'incorporano il senso di essere un'unica grande famiglia, i membri si sentono uniti gli uni agli altri. Dal momento che in ogni famiglia dell'etnia lo stile di vita e la cultura etnica sono quelle dei suoi antenati, ogni generazione ha una forte disposizione a conservare e riconoscere quella cultura e quello stile di vita. Specularmente, è attraverso gli elementi condivisi di stile di vita, che i membri si rendono consapevoli delle loro eredità familiari.

 

L'etnicità, conclude l'ebreo Joshua Fishman, "è sempre stata esperita come un fenomeno di parentela, una continuità all'interno del Sé e di coloro che condividono un legame intergenerazionale con antenati comuni. E' cruciale che si riconosca l'etnicità come una realtà tangibile, viva, che di ogni essere umano fa un anello di una catena eterna che va da una generazione all'altra dagli antenati del passato a quelli del futuro. L'etnicità è esperita come garanzia di eternità".

 

Prescindendo da un'eccessiva acribìa filologica, l'uso dei termini, nella pratica intercambiabili, di etnia, nazione e razza è soltanto questione di sfumature, di livelli di espressione diversi (sociologico, storico, biologico) a significare un'unica realtà, uno stesso concetto.

 

 

Le ripercussioni sul termine "razzismo" le possiamo scorgere in un altro vocabolario della neolingua, il Devoto-Oli, che ci istruisce con la seguente definizione: "Ogni tendenza psicologica o politica, suscettibile di assurgere a teoria o di essere legittimata dalla legge che,fondandosi sulla presunta superiorità di una razza sulle altre o su di un'altra, favorisca o determini discriminazioni sociali o addirittura genocidio . E' questa certo una definizione ben più estensiva di quella del buon Zingarelli, e un'estensione ancora maggiore le viene conferita dalle varie articolazioni dell'antirazzismo contemporaneo. Anche se "non sia" suscettibile di "assurgere", ogni comportamento o pensiero o tendenza conforme viene comunque colpevolizzata come "razzista": dalla speculazione scientifico-biologica, alle considerazioni di ordine filosofico o sociologico. Basta, nella pratica, anche solo il fatto di riconoscere l'esistenza delle razze, di accettare l'idea che tali raggruppamenti possiedono caratteristiche specifiche, tra loro diverse e spesso incomparabili, per essere tacciati di "razzismo" dagli adepti dell'antirazzismo cosmopolita (o razzismo assimilazionista). Per Christian Delacampagne, ad esempio, è razzista chi crede che esistano razze, "anche se si rifiuta di esprimere dei giudizi di valore su di esse o di stabilire, fra esse, una qualsiasi gerarchia".

 

La Dichiarazione sulla Razza adottata nel 1978 dall'Unesco definisce dal canto suo il razzismo come "ogni teoria che menzioni la superiorità o l'inferiorità intrinseca di gruppi razziali o etnici, che conferisca agli uni il diritto di dominare o di eliminare gli altri, presunti inferiori, o che fondi dei giudizi di valore su una differenza razziale [corsivo nostro, n.d.A.]". Secondo l'antropologa Ruth Benedict: "Il razzismo è un dogma secondo il quale un gruppo etnico è condannato dalla natura ad una superiorità congenita". Più articolato e con qualche sentore di studi di palcoantropologia è l'ebreo Arthur Kriegel: "Il razzismo è un sistema ideologico scientifico che divide la specie umana contemporanea in sottospecie nate da uno sviluppo separato, dotate di attitudini medie ineguali e la cui riproduzione incrociata non può produrre che meticci inferiori alla razza favorita".

 

Quand'anche si ammettesse soltanto il razzismo "minimo" dell'esistenza di razze ineguali rigettando il razzismo "massimo" della legittimazione di un dominio basato su una qualsivoglia gerarchia permessa da tale ineguaglianza strutturale - quand'anche cioè esista un razzista "in buona fede" ed "umano" - si porrebbe comunque il problema della strumentalizzazione di quella teoria razzista, per cui ha buon gioco l'ebreo Albert Memmi a definire il razzismo come "la valorizzazione, generalizzata e definitiva, di differenze biologiche reali o immaginarie, a profitto dell'accusatore o a detrimento della sua vittima, allo scopo di legittimare un'aggressione".

 

Di poco più equilibrata - e tuttavia insufficiente come la posizione "umanitaria" che nega il reale inseguendo il sogno di un mondo "redento" nell'uniformità - è la tesi dell'antirazzismo differenzialista (che pone anch'esso le basi per più gravi conflitti). Uno dei suoi sostenitori, Alain de Benoist, ben scrive in Le idee a posto: "Pretendere che le razze "non esistano" col pretesto che fra di esse esistono una gran quantità di tipi intermedi, significa non solo negare l'evidenza, ma anche voler raccordare lo statuto di esistenza soltanto ad entità metafisiche assolute. Ci troviamo infatti di fronte ad un tipico esempio di malattia della nostra epoca: la semantofobia. Sopprimendo la parola, si crede di poter sopprimere la cosa. Ma le parole non sono le cose, e le realtà restano".

Qualche pagina più avanti, cade anch'egli però - lezione perenne che l'intelligenza, così come la cultura, è solo la premessa all'intesa del mondo reale, e che le vere qualità dell'essere umano sono sostenute dalla forza del carattere o, meglio ancora, dall'impalpabile equilibrio di ellenica ascendenza che conferisce all'essere, in un complesso gioco di azioni e retroazioni, la preminenza sul capire e sul sapere - vittima del medesimo pregiudizio: "Esistono molte forme di razzismo, che vanno dalla stupidità degli xenofobi al genocidio e all'etnocidio. Si può cercar di sopprimere l'altro tentando di sterminarlo: fucilazioni di massa e campi di concentramento. Oppure si può farlo scomparire sottraendogli la sua specificità".

 

Il Nostro distingue quindi il razzismo "di esclusione" dal razzismo "di dominio". La distinzione, egli dice, "sembra giustificata. Le opinioni divergono, in compenso, quando si tratta di considerare in maniera normativa la "pericolosità" di ciascuna delle due categorie. L'ambiguità deriva dal fatto che l'esclusione può essere, a seconda dei casi, molto più benigna del dominio, quando si limita a rifiutare il contatto senza pesare sul modo di vita di coloro che vengono tenuti in disparte, oppure al contrario molto più grave, dal momento che può condurre sino allo sterminio". Certo la storia, con la sua complessità, le sue discrasie, le sue incongruenze, con la "lotta per la vita", col quotidiano "venire a patti" con la realtà, non tollera spesso distinzioni sottili e nonostante la bellezza di certe teorie il restare loro fedeli nella pratica - il loro inveramento - può comportare contraddizioni brucianti con i buoni propositi di partenza (ma abbiamo bisogno di ripetercelo proprio noi, che abbiamo visto dal nostro nemico lastricare di buone intenzioni le strade, che abbiamo provato sulla pelle, nostra e di ogni uomo, il peso feroce dell'utopismo liberal-comunista, di ogni utopismo giudaico-disceso?).

A questo punto è d'obbligo chiederci cosa sia quell'entità, talora sfuggente, talora ardua da definirsi in concreto, chiamata "razza". Se ci rivolgiamo ancora allo Zingarelli leggiamo che la razza, ripartizione gerarchica di una sottospecie, è "l'insieme degli individui di una specie animale o vegetale che si differenziano per uno o più caratteri costanti e trasmissibili ai discendenti da altri gruppi della stessa specie", o "suddivisione degli abitanti della terra secondo determinati caratteri fisici, tipici di ogni gruppo". La razza nella sua accezione propriamente biologica si definisce anche, secondo l'ebreo André Lwoff, come "un gruppo di individui, apparentati per endogamia, che si distingue dagli altri gruppi per la frequenza di taluni geni".

 

Tra le molte altre definizioni proponibili, interessante è quella dell'antropologo francese Pierre-André Gloor, che introduce nella questione il fattore importantissimo e centrale della diacronia, del tempo storico: "La razza è una varietà della specie Homo sapiens, rappresentata da un insieme di esseri umani che si distingue da altri insiemi per un complesso di caratteri anatomici, fisiologici (e probabilmente anche psichici) ereditari e riconosciuti su più generazioni, ad esclusione di ogni carattere acquisito attraverso l'educazione, la tradizione o l'influenza dell'ambiente". I quali caratteri sarebbero da comprendere più propriamente nel termine "etnia", che tuttavia, per quanto più concreto, dinamico e storico, trova sempre il suo fondamento nel patrimonio ereditario di una specifica famiglia razziale.

 

Egualmente, in un volume pubblicato nel 1960 dall'Unesco contro il razzismo, il genetista americano L.C. Dunn sottolinea che, per quanto sfuggenti, le "razze" sono nondimeno reali: "lo ritengo, per quanto mi riguarda, che abbiamo bisogno di questo termine "razza" per designare una categoria biologica che, per difficile che sia da delimitare, costituisce nondimeno un elemento reale della struttura delle popolazioni umane sulla faccia della terra. Sembra preferibile definire questo termine, spiegame l'impegno e liberarlo dalle accezioni nefaste ed erronee, piuttosto che scartarlo puramente e semplicemente, rinunciando in tal modo a risolvere il problema".

 

Cosa, questa, che ha fatto invece Albert Jacquard, il quale, tutto compreso nella sua scienza che non gli rivela differenze tra gli atomi delle basi puriniche del DNA di un "negro" piuttosto che di un "bianco", non si trattiene dal dichiarare: "Di fatto, grazie alla biologia, come genetista credevo di aiutare la gente a vedere più chiaro dentro di sé, chiedendo: "Cosa intende quando parla di razza?". E mostravo come fosse impossibile definirla senza ricorrere ad arbitri o ambiguità [... ] In altre parole, il concetto di razza non si fonda su nulla, e di conseguenza il razzismo deve scomparire. Qualche anno fa avrei pensato che, con questa affermazione, avevo compiuto il mio lavoro di scienziato e di cittadino. Eppure, anche se non esistono razze, il razzismo continua ad esistere".

 

A sì cocente frustrazione il nostro Jacquard non sarebbe però andato incontro se avesse gettato nel cestino dei rifiuti il riduzionismo che gli ha fuorviato la mente, se avesse dato ascolto al suo collega Dobzhansky: "Le razze e le classi non sono né dal punto di vista biologico né da quello sociologico unità distinte o chiaramente definite: questo può essere fastidioso per il ricercatore che preferirebbe poterle ordinare in ben precisi reparti del suo casellario, ma non le rende dei fenomeni biologici meno veri e reali". Ed inoltre, "non è preferibile spiegare alla gente la natura delle differenze razziali, piuttosto sostenere che non ne esistono? [... ] Sostenere che le razze non esistono perché non costituiscono degli insiemi determinati in modo rigido è un ritorno al peggiore degli errori tipologici. E' quasi altrettanto logico quanto sostenere che le città non esistono, perché la campagna che le separa non è totalmente disabitata".

 

Egualmente l'antropologo Andor Toma denuncia come scorretto ogni tentativo, a suo avviso puramente ideologico (ah, benedetto settorialismo culturale degli scienziati, che non fa scorgere la callida operazione storico-politico-economica sottesa ad ogni antirazzismo che non voglia configurarsi come insufficienza mentale!), di "rendere invisibile la razza": "Dopo gli abusi hitleriani questo scopo era umanamente comprensibile. Ma non era scientifico. Oggigiomo, il fallimento della tassonomia sierologica è riconosciuto da tutti gli specialisti. La contraddizione tra antropologia morfologica ed ematologia è artificiosa. Le Alpi e gli Appennini sono collegati da monti di bassa altitudine, ma le Alpi esistono, e gli Appennini anche".

 

Significativamente, tra i più accaniti sostenitori dell'inesistenza sostanziale delle razze - le differenze essendo unicamente formali ed accidentali - e della tesi che il concetto di razza non corrisponde, nella specie umana, ad alcuna realtà che si possa definire in maniera oggettiva, sono (oltre a numerosi loro correligionari sociologi, antropologi e pubblicisti) quattro ebrei "di rango" come Ashley Montagu, Steven Rose, Leon Kamin e Richard Lewontin. Quanto poi all'incomprensione, spesso artificiosa, fra certi genetisti delle popolazioni ed i sostenitori della bio-antropologia, essa deriva dal fatto che le due discipline, pur indagando aspetti complementari della medesima realtà, partono da presupposti teorici e metodologici fortemente diversi.

 

A maggior ragione, più ampio e sostanziale ancora è il fossato che divide da un lato i micro-scienziati del DNA e dall'altro i morfologi della storia come Spengler, i linguisti come l'ebreo Benjamin Whorf e gli scienziati come Dobzhansky e Darlington (dove è certo che quelli con i piedi saldi alla terra sono tutti i secondi). I genetisti delle popolazioni tendono inoltre sempre a sottovalutare i recenti progressi della biotipologia e, soprattutto, quelli della paleoantropologia, così come vogliono ignorare sia che nessuno degli scienziati sostenitori dell'esistenza delle razze le definisce più come ideal-tipi, sia che spesso contro le loro tesi viene innalzato un muro di biasimo, ostracismo che ha talora condotto (vedi il caso di Carleton Coon) all'abbandono di ulteriori ricerche ed alla mancata diffusione, e quindi al mancato approfondimento, dei risultati dei loro studi.

 

Su un piano più pratico ci si può chiedere se la teoria della non-esistenza delle razze, nella misura in cui la sua affermazione corrisponda ad un antirazzismo militante, non sia anche il riflesso di una certa ingenuità: l'antirazzista pensa davvero di far scomparire il razzismo facendo passare per finte le razze? Le probabilità che un razzista cambi atteggiamento venendo a sapere che "le razze non esistono" e che sarebbe stato fino ad allora vittima di un miraggio, è certo debole. E' viceversa grande il rischio, scrive Dobzhansky, che una negazione di questo genere da parte degli scienziati abbia "l'unico effetto di ridurre il credito degli uomini di scienza che la sostengono". La scienza è inoltre, per definizione - ce l'ha insegnato proprio il santone filosofico ebreo Karl Popper - una disciplina rivedibile e contingente, mai conclusa e sempre in fase di creazione. Fondare, da questo punto di vista, un'argomentazione antirazzista sulla scienza, significa lasciarla inevitabilmente in sospeso ed ammettere che: o il razzismo è condannabile solo perché non è fondato scientificamente, o che, "condannato" oggi dalla scienza, potrebbe non esserlo più domani. In effetti, una volta che l'essere umano non si definisce più in termini di storia, di libertà e di trascendenza, ma in termini di scienza, la definizione di uomo svanisce, e con essa anche quella dell'umanesimo.

 

In tutte le definizioni di "razza" su riportate notiamo comunque come l'accento venga posto prevalentemente sui caratteri fisici, quasi che le caratteristiche intellettuali, psichiche e spirituali in senso lato, si debbano intendere svincolate dal dato differenziativo "esteriore", biologico, essendo esse da considerarsi comuni a tutti gli individui della specie, quasi fossero mere espressioni fenotipiche, puri accidenti "culturali" o ambientali, senza impianto nel genotipo dell'individuo o nel più ampio palinsesto genetico del gruppo razziale. Poiché però non è questo il luogo, la sede adatta per discernere tale problema, rimandiamo alla nostra monografia Origine delle razze umane Speciazione quantica e paleontologia delle sottospecie umane, pubblicata sul numero 16 di questa stessa rivista. L'origine della specie umana è in ogni caso ancor oggi ben lungi dall'essere delucidata; a prescindere dalle diatribe sulla metafisica dell'evoluzione e se di una evoluzione dei viventi si possa parlare e, in caso affermativo, di che tipo di evoluzione debba trattarsi, sia la "preferenza" monogenista degli antirazzisti sia la brutalità selezionista dei neodarwinisti trovano cittadinanza ideale nel paradigma del monoteismo universalistico giudaico-disceso.

 

 

Impostata in modo corretto, lungimirante, dai fascismi europei, fraudolentemente ripresa nel dopoguerra, la questione della razza - il "discorso razzista" - ha oggi assunto un aspetto inedito, storicamente mai visto in tale estensione e virulenza. Se talora il concetto è servito a giustificare il predominio di "razze" da se stesse presunte "superiori" nei confronti di gruppi "inferiori", assumendo quindi una funzione oppressiva, oggi di razzismo sono imputate pressoché unicamente le reazioni difensive - atteggiamenti ecologicamente motivati oppure elaborazioni ideologico-programmatiche - di uomini o sodalizi di "razza bianca", che vedono frantumarsi i parametri civili ed i Valori delle nazioni europee sotto la spinta inarrestabile di milioni di sradicati del Terzo-Quarto Mondo.

 

Tralasciamo, per rispetto dell'intelligenza del lettore, di accennare a puerili espressioni quali "razzismo anti-giovani" o "anti-operaio" o "anti-femminile" o "anti-gay" e via dicendo, le quali, dilatando al ridicolo l'utilizzo del termine-categoria "razzismo" (inteso come fobia di ogni altrui collettivo,posizione teorica o pratica anti-chi-sia-diverso), ricadono in quell'atteggiamento di furbesca irrealtà che ottunde ad arte la mente dell'uomo moderno.

 Il "razzismo", da intendersi, soprattutto oggi, come una etica della sopravvivenza ispirata dalla coscienza razziale - ossia dall'istinto di appartenenza ad una comunità biologicamente e spiritualmente circoscritta - implica in ogni caso una delimitazione, la posizione di un confine, l'accettazione di una separazione, il riconoscimento di una differenza, la rivendicazione di una specificità. Al fondo di ogni razzismo si trova teoreticamente, prima del rifiuto, la consapevolezza del diverso, il senso innato della "distanza" fra i propri ed i membri delle altrui compagini. Il rifiuto di tipo razzista non rientra fra le "patologie" dello spirito, ma è una legittima, naturale reazione in presenza di una minaccia al territorio e all'identità, al proprio essere se stessi come etnia, comunità nazionale e razziale.

 

Il rigetto dell' "altro" non è stato mai determinato, infatti, dal singolo individuo allogeno, bensì dall'essere quell'individuo la testimonianza, l'avanguardia concreta - in carne e ossa - di un'aggressione, dichiarata o strisciante, posta in atto dalla massa del suo raggruppamento razziale. Storicamente, tutti i popoli, le nazioni, le razze, hanno accolto con tolleranza al loro interno singoli, isolati appartenenti ad altri popoli, nazioni, razze, giacché questi singoli, isolati apporti, venendo assorbiti e diluiti nella vastità del sistema genetico/sociale/culturale ricevente, non hanno mai costituito un pericolo per l'identità del gruppo. Ben ha scritto all'inizio del secolo Gustave Le Bon che "fra popoli di mentalità troppo diversa, gli incroci sono disastrosi. L'unione di bianchi con neri, indù o pellirossa non dà altro risultato che la disgregazione, nei prodotti di tali unioni, di tutti gli elementi di stabilità dell'anima ancestrale senza creame di nuovi . Perché una nazione possa formarsi e durare, occorre che essa venga costituita lentamente, attraverso la graduale mescolanza di razze poco diverse, incrociantesi costantemente, viventi sullo stesso suolo, soggette all'azione degli stessi ambienti, aventi le stesse istituzioni e le stesse credenze".

 

Ribadisce Abel Bonnard, già membro dell'Académie française: "Rifiutare la mescolanza non è solo il segno che si sa quel che si vale, non è solo un segno di fierezza, è pure un segno di rispetto delle altre razze. Come potrebbe una nazione continuarsi, se inondata all'improvviso da individui estranei? Che cos'è una nazione se non una lunga serie di uomini generati gli uni dagli altri?  Lo spirito nazionale poggia nella sua interezza su un determinato sangue e se questo sangue si mescola troppo lo spirito nazionale si snatura".

Ecco l'eterna verità, oscuramente avvertita da tutti. Verità della quale occorre tenere conto nel ricostruire una semantica della razza aderente non solo alla realtà fattuale ma ad un principio di onestà intellettuale e giustizia. A tal fine, e prima di ogni altra annotazione in merito, è d'obbligo rimarcare la funzione precipua assunta oggi dall'aggettivo "allogeno". Tale vocabolo, derivato dalla composizione delle voci greche állos (altro) e génos (stirpe), consente di definire i veri termini concementi la "questione razziale" posta dalle turbe del Terzo-Quarto Mondo che assediano il continente europeo. Ossia permette di puntualizzare che il cosiddetto "immigrato extracomunitario" oltre a provenire da nazioni non facenti parte della CEE, appartiene ad altro ceppo etnico-razziale, irriducibile a quello indoeuropeo, dal quale discendono, tranne sporadici gruppi, le etnie del Vecchio Continente.

 

Del resto, sia detto con estrema franchezza, l'abbattimento del Mondo Nuovo non può avere luogo se in precedenza non si sia recuperata la purezza della lingua, la coerenza dell'analisi, l'amore per la logica e la forma.

 

Se la "cultura" è la proiezione del "genio" di un gruppo (razza, etnia, nazione, stirpe, Volk, comunque lo si voglia chiamare) è del tutto spontaneo che le coordinate simboliche/normative che la identificano e strutturano, espresse da quel gruppo e che quel gruppo sorreggono nel turbinare delle vicende storiche, tendano intrinsecamente a prevenire ogni minaccia di dissolvimento biologico. Tutta la storia è del resto lì a dimostrare come il decadere di un Sistema di Valori, di una cultura, di una civiltà, si trovi in stretta correlazione con la decadenza del substrato genico-razziale nel quale quella civiltà, quella cultura, quel Sistema di Valori affondava le sue intime certezze.

Come afferma von Bertalanffy: "La storia non è un processo che si sviluppa entro una umanità amorfa, nell'àmbito di un Homo sapiens inteso come specie zoologica". Anche Whorf annota come le modalità di pensiero/percezione di gruppi utilizzanti sistemi linguistici differenti - categorie modellate biologicamente, prima che culturalmente - sfociano in visioni del mondo fondamentalmente diverse. Ancora più deciso nel sottolineare la relatività biologica delle categorie di pensiero, vale a dire la differenza qualitativa tra le visioni del mondo e gli approcci alla realtà elaborati dai vari consorzi umani, è Darlington: "I caratteri innati ci fanno vivere in mondi diversi, anche se siamo fianco a fianco; vediamo il mondo con occhi diversi, anche la parte che ne guardiamo insieme.......I materiali ereditari dei cromosomi costituiscono la sostanza solida che, in ultima analisi, determina il corso della storia".

 

Certo l'essere umano è l' "animale indeterminato" di Nietzsche, di Carrel, di Heidegger e di Gehlen, l' "essere manchevole", il "ricercatore di senso" - è l'animale per cui la conformazione biologica costituisce unicamente un "potenziale di sviluppo" foriero di percorrere svariate vie nell'interazione sistemica con l'ambiente ecologico e storico-sociale circostante. Ma altrettanto certamente è assurdo - ed irrazionale nel senso peggiore del termine - pretendere di sminuire il ruolo svolto dall'eredità biologica, variamente attualizzata nel corso dei secoli, di quelle "comunità di destino" che sono state finora la razza, la stirpe, l'etnia, il Volk, la nazione - gruppi intermedi spregiati o negati, da un lato, per celebrare l'umanità come specie zoologica autoincrociantesi in maniera (più o meno) feconda fra i suoi componenti; dall'altro, per santificare la monade dell'individuo assoluto, immerso in una generica, indistinta, inesistente "umanità", direttamente in rapporto con Dio o con la Ragione.

 

"Il rifiuto di un orizzonte di universalità o di una norma universale" scrive esattamente Taguieff - "porta in particolare a denunciare i "diritti dell'uomo" come finzioni inutili o addirittura nocive. Ogni dichiarazione dei diritti dell'uomo, infatti, è universale. Ma la ricusazione dell'umanitarismo come impostura indica una correlazione ideologica essenziale fra l'universalismo e l'individualismo: se sia l'uno che l'altro sono condannati allo stesso titolo e con lo stesso gesto, è perché rappresentano le due facce dottrinarie dello spirito di astrazione. La posizione antiuniversalistica implica dunque una lotta su due fronti. Su un primo fronte, essa deve sostenere la tesi che non esiste universalità antropologica [... ] su un secondo fronte, la posizione antiuniversalista deve affrontare una delle coppie più potenti del mondo modemo, che abbiamo proposto di chiamare l'individuo-universalismo. Gli autori "razzisti" tendono a definire la posizione teorica dell'avversario come "la credenza nel dogma dell'unità della specie umana". L'antiuniversalismo si presenta volentieri come un anti-dogmatismo, si riveste dei segni della tolleranza, dell'apertura intellettuale e a volte si richiama persino al cammino del progresso delle conoscenze".

 

Entità di ordine superiore a quello degli individui per il fatto di avere una durata di vita potenziale infinitamente più lunga di quella degli uomini che la costituiscono, la razza è ciò che dà valore all'uomo, è il tramite per il quale si esprimono i suoi Dei. Reciprocamente, ha scritto Vacher de Lapouge riprendendo la critica all'individualismo pronunciata da Tocqueville, "ciascuno rivive nei suoi discendenti, e la solidarietà più effettiva collega fra loro i membri della famiglia, a tal punto che in una stirpe è in un certo senso la discendenza a costituire la realtà e i singoli discendenti sono invece le manifestazioni temporanee e fenomeniche dell'eredità".

 

Gli uomini non possono sentirsi soddisfatti vivendo nella condizione di individui amnesici, intercambiabili, incapaci di prolungare la propria esistenza oltre la morte (tale concetto è stato splendidamente illustrato duemilacinquecento anni or sono da Pericle nell'orazione funebre per i caduti ateniesi). Ovunque si siano impiantate, le civiltà indoeuropee hanno posto come dato fondamentale della vita sociale l'esistenza e il culto della famiglia - magari in senso lato, cioè ben oltre la stretta cerchia dei consanguinei. La stirpe, il rispetto dei congiunti, l'autorità incontestata del capofamiglia, magari confusa col clan, scrive Régis Boyer, non vengono mai messi in dubbio, ovunque si eserciti l'influenza indoeuropea. Non si tratta soltanto di realtà biologiche, ma soprattutto di entità di ordine spirituale. Anche Tacito fa della famiglia gerrnanica la cellula base di ogni attività umana, cosa che non sorprende il latino ed è verità assiomatica per lo slavo: "Ne risulta che lo stadio più profondo, forse il più antico, comunque il più sicuro, della religione indoeuropea, riguarda il culto degli antenati. I quali non sono mai veramente morti, da un lato perché una sorta di osmosi stabilitasi per natura fra quaggiù e l'aldilà fa sì che la nostra attuale soluzione di continuità fra vita e morte sembri affatto estranea a questa mentalità........da un altro lato perché varie pratiche hanno lo scopo di perpetuare la memoria dei nobili scomparsi".

 

L'attuale disaffezione alla famiglia, conseguenza non solo dei due fenomeni concomitanti dell'urbanizzazione e dell'industrializzazione, ma della coerente applicazione dell'individualismo giudaico-disceso, rappresenta perciò la prima vera rottura dell'odierno uomo europeo con il Sistema di Valori dei suoi padri. Tutte le civiltà indoeuropee disprezzano e/o condannano il celibato, l'aborto e l'omosessualità, pratiche che comportano la sterilità della stirpe e, quindi, il crollo del loro Sistema di Valori, il disfarsi della loro visione del mondo, la morte dei loro Dei. Fondare una famiglia, difendere la propria gente, radicarsi nel proprio suolo, iscrivere se stessi in una catena che lega infinite generazioni, è, per gli indoeuropei, il gesto essenziale della vita. Solo una comunità solidale di Sangue e Suolo può esprimere quel patto, religioso prima che sociale, che lega gli uomini agli Dei, salvaguarda l'equilibrio del cosmo, riafferma l'adesione al principio di realtà, incama il valore supremo del dovere di verità.

Come scrive André Béjin: "Ancorando la propria identità alle razze e alle etnie, investendo in esse il loro bisogno di solidarietà, tutti quegli uomini che non si rassegnano ad essere soltanto degli individui sentono attraverso i geni, attraverso la cultura, che un po' di loro stessi potrà essere trasmesso alle generazioni future. Nei nostri paesi, la nazione adempie ancora a questa funzione per molte persone. Ma, per definizione, la assolve meno bene (è più facile cambiare nazionalità che razza o etnia) e, soprattutto, sembra assolverla sempre meno bene. Si noti, en passant quanto la disinvoltura e il lassismo in materia di naturalizzazioni contribuiscano a rafforzare ciò che i sostenitori della non-selezione in questo campo si sforzano di combattere: il bisogno di radicamento etnico o razziale".

 

Insieme ai propri padri e ai propri figli, il razzista venera ed onora gli Dei che hanno permesso non tanto la sua vita, ma quella dei suoi antenati e che permetteranno quella dei discendenti. Attraverso la razza l'uomo porta un tributo di amore a tutto ciò che i suoi avi hanno saputo creare di bello e di buono nel turbinio della vita fenomenica, amando e onorando quel Sistema di Valori attraverso il quale risuona la voce degli Dei. Come folgora icastico Taguieff: "Il razzismo è un'ontologia delle sostanze intermedie fra i semi-esseri individuali e i non-esseri universali".

 

Non esiste storicamente, fattualmente, concretamente l' "uomo". Ci sono degli uomini. Per l'ethos indoeuropeo ci sono greci, romani, barbari, fenici, assiri, giudei. "Non esiste alcun uomo nel mondo. Ho visto, nella mia vita, francesi, italiani, russi, grazie a Montesquieu so perfino che esistono i persiani" - ribadisce Joseph De Maistre contro ogni razionalismo illuministico "ma quanto all'uomo, dichiaro di non averlo mai incontrato". La psicologia di ogni individuo è condizionata, formata dalle psicologie superiori della sua razza, della sua famiglia, del suo gruppo. Raramente un uomo può sottrarsi a questa sommatoria di forze.

 

Altrettanto radicale è l'assunto di Voltaire nel Traité de métaphisique. Ironizzando sul monogenismo biblico e schierandosi a favore di una poligenesi delle razze contro l' "universalità" della ragione umana propria al razionalismo cartesian-leibniziano, il filosofo non si trattiene dallo scrivere: "M' informo se un negro e una negra, dalla chioma nera e lanosa e dal naso camuso, facciano talvolta dei figli bianchi, dai capelli biondi, dal naso aquilino e dagli occhi azzurri; se dei popoli dalla faccia glabra siano mai usciti da popoli barbuti e se i bianchi e le bianche abbiano mai generato popoli gialli. Mi vien risposto di no: che i negri trapiantati, per esempio, in Germania generano soltanto negri, salvo che i tedeschi non si piglino cura di modificare la razza, e così via. E aggiungono che nessun uomo un po' istruito ha mai sostenuto che le razze miste non degenerino, e che soltanto l'abate Dubos sosteneva una corbelleria simil.........Mi sembra pertanto di poter credere con un certo fondamento che per gli uomini valga lo stesso principio che per le piante: ossia che i peri, i pini, le querce, gli albicocchi non derivino dalla stessa pianta e che i bianchi barbuti, i negri lanosi, i gialli criniti e gli uomini dalla faccia glabra non discendano dal medesimo uomo [meglio: dal medesimo Homo sapiens, n.d.A.]".

 

Non esiste l' "umanità", ed ugualmente non esiste un atteggiamento "umanitario" geneticamente fondato, nel senso di una fratellanza onnicomprensiva, valida ovunque e per tutti. L' "umanità" intesa come ente che annulla, trascendendola in sé, ogni diversità umana, è un'aberrazione dello spirito priva di fondamento razionale e biologico. Postulare l'esistenza dell'"umanità" come soggetto unico, è un artificio concepito dalla paranoia universalista al fine di ridisegnare le difformi verità umane secondo i propri canoni. Nella realtà, esistono soltanto comunità di uomini organizzate in razze, esistono culture specifiche che confliggono l'una con l'altra, che si delimitano reciprocamente in una quotidiana, incessante lotta per la vita.

 

Nulla di più naturale, allora, della sensazione di appartenere a un preciso, circoscritto gruppo umano, irriducibile ad ogni altro, gruppo che da se stesso tende a perpetuarsi e, in un certo modo, a "chiudersi", non tanto - ribadiamo nei riguardi di un singolo individuo allogeno, ma di fronte alla ben più ampia entità incarnata da un gruppo razziale. Questo riflesso di esclusione dell'Altro corrisponde verosimilmente, visto il suo carattere generale, ad una disposizione innata, acquisita filogeneticamente, vale a dire nel corso dell'evoluzione della specie. Sono numerosi d'altro canto gli autori che rifiutano di interpretare questo riflesso di esclusione - così come, d'altronde, il desiderio di associazione preferenziale - come un frutto dell' "ignoranza", e preferiscono scorgervi una disposizione che ha le sue radici nella struttura biologica.

 

Se lo svolgimento pratico di ciò che viene comunemente inteso come "razzismo" (il razzismo "classico") ha comportato anche sangue e sofferenze (in ogni caso infinitamente minori di quanto la propaganda antirazzista voglia far credere, e soprattutto infinitamente minori del sangue e degli orrori praticati da ogni utopismo giudaico-disceso), per cui il razzismo gerarchico si è storicamente mostrato sempre più duro del razzismo morfologico (l'aggettivo "morfologico" si rifà non solo alle tesi degli psicologi della Gestalt e agli autori della teoria dei Sistemi, ma anche alla Weltanschauung elleno-romana, riattualizzata dalla filosofia della storia spengleriana e dalla scienza tedesca della razza), è tuttavia quest'ultimo, coerentemente con la sua ascendenza pagana, ad essere quello veramente inconciliabile con ogni universalismo. Esso è peggiore per certi versi ("morali"?) del razzismo inegualitario, lamenta De Benoist, il più noto degli esponenti dell'antirazzismo differenzialista, poiché tratta le razze come grandezze incommensurabili e comporta come logico sbocco la sostanziale incomunicabilità delle culture e la generalizzazione dello "sviluppo separato", su territori separati.

 

L'antirazzismo cosmopolita, se pure si situa - dal punto di vista astratto - agli antipodi del razzismo morfologico, riveste tuttavia, per noi, una importanza pratica soltanto dal lato della critica filosofica. Apparentandosi al melting pot (la "pentola ribollente", il "crogiolo", concetto ideato all'inizio del secolo dal commediografo ebreo Israel Zangwill a magnificare l'opera con-fondente dell'americanismo), esso si viene a scontrare (nei tempi brevi, quelli che oggi, nell'urgenza dell'invasione terzo-quartomondiale dei paesi europei, più contano) con le resistenze opposte da ogni etnia, sia l'accettante che l'accettata, al suo snaturamento.

 

Definito da Béjin "utopia panmixista", tale antirazzismo dovrebbe comunque essere meglio chiamato col suo vero nome di razzismo assimilazionista, poiché in esso, per fondersi nel calderone dell'utopismo universalista giudaico, ogni razza deve abbandonare la propria specificità, fisica e spirituale, al fine di adeguarsi e far proprio un altro Sistema di Valori, giudicato superiore. Tale "antirazzismo" non è in realtà che l'espressione più pura del razzismo giudaico, vale a dire dell'imposizione ad ogni nazione di un Sistema di Valori ad esse estraneo, scaturito dal "genio" di un altro gruppo etnico-razziale. Ed inoltre, mentre a tutti i popoli viene suggerito (imposto) di fondersi e scomparire nel calderone comune, a questo destino non deve andare incontro il Popolo Santo (se lo facesse, verrebbe a perdere ogni sua santità distintiva, cesserebbe la sua privilegiata esistenza di Popolo Eletto).

 

Come comunque sentenzia, prudente, l'Institute of Jewish Affairs nell'ottobre 1984 in Patterns of Prejudice (Modelli di pregiudizio): "Il fatto di riconoscere che le razze esistono, o anche di professare un'opinione sull'opportunità o l'inopportunità della loro fusione, non fa di nessuno un razzista" (prego prendere nota e citare la fonte, per tutti coloro che saranno trascinati dal Sistema, con l'accusa di "razzismo", nelle aule dei tribunali).

 

Scrive inoltre il periodico francese Information juive nell'aprile 1985: "Ci sembra davvero fuori luogo inserire la questione dei matrimoni misti nel contesto del razzismo: il fatto di opporsi ad un matrimonio misto non ha necessariamente il razzismo come motivazione e, spesso, non ha assolutamente nulla a che vedere con esso. I matrimoni misti, noi ebrei ne sappiamo qualcosa, sono abbastanza gravidi di conseguenze, che si tratti dell'equilibrio della coppia, dell'unità e del futuro della famiglia, dell'educazione dei figli, della perennità delle nostre tradizioni, della nostra religione, della sopravvivenza del nostro popolo. Chi negherà che questo genere di matrimoni ha per conseguenza, oltre a conflitti di cultura, l'indebolimento o addirittura la scomparsa di certe minoranze?".

 Anche Régine Lehmann pretende per la sua razza ciò che deve invece essere negato per tutte le altre: "Razzista è non chi riconosce differenze tra gli individui, ma chi si pretende superiore in nome di tali differenze. Il rifiuto dei matrimoni misti è una manifestazione non di razzismo, ma del desiderio di mantenere l'identità ebraica".

 

Lievemente più razzisticamente scoperto è Elia Samuele Artom, la cui opera, neppure due decenni or sono, viene giudicata dal curatore "ancora vitale, oltre trentacinque anni dopo la pubblicazione della sua prima edizione": "Il matrimonio non può aver luogo che tra ebrei. Qualunque unione tra ebreo o ebrea con persone estranee all'ebraismo è, di fronte alla legge ebraica, vietata e, se avvenuta, considerata illegittima. E' questa una delle norme che hanno più potentemente contribuito a mantenere salda la compagine di Israele: l'inserzione nella famiglia ebraica di elementi, sia pure ottimi, di altra origine o di altra fede non può che contribuire all'assimilazione di Israele e quindi avviare alla sua distruzione. Da grave decadenza e da pericolo di distruzione sono infatti colpiti quei nuclei ebraici nei quali, nonostante la norma sopra indicata, hanno avuto e hanno luogo frequenti unioni tra ebrei e non ebrei". "Israele è consacrato in quanto è collocato ad un grado più elevato delle altre genti", ribadisce il Nostro, facendo piazza pulita di tutte le disquisizioni che vorrebbero intendere - o meglio: dare ad intendere - che tale elezione sia basata soltanto su fondamenta religiose e non nazionali-razziali: "Gli ebrei, in quanto sacerdoti dell'umanità, debbono sempre costituire un'eletta minoranza in mezzo agli altri". Il fine degli innumeri, millenari incitamenti a rifuggire l'impurità - o più concretamente: gli impuri - resta quello esplicitato da Dante Lattes nel commento alla Legge: "Non si tratta  di costituire un cenacolo mistico, un ordine religioso, dedito solo agli esercizi spirituali, alla contemplazione, agli studi teologici, ma di essere una nazione superiore, distinta (qadòsh) dalle altre nazioni sorelle, per qualità e attività umane non comuni".

 

Ammirando dal profondo il contorsionismo mentale e l'improntitudine dei Fratelli Maggiori, ci sembra del tutto superfluo spendere al proposito ancora parole: per il momento rinviamo il lettore agli innumeri attestati rilasciati dall'Altissimo ai suoi Prediletti, nonché all'esegesi teologica formulata, tra gli altri, dai citati Artom e Lattes e da Klenicki e Wigoder.

 

La posizione oggi indubbiamente più pericolosa, per chiunque voglia difendere ogni essere umano in quanto portatore di una sua specifica dignità razziale - teoreticamente eguale per tutti - è comunque proprio quella dell'antirazzismo differenzialista, che ha il suo pendant nei concetti, prettamente americani, di cultural pluralism (pluralismo culturale) e di salad bowl (la "ciotola d'insalata" nella quale ogni ingrediente manterrebbe il suo proprio sapore - ovviamente amalgamato dal condimento giudaico). La prima definizione è stata espressa all'inizio del secolo dall'ebreo Horace Meyer Kallen, docente di sociologia, ed è oggi difeso dall'ebreo Arthur Schlesinger jr., ex "testa d'uovo" di Kennedy. Il secondo è' sostenuto sopra tutti dall'ebreo Michael Walzer, docente di sociologia ad Harvard. Cavalli di Troia di ogni universalismo, piedi di porco per scardinare ogni identità statuale, tali concetti non sono in realtà che artifizi per imbrigliare nel Sistema (New World Order) ogni nazione, ridurre ogni essere umano a tubo digerente/consumante.

 

Quanto al razzismo "classico", gerarchico, marchiato da una cattiva coscienza di fondo universalista, esso mantiene valenze dell'antico razzismo biblico ed è stato usato dagli europei per giustificare non tanto l'oppressione, vera e presunta, ai danni dei popoli extra-europei, quanto soprattutto la missione redentrice del colonialista, del kiplinghiano white man's burden, il "fardello dell'uomo bianco", atteggiamento iscrivibile nel paradigma del monoteismo giudaico. Ogni gerarchizzazione postula infatti una comparabilità dei termini gerarchizzati, suggerendo una loro natura comune. Solo in questo caso è possibile riconoscere una superiorità, fondarla ed imporla sulla base di parametri creduti obiettivi. Solo in questo caso esistono popoli "superiori" - eletti e primogeniti - e popoli "inferiori" da illuminare e convertire - da sradicare. Esempi quanto più incisivi al proposito sono le tesi missionaristiche con le quali l'ebreo Leon Blum, leader socialista francese e futuro capo del governo del Fronte Popolare, lega (giustamente) nel primo dopoguerra il cosmopolitismo al progresso e all'industria: "Noi ammettiamo il diritto ed anzi il dovere delle razze superiori di attrarre a sé quelle che non sono giunte allo stesso grado di cultura e di chiamarle al progresso realizzato grazie agli sforzi della scienza e dell'industria".

 

Per quel che riguarda la chiusura all'immigrazionismo (o, meglio, il freddo e sereno rispetto delle diverse realtà razziali) che comporta il razzismo morfologico, Coon afferma che "rimane il fatto che generalmente la gente non vede di buon occhio l'insediamento stabile degli stranieri, particolarmente se accompagnati da mogli e figli. I meccanismi sociali si mettono automaticamente in moto per isolare i nuovi arrivati e per mantenerli geneticamente separat.........Quanto sopra esposto, illustra l'aspetto comportamentale delle relazioni razziali. L'aspetto genetico si esplica in modo analogo.I geni che fanno parte del nucleo di una cellula, posseggono un equilibrio interno, analogamente ai membri di una istituzione sociale. I geni sono in equilibrio in una popolazione, se la popolazione vive una vita sana come entità morale. Gli incroci razziali turbano l'equilibrio genetico, come quello sociale, di un gruppo".

 

"Queste mie affermazioni" - seguita il maggiore tra i paleoantropologi, ascrivendo alle strategie bio-evolutive la comparsa di meccanismi a gelosa tutela delle differenze razziali - "vogliono solo dimostrare che, in assenza dei meccanismi sopra esposti, gli uomini non si distinguerebbero in neri, bianchi o gialli, ma avrebbero tutti un color cachi chiaro. Il flusso di geni attraverso le zone clinali di tutto il mondo, nel corso dell'ultimo mezzo milione di anni (ventimila generazioni!, n.d.A), sarebbe stato sufficiente a renderci tutti omogenei, se tale fosse stato lo schema evolutivo delle cose e se non fosse stato vantaggioso per ognuna delle singole razze geografiche mantenere, per la massima parte, gli elementi adattivi allo status quo genetico".

 

 

L'irrefrenabile volontà di mantenere la giusta distanza nei confronti di realtà allogene, lungi dall'essere il risultato di una fobia irrazionale e patologica del diverso tout court, è quindi - se vogliamo usare il linguaggio della scienza biologica ed evitare i lirismi concernenti sostanze poco "afferrabili" come gli Dei - il salutare riflesso di un "pregiudizio" atavico fissatosi nell'assetto bio-culturale dei diversi gruppi umani per garantire loro uno sviluppo equilibrato, differenziato. Ciascuna razza, etnia, nazione è geneticamente portata a custodire e perpetuare dentro di sé le determinanti fondamentali della sua fisionomia, della sua cultura, della sua storia. Ciascuna razza, etnia, nazione è orgogliosa di se stessa, dei propri antenati, del proprio Sistema di Valori. Il cosiddetto "pregiudizio" radicato nell'anima di ogni peculiare consorzio umano, specchio fedele della sua indole biologica, ne condiziona la matrice costruttiva della conoscenza e la modalità di percezione del reale, ne delimita lo psichismo, gli orizzonti spirituali e il sentire collettivo: in pratica, ne ipoteca a tal punto il cammino storico da renderlo non solo unico e irripetibile, ma anche incomparabile, irriducibile, inassimilabile e, nel profondo, incomunicabile a qualsiasi altro.

 

Propensione naturale dell'animo umano, l'etnocentrismo (il razzismo) tende talora, in condizioni di pericolo - o in casi di patologia psichica quale il sentirsi investiti di una Missione Universale al modo degli Eletti ebraici e puritani - a prevaricare, trasformando la sua legittima essenza difensiva in aggressione - tanto maggiormente "giusta" e "legittima" quanto più motivata dal verbo divino.

 

In realtà, il vero etnocentrismo (il vero razzismo) non può comportare sulla base di una speculazione oggettiva - l'affermazione della superiorità o dell'inferiorità di questa o di quella cultura, di questa o di quella razza. Le culture, le razze sono incommensurabili sul piano logico-formale, poiché è impossibile riferirsi a criteri assoluti di valutazione. Non esistono nella storia il Bene od il Male assoluti (forse l'abiezione di perdere la propria anima, quanto al Male), né esiste in biologia, al di fuori del successo riproduttivo, una scala di valori obiettiva per i viventi. Relative le norme, plurali gli insiemi umani, tutti mantengono pari dignità teorico-esistenziale. Ogni comunità etnica, nazionale o razziale è superiore alle altre unicamente nella messa in opera di quelle realizzazioni che le sono proprie. Parlare di "razza superiore" tout court, non riveste alcun senso, né per l'animale, né per l'uomo.

 

Se ciò è stato fatto nel passato anche da taluno dei massimi esponenti politici del nostro mondo ideale - condottieri di popoli in frangenti di lotta epocale - ciò è stato unicamente dovuto a contingenze pratiche in situazioni di crisi planetaria, sotto l'urgenza di un tempo troppo breve (vedi l'articolata riflessione compiuta dal Capo del nazionalsocialismo il 13 febbraio 1945), e non all'applicazione della dottrina biologica o della filosofia dei fascismi. In ogni caso, è proprio questo il discorso che il Sistema vorrebbe, con l'ausilio del carcere, definito per sempre nei termini da esso stesso fissati, la "sentenza" che pretende eternare soffocando ogni revisione documentaria.

 

"Il Costruttore divino della Terra non ha creato l'umanità come un unico Tutto (ein allgemeines Ganzes) - ha scritto il tedesco Gustav Stresemann, statista e premio Nobel per la Pace - "Egli diede ai popoli correnti di sangue diverse (verschiedene Blutstrome); diede loro come patria (Heimat) terre di diversa natura. Servirà l'umanità nel modo più nobile e quanto più completamente (am meisten) colui che sarà in grado di offrire qualcosa all'intera umanità radicandosi nel proprio popolo".

 

La concezione razziale che issiamo a stendardo del nostro Discorso di Verità, della nostra lotta di giustizia, esclude l'esistenza di un paradigma universalmente condiviso sul quale fondare una gerarchia fra le razze, non contempla alcuna forma di svalutazione delle altre razze, rigetta e combatte ogni delirio che elegga la gens europea a signora di tutte le altre. Il termine stesso di "elezione", sia detto una volta per tutte, non è del nostro mondo ideale, è solo strumento, potentissimo folle strumento di autoconvincimento e di azione per il nemico mortale dell'uomo. La nostra concezione, riconoscendo pari dignità alle differenze intraspecifiche che attraversano il genere umano ed ispirando di conseguenza giudizi di valore unicamente riferibili ai comportamenti di individui e/o di parti della nostra specifica Comunità, si configura come un elogio al diritto dei popoli - o meglio delle nazioni - a realizzare se stessi seguendo gli imperativi categoriali dettati dalla loro appartenenza biologico-spirituale.

 

Il nostro scopo è rivitalizzare quel mito d'amore e di rispetto radicato nel Sangue e nel Suolo, nella più vera tradizione dei nostri padri. Un mito che non dispensa leggi universali, ma vuole essere un'allegoria della nostra anima particolare, del nostro specifico essere: retaggio di tolleranza, accettazione e armonia (e cioè segno di equilibrio) fra le disuguaglianza di sangue e di spirito, che si oppone nel modo più fermo al Multirazzialismo all'interno di uno Stato, al delirio della Doverosità Mondialista.

 

In quasi tutti i casi, scrive Béjin, "coloro che vengono infamati con l'epiteto di "razzisti" sono persone che non considerano un sacro dovere disprezzare i propri antenati, la propria lingua e la propria cultura, sono fiere dei primati della propria comunità etnica senza per questo giudicarla superiore alle altre da ogni punto di vista, accettano le differenze, preferiscono a priori il loro prossimo ai membri di altri gruppi etnici (e trovano normale che costoro agiscano nello stesso modo) senza per questo mettere al bando l'intesa e la cooperazione con questi ultimi. Questi pretesi "razzisti" non sono che etnocentristi e condividono questa caratteristica con la maggior parte dei membri delle comunità umane che, non si sono suicidate".

 

Il panmixismo utopico predicato dall'antirazzismo cosmopolita (o razzismo assimilazionista) consiste invece nell'affermare che l'umanità è votata al meticciato e alla mescolanza delle culture e che questo ampio rimescolamento genetico-culturale condurrà alla Pace Universale. La conseguenza più immediata di tale atteggiamento è la concezione spaziale-atemporale del legame sociale, vale a dire la dissociazione della diacronia delle generazioni dall'aggregazione spaziale sul territorio di uno Stato, la rottura della diacronia, la cancellazione della memoria storica dei padri, la perdita della consapevolezza dei propri doveri nei riguardi dei figli. Lasciando che la memoria della propria storia si cancelli, un popolo perde la facoltà di distinguere il Sè dall'Altro, perde la propria anima per ridursi a detrito in balia del Manipolatore di tumo, del Mediatore, di colui che ha ideato ed imposto le parole d'ordine del Sistema.

 

Una nazione non è una società composta dall'assieme delle persone che abitano un certo spazio in un certo momento; i legami visibili tra gli occupanti non sono quelli reali che tengono insieme quella società: "Il culto dei morti, i riti di fecondità, l'amore per la patria e l'insegnamento della storia nazionale non sarebbero altro che aberrazioni sociologicamente insignificanti? Questa esclusione ideologica degli avi e dei discendenti potenziali si limita peraltro a riflettere l'indifferenza comunemente manifestata nei loro confronti nei paesi democratici "avanzati". E' vero che un oblio di questo genere fa comodo. Consente a parecchi nostri contemporanei di compiacersi nell'illusione autocontemplativa di dovere l'agio e le ricchezze di cui godono ai propri meriti, quando invece basta ad esempio una comparazione con la società giapponese per dimostrare che questa agiatezza materiale - che deriva, certo, in parte dallo spirito di inventiva e di iniziativa di taluni di loro - è essenzialmente il risultato del genio, del lavoro e delle lotte dei loro avi. I membri delle società democratiche in via di invecchiamento non si accontentano però di divorare la propria progenie. Dilapidano persino il loro futuro. Il fatto di preoccuparsi più degli "occupanti" dello stesso spazio che dei propri discendenti potenziali non favorisce infatti la denatalità? Le parole d'ordine dei più avanzati fra i nostri democratici potrebbero essere riassunte così: "Prima di me, il nulla" (non devo niente a nessuno, e meno che mai ai miei antenati, alla mia razza) e "Dopo di me, il diluvio" (demografico e culturale)".

 

Quali sono le conseguenze di questa concezione spaziale ed atemporale del legame sociale? Essa porta a ritenere che gli immigranti abbiano il "diritto" di impiantarsi nei paesi d'accoglienza (pur conservando, se possibile, le radici originarie), mentre i popoli autoctoni normalmente radicati vengono invitati a dimenticare la loro storia e la loro cultura, a spogliarsi e vergognarsi delle loro identità. Sorgono allora spazi indifferenti, neutralizzati, dove si può solo circolare, senza impiantarvici, spazi da sfruttare, da non rispettare. Il degrado ambientale, già provocato dall'applicazione al reale da altre teorizzazioni del Sistema, riceve dall'immigrazione un'ulteriore accelerazione. D'altra parte, l'unica solidarietà che potrebbe esistere su spazi siffatti è quella ormai comprovata, senza che gli europei ne abbiano tratto lezione, dallo sfacelo territoriale e sociale (esistenziale) dell'America, the God's Own Country, il Paese Stesso di Dio.

 

A causa della denatalità europea e della fecondità debordante di altri continenti - fenomeno lucidamente pre-visto dai regimi d'Italia e Germania sessant'anni or sono - l'Europa ha perso, nel corso di due decenni, quella che, nella storia demografica del pianeta, appare l'equivalente della perdita causata da una guerra mondiale. Le cifre sono eloquenti: nel 2037, tra neppure cinquant'anni, gli italiani saranno 45 milioni, dodici milioni in meno rispetto ad oggi. In vent'anni, tra il 2000 e il 2020, i soli paesi della CEE perderanno dieci milioni netti di abitanti, mentre nello stesso periodo i soli popoli del Nord Africa aumenteranno di cento milioni di unità e verranno attirati verso le "società aperte" occidentali dalla cattiva coscienza instillata negli europei dal predicatori del Multirazzialismo attraverso il martellamento dei media e la droga dell'edonismo individualista. Se oggi gli europei già rappresentano una minoranza etnica, nel 2085, tra meno di un secolo saranno soltanto il 4 per cento della popolazione mondiale. La popolazione anziana, con più di 65 anni, è oggi rappresentata in Italia da meno di dieci milioni di persone; nel 2018 supererà i dodici, in una popolazione sensibilmente contratta. Dal 1987 al 2037 il peso degli anziani passerà dal 13,3 al 28,7 per cento. In altre parole, per cento giovani vi saranno 223 anziani. "Regresso delle nascite, morte dei popoli": mai come in questi frangenti risuona veridica l'ammonizione di Richard Korherr, sottoscritta dal capo del fascismo.

 

Mai come in questi frangenti ha valore la massima di Vacher de Lapouge: "La vera legge della lotta per l'esistenza è quella della lotta per la discendenza". Se l'aumento numerico sia poi sopportabile dall'ecologia del pianeta, in questo momento non deve riguardare i popoli europei.

La concezione del razzismo alla quale ci richiamiamo, evitando di accampare diritti e/o superiorità al di fuori del Vecchio Continente, rispetta di fatto la sovranità culturale e territoriale delle altre compagini razziali (cosa che - lo si esamini a fondo - comporta l'eversione dell'immorale modello economico esistente, peraltro sulla via dell'insostenibilità da parte del cosmo terracqueo). Da ciò le deriva la legittimazione a teorizzare i necessari provvedimenti per salvaguardare lo Spazio Vitale europeo - troppo cruda è l'antica espressione? - da indebite intrusioni. Del resto, va tenuto presente che l'immigrazione dal Terzo-Quarto Mondo di milioni di "disperati" verso l'Europa non è l'intrusione di qualche migliaio di persone, ma una vera e propria, strisciante e del tutto insensata (se non nella strategia di qualche Piccolo Popolo), invasione di decine di milioni di individui (a tutt'oggi, nei soli paesi della Comunità campeggiano venti milioni di estranei) che mai potranno essere integrati, mai occupati, mai neppure assistiti, stanti i gravissimi problemi economici e sociali che comporta per tutto il mondo l'applicazione dei postulati del Sistema.

 

I corifei di tale sradicamento delle genti europee, operato attraverso una riedizione del multirazzialismo che già fiagella il Paese di Dio, vedono in prima fila sempre i Prediletti. Tale è, tra mille "a sinistra", Daniel CohnBendit, il "Danny il Rosso" del mitico Maggio francese, promosso, a difesa della democrazia multirazziale tedesca e per ovvi meriti di elezione sistemica, assessore per gli Affari Multiculturali di Francoforte sul Meno. Dopo avere redatto, col tedesco Thomas Schmid, un libello in favore dell'invasione allogena del Vecchio Continente dal titolo di Heimat Babylon, Patria Babilonia, il Nostro ammonisce ad "accettare la realtà di un certo tipo di mobilità internazionale", e ciò anche per contrastare quel "rifiuto dell'altro" e quel "rilancio di antisemitismo parallelo alla xenofobia" che può essere emblematizzato dallo "slogan rabbioso" Deutschland den Deutschen, La Germania ai tedeschi, "caro agli squadristi bruni e ai loro camerati in doppiopetto in cerca di voti e seggi".

 

Tale è, tra mille "a destra", Arrigo Levi, il quale, spregiando l'etica e la ragione, si scaglia contro la decisione presa dal parlamento tedesco il 26 maggio 1993 onde porre un limite all'invasione (nel solo 1992 hanno varcato quelle frontiere mezzo milione di sedicenti "profughi politici"). Dopo avere lasciato incancrenire le cose per anni, il Bundestag ha infatti approvato una modifica in senso restrittivo dell'articolo 16 del Grundgesetz, la Legge Fondamentale imposta dai vincitori a eradicazione dell'anima tedesca. Dall'alto del suo moralismo il Levi, pur riconoscendo legittime le motivazioni che hanno portato a "rifiutare un'immigrazione incontrollata, fonte di forti tensioni fra comunità diverse, all'interno di paesi già densamente popolati e non abituati al pluralismo etnico", sermoneggia contro "questo continente privo di generosità": "E proprio vero che questi nostri paesi, a differenza dell'America, non possono accogliere al loro intemo quegli apporti di nuove etnie che pure arricchiscono robustamente (e lo dimostra il caso americano) una società libera? E' stato fatto abbastanza per cercare di educare i popoli europei alla nuova realtà di un mondo fatto di disuguaglianze intollerabili, che richiedono, per essere superate, gesti di generosità e non chiusure? Preoccupa il fatto che la "fortezza Europa" si dimostri unita più nel difendersi dai mali del mondo che non nell'assunzione di responsabilità più larghe".

 

Cosa rispondere a tali sermoni, basati, se pure non sulla malafede, sul più venefico utopismo mondialista? Semplicemente questo: il Piccolo Popolo, come altre volte in passato, sta tirando troppo la corda, invasato dai suoi interessi finanziari e politici, dai valori posti al suo servizio, dal suo Dio. Se da una parte l'ebrea Sonja Margolina ha potuto scrivere che i suoi correligionari hanno svolto il ruolo delle "spezie" nella minestra delle culture europee (cosa che riconosciamo di buon grado anche noi), ammettendo tuttavia che in Russia hanno esagerato la dose al punto che quella minestra è divenuta immangiabile, dall'altra essi, comportandosi come il Levi, rendono indigeribile anche a noi la nostra minestra nel nostro piatto.

Razzismo non è apologia del Male, non è "xenofobia", odio per lo straniero (la cultura dell'odio, vale a dire la sistematizzazione di impulsi frammentariamente presenti in ogni essere umano, è un tipico prodotto universalistico). Non significa, per chi si pone al di fuori del paradigma che ordina le razze su una medesima scala di valori, disprezzare gli altri gruppi biologici o le culture extraeuropee, cui pertiene il diritto di svilupparsi nelle proprie terre, secondo parametri spirituali loro specifici. L'esortazione di Keller, riportata in apertura, i versi di Properzio, riportati in chiusura, illustrano tale concetto meglio di un trattato di sociologia.

Razzismo significa rimanere fedeli alla propria razza, al ricordo dei padri, all'orgoglio dei figli, riconoscere (recuperare) la specifica forma di vita che la segna, rispettare i nessi che la ordinano. I sostenitori sinceri e coerenti del cosmo - e non dello Stato! - multirazziale, i portatori della più alta moralità, valevole per ogni gruppo umano senza elezioni divine, senza doppie morali, senza patetici, criminali universalismi, sono tali razzisti. Non lo sono coloro che, mediante il multirazzialismo statale, sognata premessa per un impossibile meticciato, si propongono la rovina di ogni razza per assemblame i detriti in un'entità umanoide priva di anima, assoggettata al mondialismo capitalista.

 

Del "razzismo" si può quindi dire non che cosa è, ma che cosa si definisce con tale termine. Nel contesto storico attuale il "razzismo" è solo uno strumento, il più paralizzante strumento di terrorismo e di accecamento mentale, forgiato dal Sis