I will remembar you
Di Patrizia
CAPITOLO I
Sunnydale.
“Uffa, basta. Ci rinuncio: è troppo complicato per me!!! La Walsh vuole questa relazione per domani e io ho scritto meno di dieci righe!!!” esclamò Buffy, frantumando il sacro silenzio della biblioteca del college.
Willow, accanto a lei, era arrossita violentemente sotto gli sguardi di biasimo e rimprovero degli altri studenti che erano stati distolti dai loro studi da quel rumore improvviso. “Buffy, ti prego: siamo in una biblioteca seria qui” sussurrò quasi impercettibilmente. “Non puoi fare tutto questo rumore. E comunque sarebbe difficile scrivere anche la lista della spesa se continui a guardarti intorno con lo sguardo perso…”.
“Salve ragazze. Mi sembra di capire che avete qualche problema. Posso aiutarvi?” chiese una voce gentile, bisbigliando alle loro spalle.
Buffy si voltò e si trovò faccia a faccia con il giovane assistente della professoressa Walsh, Riley Finn.
Questa volta, rendendosi conto della mezza gaffe commessa, fu Buffy ad arrossire. “No grazie” disse piano. “Il fatto è che, come la mia amica mi ha appena fatto delicatamente notare, non ci sto proprio con la testa”.
“Insomma signorina: se non ci sta con la testa può prendere la sua roba ed andarsene. Qui c’è gente che vuole studiare, senza essere disturbata né dalle sue esclamazioni né dai suoi bisbigli” disse acidamente uno studente del quinto anno al quale non sembrava vero di poter infierire su una matricola.
Il volto di Willow era ormai dello stesso colore dei suoi capelli: in quattro e quattr’otto raccolse tutta la sua roba e, salutato Riley, trascinò Buffy fuori dalla biblioteca prima che potesse rispondere allo studente, ripromettendosi di non permetterle di metterci mai più piede.
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“Insomma Willow, se mi avessi lasciato lì un attimo avrei rimesso quel rompiscatole al suo posto! Ma chi si crede di essere?” si lamentava la Cacciatrice durante il tragitto tra la biblioteca e il dormitorio.
“Per quanto scortese possa essere stato, quel tipo aveva ragione. Quella non è la biblioteca del signor Giles, dove potevamo fare tutto quello che ci passava per la testa. E comunque ti ho portata via anche perché mi sembravi un animale in gabbia. Si può sapere che cos’hai? Sei così strana da quando sei tornata da…”.
“Non ho niente” di affrettò ad interromperla Buffy. “Sto benissimo, è solo che, tanto per cambiare, non ho troppa voglia di studiare. Cosa tu ci possa trovare di così strano in questo proprio non riesco a capirlo!!!”.
“Sì, ma con la Walsh come la metti? Quella non ci mette né uno né due a sbatterti fuori dal suo corso se domani non le presenti una relazione decente: e non mi sembra proprio il tipo che si lascia prendere in giro!!!”.
Willow aveva notato benissimo come la sua amica l’avesse
interrotta prima che lei potesse anche solo nominare Los Angeles: aveva fatto
finta di niente, ma aveva registrato nella sua mente quella reazione di Buffy,
e ne era preoccupata perché non lasciava presagire nulla di buono.
Quando era partita per la città degli angeli era furiosa con Angel dato
che questi era tornato a Sunnydale per aiutarla, ma aveva fatto in modo che
lei non sapesse della sua presenza. A dire il vero era furiosa con tutti loro
che, pur sapendo, non le avevano detto niente. Se a Xander non fosse sfuggita
quella informazione durante la cena del Ringraziamento lei non avrebbe saputo
nulla…ma d’altronde si sapeva benissimo che la lingua del suo migliore
amico era fin troppo lunga… soprattutto quando si trattava di mettere
nei guai Angel.
Buffy era stata via solo una giornata, e probabilmente aveva litigato con il
vampiro; la cosa doveva averla scossa parecchio, perché dal suo ritorno
era strana, distratta, immersa nei suoi pensieri, e tutte le volte che anche
solo si accennava a qualcosa che potesse riguardare anche alla lontana Angel,
lei, nervosamente cambiava discorso in tutta fretta.
Willow aveva deciso di non forzarle la mano per il momento, anche perché sapeva che, quando si fosse sentita pronta, sarebbe stata Buffy stessa a spiegarle quello che era successo durante quell’incontro; tuttavia era preoccupata per la sua amica…e adesso c’era anche questo problema della relazione di psicologia: non poteva permettere che Buffy venisse cacciata anche da quel corso…
“Secondo me dovevi accettare l’aiuto dell’assistente…e bada che non sto assolutamente dicendo che avresti dovuto farti fare da lui la relazione, ma secondo me avrebbe potuto darti qualche consiglio” le suggerì la strega.
“No, so cavarmela da sola” disse orgogliosamente la Cacciatrice. “Ci penserò questa sera dopo la ronda. Tanto tu hai detto che non ci sarai, vero?”.
“Già, sono alla riunione del circolo delle streghe. A dire il vero non so neanche perché ci vado visto che quelle ragazze non hanno neanche la più pallida idea di cosa sia la magia, ma ce n’è una, si chiama Tara, che è veramente in gamba e molto simpatica. Te la farò conoscere un giorno”.
“Ok, allora a più tardi” disse Buffy, e le due ragazze si separarono.
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Buffy aveva liquidato la pratica ronda più velocemente di quanto si aspettasse:
i vampiri nel campus non mancavano di certo, ma evidentemente quella sera erano
tutti a dieta stretta. Non ne aveva incontrato neanche uno e così aveva
deciso di rientrare dopo poco più di un’ora per dedicarsi alla
sua relazione.
Tuttavia dopo aver passato un’altra ora abbondante senza riuscire a scrivere più di una decina di righe (per lo più prive di senso) decise di chiedere aiuto e quindi si diresse verso la palazzina che ospitava la sezione maschile del dormitorio.
Quando Riley Finn aprì la porta della sua camera gli sembrò di sognare: a bussare alla sua porta, alle undici di sera passate, era Buffy Summers, la più carina delle matricole di quell’anno.
“E’ ancora valida la tua offerta di aiuto?” gli chiese sorridendo la ragazza.
Riley era troppo impegnato a badare che il cuore non gli saltasse fuori dal petto per l’emozione, e in un primo momento non capì di cosa la giovane stesse parlando.
Buffy, notando la sua confusione, si affrettò ad aggiungere: “La relazione per la professoressa Walsh”.
Riley sembrò ricordarsi di tutta la scena in biblioteca e della proposta di aiuto che aveva offerto a quella studentessa in difficoltà. “Certo che è ancora valida! Vieni, entra” la invitò, stampandosi in faccia il sorriso più radioso di cui era capace.
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Lavorarono ininterrottamente per quasi tre ore, durante le quali Riley le chiarì alcuni punti delle lezioni degli ultimi giorni che per Buffy erano rimasti degli autentici misteri, e le diede anche delle interessanti dritte su come stendere concretamente la relazione in modo da colpire favorevolmente la professoressa.
Buffy capì più in quelle tre ore che in tutte le lezioni che aveva seguito, e, alla fine, il suo compito risultò positivamente influenzato da quella nuova e più profonda comprensione.
Quando scrisse la parola fine era molto soddisfatta del suo lavoro e anche Riley, che pure non aveva minimamente partecipato alla sua stesura, convenne sul fatto che si trattava di una relazione chiara, precisa e abbastanza completa. Con un caloroso abbraccio si complimentò con Buffy.
Buffy non si sottrasse a quel contatto: in fondo quel ragazzo biondino e con gli occhi blu le piaceva. Certo, dopo la brutta esperienza passata con Parker si era ripromessa di andarci con i piedi di piombo, ma Riley non le sembrava pericoloso, e così non solo non si sciolse da quell’abbraccio, ma addirittura lo ricambiò.
E ricambiò i gesti del ragazzo anche quando, non si sa come, l’abbraccio si trasformò in un bacio, partito timidamente e proseguito con sempre più audacia.
Buffy era sconvolta: le sensazioni che provava in quel momento non le dispiacevano, anche se l’avevano presa completamente alla sprovvista…Riley Finn non le dispiaceva affatto… e anche il ricordo di Parker, con i conseguenti propositi di prudenza erano lontani, sepolti chissà dove nella sua mente. Ma…
Proprio mentre il bacio i faceva più intenso ed appassionato avvenne la trasformazione: i capelli di Riley divennero più scuri e un po’ più corti; anche gli occhi si scurirono, passando dall’azzurro al nocciola intenso; le labbra si fecero più fredde, così come le mani che le cingevano i fianchi…
“Angel…” mormorò Buffy in un sospiro quasi doloroso, ma nello stesso momento in cui pronunciava il nome del vampiro si rese conto che il cambiamento era avvenuto solo nella sua fantasia, che, baciando Riley, aveva immaginato e desiderato di baciare Angel.
“Mi dispiace” fu tutto quello che riuscì a dire di fronte all’espressione sorpresa ed addolorata del ragazzo. “Mi dispiace” ripeté voltandosi ed uscendo di corsa dalla stanza di Riley.
Il giovane rimase lì, impalato di fronte alla porta spalancata dalla quale Buffy si era dileguata. Neanche lui aveva immaginato che la serata potesse prendere quella piega, ma soprattutto non si era aspettato, mentre le sue labbra erano saldamente incollate a quelle della ragazza (che ricambiava il suo bacio), un epilogo così brusco.
Angel… Lo aveva chiamato Angel…
Riley non sapeva nulla della vita di Buffy e non aveva la più pallida idea di chi fosse questo Angel, ma sapeva già di non provare una grande simpatia per lui… e col tempo quell’istintiva antipatia si sarebbe trasformata in odio puro.
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Los Angeles.
“Coraggio uomo” disse Doyle, battendogli affettuosamente una mano sulla spalla.
Angel, nonostante tutto, sorrise: quando l’amico usava quell’appellativo, uomo, per rivolgersi a lui gli sembrava quasi che il cuore gli si scaldasse un po’.
Non sapeva neanche perché gli avesse raccontato tutto:
in fondo gli Oracoli avevano detto che lui avrebbe dovuto essere l’unico
a conservare il ricordo del suo giorno da essere umano.
Forse glielo aveva detto perché sentiva il bisogno di confidarsi con
qualcuno: non gli accadeva spesso (non voleva angosciare gli altri con i suoi
personali fantasmi), ma quando succedeva Doyle era sempre accanto a lui, che
lo ascoltava e non lo giudicava…forse addirittura lo comprendeva. E Angel
con lui riusciva ad aprirsi, senza il timore che l’altro cominciasse a
guardarlo come un mostro a dieci teste.
E poi, in un certo senso, quel mezzo demone era la sua ancora di salvataggio: in pochi mesi, più o meno consapevolmente, gli aveva impedito di fare sciocchezze talmente tante volte che Angel ormai aveva perso il conto. E questa era stata solo l’ennesima volta: il vampiro non riusciva più a tenersi tutto dentro (stava impazzendo), aveva deciso di parlarne con qualcuno (non poteva certo parlarne con Cordelia con la lingua lunga che si ritrovava la ragazza) e aveva deciso che quel qualcuno dovesse essere Buffy. Ma poi era arrivato Doyle, in meno di trenta secondi aveva capito che c’era qualcosa che non andava e in ancor minor tempo era riuscito a convincerlo a confidarsi. Una volta sfogatosi Angel aveva capito che era meglio che la donna che amava continuasse a non ricordare, anche perché, diversamente, le Alte Sfere avrebbero potuto prenderla male.
“Probabilmente neanche se ne è accorto, ma anche questa volta mi ha risparmiato un sacco di guai” pensò Angel, sorridendo, una volta che Doyle lasciò l’ufficio per tornarsene a casa.
Il vampiro era di nuovo solo, ma aveva un peso in meno a gravargli sul cuore.
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Sunnydale, il giorno dopo.
“Bene ragazzi, anche oggi la tortura è finita. Lasciate al mio assistente, il signor Finn, le vostre relazioni: tempo una settimana e saranno corrette e restituite. Credo sia inutile dirvi che chi non consegna il compito oggi da domani può anche fare a meno di seguire le lezioni perché tanto è fuori dal corso. Arrivederci a domani” concluse a professoressa Walsh e, raccolto tutto il suo materiale, lasciò l’aula.
Nel consegnare la sua relazione, Buffy non ebbe nemmeno il coraggio di guardare in faccia Riley, e la cosa non sfuggì alla mente osservatrice della sua amica. Quando poi fu il turno di Willow per la consegna, Riley le chiese sottovoce: “Ho bisogno di parlarti, per favore. Quando possiamo incontrarci”.
La rossa, dopo un attimo di riflessione, rispose: “Al bar nel corpo del campus, alle cinque”.
“Vorrei che non ci fosse Buffy” la pregò il ragazzo.
“L’avevo capito. A quell’ora Buffy è in palestra, quindi non dovrebbero esserci problemi” lo rassicurò e, lasciandolo, gli fece l’occhiolino.
Per un attimo Riley temette che la ragazza avesse frainteso le sue parole, ma non ci sarebbe stato modo di verificarlo fino a quel pomeriggio: fino ad allora non poteva far altro che sperare nel buon intuito di Willow.
“Io credo che ci sia qualcuno che deve raccontarmi qualcosa…”
disse con fare malizioso la strega, raggiungendo Buffy fuori dall’aula.
Buffy per un attimo sembrò non capire a cosa si riferisse l’amica, poi capì, ma continuò a fingere.
“Insomma Buffy, si può sapere cos’hai?” chiese Willow notando la completa mancanza di complicità da parte della Cacciatrice. “Da quando sei tornata da Los Angeles non sei più la stessa. Possibile che Angel ti faccia ancora questo effetto?”.
“Cara Willow, temo che Angel mi farà questo effetto finché avrò aria nei polmoni e sangue che scorre nelle vene” ammise Buffy. “E comunque non è come credi: la mia visita a Los Angeles è stata la cosa più fredda che io abbia mai fatto”.
“E allora perché continui a pensarci?” le chiese Willow, abbandonando il tono accusatorio di poco prima per assumerne uno consolatorio: era evidente che Buffy avrebbe avuto bisogno di buone parole e di una spalla su cui piangere.
“Il fatto è che andando là mi sono resa conto che è veramente tutto finito fra noi due, e, quel che è peggio, mi sono resa conto che a lui sta benissimo così, non ha neanche più bisogno di me. Voglio dire: una volta noi eravamo una squadra. Già non stavamo più insieme, già mi aveva detto che se ne sarebbe andato, ma continuavamo a lavorare fianco a fianco, avendo bisogno l’uno della presenza e dell’aiuto dell’altro, sostenendoci a vicenda…” Buffy ormai era alle lacrime. “E invece ora non c’è neanche più quello. Lui vive benissimo senza di me… e invece io…”.
“Ma come puoi essere sicura di una cosa del genere? Te lo ha detto lui?” chiese Willow.
“No, certo che no, ma certe cose non hanno bisogno di essere dette. Quando sono entrata nel suo ufficio non ha mostrato la minima emozione…neanche fossi stata dell’ufficio delle tasse sarebbe stato più distaccato! E poi, mentre discutevamo, siamo stati attaccati da un demone medioevale: era enorme e aveva un’aria parecchio minacciosa… e se lo dico io, che di demoni me ne intendo, puoi star certa che non si trattava di un agnellino. Io non ho neanche avuto il tempo di reagire che lui l’aveva già fatto fuori. Mi sono sentita talmente inutile in quel momento… talmente tagliata fuori… Lui non ha più bisogno di me neanche nelle vesti della Cacciatrice ormai… La sua vita va avanti come se nulla fosse… mentre la mia…”.
“Ma dai, lo sai che non è vero… Sarà solo che ormai avrà già ucciso una decina di quei demoni e quindi ormai sa come eliminarli senza fare neanche troppa fatica…” cercò di consolarla Willow, ma Buffy la interruppe: “Ho già controllato Will: demoni di quel genere ne compaiono uno ogni mille anni, e Angel, per quanto vecchio possa essere, non arriva in quadrupla cifra. Era la prima volta che ne affrontava uno e non ha avuto alcun bisogno di me per eliminarlo… Mi ha dimenticata… Mi ha totalmente cancellata dalla sua vita…” e se fino a quel momento il pianto di Buffy era stato contenuto, ora esplose nei frenetici singhiozzi di un cuore nuovamente spezzato.
“Buffy, sono convinta che le cose non stanno così” cercò di consolarla Willow, ma dopo un istante decise di prendere la palla al balzo: “E se anche fosse dovresti fartene una ragione. Angel ti ha lasciata e, per quanto possa farti male la cosa, credo che abbia fatto la scelta giusta. Ora tu devi riprendere la tua vita e fare il modo che sia il più normale possibile, almeno il vostro sacrificio non sarà stato inutile. E poi mi sembra che anche tu abbia fatto già qualche passo in quella direzione…”.
“Se ti riferisci a Parker, sappi che è tutto fiato sprecato”.
“Parker è un cretino che non vale neanche un’unghia del mignolo del tuo piede sinistro, e non è a lui che mi riferivo, ma ad un certo Riley Finn: biondo, occhi azzurri, alto e ben piazzato, assistente della professoressa Walsh, cotto e stracotto per te… Ti dice nulla tutto questo?”.
Negli occhi di Buffy si accese un’impercettibile scintilla di divertimento. “Non posso proprio nasconderti niente!” esclamò.
“Già, mi chiamano Sherlock Willow: mi mancano la pipa, il violino e il cappello con il para-orecchie e poi sarei perfetta!” sentenziò orgogliosamente la strega.
Buffy sorrise ancora, ma poi una patina di tristezza le velò di nuovo gli occhi, e le raccontò tutto quello che era accaduto la sera prima.
“Capisci Willow: mentre baciavo Riley era il volto di Angel quello che vedevo… che volevo. Riley mi piace, inutile che lo neghi, ed è proprio per questo che non posso prenderlo in giro…ma non è Angel…” aveva aggiunto quelle ultime quattro parole in un sussurro.
Willow la abbracciò e la sentì rilassarsi un pochino stretta nel suo abbraccio. Quindi sospirando le chiese: “E io adesso cosa devo dirgli?”.
Questa volta Buffy non capiva veramente: “Dire cosa a chi?” chiese all’amica.
“A Riley. Mi ha chiesto di incontrarlo perché deve parlarmi… e ora credo di sapere cosa voglia chiedermi. Cosa gli devo dire se mi chiede di Angel?”.
“Digli la verità… magari tralasciando il piccolo particolare che è un vampiro… ma per il resto digli la verità”.
Willow annuì con un’espressione comprensiva; quindi le due ragazze si separarono.
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Erano già le cinque e un quarto e Willow stava correndo come una disperata
per raggiungere il bar dove aveva appuntamento con Riley. Quando finalmente
ci arrivò, cinque minuti dopo, era completamente senza fiato, tanto da
non averne neanche per tirare un sospiro di sollievo: il ragazzo era ancora
lì.
“Scusami Riley, ma ero in biblioteca e non mi sono proprio accorta che fosse così tardi. Sono veramente mortificata” si scusò.
“Non ti preoccupare, Willow, sono arrivato un po’ in ritardo anch’io” mentì spudoratamente: lui era arrivato con almeno un quarto d’ora d’anticipo, ma non voleva farlo pesare troppo alla ragazza… in fondo era l’unica che potesse aiutarlo.
“Scusa se vengo subito al sodo, ma ho una domanda che mi ronza in testa da ieri sera: chi è Angel?”.
Willow non gli rispose immediatamente (Buffy aveva detto di dirgli la verità, ma non era facile), il che diede a Riley il tempo per notare che non c’era delusione nello sguardo della sua interlocutrice. Prese allora a respirare più liberamente: Willow non aveva frainteso il motivo di quell’appuntamento.
“Era il suo ragazzo” disse Willow, distogliendo Riley dai suoi pensieri. “E’ stata una storia importante, terminata per…cause di forza maggiore. Lei è ancora piuttosto sofferente per la fine di questa relazione, ma è decisa a voltare pagina: se Buffy ti interessa veramente devi avere solo un po’ di pazienza. So che le piaci, me lo ha detto lei stessa, ma… ancora non è riuscita a dimenticarlo del tutto… Abbi pazienza e sarete felici in due” concluse la giovane strega.
Riley aveva ascoltato le sue parole senza mai interromperla, immagazzinando nella sua mente analitica tutte quelle informazioni. “Mai una cosa semplice!” scherzò quando Willow finì di parlare; quindi, rifacendosi serio, aggiunse: “Ma le sfide mi sono sempre piaciute”.
“Se per te Buffy è solo una sfida, un gioco, un’altra tacca sul tuo personale palmares, lasciala stare. Ha già sofferto abbastanza senza che ti ci metta anche tu” lo interruppe sulla difensiva Willow.
“No” la rassicurò Riley, “Per me Buffy non è nulla di tutto ciò. E’ solo una splendida ragazza che ha catturato il mio cuore e la mia mente dal primo istante che l’ho vista, anche se aveva tentato di ammazzarmi a colpi di libri in testa… Non ho nessuna intenzione di farla soffrire… anzi”.
“Bene, ma sappi che se stai mentendo poi te la vedi con me…” disse Willow con tono scherzosamente minaccioso.
“Non c’è che dire: Buffy è fortunata ad avere amici come te”. Quindi, come colpito da un’improvvisa folgorazione, aggiunse: “Scusami Willow, sono stato veramente un maleducato galattico: posso offrirti qualcosa?”.
“Un cappuccino con molta schiuma, grazie”.
Restarono a parlare del college ancora per un’altra mezz’ora, quindi i salutarono, dandosi appuntamento per il giorno dopo alla lezione di psicologia.
“Mi piace. Non sarà Angel, ma mi piace e credo che lui e Buffy staranno bene insieme” pensava Willow mentre rientrava al suo dormitorio. Buffy era già in camera (Giles aveva interrotto prima l’allenamento supplicando pietà) e, cosa incredibile, stava studiando.
CAPITOLO II
Sunnydale.
Era passato un mese da quel loro primo, accidentale , bacio,
e la natura dei loro rapporti era profondamente cambiata.
Ormai Buffy e Riley stavano insieme a tutti gli effetti e la Cacciatrice aveva
riscoperto la serenità e l’equilibrio accanto a lui.
Riley era così diverso da Angel...
... Riley era solare, Angel era la notte...
... Riley non stava zitto un attimo, Angel non diceva mai più di tra
parole di fila...
... Riley era istintivo, Angel rifletteva sempre prima di agire...
...i suoi amici si fidavano di Riley come non si erano mai fidati di Angel...
persino Xander lo aveva accettato di buon grado...
E soprattutto Riley era vicino, mentre Angel era lontano...molto più
lontano della distanza che separava Sunnydale da Los Angeles.
Non era stato facile per Riley distruggere, mattone dopo mattone, la muraglia
che Buffy aveva eretto a difesa del suo cuore, ma lui non aveva mai mollato
e alla fine aveva abbattuto ogni sua resistenza.
Neanche per Buffy era stato semplice fidarsi completamente di lui, consegnare
un’altra volta le chiavi del suo cuore nelle mani di un uomo...di un uomo
diverso da Angel... Ma ora era tutto alle spalle: ora nella sua mente e nel
suo cuore c’era spazio solo per Riley, e questo non la spaventava perché
sapeva che il ragazzo non l’avrebbe mai fatta soffrire...neanche senza
volerlo...neanche per il suo bene...
L’unico momento veramente complicato della loro giovane storia era venuto
quando avevano scoperto le loro reciproche attività notturne: si erano
incontrati una sera, nel parco del campus, mentre entrambi davano la caccia
a Spike o, come lo chiamava Riley, all’Ostile 17. Si erano guardati in
faccia, gli occhi spalancati e la bocca aperta per la sorpresa, completamente
dimentichi della loro comune preda che così, ancora una volta, era riuscita
a fuggire e a mettersi in salvo in qualche cripta. Non erano riusciti a dirsi
neanche una parola in quella circostanza, e il loro silenzio era proseguito
anche nei giorni successivi. Poi, con l’aiuto di Giles, si erano chiariti
e si erano accettati. Buffy aveva anche provato ad entrare a far parte dell’Iniziativa,
ma l’opposizione della Walsh era stata categorica, e così era stato
Riley ad aggregarsi alla Scooby Gang, pur mantenendo il suo ruolo nell’esercito.
Avevano iniziato così la loro collaborazione e per i vampiri e i demoni
di Sunnydale i tempi si erano fatti ancora più duri che in precedenza.
E di pari passo con la loro collaborazione, era cresciuta e si era rinsaldata
la loro relazione amorosa, tanto che Buffy ne era ormai completamente coinvolta:
Riley la amava ed era riuscito a cancellare dal suo cuore il dolore per l’abbandono
di Angel. Certo, non era riuscito a cancellare Angel dalla sua vita, ma Buffy
non voleva che questo accadesse: Angel era stato una parte molto importante
della sua esistenza, l’aveva aiutata a crescere e le aveva insegnato ad
amare, a soffrire, a cadere in piedi e a rialzarsi...e tutto questo l’aveva
resa più forte, la più forte Cacciatrice mai esistita, ma anche
una semplice donna che affronta la vita di petto senza lasciarsi annientare.
Buffy non voleva dimenticare Angel, soprattutto non ora che, grazie a Riley,
ripensare a lui non le faceva più sanguinare il cuore. Angel sarebbe
rimasto nell’anima di Buffy finché non fosse morta (di questo la
Cacciatrice era assolutamente certa), ma questo ormai non era più un
problema.
Riley, dal canto suo, aveva fatto inizialmente una grande fatica ad accettare
l’inequivocabile dato di fatto che una parte di Buffy sarebbe sempre appartenuta
al suo rivale, ma col tempo aveva capito che mettersi a gareggiare con lui o
cercare di screditarlo agli occhi del mondo non sarebbe servito a guadagnare
punti nel cuore di Buffy e quindi aveva deciso di fare buon viso a cattivo gioco.
E aveva avuto ragione: ora Buffy era la SUA ragazza e la loro storia procedeva
a gonfie vele, pienamente soddisfacente sotto ogni punto di vista.
Ma i loro rapporti non erano gli unici ad essere cambiati nel
corso dell’ultimo mese: anche per Xander c’erano stati notevoli
cambiamenti. La sua relazione con Anya era andata via via spegnendosi di pari
passo con lo scemare della passione e il subentrare della noia. I due si erano
lasciati di comune accordo e questo aveva permesso loro di rimanere in buoni
rapporti, meravigliando persino il signor Giles per la maturità che dimostrarono
in quell’occasione.
Tutto questo, tuttavia, non impedì a Xander di sentirsi perso e solo
(in fondo si era piacevolmente abituato alla strampalata presenza dell’ex-demone
al suo fianco), e la felicità delle sue amiche , pur rendendolo felice
per loro, non faceva altro che acuire il suo senso di disagio (arrivò
persino a comprendere il dolore di Buffy per la separazione da Angel, mentre
fino a quel momento si era chiesto perché la ragazza piangesse invece
che far festa per la partenza del vampiro).
Ma la svolta era giunta anche per lui, e nella maniera più inaspettata.
La svolta aveva un volto noto, il volto di una ragazza che Xander credeva uscita
per sempre dalla sua vita: la svolta della sua vita aveva avuto il volto e il
nome di Cordelia Chase.
Era successo tutto molto in fretta, poche settimane prima, quando la ragazza
era tornata a Sunnydale per parlare con Buffy (di Angel, probabilmente...);
era successo tutto talmente in fretta che né Xander né Cordelia
avevano completamente capito quello che stava accadendo loro: qualche schermaglia
verbale conclusasi, proprio come ai tempi del liceo, con un bacio appassionato,
i corpi stretti l’uno nell’abbraccio dell’altro. Ma non per
questo i due ragazzi non si erano resi conto che quella era la svolta che le
loro vite attendevano. Tempo ancora qualche settimana, in modo da dare a Cordelia
il tempo di sistemare i suoi affari a Los Angeles, e la ragazza sarebbe tornata,
definitivamente, a Sunnydale per vivere con Xander. Era semplicemente assurdo,
lo sapevano benissimo entrambi, ma era quello che volevano e non avevano dubbi
in proposito.
In mezzo a tanti sconvolgimenti (persino Giles aveva una nuova compagna che, forse, sarebbe riuscita a colmare il vuoto lasciato dalla morte di Jenny), l’unica coppia che pareva inossidabile erano Willow e Oz che, superato l’ostacolo Varuca, si erano ritrovati più uniti che mai.
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Los Angeles.
“Questa volta tocca a me fare qualcosa per lui”
pensava Angel, guardando Doyle e notando il dolore nascosto negli occhi del
mezzo demone.
Angel aveva sempre intuito i sentimenti che l’amico provava nei confronti
di Cordelia, e pochi meglio di lui avrebbero potuto comprendere il suo stato
d’animo: non era facile vedere la donna amata fra le braccia di un altro;
non era facile essere consapevole che un altro l’avrebbe fatta felice
come a lui non era stato concesso...e soprattutto non era facile abituarsi ad
idee del genere da un giorno all’altro. Ed era stato proprio da un giorno
all’altro che Cordelia li aveva informati che avrebbe lasciato Los Angeles
e la Angel Investigation per tornare a Sunnydale...per tornare da Xander Harris!!!
Angel aveva persino provato a parlare, con molta discrezione, a Cordelia per
farla ragionare, badando di non lasciar trapelare nulla di ciò che sapeva,
ma era stato tutto inutile, e alla fine il vampiro aveva dovuto riconoscere
che la determinazione della ragazza era autentica ed incrollabile (oltre che
folle!!!). Non si trattava di un capriccio passeggero e quindi alla fine si
era ritrovato ad augurare con sincerità ogni felicità ai due...salvo
poi sentirsi terribilmente in colpa nei confronti di Doyle che, in un certo
senso, aveva tradito.
“E’ dispiaciuto persino a me che ho sempre considerato Cordelia il mio flagello (altro che la maledizione degli zingari!!!), figuriamoci quanto possa far male a lui che ne è innamorato. Ma cosa posso dirgli per farlo star meglio: so per esperienza che non esistono parole adatte a lenire certi dolori, ma...”.
“Ci serve qualcun altro” affermò Doyle, strappando Angel dai suoi pensieri.
“Scusa?” chiese il vampiro che non era per niente sicuro che le suo orecchie avessero capito bene.
“Cordelia è andata via e quindi ci vuole qualcuno che la sostituisca: per quanto la sua efficienza non rasentasse esattamente il 100%, aveva ragione ad affermare che ti servisse una segretaria. Non ti preoccupare, me ne occupo io e solo quando sarò convinto di aver trovato la persona giusta la metterò al corrente di...tutto ciò che deve sapere...”.
Quella di Doyle non era una proposta, né tanto meno una richiesta di consenso; era un dato di fatto, una decisione presa, e anche se Angel non fosse stato d’accordo ci sarebbe stato poco da fare. “E poi non posso certo andarci io a pagare le bollette...non alle due di notte...” pensò Angel, accettando tacitamente la decisione dell’amico. E poi gettarsi a capofitto nel lavoro era senza dubbio uno dei migliori modi per non pensare a tutto il resto, e anche questo il vampiro lo sapeva benissimo.
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Dopo un mese di convivenza, Xander propose a Cordelia di diventare la signora Harris, e la ragazza, convinta e sicura come non mai, aveva accettato.
La cerimonia ebbe luogo la sera del 14 febbraio, per dare modo anche ad Angel di prendervi parte. Cordelia a proposito era stata categorica (il vampiro doveva esserci) e Xander aveva accettato di buon grado: in fondo, in un certo senso, questa volta aveva vinto lui...Cordelia aveva preferito lui ad Angel...questa volta era stato lui a portare via una donna al bel vampiro...e questo aveva rimarginato la ferita all’orgoglio che lo aveva portato ad odiare Angel per tanto tempo.
Angel e Doyle avevano cercato in tutti i modi di trovare una scusa per evitarsi quella tortura, ma era stato tutto inutile (quello era un periodo insolitamente tranquillo a Los Angeles), anche per le insistenze sempre più pressanti della futura sposa, e quindi la sera prima del matrimonio si erano armati di tutta la loro pazienza e di tutto il loro self-control ed erano partiti per la Bocca dell’Inferno.
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Era la prima volta che rivedeva Buffy dopo quel suo giorno da
essere umano, due mesi prima, ed era la prima volta che la vedeva insieme a
Riley Finn.
Credeva di essere pronto per quell’incontro. Ma non lo era affatto.
Credeva di essere pronto a recitare la parte del vecchio amore contento per
la nuova felicità della sua ex-compagna, ma il suo copione era crollato
come un castello di carte al minimo soffio di vento, e persino più velocemente.
Credeva che sarebbe riuscito a dominare il suo dolore, ma vederla sorridere,
scherzare e guardare con occhi sognanti un altro uomo gli straziava il cuore
in maniera più devastante di quanto avrebbe potuto fare un paletto di
legno.
Era sul punto di fuggire, di congratularsi con gli sposi e di andarsene frettolosamente
e in silenzio a scaricare la sua angoscia su qualche demone particolarmente
sfortunato.
Non lo fece per due soli motivi.
Il primo era che non voleva dare alcuna soddisfazione a quel bell’imbusto:
lo stava squadrando con l’aria del vincitore sin da quando era arrivato
ed andarsene avrebbe significato dargliela definitivamente vinta, significava
ammettere la sua sconfitta.
Il secondo motivo che lo trattenne al ricevimento nuziale fu Willow: Oz era
rimasto bloccato a New York con la sua band per uno sciopero aereo, e quindi
la giovane strega era rimasta da sola...e lo aveva letteralmente sequestrato.
Stavano ballando insieme da tutta la sera, mentre Doyle si distraeva con Anya
(affinità demoniaca...), ed Angel, alla fine, aveva dovuto ammettere
che, viste le premesse, la serata stava andando meno peggio di quanto temesse.
“Non sapevo che fossi una ballerina provetta!” disse, sorridendo, rivolto alla sua dama.
“Beh, sono tante le cose che tu, come tanta altra gente, non sai di me. Io sono sempre e solo stata Willow, la rossa secchiona che ha per amiche le ragazze più carine ed ammirate della scuola... il brutto anatroccolo...” disse Willow, con appena un velo di malinconia nella voce.
“Lo sai benissimo che questo non è vero...” cercò di dire Angel.
“Ah, già! Tu una volta ti sei persino chiesto se non avessi sbagliato ragazza corteggiando Buffy invece che me...”. Willow si interruppe bruscamente, rendendosi conto della gaffe commessa: Angel in fondo aveva solo voluto farle un complimento e rinfacciargli le parole che il suo demone aveva pronunciato tenendola in ostaggio era stato un colpo basso. E Angel aveva visibilmente accusato il colpo. “Scusami Angel” tentò di rimediare. “Sono veramente una scema, non volevo ricordarti di lui...”.
Angel la interruppe dolcemente, sorridendo in maniera triste: “Non ti preoccupare Willow, va tutto bene. E poi non ho certo bisogno di te, o di chiunque altro per ricordarmi di Angelus... lui è in me... lui sono io e non posso dimenticarmene”.
“No, non è vero: tu sei tu, sei Angel... Lui è Angelus ed è diverso da te... Io non ballerei mai con Angelus!!!” gli disse la ragazza con convinzione, interrompendo per un attimo la loro danza.
Il sorriso di Angel si fece ancora più struggente: “Questo è quello che mi dico da cent’anni a questa parte per tirare avanti, ma non è la realtà. La verità e che, mi piaccia o no, io sono lui e lui è me... se così non fosse non avrei mai avuto bisogno di allontanarmi da Buffy...”.
“Eccomi qui! Come si dice? Parli del diavolo e spuntano le corna!”. Buffy si era avvicinata a loro e, per la prima volta nella serata, gli aveva rivolto la parola. “Will è tutta la sera che balli con Angel: comincio a pensare che dato che il gatto è a New York, la topolina balla a Sunnydale...”.
Era chiaro che quella di Buffy era stata una battuta (anche
se di dubbio gusto), ma alla strega diede parecchio fastidio.
“Per quel che mi riguarda, l’unico topo che conosco è la
povera Amy, e non credo che in questo momento stia ballando” rispose con
tono seccato, quindi rivolta ad Angel: “Scusami, vado a prendere qualcosa
da bere. Ci vediamo più tardi” e si allontanò verso il buffet,
lasciando Buffy ed Angel da soli.
“Ma io stavo solo scherzando…” tentò di giustificarsi la Cacciatrice, che proprio non si era aspettata una simile reazione da parte della sua amica.
“Beh, devi ammettere che come scherzo è stato un po’ pesante...” la rimproverò distrattamente Angel.
“Domani, quando le sarà passata, le chiederò scusa. Intanto concedi un ballo anche a me o sei sua proprietà privata per tutta la sera?”. Il tono di Buffy era ancora scherzoso, ma, se anche poteva ingannare gli altri, la Cacciatrice non poteva nascondere a se stessa che il vedere la sua migliore amica per tutta la sera fra le braccia del suo ex le aveva in fondo dato fastidio.
“Io non credo che sia il caso, Buffy” si costrinse a rifiutare Angel, senza tuttavia avere il coraggio di guardare la ragazza direttamente negli occhi.
“Certo che è il caso, invece! Riley sta ballando con la sposa, mentre Xander balla con Anya: se lo sposo balla con la sua ex e nessuno ha nulla da ridire, vuol dire che possiamo tranquillamente farlo anche noi” e così dicendo aveva afferrato una mano di Angel e aveva messo l’altro braccio intorno al suo collo. Avevano così cominciato a ballare, e per quanto Angel tentasse di rimanere distaccato, l’avere Buffy fra le sue braccia riaccendeva in lui sentimenti soffocati ma mai morti.
Riley osservò quella scena, ma decise che, per quella volta, avrebbe fatto finta di nulla.
Al momento del lancio del bouquet fu Buffy che si ritrovò con il delicato mazzo di roselline bianche e profumate in mano, e tutti i presenti si congratularono con lei e Riley per le loro imminenti nozze… Solo Cordelia, notando lo sguardo di Angel non disse nulla, limitandosi a ballare col vampiro un paio di balli.
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Ma le sorprese a Sunnydale non si esaurirono certo con quel matrimonio lampo.
Erano infatti passate poco meno di due settimane dalla cerimonia
(gli sposi non erano ancora tornati dal viaggio di nozze) quando Buffy cominciò
a non stare troppo bene. Era una sensazione strana quella che provava la Cacciatrice
e soprattutto era strano che durasse tanto a lungo: la capacità di guarire
rapidamente (certo non come i vampiri, ma neanche come un normale essere umano)
era uno dei suoi poteri, ma questa volta quei malesseri che la coglievano soprattutto
la mattina, appena sveglia (lasciandola poi scombussolata per tutto il resto
della giornata), proprio non accennavano a passare. C’erano momenti in
cui il solo pensiero del cibo le faceva venire la nausea e altri in cui la nausea
sarebbe venuta persino a Xander se se la fosse trovata di fronte mentre ingurgitava
di tutto senza ritegno.
La sua attività di Cacciatrice, inizialmente, non ne risentì troppo,
anche se cacciando Buffy provava una sensazione diversa dal solito: non si era
mai sentita minacciata da un vampiro appena uscito dalla tomba, ma negli ultimi
tempi anche il più sprovveduto novellino allertava i suoi sensi e il
suo istinto neanche fosse stato il Maestro.
“Cosa mi sta succedendo, signor Giles? Cammino completamente sola in un cimitero e quando mi si presenta davanti un vampiro qualunque…un vampiro che normalmente ridurrei in cenere in meno di trenta secondi, bendata e in equilibrio su una gamba sola…e io comincio a combattere come se mi trovassi di fronte ad un incrocio fra il Maestro, Angelus e il Sindaco… Combatto come se dovessi proteggere qualcuno, ma non so assolutamente chi sia questo qualcuno! Eppure l’istinto è così forte…”
Giles la ascoltava attentamente mentre con cura puliva i suoi occhiali. Era un po’ preoccupato…non troppo però dato che, in fondo, la ragazza gli aveva appena detto che affrontava tutti i vampiri, indistintamente, come se si trattasse di una questione di vita o di morte, e quindi con molta più attenzione. E comunque non voleva allarmare Buffy inutilmente, non prima almeno di aver trovato nei suoi preziosi libri una possibile spiegazione per quella situazione.
“Non lo so cosa ti sta succedendo, ma non me ne preoccuperei troppo: la tua efficienza, in fondo, risulta aumentata, e questa non è certo una cosa negativa. Piuttosto come stai? Poco fa ho sentito Riley e mi ha detto che anche questa mattina ha avuto qualche piccolo problemino…”
“Se per ‘piccolo problemino’ lei intende il vomitare fino a rimettere anche l’anima, allora sì, ho avuto qualche piccolo problemino questa mattina…” rispose con noncuranza la ragazza. Non dava troppo peso a quei malori, anche se ultimamente, invece che diminuire, andavano facendosi sempre più frequenti.
“Perché non ti fai vedere da un medico? Anche se sei la Cacciatrice, anzi, proprio perché sei la Cacciatrice, non puoi scherzare con la tua salute. Non trascurarla stupidamente” le disse Giles con fare paterno.
“Ok, ok. Adesso me ne vado tranquilla a casa e chiamo il medico per fissare un appuntamento (così la finirete di darmi tutti lo stesso consiglio); poi mi farò un bel bagno caldo, mi berrò una tazza di fumante the alla vaniglia…”, ignorò l’espressione di disgusto che si era dipinta sul volto dell’inglese, “…e poi me ne andrò a letto lasciando che, per una sera, il mio adorato ragazzo e i suoi amici se la cavino da soli. La Cacciatrice si prende una sera di riposo”.
“Mi sembra un’ottima idea: forse sei solo un po’ stanca” convenne Giles.
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Quella sera Riley rientrò dalla caccia più tardi del solito, visto che, ancora una volta, l’Ostile 17 era riuscito ad eludere tutti i loro piani per catturarlo; quando infine rientrò stanco, sudato e leggermente ferito, trovò ad attenderlo una Buffy completamente fuori di sé per la preoccupazione. Il giovane soldato, completamente sorpreso per lo stato d’animo della sua compagna, ebbe il suo bel da fare per tranquillizzarla, ma a furia di baci, rassicuranti abbracci e tenere carezze riuscì a restituirle un po’ di calma.
Fecero l’amore, come praticamente tutte le sere, ma questa volta Buffy non provò praticamente alcun piacere. Ovviamente finse di essere in estasi per non ferire il suo ragazzo, ma dentro di sé non riusciva a spiegarsi il perché di quella completa mancanza di coinvolgimento. Riley era dolce ed era decisamente un ottimo amante e un paio di volte insieme a lui era quasi riuscita a raggiungere quel piacere totale che aveva provato quell’unica volta con…
“NO!!!” urlò nella sua mente la Cacciatrice, mentre il suo compagno, ormai svuotato di ogni energia, si era addormentato al suo fianco. “Non è possibile che dopo tanto tempo io ripensi ancora a quella notte: Riley è meraviglioso e non ho mai potuto lamentarmi di lui neanche come amante. E non è certo colpa sua se ultimamente io…non provo piacere… Deve esserci veramente qualcosa che non va… Poco male: domani ho appuntamento con il medico, così risolveremo questa situazione una volta per tutte”.
Si addormentò, e per la prima volta dopo mesi, sognò Angel. Lo vide che la baciava appassionatamente in piena luce del sole; lo vide sdraiato accanto a lei, nudo, che mangiava gelato al cioccolato; lo vide attaccato da un demone come quello che aveva incontrato nel suo ufficio e lo vide gravemente ferito… L’ultima immagine che ebbe di lui era quella di un Angel sorridente che teneva qualcosa fra le braccia con tenerezza infinita… Non fece in tempo a capire cosa avesse in braccio perché ormai si stava svegliando e le immagini del sogno si facevano confuse e scappavano dalla sua memoria come i vampiri scappano, quasi senza lasciare traccia, dalla luce del sole. Quando si svegliò dubitò persino di aver sognato…solo pochi frammenti rimanevano ancora impressi nella sua mente, e presto, probabilmente, sarebbero fuggiti anche quelli.
Non ne parlò, ovviamente, con Riley, neanche quando il ragazzo le chiese cosa avesse sognato di tanto bello da farla gemere e mugolare per tutta la notte.
“Spero almeno che stessi sognando me” disse con aria fintamente risentita.
“Veramente io stavo sognando di farlo contemporaneamente con Brad Pitt, George Clooney e Mel Gibson… Ma certo che stavo sognando te, scemo!”. Non sapeva perché gli aveva mentito, non avrebbe voluto farlo: stare zitta sarebbe stata la cosa di gran lunga migliore. “Non avrebbe neanche potuto accusarmi di avergli mentito. Comunque ormai è fatta, e lui è contento: ci manca poco che si metta a scodinzolare!!!” pensò.
“Adesso devo alzarmi: ho appuntamento col medico questa mattina”.
“Finalmente ti sei decisa!!!” le disse, baciandola dolcemente. Ma anche questa volta a Buffy diede fastidio quel contatto con lui e, con la scusa che era in ritardo, si divincolò velocemente dall’abbraccio del ragazzo. La nausea la stava assalendo di nuovo, ma fortunatamente quella volta fu meno peggio di tante altre.
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Due giorni dopo il telefonò dell’appartamento di Buffy e Riley squillò e fu la ragazza a rispondere: era il dottor Miller, il medico da cui si era fatta visitare.
“Tutto a posto signora Summers…”.
“Signorina” lo corresse Buffy.
“Oh, io credevo che…” cercò di dire il medico.
“E poi come fa a dirmi che va tutto bene: ancora questa mattina sono stata malissimo ed ora comincio a star male anche tutto il resto della giornata. Mal di testa, mal di schiena…e poi sono così nervosa ed apprensiva. E adesso che ci penso ho anche saltato l’ultimo ciclo. E lei viene a dirmi che va tutto bene!!!” lo interruppe Buffy ancora una volta, quasi aggredendolo.
“Beh Buffy, credo proprio che salterà ancora sette o otto cicli, ma i malesseri, se tutto va come deve andare, dovrebbero passare dopo il primo trimestre. Per quanto invece riguarda l’ansia, beh, temo che a quella dovrà abituarsi: i figli causano preoccupazioni e paure da quando nascono a quando muoiono”.
“Cosa diavolo c’entrano i figli ades…”. Buffy si interruppe, incominciando ad intuire ciò che il medico le stava dicendo.
“Lei è incinta Buffy” sentenziò il dottor Miller senza lasciare alcuna possibilità di replica. “Non è stato possibile stabilire di quante settimane sia, per quello ci vorrà anche un’ecografia, ma credo che lei abbia già un idea di quando questo bambino possa essere stato concepito. Congratulazioni!”.
“Grazie” biascicò Buffy ancora scioccata e Riley entrò in cucina giusto in tempo per evitarle di avere un incontro troppo ravvicinato con le piastrelle del pavimento. Si sentiva svenire: era incinta!
“Ma non è possibile, io e Riley siamo sempre stati
attenti” diceva una parte di lei.
Ma un’altra parte del suo essere controbatteva: “Beh, non proprio
sempre attenti: quella volta, dopo quella terribile caccia, non avete certo
badato alle precauzioni, e neanche quell’altra volta nella vasca da bagno…”.
“Ok, ok, abbiamo capito. Va bene è possibile, ma è anche
bello…?”.
Buffy sentiva quei pensieri come se tutto il suo essere si fosse scisso in due
parti che adesso “combattevano” fra loro.
Di fronte a sé vedeva Riley che, preoccupatissimo, muoveva le labbra, ma non riusciva a sentire i suoni e le parole che uscivano dalla sua bocca. Poi la sua mente si schiarì un attimo e la sua coscienza tornò ad essere unitaria. Questo le permise di dire a Riley quelle tre parole che avrebbero radicalmente cambiato le loro vite: “Aspetto un bambino”.
A quella dichiarazione Riley ammutolì di colpo, ma all’espressione sorpresa del primo momento se ne sostituì in brevissimo tempo un’altra che definire estatica e sognante sarebbe stato riduttivo. L’abbracciò talmente forte che quasi la soffocò, e coprendola di baci finì per toglierle del tutto il fiato, tanto che la ragazza dovette allontanarlo per riprendere a respirare.
Riley sprizzava gioia da tutti i pori e da una mezz’ora non faceva altro che ripeterle quanto la amava e quanto sarebbero stati perfetti come genitori. Aveva persino già cominciato a pensare a dove e come sistemare la cameretta del bambino e a che nome gli avrebbero dato: “Se sarà maschio potremmo chiamarlo Robert, come mio padre, mentre se sarà una bimba potremmo chiamarla Mary, come mia madre, o Joyce, come la tua”.
Buffy storse il naso sorridendo: non intendeva in nessun modo dare a suo figlio il nome di uno dei suoi cari. Non le piaceva, e dargli il nome di uno significava scontentarne un altro. L’entusiasmo di Riley però l’aveva contagiata e la domanda che si era posta, “Lo voglio o no questo bambino?”, aveva ricevuto una risposta affermativa. Certo, non sarebbe stato semplice, lei era pur sempre la Cacciatrice ed aveva precisi doveri, ma quella che cresceva in lei era la sua creatura, e già l’amava alla follia.
Per quel giorno decisero di non svelare la lieta notizia ancora
a nessuno perché volevano godersi da soli quella felicità così
improvvisa ed inattesa.
Riley quella sera le preparò una deliziosa cenetta a lume di candela
e passarono il resto della serata a progettare il loro futuro e quello del loro
bambino davanti al caminetto, acceso anche se fuori faceva ancora caldo.
Solo un pensiero ribelle guastò la gioia di Buffy, proprio un istante prima di addormentarsi. Nella sua testa continuava a sentire un voce che ripeteva “…peccato che non sia di Angel…”.
CAPITOLO III
Sunnydale.
Joyce era indaffaratissima: aveva già contattato il fiorista
per gli addobbi della chiesa, aveva prenotato il ristorante, aveva preparato
le partecipazioni e si era occupata dei genitori di Riley, che erano venuti
apposta dall’Iowa per conoscere la futura nuora.
Pochi giorni dopo l’aver saputo della gravidanza di Buffy, infatti, Riley
le aveva chiesto di sposarlo donandole un bellissimo anello con un piccolo diamante.
Buffy ancora stentava a crederci: lei, la Cacciatrice, quella che non avrebbe
mai potuto avere una vita normale, quella che non avrebbe neanche dovuto sopravvivere
fino ai vent’anni, si sarebbe sposata di lì a pochissimo con un
ragazzo straordinario che l’adorava e che lei adorava, e presto gli avrebbe
dato un figlio. La attendeva una vita normale, o quasi, ed era quello che aveva
sempre desiderato…
Sarebbe stato un matrimonio perfetto il loro, e in tutti i suoi sogni ad occhi
aperti Buffy si vedeva ormai vecchietta, circondata da una marea di nipotini
e con Riley sempre accanto a lei. L’unica cosa che la disturbava un po’
era il fatto che, dato che era incinta, tutti (e non solo Riley) la trattavano
come se fosse una bambolina di porcellana che il minimo urto avrebbe potuto
mandare in mille pezzi: sua madre quasi non la lasciava partecipare ai preparativi
per la cerimonia per il timore che si stancasse troppo (“Mamma, vuoi per
caso andare tu a prendere le misure dal sarto al posto mio e magari, già
che ci sei, vuoi sposarti tu con Riley?” le aveva detto una volta, esasperata
dall’atteggiamento iperprotettivo della madre); il signor Giles la dispensava
una sera sì e l’altra pure dalla ronda, costringendo Riley ad un
doppio lavoro; Riley e Willow non la lasciavano un attimo sola e persino Spike,
da quando aveva saputo del bambino, sembrava aver smesso di darle il tormento.
Certe volte avrebbe voluto urlare che lei era incinta, non un’invalida,
ma poi pensava che lo facevano solo perché le volevano bene, e il disappunto
le passava in fretta.
Per quanto sua madre stesse organizzando tutto a puntino, c’erano delle cose che solamente lei, Buffy, poteva e doveva fare. Chiese pertanto a Willow e Cordelia di farle da damigelle (la strega quasi scoppiò a piangere dalla commozione quando glielo chiese, come se non fosse stata la cosa più scontata del mondo) e quindi si recò dal signor Giles.
Lo trovò a casa sua, e, tanto per cambiare, era immerso in uno dei suoi soliti libri di demonologia, con una tazza di the fumante sul tavolino.
“Ma lei non stacca proprio mai?” gli chiese, divertita, Buffy, continuando a spostare gli occhi dall’uomo al libro.
“No se questo significa ridursi a guardare Passioni o altre schifezze del genere per passare il tempo. Ci ho provato per un paio di giorni, ed è mancato poco che impazzissi!!!”.
Buffy scoppiò a ridere di cuore: proprio non ce lo vedeva il suo ex-Osservatore a guardare quella assurda telenovela!!!
“Cosa posso fare per te, oltre che chiederti come stai, anzi, come state, e offrirti una tazza di the?” le chiese.
“Alla vaniglia?” chiese a sua volta Buffy, per stuzzicarlo.
La faccia di Giles la fece di nuovo scoppiare a ridere: “Per favore Buffy…” disse con tono scandalizzato “…sono inglese io!!!”, e cominciò a ridere anche lui.
“Va bene, allora vada per il the classico, ma almeno del limone ce lo posso mettere, vero?”.
“Anche un po’ di latte, se proprio ci tieni a rovinarlo, ma nessun’altra diavoleria o ti caccio di casa!!!”.
Presero il the insieme, accompagnandolo con dei deliziosi biscotti al burro (anche quelli tipicamente inglesi). Quando infine terminarono la loro piccola merenda, Buffy ricordò il motivo per cui l’aveva cercato.
“In realtà, signor Giles, non ero venuta per prendere il the. C’è un favore che vorrei chiederle… E’ piuttosto importante” disse con aria tutto d’un tratto seria.
“Qualsiasi cosa, Buffy” rispose l’uomo altrettanto seriamente.
“Beh… ecco signor Giles, io… io sono qui per chiederle di… sì, insomma… sono qui per chiederle di accompagnarmi all’altare…”.
Giles quasi si strozzò con l’ultimo boccone di
biscotto al burro: era la cosa che più aveva desiderato al mondo dal
momento in cui aveva saputo delle nozze di Buffy. Buffy per lui non era la Cacciatrice:
Buffy era solo la figlia che non aveva mai avuto; aveva rinunciato a tutto ciò
in cui credeva (il Consiglio) pur di non esporla a rischi inutili, ed aveva
persino perdonato Angel per la morte di Jenny solo ed esclusivamente perché
lei glielo aveva chiesto. E ora quella ragazza le stava chiedendo di assolvere
al sacro dovere di un padre di accompagnare la propria figlia all’altare.
Quando si riebbe dalla splendida sorpresa, si impose tuttavia di ragionare:
“E tuo padre?” le chiese esitante, temendo che la ragazza potesse
fraintendere o anche solo semplicemente cambiare idea.
“Mio padre mi ha fatto sapere che è felicissimo per me, ma che per il giorno del mio matrimonio lui dovrà essere a Parigi per il compleanno della nonna della sua segretaria, una ragazzina forse persino più giovane di me che, al momento, è la sua compagna. Gli dispiace moltissimo, ma proprio non potrà esserci…” disse con un sarcasmo tanto forte da mascherare persino il dolore per quell’ennesima delusione.
“Mi dispiace tantissimo Buffy…” le disse Giles, carezzandole delicatamente il viso. Buffy seppe in quel momento che se un giorno le avessero chiesto chi fosse suo padre, lei avrebbe fatto il nome di quell’adorabile topo da biblioteca inglese.
“A me no, e quindi non si dispiaccia troppo neanche lei. Quell’uomo è uscito dalla mia vita tanto tempo fa, nel momento in cui avevo più bisogno di lui, e io l’ho invitato solo per pura formalità. Il suo abbandono non mi fa più star male, anche se me ne ha fatto in passato, ma è acqua passata. Provo solo un po’ di pena per lui… E poi è un altro l’abbandono che non supererò mai definitivamente…”. Aveva aggiunto quell’ultima frase senza neanche rendersene conto, ma quando realizzò ciò che aveva detto un attimo di imbarazzatissimo silenzio calò sulla stanza.
“Gli hai già parlato del tuo matrimonio?” chiese infine Giles, comprendendo che l’argomento non avrebbe potuto essere semplicemente ignorato, come avevano fatto tutti finora, ancora a lungo.
“A meno che Cordelia, o qualcun altro, non gli abbiano detto qualcosa, Angel non sa neanche che aspetto un bambino” rispose Buffy, senza capire se quello che provava era senso di colpa o semplice tristezza per la piega che avevano preso i rapporti fra lei e il vampiro da quando lui aveva lasciato Sunnydale.
“E…conti di dirglielo?” chiese con molta cautela l’uomo.
“So che dovrei farlo, ma non so né quando né soprattutto come: non mi piace l’idea di dirgli tutto al telefono, senza poter affrontare il suo sguardo o la sua reazione, ma sono sicura che se lo vedessi di persona non riuscirei a dirgli un bel niente. Certo, lui capirebbe la situazione al volo…mi leggerebbe l’anima con un solo sguardo, come ha sempre fatto…ma non sarei stata io a dirglielo… Non so quale sia la soluzione meno vigliacca!”.
“Se vuoi posso chiamarlo io” si offrì Giles.
“Ecco, questa è decisamente la soluzione più vigliacca! No, signor Giles: grazie lo stesso, ma è una cosa che devo fare io. In fondo è merito suo se ora sono così felice, se finalmente avrò una vita quasi normale…se ne è andato apposta… Devo essere io a parlargli” disse la Cacciatrice con un tono che non ammetteva repliche.
“Allora chiamalo. Andare sino a Los Angeles per tornare indietro mezz’ora dopo, magari con il cuore gonfio di pianto, non servirebbe a farlo stare meno peggio…perché che ci starà male è assicurato…, e inoltre sarebbe uno stress inutile sia per te che per il bambino” la consigliò Giles, con fare paterno.
Buffy non era ancora affatto convinta che quella fosse la cosa giusta da fare (come se ci fosse un modo giusto per fare del male ad una persona cara!!!), ma decise di dare ascolto al suo ex-Osservatore.
“Grazie” bisbiglio dandogli un tenero bacio sulla guancia. Quindi fece per andarsene, ma proprio sulla soglia di casa si voltò di nuovo e disse: “Signor Giles? Non mi ha dato una risposta…”.
“Sarò onorato ed orgoglioso di accompagnare la sposa all’altare” disse sorridendo mentre, a quelle parole, anche dal volto di Buffy scomparve qualsiasi preoccupazione o velo di tristezza per lasciare spazio al più sincero dei sorrisi.
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Quello stesso pomeriggio, a Sunnydale e Los Angeles.
“Mamma, hai visto la mia agenda?” chiese Buffy, urlando dalla sua camera alla madre che, in cucina, stava seguendo la sua quotidiana puntata di Passioni.
“No, tesoro” rispose telegraficamente la donna, anche se Buffy era assolutamente certa che sua madre non avesse neanche capito quello che le aveva chiesto.
“Maledetto Passioni, e adesso come facc…”.
“Ma chi voglio prendere in giro? Non ho bisogno dell’agenda: conosco quel numero a memoria, anche se non l’ho composto spesso…”
Buffy allungò una mano quasi tremante verso il suo cordless e compose il numero.
Libero.
“Salve, qui è la Angel Investigation: possiamo fare qualcosa per aiutarla?”.
Buffy restò completamente interdetta quando a risponderle come una segreteria telefonica era stata una voce femminile del tutto sconosciuta.
“Pronto? C’è qualcuno in linea?” domandò di nuovo la voce.
In un gesto istintivo, risentito ed irrazionale, Buffy riattaccò
il telefono senza dire una sola parola.
Furono momenti di grande confusione per la Cacciatrice. “Chi è
questa donna? Come si chiama? E’ bella? L’ha assunta Angel? Perché
l’ha assunta? E soprattutto perché ho reagito così? Perché
le ho riattaccato la cornetta in faccia senza fiatare?”. Queste e mille
altre domande si affollarono nella mente di Buffy fino a quando, con rabbia
(perché non le piacevano affatto le risposte che lei stessa dava a quelle
domande), decise di ignorarle completamente. “Oh, insomma, Buffy: Cordelia
se ne è andata e loro hanno assunto una nuova segretaria. Non è
una cosa poi così eccezionale!!!” si disse.
Quindi riprese il telefono e, questa volta preparata, attese che quella voce
rispondesse di nuovo. Quando questo, dopo pochi istanti (come se la donna fosse
attaccata all’apparecchio) avvenne, Buffy si affrettò a dire: “Salve,
sono un’amica di Angel e ho bisogno di parlargli: è urgente”.
La ragazza dall’altra parte del filo le rispose, senza scomporsi minimamente: “Dubito che lei possa esserlo veramente: se fosse davvero un’amica di Angel saprebbe che è altamente improbabile, per non dire quasi impossibile, trovarlo in ufficio a quest’ora del giorno”.
Ancora una volta Buffy si trovò completamente spiazzata, ma questa volta si riprese subito: “Se si riferisce al fatto che Angel è un vampiro, mi creda, lo so benissimo; così come so che abita nell’appartamento sotto l’ufficio e che quindi lei può tranquillamente andare a chiamarlo... senza che per questo lui debba esporsi alla luce di quest’ora del giorno” disse la Cacciatrice, senza far nulla per mascherare la stizza presente nelle sue parole.
La ragazza tuttavia non raccolse la provocazione, e con un tono sempre molto cordiale e affabile le rispose: “Angel in questo momento sta riposando ed io non ho nessuna intenzione di andare a disturbarlo, fondamentalmente per due motivi: il primo è che, visto che lavora tutte le notti come un disperato, mi sembra il minimo che di giorno possa riposare in santa pace; secondo, mi manca il fegato di andare a svegliarlo... Ma se mi lascia il suo nome e il suo indirizzo, o un recapito telefonico, la farò contattare non appena arriverà in ufficio”.
“Io ho bisogno di parlargli adesso!” disse Buffy, temendo che non avrebbe mai più trovato il coraggio di fare quello che stava facendo.
“Non insista signorina: le ho detto che ora non è possibile” ribatté con la consueta calma la segretaria.
“Ma non poteva scegliersi una segretaria un po’ meno zelante: Cordelia andava decisamente meglio”. Buffy fece ancora qualche tentativo per ottenere ciò che voleva, ma si infransero tutti contro l’inflessibilità della donna. Alla fine dovette arrendersi: “Bene, allora gli dica che lo ha cercato Buffy Summers e che ho urgente bisogno di parlargli: gli dica che non è niente di grave, ma che è importante ugualmente. Il mio indirizzo e il mio numero di telefono li conosce benissimo. Grazie!” e sbatté il telefono in faccia alla segretaria.
“Maleducata” fu tutto quello che disse la donna, riagganciando a sua volta la cornetta.
“Chi è la maleducata?” chiese Doyle, che entrava in ufficio proprio in quel momento.
“Una ragazza che pretendeva di parlare con Angel a quest’ora! Una certa Biffy...”.
“Chi?” la interruppe Doyle. “Buffy? Buffy Summers?”.
“Sì, esattamente. Ma che razza di nome è poi Buffy?”.
Doyle quasi si mise le mani nei capelli: non c’erano dubbi che fosse la segretaria più efficiente e zelante del mondo, ma cominciava a nutrire seri dubbi sul fatto di aver scelto la persona giusta. “Se Buffy lo ha chiamato vuol dire che aveva sicuramente qualcosa di importante da dirgli: sarà meglio che svegli Angel!!!” e si avviò verso l’appartamento del vampiro, ignorando del tutto le proteste della segretaria.
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Sunnydale, mezz’ora dopo.
Adesso anche Angel sapeva tutto. Non era stato facile dirgli tutto quando, dieci minuti dopo la fine del suo colloquio con la sua segretaria, Angel l’aveva chiamata.
“Alla fine si è decisa a venirti a svegliare, allora!” gli disse Buffy, senza riuscire a reprimere una risatina: la stizza che aveva provato fino a pochi minuti prima si era dissolta quando aveva sentito la voce, ancora leggermente impastata dal sonno, di Angel.
“Veramente no: è stato Doyle a chiamarmi. Mi dispiace...”.
“Dispiace a me averti svegliato, ma non potevo aspettare di più. Spero per te che questa segretaria sia carina almeno la metà di quanto è rompiscatole, altrimenti...”.
“E’ una ragazza inglese fredda come un iceberg: persino Giles non la sopporterebbe...figurati il mio ribelle sangue irlandese... Ma Doyle l’ha assunta in prova e non posso certo licenziarla senza motivo... anche se spero che se ne vada presto...” disse francamente il vampiro, il che fece ridere ancora Buffy.
“Oh, povero Angel...” lo canzonò. Non poteva vederlo, ovviamente, ma sapeva che il quel momento anche il suo ex-ragazzo stava sorridendo. “Peccato che quella che ho da darti non sarà probabilmente una notizia troppo bella per te” pensò con rammarico Buffy, che aveva sempre adorato quei rari sorrisi di Angel.
“Cosa devi dirmi di tanto importante?” le chiese il vampiro.
“Non è niente di grave, non ti preoccupare, anche se temo che la cosa non ti farà piacere... quindi ti prego di non interrompermi” cominciò a dirgli Buffy.
Gli raccontò tutto, in ogni minimo dettaglio, senza che Angel la interrompesse neanche una volta. Quando terminò di parlare, nessun suono proveniva dall’altro capo del filo telefonico.
“Angel...” disse allora Buffy, le cui orecchie erano ferite da quell’assoluto silenzio. “...ci sei ancora? Dimmi qualcosa, per favore...”.
Angel dovette raccogliere tutte le sue forze: Buffy si sarebbe sposata con Riley e gli avrebbe dato un figlio... si sentiva morire un’altra volta... e questa volta faceva molto più male di quando era morto veramente più di due secoli prima... “Beh, congratulazioni Buffy: a te e a Riley” fu tutto quello che, sforzandosi al massimo, riuscì a dirle senza che la sua voce tremasse.
“Il matrimonio sarà tra due settimane... prima di non riuscire più ad entrare nel vestito... e ci piacerebbe che tu e Doyle vi partecipaste” disse Buffy, sentendosi una vigliacca.
“Sei proprio sicura che lo sposo la pensi come te? Io ho i miei dubbi in proposito...!” chiese Angel, tentando disperatamente di metterla sul ridere: non voleva che Buffy sentisse quanto quelle notizie lo avessero annientato. “E comunque, mi dispiace, ma in questo momento non possiamo proprio allontanarci da Los Angeles: non sono ancora riuscito bene a capire cosa stiano combinando alla Wolfram & Hart, ma qualunque cosa sia puoi star tranquilla che non è nulla di buono. E poi Annie non me lo permetterebbe mai...”.
“Annie?” chiese con curiosità Buffy.
“Sempre la solita segretaria inglese, fredda e zelante (credo che ormai sia lei a comandare qui dentro): con la scusa che sono immortale ha riempito la mia agenda di impegni da qui fino all’eternità... Mi dispiace, ma non potremo proprio esserci...” le disse e, per la prima e ultima volta in tutta la sua vita, Angel fu quasi grato a quella maledetta combriccola di avvocati che gli forniva una scusa più che plausibile per non partecipare a quel matrimonio... per non partecipare al suo secondo funerale...
Buffy non si aspettava che avrebbe accettato, ma quel rifiuto la sollevò o ferì allo stesso tempo: suo padre non ci sarebbe stato, e questo era poco male, ma pensare di compiere un passo così importante della sua vita senza avere Angel al suo fianco... “Beh, se cambiate idea o se riuscite a liberarvi per una sera, sappiate che l’invito è sempre valido... e se proprio quell’arpia della vostra segretaria rompe, portate anche lei... ma solo se non potete proprio farne a meno!!!” disse Buffy, mettendola anche lei sullo scherzo.
“Se sarà appena appena possibile, non mancheremo” le rispose Angel, sperando di essere riuscito ad assumere un tono credibile. “Altrimenti... tanti auguri ancora...”.
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Buffy era incredibilmente bella nel suo abito bianco come la neve e vaporoso come una nuvola di bel tempo. Aveva rose bianche incastrate nell’elaborata acconciatura e al collo portava un filo di perle purissime, dono di sua madre.
Era radiosa mentre Giles, l’unico uomo che le aveva veramente voluto bene come un padre, l’accompagnava all’altare sulle note di una marcia nuziale scritta appositamente per quella cerimonia da Oz; i suoi occhi brillavano come stelle mentre, davanti al pastore, pronunciava il fatidico “Sì” e lasciava che Riley le infilasse al dito la vera nuziale…
Angel, nascosto dietro un albero, sperò per un attimo
che il sole sorgesse a mezzanotte e ponesse così fine alla sua eterna
sofferenza.
Ricordava quella sera al porto di meno di due anni prima, quando era stato lui
a mettere un anello al dito di Buffy: un anello Claddagh…un anello di
matrimonio… Buffy non aveva capito, non aveva compreso appieno il significato
di quel piccolo cerchietto di metallo…non aveva capito che non era stato
solo un semplice regalo di compleanno… Non aveva capito, ed ora stava
giurando amore e fedeltà eterni ad un altro.
Angel chiuse un attimo gli occhi ed immaginò di essere al posto di Riley
Finn.
“Vuoi tu, Buffy, prendere il qui presente Angel come tuo
legittimo sposo, e promettere di amarlo e rispettarlo nella ricchezza e nella
povertà, nella salute e nella malattia, nella buona e nella cattiva sorte
finché morte non vi separi?”.
“Sì, lo voglio”.
“E allora per l’autorità conferitami vi dichiaro marito e
moglie. Angel, puoi baciare la sposa”.
…Quante volte lo aveva sognato… Quante volte lo aveva desiderato… Quante volte si era svegliato pronunciando quella minuscola parolina che lo avrebbe legato a lei per tutta la vita…finché morte non vi separi…
Un sorriso amaro si dipinse sulle labbra del vampiro: “Finché morte non ci separi…già…la SUA morte…a me non è concesso neanche il sollievo di poter morire… Ed è per questo che, in questo preciso istante, accanto a lei sull’altare c’è Riley e non io. Riley è la sua vita, è la sua normalità, è l’uomo che invecchierà accanto a lei…che invecchierà CON lei. Io non avrei mai potuto darle tutto questo…non avrei mai potuto darle dei figli…non avrei mai potuto darle neanche l’amore… Fa male, fa male da morire, ma ora so di aver fatto la scelta giusta, l’unica scelta che potessi prendere per dimostrarle il mio amore. Ed ora è giunto il momento di portare l’opera al compimento completo: è ora di salutarci Buffy. Per sempre. Non so quanto io sia sincero nell’augurarti di essere felice accanto a lui per tutta la vita: avrei voluto dartela io quella felicità… Ma il destino, per quanto io non ci creda troppo, ha deciso diversamente ed ora siamo giunti al momento di tagliare definitivamente i ponti. Anche se tu non puoi saperlo, questo è un addio. Avrai sempre un posto nel mio cuore, nella mia mente…nella mia anima…ma non ci vedremo mai più, neanche per lavoro. Continuerò a vegliare su di te, questo è certo, ma tu non lo saprai. Una volta mi hai definito il tuo angelo custode: dubito fortemente che io possa essere un angelo, ma senza dubbio sarò il tuo custode, silenzioso ed invisibile. Addio Buffy. Ti amo”.
Angel voltò le spalle al bacio degli sposi.
Non poteva mancare ad un momento così importante nella vita di Buffy,
ma l’essere stato presente gli aveva fatto ancora più male di quanto
avesse pensato.
Se ne andò, lottando disperatamente per trattenere le lacrime e il demone
che si portava dentro e che, in quel momento, urlava e si dimenava per azzannare
a morte Riley e portarsi via Buffy…per renderla simile a lui (Angelus
ricordava ancora il sapore inebriante del sangue della Cacciatrice)… per
farla sua per sempre.
Angel se ne andò, vincendo la seconda battaglia, ma non la prima: le
lacrime fluivano copiose dai suoi occhi mentre, per l’ultima volta, guidava
da Sunnydale a Los Angeles.
Il giorno dopo decise di cambiare ufficio e tutti i suoi recapiti telefonici (litigò persino con la società dei telefoni perché il numero dell’agenzia scomparisse dall’elenco): aveva tagliato tutti i ponti e, ora che le aveva assicurato una vita normale, non voleva che Buffy, o chiunque altro, potessero ricostruirli.
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Il pastore aveva appena terminato di dichiararli marito e moglie
e Riley la stava baciando con dolcezza. Buffy stava rispondendo al suo bacio,
felice come poche altre volte nella sua vita, quando, tutto d’un tratto,
sentì qualcosa rompersi dentro di sé…come se qualcosa si
fosse spezzato. Se avesse potuto ricordare la sensazione provata al momento
della nascita, Buffy avrebbe potuto pensare che era come se le avessero nuovamente
reciso il cordone ombelicale: era stata la dolorosa sensazione di un distacco
netto ed irreparabile, ma la Cacciatrice non riusciva a comprendere da cosa
fosse stata così bruscamente separata.
Scioltasi dal bacio del marito, guardò istintivamente verso un albero
non molto distante da lì (ma abbastanza lontano da rimanere escluso dalle
luci della festa). Buffy non vide nessuno, ma se i suoi occhi non fossero stati
abbagliati dai fari alogeni che illuminavano l’altare, avrebbe forse potuto
vedere una figura alta e slanciata, avvolta in un cappotto nero, che si allontanava
per sempre dalla sua vita a testa bassa.
La Cacciatrice non sapeva esattamente a chi si rivolgesse quando mormorò un sommesso “Addio”, ma qualcosa, in fondo al suo essere, le diceva che, in quel giorno tanto festoso, aveva irrimediabilmente perso qualcosa di importante che nessuno sarebbe mai stato in grado di restituirle.
CAPITOLO IV
Sunnydale, cinque anni più tardi.
Buffy era appena arrivata alla galleria d’arte dove lavorava con sua madre: un’altra estenuante giornata in piedi, a correre dietro ai capricci di clienti insopportabilmente indecisi, la attendeva. E quella sera ci sarebbe stata la ronda…le veniva male solo a pensarci… Comunque era sempre meglio che passare la serata chiusa in casa ad aspettare che Riley si degnasse di rientrare.
Il suo matrimonio stava andando a rotoli e Buffy non aveva più
la forza né la voglia di lottare per salvarlo.
I problemi erano iniziati poco dopo sposati, non appena Buffy aveva partorito.
Dopo quell’avvenimento i poteri della Cacciatrice erano aumentati notevolmente,
come se il parto avesse aperto in lei nuovi canali di energia (o per lo meno
questa era la spiegazione che aveva dato Giles; Buffy, dal canto suo, era più
propensa a pensare che quelle nuove forze le derivassero dal fatto che ora doveva
difendere la vita di suo figlio, oltre che il mondo intero…in fondo era
normale che avesse un istinto materno, solo che il suo era ipersviluppato!).
Riley questo non l’aveva proprio digerito: non lo aveva mai detto esplicitamente,
ma, in cuor suo, aveva sempre dato per scontato che, una volta sposati, Buffy
avrebbe dismesso i panni della Cacciatrice per dedicarsi alla casa e alla famiglia
e avrebbe lasciato a lui il ruolo di eroe di casa. Aveva sempre odiato i poteri
di Buffy, ed aveva sempre intimamente rivaleggiato con lei nel vano tentativo
di dimostrare che era lui il più forte. Si era sentito talmente realizzato
mentre la gravidanza le precludeva la caccia, quando lui rientrava la sera tardi
e la trovava ancora sveglia solo per accogliere l’eroe che tornava a casa
vincitore! Se solo quella situazione fosse durata per sempre Riley sarebbe stato
un uomo felice.
Ma le cose non erano andate così…non potevano andare così…e
Riley non era più stato in grado di tenere a bada e nascondere la sua
crescente frustrazione: non era lui il super-eroe in famiglia…non era
lui a difendere moglie e figlio…non era lui l’uomo di casa!!!
Tutto questo, ovviamente, non poteva non ripercuotersi sul suo rapporto con
Buffy: di amore non ce n’era più già da un pezzo (e forse,
in realtà, non ce n’era mai stato), ma ultimamente erano subentrati
addirittura l’insofferenza e il disprezzo…forse addirittura l’odio…
Tutte le sere Riley usciva, ma non per cacciare (non poteva rischiare di sentirsi
inferiore a sua moglie): si ritrovava a girare per tutta la notte fra i locali
più malfamati di Sunnydale, generalmente ubriaco fradicio, e non si preoccupava
se le donne con cui andava a finire erano umane o demoniache. Non gli interessava
con chi si ritrovava a fare l’amore, l’unica cosa che gli interessava
era di prendersi una rivincita sull’infallibile Cacciatrice…gli
bastava che lei soffrisse quanto soffriva lui.
Per un po’ questa sua tattica aveva funzionato: all’inizio Buffy
veniva a cercarlo e stava malissimo per quello che lui faceva. Passava le nottate
a piangere, chiedendosi se fosse colpa sua; tentava di tutto per riconquistarlo
e si disperava ulteriormente quando vedeva frustrato ogni suo tentativo di riavvicinamento.
Poi però, col tempo, si era rassegnata: si era resa conto che Riley godeva
delle sue lacrime, e aveva deciso di non versarne mai più, non per lui
almeno.
L’unico motivo per cui stavano ancora insieme era la loro
bimba: Ariel.
Ariel era la gioia di Buffy, ma persino il Riley più abbrutito, quando
era con la bambina tornava ad essere il ragazzo tenero, dolce e premuroso che
la Cacciatrice aveva sposato.
Era nata con due mesi abbondanti di anticipo nella primavera di quasi cinque
anni prima, ma nonostante fosse prematura non aveva mai avuto nessun tipo di
problema (Giles aveva ipotizzato che forse la sua natura di Cacciatrice poteva
aver accelerato i tempi della gravidanza, e tutti loro avevano accettato quella
spiegazione senza porsi troppe domande).
Era bionda, come entrambi i genitori, ma aveva dei profondi occhioni scuri che
doveva aver ereditato da chissà quale lontano parente. Aveva quasi cinque
anni, ma il suo carattere timido e riservato era emerso fin da piccolissima.
Non era certo scontrosa, ma non legava facilmente non i suoi compagni dell’asilo:
quando però uno di questi era riuscito ad abbattere il suo muro di timidezza,
Ariel si era dimostrata la compagna di giochi più aperta e divertente
che un bambino potesse desiderare.
Era particolarmente dotata per il disegno (tanto che la sua maestra d’asilo
era rimasta a bocca aperta quando le aveva consegnato il suo primo lavoro) e
per le lingue, e non le mancava certo la fantasia. L’unica cosa che proprio
non riusciva a fare (e difficilmente avrebbe potuto impararlo crescendo) era
cantare: pur avendo una voce bella e squillante era veramente stonata come una
campana, ma sua madre non se ne meravigliava affatto visto che anche lei, quanto
a canto, non era certo un usignolo.
Buffy cercava di passare insieme a lei più tempo possibile, ma tra la
galleria d’arte (quanto odiava quel lavoro!) e la caccia, riusciva a starle
accanto per tre ore di fila solo mentre la bimba dormiva.
Le discussioni con Riley a questo riguardo erano pressoché infinite:
l’uomo pretendeva che Buffy rinunciasse alla caccia per stare con Ariel
(anche se lei sapeva fin troppo bene che i reali motivi di quelle pretese erano
altri) e lei non aveva nemmeno più la voglia di ripetergli fino alla
nausea che non faceva la ronda per divertimento, ma perché era un suo
dovere: un dovere che nemmeno lei desiderava (sognava solo di poter passare
tutta la giornata accanto alla sua bambina invece che doverla mandare all’asilo
di giorno e dalla nonna la sera), ma a cui non poteva ugualmente sottrarsi.
“Solo morendo potrei essere finalmente libera” aveva urlato in faccia a Riley una volta che la loro discussione era stata più accesa del solito. “E’ questo che vuoi? Vuoi che io muoia? Vuoi che mi uccida? O preferisci uccidermi tu come se fossi un mostro qualunque? Non ho scelto né richiesto io di essere quello che sono, ma sono la Cacciatrice, e non me ne posso dimenticare solo per fare piacere ad un maledetto ubriacone e traditore come te!”.
“Magari! Magari fossi maledetto! Almeno avrei potuto sperare in un briciolo del tuo amore!!!” le aveva urlato contro Riley di rimando.
Buffy accusò il colpo, e sentì la rabbia montare
velocemente dentro di sé: era lui che ogni notte la tradiva con una donna
(o vampira) diversa, e adesso aveva il coraggio di accusarla di non amarlo.
Era lui che, se solo ci fosse riuscito, le avrebbe messo le mani addosso e nonostante
tutto riusciva a scaricare su di lei tutte le colpe. Su di lei e su Angel…
In quell’occasione solo il pensiero del vampiro che non vedeva né
sentiva più da anni l’aveva aiutata a calmarsi e a farle passare
la voglia di colpire Riley.
Le mancava Angel, le mancava da morire. Era sparito nel nulla
insieme alla sua agenzia investigativa: “Chissà se la terribile
Annie lavora ancora con loro?” aveva pensato una volta, sorridendo all’idea
di Doyle e del vampiro che rigavano dritti come due scolaretti impauriti dalla
maestra severa.
L’ultima volta che gli aveva parlato era stato quando gli aveva detto
che si sarebbe sposata, cinque anni prima, e non lo vedeva da ancora più
tempo (dal matrimonio di Cordelia e Xander, quando era stata gelosa del fatto
che Willow avesse ballato insieme a lui per quasi tutta la festa)... Inizialmente,
qualche volta, aveva avuto l’impressione che lui fosse vicino, ma se quella
era più di una semplice sensazione, se lui le fosse veramente accanto,
non era mai riuscita a scoprirlo; comunque da tempo erano sparite anche quelle
sensazioni. Sapeva che era vivo (era sicura che se gli fosse successo qualcosa
lei sarebbe stata la prima a saperlo...a sentirlo... In fondo fra loro c’era
un legame di sangue...era un po’ come se Angel fosse il suo sire... e
Spike le aveva spiegato una volta che il legame che c’è tra un
sire e il suo child non è poi così diverso da quello che lega
una madre al proprio figlio e viceversa... con l’unica differenza che
non è l’amore a legarli...). Ma non aveva la più pallida
idea di dove fosse: a Los Angeles? In Irlanda? ... Al polo Nord...? Avrebbe
voluto rivederlo e guardarlo negli occhi, ed essere sicura che, se anche lei
non aveva aperto bocca, lui aveva già capito tutto, aveva già
letto in fondo alla sua anima meglio di quanto persino lei stessa sapesse fare.
Le mancava come amico più che ancora come amante...o per lo meno questo
era quello di cui Buffy cercava di convincersi.
Non era felice Buffy: aveva avuto quella vita quasi normale
che tanto aveva agognato durante l’adolescenza...quella vita normale in
nome della quale Angel aveva sacrificato il loro amore... ma non era felice...
Aveva una bella casa con la staccionata bianca, ma era solo un guscio vuoto,
completamente privo di calore.
Aveva al suo fianco quasi tutti gli amici di sempre (Willow ormai seguiva Oz
in tutti i suoi spostamenti per il mondo), e li amava e loro amavano lei, ma
erano tutti quanti cresciuti e non poteva più esserci fra loro quella
totale condivisione di sogni, desideri ed esperienze che aveva caratterizzato
gli anni del liceo.
Persino con sua madre le cose non andavano benissimo: Buffy non poteva saperlo,
ma Joyce si sentiva tremendamente in colpa per aver chiesto ad Angel di andarsene
e di lasciar vivere a sua figlia una vita normale, accanto ad un ragazzo normale,
ed ora che vedeva lo sfacelo del matrimonio di Buffy...il disastro della sua
vita normale...non faceva che chiedersi se, alla fine, la ragazza non sarebbe
stata più felice accanto al vampiro che aveva amato più di chiunque
altro.
Buffy si sentiva così terribilmente sola, tanto che aveva persino permesso
a Spike, reso innocuo dal chip impiantatogli dall’Organizzazione, di avvicinarsi
a lei (era addirittura diventato suo amico) nella speranza di sentirsi meno
abbandonata; quando non era con Ariel sentiva la disperazione crescere dentro
di sé. Tuttavia bastava un solo sorriso di sua figlia per farle ritrovare
il suo posto nel mondo, per farla sentire di nuovo indispensabile e a posto
con se stessa.
Ed ora qualcosa minacciava Ariel...
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Era cominciato tutto sei mesi prima, quando l’attività demoniaca di Sunnydale era ripresa con rinnovata foga, dopo il breve periodo di quiete che aveva seguito l’ennesima (ma solo temporanea) chiusura della Bocca dell’Inferno. Da allora Buffy aveva dovuto affrontare orde numerosissime di vampiri sempre più agguerriti e decisi ad appropriarsi di quello che loro chiamavano Il Miracolo. La Cacciatrice non sapeva a cosa si riferissero, e nemmeno Giles, in tutti i suoi libri, era riuscito a trovare alcun riferimento a questo Miracolo (giunsero alla conclusione che quello dovesse essere solo l’appellativo che quei vampiri davano a quello che cercavano). Buffy sapeva solo che, qualunque cosa, o chiunque fosse questo Miracolo quei demoni lo stavano cercando accanitamente e di conseguenza lei doveva impedire che lo trovassero, anche se difendere qualcosa di completamente ignoto era un’impresa quasi impossibile.
Poi, una sera, aveva capito chi fosse Il Miracolo.
Aveva appena terminato la ronda, che era stata più massacrante
del solito, e si stava recando a casa di sua madre per prendere Ariel. Quando
era arrivata alla casa, la porta era spalancata. Spike, che l’aveva aiutata
durante la caccia e accompagnata fin lì, assunse immediatamente il suo
volto demoniaco, e questo non era certo un buon segno.
Quando entrarono nel soggiorno trovarono Joyce distesa vicino al divano: non
era morta; era solo svenuta, ma sul suo corpo e sull’arredamento della
stanza si vedevano i chiari segni di una lotta. Di Ariel nessuna traccia.
Buffy era agitatissima, e quando la madre riprese i sensi non riuscì
a fare a meno di aggredirla: “E’ mai possibile che, dopo tanto tempo,
ci caschi ancora? Perché li hai fatti entrare mamma? Non ti è
bastata la volta che Darla ti ha quasi ammazzato per farti imparare la lezione?”.
“Mi dispiace Buffy” cercò di scusarsi la donna. “Io non sono come te; io non riconosco un vampiro con un solo sguardo: per me erano solo una giovane coppia con la macchina in panne che aveva bisogno di chiamare un carroattrezzi…”.
“All’una di notte!!!” chiese Buffy, esasperata dall’ingenuità di sua madre. “E’ già tanto che non ti abbiano ammazzata…dovevano avere una gran fretta per non aver trovato il tempo di farsi uno spuntino… Ma Ariel è sparita”.
Joyce piangeva disperatamente.
“Buffy” intervenne Spike, “se quei due hanno preso tua figlia non credi che sia meglio andarli a cercare piuttosto che perdere tempo prezioso ad urlare contro tua madre? Chiama il signor Giles e chiedigli di accompagnarla al Pronto Soccorso…quella ferita alla testa non mi piace per niente…e poi andiamo. Quei due hanno già un discreto vantaggio, ma se ci muoviamo forse riusciamo ancora a trovare le loro tracce…e poi avvisa Riley…ci darà una mano…” terminò, anche se non sembrava molto convinto di quell’ultima affermazione.
Alle parole di Spike, la mente annebbiata dal panico della Cacciatrice si schiarì. Il vampiro aveva ragione su tutta la linea e Buffy eseguì tutti i suoi ordini. Non riuscì però a contattare il marito: “E’ sicuramente troppo ubriaco, o troppo impegnato a fare qualcos’altro, per non accorgersi del cellulare che suona!!!” disse Buffy con voce carica di disprezzo e di disgusto. Quindi, rivolgendosi alla madre, le disse: “Mi dispiace di averti aggredita in quel modo mamma, ma ero fuori di me. Giles sarà qui tra poco e ti porterà all’ospedale. Tu comunque non ti preoccupare di nulla: la ritroveremo e la riporteremo a casa sana e salva. E’ una promessa” e terminò quel breve discorso abbracciando strettamente la madre.
“Buffy, andiamo!” la incalzò Spike.
La ragazza si sciolse dall’abbraccio di Joyce e si apprestò a seguire il vampiro ossigenato. Sulla porta di casa si fermò ancora un attimo: “Ogni tanto provate a chiamare Riley: dubito che vi risponderà mai, ma…è pur sempre suo padre…in fondo…”. Detto ciò venne strattonata via da Spike, ed ebbe così inizio la caccia più importante della sua vita…la caccia per salvare sua figlia.
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I vampiri avevano almeno un’ora di vantaggio su di loro, ma, per fortuna, nella fretta della fuga non si erano preoccupati di non lasciare tracce. Grazie a questi evidentissimi segni e ai sensi ipersviluppati di Spike i due inseguitori riuscirono a rintracciare i vampiri che avevano rapito Ariel con relativa facilità.
Le tracce li avevano portati ad un vecchio, e norme e fatiscente casolare sulla strada tra Sunnydale e Los Angeles. L’aspetto di quel luogo era decisamente lugubre e teatrale, perfetto per le manie di protagonismo e grandezza di quasi tutti i vampiri.
“Ma si può sapere perché voi vampiri scegliete sempre spazi enormi? Sembra che soffriate di claustrofobia, ma poi non credo che avreste problemi a dormire in una bara chiusa!!!” esclamò Buffy rivolgendosi a Spike.
“Ehi bellezza, ti devo ricordare che stai parlando con uno che vive in un buco di quattro metri per quattro…e, personalmente, non ho mai dormito in una bara: per terra o sotto un ponte sì, ma in una bara no…tranne quando sono morto, ovviamente…ma non direi che in quella occasione dormissi…”.
Buffy pensò alla cripta di Spike e poi, per contrasto, alle immense abitazioni di Angel, e si trovò a sorridere. “Ma come è possibile che due esseri tanto diversi siano praticamente parenti? E come è possibile che siano riusciti a vivere insieme senza uccidersi a vicenda per quasi cento anni?”. La ragazza tuttavia non formulò quelle domande: sapeva che Spike aveva sempre provato soggezione, e forse anche paura, nei confronti di Angel…o meglio, di Angelus…e non voleva mettere a disagio quella che ormai, per un bizzarro scherzo della sorte, era la persona su cui poteva fare più affidamento (e questo era un altro degli infiniti motivi di attrito con Riley).
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Quando entrarono nel casolare, si ritrovarono coinvolti in una
specie di rito.
Una bellissima vampira, in abiti di sacerdotessa greca (e Buffy si chiese se
quell’essere esistesse fin dall’antichità), teneva per mano
Ariel e la guardava quasi con dolcezza, come una cosa preziosa.
Nel salone c’erano almeno un centinaio di vampiri in evidente stato di
eccitazione, e altri continuavano ad arrivarne da una galleria nel sottosuolo.
Ariel era lì, con la sua piccola manina stretta in quella gelida della sacerdotessa; non piangeva ed era tranquilla, come se non avesse alcuna paura di quei mostri. Solo gli occhi e le guance leggermente arrossate tradivano il suo pianto, che tuttavia era probabilmente stato causato dal trauma dell’interruzione del sonno (la bimba stava senza dubbio dormendo al momento del rapimento) piuttosto che da un effettivo spavento. Quello che era chiaro è che non le avevano fatto del male…non ancora, per lo meno.
Quando un ultimo gruppo di una trentina di vampiri arrivò (ormai nella sala ce n’erano quasi duecento), la cerimonia ebbe inizio.
“Miei cari figli e fratelli” disse la sacerdotessa con una voce che sembrava arrivare direttamente dal passato. “Finalmente ci siamo. I nostri fratelli Sandor e Lianna sono finalmente riusciti a trovare Il Miracolo, e adesso lui è qui con noi”.
A quelle parole lo stanzone venne riempito da animalesche urla
di acclamazione per i due vampiri che avevano rapito Ariel.
Buffy e Spike erano nascosti su una balconata sopraelevata e osservavano quella
scena con il cuore in gola: la Cacciatrice cercava disperatamente un modo per
sottrarre sue figlia a quell’orda di demoni, mentre sul volto ancora umano
del vampiro cominciava a farsi strada la preoccupazione.
Il clamore sottostante cessò di botto ad un solo gesto della sacerdotessa.
La vampira spinse delicatamente in avanti Ariel, in modo che tutti i presenti
potessero vederla: la bimba crollava dal sonno, ma orgogliosamente combatteva
contro la pesantezza delle sue palpebre.
“Ecco il nostro miracolo. Ecco colei che con il suo spirito risveglierà la nostra Signora. Ecco colei che ci permetterà di realizzare la prima parte del rito. Poi verrà il sangue di suo padre per terminare il tutto, ma non precorriamo i tempi: tutto deve avvenire nel momento destinato e così la Signora camminerà di nuovo con noi”. Altre acclamazioni seguirono quell’arringa.
Buffy guardò Spike per un istante e rimase scioccata dal terrore che vide impresso nei suoi occhi chiari. “Chi è la Signora, Spike?” gli sussurrò in un orecchio.
“E’ l’uomo nero, l’orco, il lupo cattivo dei vampiri. La Signora è il Male incarnato, è il Diavolo in persona. Quella a cui stiamo assistendo è una sorta di messa satanica in versione vampirica, e se non ci diamo una mossa Ariel ricoprirà presto il ruolo di vittima sacrificale”.
“Ma cosa possiamo fare? Più di duecento vampiri tutti insieme sono decisamente troppi anche per la Cacciatrice...senza contare poi che quella sacerdotessa non mi sembra un vampiro qualunque...”.
“Fai bene a temerla, Buffy. Non l’avevo riconosciuta subito, credevo fosse solo una leggenda, ma quella è Zara, la madre di tutti i vampiri, la figlia della Signora... Deve avere qualcosa come diecimila anni...”.
“Insomma è più vecchia della piramidi!” disse con sarcasmo la ragazza.
“Non scherzare Buffy. Non c’è nulla di cui scherzare. Quella donna ha poteri che neanche puoi immaginarti...potrebbe ucciderti anche solo col pensiero... Facciamo così: tu percorri tutta la balconata fino a trovarti proprio sopra all’altare; io creerò un po’ di confusione con il fuoco. Se Zara perde d’occhio anche solo per un istante Ariel tu piombale addosso e porta via la bambina. Non perdere tempo a cercare di uccidere i vampiri, e soprattutto non pensare neanche per un istante di colpire Zara: saresti morta prima ancora di riuscire a muovere un muscolo... Prendi Ariel e scappa dalla galleria dietro l’altare” le ordinò Spike con un tono che non ammetteva repliche.
“E tu cosa farai intanto?” chiese Buffy, seriamente preoccupata per lui.
“Io me la darò a gambe levate esattamente come te e, se il destino lo vorrà, ci ritroveremo tutti a casa di Giles prima del sorgere del sole. Prendi, queste sono le chiavi della mia macchina e bada che se trovo anche solo un piccolissimo graffio sulla carrozzeria, chip o non chip, ti ammazzo io!!!” disse assumendo il suo volto di demone.
Buffy prese le chiavi con riluttanza (non le andava di abbandonare Spike a quell’accozzaglia di mostri).
“Presto, prima che il rito abbia inizio” la spronò il vampiro.
Buffy si mosse con silenziosa velocità lungo la balconata
e in pochi istanti fu sopra l’altare.
Spike la guardava angosciato: sapeva benissimo che quello che aveva appena elaborato
sarebbe stato, con molta probabilità, un piano suicida. C’erano
troppe incognite, troppe cose che dovevano assolutamente andare per il verso
giusto. Per prima cosa era tutto troppo basato sull’effetto sorpresa,
ed era molto improbabile riuscire a prendere di sorpresa qualcuno che, come
Zara, poteva leggerti nel pensiero (quello era solo uno dei poteri più
insignificanti di quella vampira). Sperava solo che, assorta com’era nel
suo rito, non avesse captato quel loro assurdo piano. In secondo luogo non aveva
la più pallida idea di dove conducesse la galleria dietro l’altare
da cui erano entrati tutti quei vampiri... Ma d’altra parte era l’unica
idea che gli era venuta in mente: l’alternativa era lasciare che uccidessero
Ariel rubandole lo spirito e quindi ricorressero al sangue di Riley per terminare
l’opera di riportare la Signora nel mondo. Il sangue di Riley... Spike
sentiva che c’era qualcosa che non quadrava...
Prese il suo accendino e, il più velocemente possibile,
cominciò ad appiccare il fuoco a tutti i tendaggi vecchi e polverosi
che arrivavano fino al pavimento. Per fortuna le travi che reggevano il tetto
erano abbastanza asciutte e quindi, in pochi minuti, le fiamme sviluppatesi
dai tessuti attecchirono alla struttura rendendo il casolare un immenso forno.
Il panico nella sale era generale (il fuoco era una delle poche cose per cui
i vampiri nutrivano un vero e proprio terrore) e la confusione che si creò
era senza pari.
Con la coda dell’occhio Spike sbirciò quello che succedeva sull’altare.
“Magnifico!” urlò nella sua mente quando si rese conto che
nemmeno Zara si era aspettata quell’intrusione e che Buffy, sfruttando
l’unico attimo di distrazione della vampira, era riuscita a riprendersi
Ariel e ora, senza tentennamenti o stupidi tentativi di eroismo, stava scappando
lungo la galleria.
La prima parte del piano aveva incredibilmente funzionato; ora doveva solo sperare
che il cunicolo imboccato dalla Cacciatrice conducesse effettivamente all’esterno
e trovare un modo per riuscire ad uscire lui stesso da quell’inferno e
raggiungere Sunnydale prima che il sole lo incenerisse.
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Buffy correva disperatamente tenendo Ariel stretta al petto
e limitandosi ad uccidere meccanicamente quei vampiri che, impazziti per il
terrore del fuoco, le si paravano davanti (i due vampiri che avevano rapito
sua figlia furono i primi ad essere ridotti in cenere, ma lei neanche se ne
rese conto).
La galleria sembrava non dovesse terminare mai, ma fortunatamente non c’erano
bivi in cui avrebbe potuto perdersi e così, dopo quelli che le parvero
i dieci minuti più lunghi della sua vita, sbucò finalmente all’aperto,
neanche troppo distante dal luogo nascosto in cui lei e Spike avevano lasciato
la macchina. Aspettò tuttavia qualche minuto prima di mettere in moto
per vedere se Spike fosse riuscito a raggiungerla, ma quando, dalla sua stessa
galleria, cominciarono ad uscire i primi vampiri scampati al rogo del casolare,
avviò il motore e, a tutto gas, si diresse verso la casa del signor Giles,
pregando in cuor suo che Spike riuscisse a salvarsi dalla trappola che lui stesso
aveva creato. Ariel, passato lo spavento per tutto quel trambusto e rassicurata
dalla presenza della madre, smise di piangere e dopo pochi minuti si addormentò,
esausta, sul sedile posteriore dell’auto.
Allontanandosi a tutta velocità da quel luogo, a Buffy parve, per un
attimo, di sentire le grida inferocite di Zara per la perdita del suo preziosissimo
Miracolo.
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Arrivata a Sunnydale trovò la banda al completo a casa del suo Osservatore che, dopo essersi preso cura di Joyce, aveva ricominciato a cercare nei suoi libri una spiegazione per gli avvenimenti di quella notte.
Quando Buffy varcò la soglia di casa tenendo Ariel fra
le braccia, tutti ricominciarono a respirare più liberamente e le abbracciarono
festanti.
Quindi, una volta messa a dormire la bambina accanto alla nonna (che intanto
si era svegliata ed era impazzita di gioia nel vedere la sua nipotina sana e
salva), venne il momento delle spiegazioni.
Xander era infine riuscito, dopo mille tentativi, a parlare con Riley e a spiegarli
cos’era successo e così, prima ancora che Buffy potesse aprire
bocca, suo marito, al quale solo la paura aveva snebbiato un po’ la mente
dai fumi dell’alcool, apparve trafelato sulla porta di casa Giles.
“Cos’è successo? Dov’è Ariel? Quante volte ti ho detto che di devi occupare di lei invece che andare in giro a divertirti massacrando vampiri e affini! Spero per te che stia bene, altrimenti...” la minacciò urlando.
“Altrimenti cosa...patetica larva di essere umano!” sbottò Buffy, che complice la stanchezza per quella notte infernale, aveva ormai abbondantemente superato il limite della pazienza e della sopportazione e non era assolutamente disposta a subire gli insulti del marito. In quel momento Buffy sentì che tutto quello che si era tenuto dentro in quegli anni stava per venire fuori e, nonostante la presenza dei suoi amici e della bambina che dormiva nella camera accanto, decise di non fare nulla per trattenere quella marea traboccante. “Ma guardati, mi fai schifo! E ogni giorno che passa mi fai schifo un po’ di più. Vivi eternamente sbronzo, passando da una puttana all’altra. Se fosse per te tua figlia non avrebbe di che mangiare e di che vestirsi dato che di giorno dormi, invece che andare a lavorare, e di sera sperperi i soldi che IO guadagno in quella maledettissima galleria d’arte! Non ci sono parole per descrivere il ribrezzo che mi fai, e se, dopo cinque anni vissuti in questa maniera, non ti ho ancora mandato al diavolo è solo perché, per qualche strano ed incomprensibile motivo, Ariel ti vuole bene. Ma adesso basta, sono esausta, e di te non voglio neanche più sentirne parlare. Sparisci dalla mia vita e anche da quella di MIA figlia: non posso permettere che cresca con un esempio come te sotto gli occhi. Spero solo che non sia troppo tardi!!!”.
Riley, ormai decisamente fuori di sé, cominciò ad urlare che lei non poteva allontanarlo da Ariel perché lui era suo padre e non glielo avrebbe permesso, e sarebbe andato avanti ancora per molto a ricoprire di insulti Buffy se Xander, spazientito e disgustato da quella scena patetica, non lo avesse preso a pugni mandandolo KO al primo colpo da quanto era sbronzo, e non lo avesse trascinato di peso, svenuto e vestito, sotto il getto di una doccia gelida.
Buffy tremava per la violenza della sua rabbia e piangeva senza
ritegno fra le braccia di Cordelia.
Nessuno aveva voglia di parlare e l’unico rumore nella stanza erano i
singhiozzi della Cacciatrice. Alla fine fu Anya a rompere il silenzio: “Adesso
capite perché certe volte desidero così tanto riavere i miei poteri...se
ce li avessi in questo momento Riley non sarebbe più un problema, e non
venite a dirmi che la cosa vi dispiacerebbe perché non ci credo, vi reputo
troppo intelligenti per poter anche solo pensare di provare pena per lui!!!”.
Nessuno rispose, ma tutti pensarono che, per quanto in passato avessero sempre rimproverato Anya per tutti i disastri che aveva combinato, adesso una bella lezione per quel disgraziato di Riley sarebbe stato proprio quello che ci voleva.
Quando infine Buffy sembrò calmarsi un po’, Cordelia si sorprese a pensare che se Angel fosse stato al corrente della situazione, ciò che Anyanka avrebbe potuto fare a Riley non sarebbe stato nulla in confronto a quello che gli avrebbe fatto lui...Angel, non Angelus...
“Coraggio Buffy, abbiamo cose più importanti da fare che perdere tempo con quell’idiota di tuo marito: raccontaci quello che è successo e vediamo se, alla luce di questi nuovi fatti, riusciamo a vedere un po’ più chiaro in tutta questa faccenda. Poi tu vai a stenderti un po’ insieme a tua madre e a tua figlia...tre generazioni di Summers nello stesso letto: dovrò tenere su i muri di casa!!!” le disse Giles, accennando un sorriso.
Buffy raccontò loro tutto quello che aveva visto e sentito. Quando fece il nome di Zara il suo Osservatore la guardò a bocca aperta e quando nominò la Signora l’uomo sbiancò paurosamente, con negli occhi la stessa espressione terrorizzata che la Cacciatrice aveva visto sul volto di Spike poco più di un’ora prima.
“La Signora! ... Zara! ...” disse Giles con voce strozzata. “Credevo che fossero delle leggende: tutti i miei libri ne parlano come di miti persi nella notte dei tempi. E invece sono reali, sono vere, e sono qui a Sunnydale!!!”.
“Aspetti signor Giles, io non ho capito niente: chi è questa Signora? E cosa le è successo per aver bisogno di essere risvegliata?” chiese Cordelia, dando voce alla muta domanda di tutti i presenti.
“La Signora era l’espressione del Male più puro. Spike ti ha parlato del Diavolo, ma si sbagliava: è molto, MOLTO peggio. Il Diavolo non è che un suo misero figlio, proprio come Zara. E’ lei che ha dato origine ai progenitori di ogni stirpe di demoni in tempi tanto antichi da non poter neanche essere concepiti dalla mente umana. Venne sconfitta nella lotta primordiale fra il Bene e il Male, dopo che per millenni si era battuta, da sola, contro tutte le schiere del Bene. Fu sconfitta, ma non distrutta. Tutto quello che riuscirono a fare fu di privarla del suo spirito e del suo corpo, rendendola inoffensiva fino a che non fosse venuto il giorno in cui uno dei suoi figli non avesse generato il Frutto dell’Impossibile (evidentemente quello che loro chiamano il Miracolo). Tale creatura avrebbe allora potuto renderle il suo spirito, mentre il sangue del suo demoniaco genitore le avrebbe reso il corpo. La maledizione sembrava destinata a non spezzarsi mai dato che i demoni, di qualunque razza essi siano, non possono generare figli, ma evidentemente questo è successo, o per lo meno, Zara e i suoi scalmanati seguaci sono convinti che sia successo” concluse la sua spiegazione il signor Giles.
“Ma tutto questo non ha nessun senso” disse Buffy, asciugandosi con rabbia l’ultima lacrima che ancora le rigava il volto. “Zara ha detto che il Miracolo era Ariel, e per quanto Riley si comporti come tale, non è certo un mostro, è solo un essere umano. La prego signor Giles, non mi dica che il figlio di questa Signora sono io! Non mi dica che sono anch’io una creatura demoniaca!!!” terminò con voce supplichevole.
“No tesoro, non ti preoccupare. Le Cacciatrici, sebbene non siano completamente umane, sono senza dubbio state generate dalle forze del Bene: non sei un demonio...anche se in passato, qualche volta, mi hai fatto disperare più di loro...” rispose l’ex-bibliotecario, cercando nuovamente di smorzare la tensione. Quindi, rifattosi serio dopo aver ricevuto un accenno di sorriso da parte di Buffy, continuò: “Però hai ragione sul fatto che tutto ciò non ha senso. Potrebbe trattarsi di un errore, di uno scambio di persona, ma non ne sono troppo convinto...dubito che avrebbero messo in piedi tutto questo apparato se non fossero stati assolutamente certi... Deve esserci una qualche altra spiegazione. Una cosa però è certa: se questo Frutto dell’Impossibile, questo Miracolo, esiste veramente è stato generato da un vampiro. Solo il progenitore della razza di demoni che ha generato il Frutto, Zara nel nostro caso, può tentare di risvegliare la Signora. Per scongiurare il suo ritorno ci sono dunque due strategie: o proteggere padre e figlio per il resto dell’eternità, oppure metterli al sicuro da qualche parte e sconfiggere intanto Zara. Delle due, l’unica vagamente praticabile mi sembra la seconda dato che non potremo essere qui a difendere Ariel e...suo padre...per tutta l’eternità. Ha inizio una nuova sfida, cara Buffy!”.
“Ha appena detto di mettere Ariel al sicuro, ma dove? Da chi posso mandarla che sia in grado di proteggerla da un nemico tanto grande e dove non possano trovarla?” chiese Buffy, angosciata alla sola idea di doversi separare dalla sua bambina, ma conscia al tempo stesso che quella era l’unica cosa sensata da fare.
“Ariel non si muove di qui! Resterà con me e sarò io a difenderla” disse Riley, apparso alle spalle di Buffy con la mente finalmente libera.
“Non se ne parla neanche!” disse la ragazza, girandosi di scatto verso suo marito. “Non ti affiderei la vita di una mosca, non ti affiderei nemmeno la vita del mio peggiore nemico...figuriamoci la vita di mia figlia. Ho commesso l’errore di affidarti la mia di vita e l’hai distrutta senza ritegno, non ti permetterò di rovinare anche la sua!”.
Riley, che in fondo non era ancora completamente sobrio, si fece paonazzo in volto, ma prima che potesse ribattere fu ancora Giles a precederlo: “Buffy ha ragione, e poi, Riley, ragiona un attimo se l’alcool te lo permette: loro vogliono sia la figlia che il padre, e se Ariel fosse con te e veniste catturati entrambi sarebbe la fine. Sia tu che la bambina dovete mettervi al sicuro, ma lontani l’uno dall’altra, in modo che se uno dei due viene catturato, la catastrofe può comunque ancora essere evitata. Resta il problema di dove nascondere Ariel in modo che qualcuno possa difenderla dai tentativi che Zara, inevitabilmente, farà per riprendersela”.
“Io un’idea ce l’avrei” disse Cordelia, attirando su di sé tutti gli sguardi dei presenti. “Non è esattamente dall’altra parte del mondo, ma di certo verrebbe protetta a dovere: Los Angeles”.
“Cordy, a Los Angeles conosco solo mio padre, e dubito che, per quanto affermi di voler bene alla sua nipotina, sarebbe in grado di difenderla da Zara e i suoi vampiri. Ed io, per quanto provi un disprezzo enorme per quell’uomo, non potrei mai esporlo ad un pericolo simil...”. Buffy si interruppe, comprendendo solo in quel momento quello che Cordelia aveva inteso dire. “Angel... Tu parlavi di Angel, vero?”.
Cordelia annuì impercettibilmente.
“Ma io non so neanche dove sia! Sono cinque anni che non lo vedo e non lo sento, non saprei neanche dove andarlo a cercare...e Los Angeles non è Sunnydale...” disse Buffy con il tono di chi ha, per un attimo, i