Paralasse
Disclaimer: i personaggi appartengono a Joss Whedon, e la
storia non è scritta a scopo di lucro.
Alcune frasi sono tratte dalla conversazione di Alice con il Gatto, da ‘Alice
nel paese delle Meraviglie’, e ache quelle non appartengono a me.
Spoilers: nessunissimo, temo. Purtroppo è solo frutto della mia fantasia e dei miei desideri più sfrenati su come avrei voluto che finisse la serie televisiva.
Giusto per inquadrare, è un totale universo alternativo che parte
dalla seconda stagione. Non è mai esistita una seconda slayer, né
personaggi apparsi dalla terza serie in poi (niente Anya, Tara, Wesley. Soprattutto
niente Dawn!), nessuno è mai riuscito a ripristinare la maledizione su
Angel, e lui non ha tentato di distruggere il mondo.
Avverto, nn ci sono scene di sesso, ma la storia è forse un po’
violenta.
Parallasse
…seguo l’odiato
sentiero di monotone pareti
ch’è il mio destino. Dritte gallerie
che si curvano in circoli segreti,
passati che siano gli anni. Parapetti
in cui l’uso dei giorni ha aperto crepe.
Nella pallida polvere decifro
orme temute…
…Nell’ombra un Altro so, la cui sorte
è stancare le lunghe solitudini
che intessono e disfano quest’Ade
e bramare il mio sangue, la mia morte.
Ciascuno cerca l’altro. Fosse almeno
questo l’ultimo giorno dell’attesa.
Il labirinto, Jorge Luis Borges
I
Mancavano ancora molte settimane a Natale, ma la città era già
vestita a festa. Ghirlande di luci delineavano gli alberi e i perimetri degli
edifici, e le vetrine dei negozi esponevano sfacciatamente Babbi Natale e renne
sorridenti. Nel paese della morte la festa era vissuta con forsennata allegria.
Il cammino dei due giovani stava per convergere. Nessuna premeditazione, solo
la planimetria della città. Il centro di Sunnydale consisteva in tre
strade che s’incrociavano a livello di una piazza. Era difficile non incontrarsi.
L’uomo fu il primo a vederla. La sua maggiore capacità visiva gli
permise di notarla quando non era altro che un puntino sparso in mezzo agli
altri punti della folla…
La cacciatrice era su di giri (Oh, quanto su di giri). Poteva vederlo fin da
quella distanza, poteva fiutare la sua eccitazione. Non aveva ancora colpito,
quella notte, ed era nervosa, e pericolosa. E allora perché voleva avvicinarla
proprio adesso che era così letale? E non era certo sicuro che l’immunità
di cui sembrava godere da anni lo avrebbe protetto ancora a lungo. Perché
non aspettare un altro momento, più tardi, dopo che aveva versato sangue,
quando tensione e rabbia si sarebbero dissolte in appagamento e calma, e forse
(Solo forse) avrebbe accettato la sua presenza, come aveva sempre fatto finora?
Ma allora non sarebbe stata così attraente.
Un ammasso di contraddizioni, ecco cos’era. Il più freddo calcolo
e la più scatenata irruenza. Da anni girava intorno alla sua preda, vagliandola,
punzecchiandola… per poi non essere capace di trattenersi e correrle incontro
proprio nel momento in cui era più temibile.
(Tanto un giorno o l’altro morirò. Non sarò il più
forte per sempre. E non ho intenzione di avere rimpianti)
“Ciao, Buffy.”
Lei estrasse un paletto da una manica con un movimento che appariva più
naturale del respiro, e che pure mancava di vera decisione…
“Che vuoi fare?” le disse “Una chiassata in mezzo alla strada,
con tutta questa brava gente che ci guarda? Gli rovineresti lo shopping.”
Buffy si fermò subito. Aveva reagito automaticamente. Se fosse stata
davvero intenzionata a combattere, l’avrebbe fatto anche in mezzo ad uno
stadio affollato. Aveva solo bisogno di una scusa, per non attaccare.
Ora si guardavano senza muoversi, ignorati dalla folla intorno. Nessuno dei
due sapeva cosa fare. Non potevano semplicemente fingere di non essersi incontrati
e non volevano fare una mossa che avrebbe potuto essere fatale.
“Facciamo una passeggiata?” le chiese alla fine.
Lei non avrebbe potuto guardarlo con aria più stupita. Non capiva come
poteva averle chiesto una cosa simile.
“Ma… che stai dicendo?” balbettò la ragazza.
“Giochi a scacchi? Questo è uno stallo. Possiamo stare a guardarci
negli occhi fino a quando uno dei due non decide di muovere, e l’altro
gli salta addosso, o smontare la scacchiera e rimandare la partita.”
“Se è l’unico modo per allontanarti da qui…”
Angel si era incamminato lentamente, e lei gli si affiancò. Non abbassò
la guardia, ma le sembrava così strano che lui fosse invece tanto calmo,
camminando vicino ad una mortale nemica. All’unica nemica…
Non sapeva che era armato. Aveva preso l’abitudine di portare una rivoltella.
Gli avrebbe dato una possibilità in più se Buffy si fosse decisa
a fare sul serio.
Non molto leale?
La lealtà non ha senso, quando la posta in palio è la vita. Si
usano i mezzi che si hanno, tutte le armi a disposizione, e Angel sapeva di
non avere speranza di affrontarla fisicamente e uscirne vivo. Lei era forte,
la più forte delle cacciatrici, molto più forte di lui, e quasi
altrettanto feroce.
Non sentiva nessun risentimento per questo. Si accontentava di prendere dei
provvedimenti.
Mentalmente, però, il più forte era lui. In confronto, Buffy appariva
quasi senza volontà, una cosa che si lasciava trascinare dagli eventi.
Che a volte sembrava felice di lasciarsi andare…
Erano usciti dal centro, arrivando nel parco cittadino deserto.
Lei non aveva ancora detto una parola. Ultimamente parlava poco. Eppure, quando
Angel l’aveva conosciuta, non si poteva farla tacere. Era un flusso di
parole, di risate, di lacrime… Ma con il tempo si era zittita. Sembrava
che avesse dimenticato come fare. E che in cambio lo avesse imparato lui, che
invece era sempre stato tanto silenzioso.
“Avanti, Buffy. Di qualcosa, o comincerò a pensare che la mia
compagnia non ti piace. Almeno chiedimi come sto.”
“Angel, ma che intenzioni hai?” sbottò lei.
“Fare due chiacchiere. Non trovo più molta gente con cui parlare.
Tu invece? Stai bene? Ti vedo un po’ assente. Non va. Non nel tuo lavoro.
Può diventare pericoloso.”
Buffy sorrise con amarezza.
“Non dirmi che questo ti preoccupa.”
“Certo che mi preoccupo. Perché non dovrei?”
(…mi sta prendendo in giro? Non sarebbe una novità. E non sarebbe
il solo…)
“Dannazione, Angel, tu sei un mostro…”
Angel si fermò guardandola. Sembrava un po’ irritato.
“Questa storia comincia a stancarmi. Io non sono un mostro. I mostri sono
quelli che vivono contro la loro natura. Non è davvero il mio caso. Non
si diventa mostri solo perché si è una minaccia per la sicurezza
dei tuoi amichetti umani.”
Cominciò a cadere una leggera pioggia e Angel si spostò sotto
un albero per ripararsi, fissando la ragazza che invece era rimasta immobile
sotto l’acqua.
“Forse tu sei una candidata migliore a quel ruolo.” le disse.
Buffy distolse lo sguardo.
“Cosa c’è? Non ti piace quello che ho detto? Forse è
questo che non va. Cominci a pensare di essere un mostro? O qualcuno dei tuoi
amici ti chiama così?”
Buffy lo guardò ad occhi sgranati.
“E’ così allora? Chi è? Xander? Wil? Tutti?”
Ma come aveva fatto a capire tutto con due parole? E come faceva lei ad essere
qui?
Però sembrava tanto facile parlargli…
“Nessuno. Non a parole. Ma poi, quando mi allontano…” (…quando
mi allontano posso sentirli bisbigliare alle mie spalle…) “Forse
sto davvero diventando un mostro.”
“E’ possibile.” convenne lui “Ma se è questo
il problema, esiste il rimedio. Segui la tua natura. Fino in fondo.”
“Allora dovrei ucciderti.”
“Fallo! O almeno tenta. Sta sicura che ho intenzione di difendermi. Ma
sei certa che questa è la tua natura, e non un compito che ti è
stato assegnato?”
Per un attimo ci pensò davvero. Ucciderlo e farla finita una volta per
tutte. Una storia che stava andando avanti da troppi anni, sfibrando lei, i
suoi amici…
Poteva farcela.
Aveva sconfitto individui ben più forti di lui. Angel era un combattente
micidiale se messo alle strette, ma non particolarmente forte. Veloce, più
che altro, e disposto ad usare i trucchi più sporchi…
(…e perché non dovrebbe? Non stiamo parlando di sfidarci a poker…)
… ma era sicura di vincerlo alla fine.
Ma il paletto di legno è tanto pesante, e la sua mano non si alza…
Una volta era stata pronta, una volta sola. Era quasi fatta, e si era trovata
a scegliere. Una vita per una vita. Prendere la vita di Angel, perdere quella
di Giles. Aveva scelto. Aveva rimpianto quella scelta ogni giorno, ogni giorno
aveva ringraziato d’averla fatta.
L’unica volta che si era sentita pronta a ucciderlo, l’ultima volta
che aveva deciso di sua volontà.
“Non voglio farlo.”
“Non lo vuoi fare… Rassicurante, dal mio punto di vista. Tu cosa
vuoi fare?”
Gli occhi di lei sembravano quelli di un animale che sta per essere travolto
da un’automobile. Una domanda tanto semplice, la domanda che prima e comunque
tutti dovrebbero farsi… Valeva la pena capire il perché di tanta
paura.
“Che cosa vuoi, Buffy?”
“Che cosa… voglio?” mormorò la ragazza, apparentemente
a se stessa.
Angel appoggiò il volto all’albero, sentendone la vitalità
latente sotto la corteccia…
Decisamente un punto debole, forse ‘il’ punto debole, come il punto
di rottura di un cristallo, quello dove si scaricano tutte le tensioni di struttura,
quello che basta colpire leggermente per mandare ogni cosa in frantumi…
“E’ una domanda semplice. Cosa… vuoi… tu. Non sai rispondere?”
“Voglio… non so…”
“Cosa non sai? Tutti vogliono qualcosa, a meno di non essere morti. Essere
belli, essere ricchi, essere sani… Forse non ci hai mai pensato…
No! Non dirmi che nessuno te lo ha mai chiesto?!”
No, in realtà. Nessuno si era mai preoccupato di chiederle cosa voleva.
Più che altro si erano sempre limitati a dirle cosa ‘doveva’.
E adesso non sapeva che rispondere alla voce ronfante di Angel.
(…ho pensato, a cosa volevo. Tante volte. Ma è passato tanto tempo,
e ora non ricordo più…)
Non ricorda, e non vuole ricordare.
(…un tempo avevo avuto una volontà…)
“Ora… devo andare… non posso più restare qui…”
Aveva un’aria tanto miserabile, con i capelli ormai fradici che le s’incollavano
al viso, e una confusione quasi palpabile negli occhi.
“So dove devi andare.” sussurrò lui “Ho capito.”
Le sue mani carezzavano la pianta, come se fosse troppo difficile restare fermo
“Vai pure, allora. Ma non abbiamo finito. Non mi hai ancora risposto.
Dobbiamo rivederci.”
(…vuoi rivedermi?…) pensò Buffy perplessa.
“Perché? Tu… dovresti avere paura di me…”
“Ah, ma io ho paura. Sono letteralmente terrorizzato. E’ questo
il bello.”
“Non ti capisco…”
Angel si avvicinò, poi fece una cosa inaspettata. Le prese un braccio.
Non stringeva e non le faceva male, ma la reazione fu immediata. Sollevò
subito il paletto verso di lui… e si fermò.
Lui non si mosse di un millimetro, non la lasciò andare, anche se in
realtà la teneva in modo tanto leggero che la toccava a malapena. Sorrise,
e annuì.
“Si che mi capisci. Forse non te ne sei ancora accorta, ma mi capisci
benissimo.”
La sua mano corse lungo il braccio di Buffy, tracciando disegni sulla sua pelle,
seguendo con le dita l’intrico azzurro delle vene. Lei sentì rizzarsi
la peluria della schiena, come se fosse sotto un campo elettrico. Paura.
* * * * * * *
La vide allontanarsi con troppa fretta, e con un sospiro si diresse nella direzione
opposta. Era stato un caso, quell’incontro, ma aveva attivato qualcosa
di inevitabile. Prima o poi, in qualche momento. Adesso.
Era cambiata, lei. Era iniziato lentamente. Mesi, forse anni prima. Un’alterazione
dell’agire, uno slittamento del pensiero… poi i cambiamenti si erano
susseguiti a ritmo sempre più rapido.
Lo sapeva, lo sapeva bene, perché non aveva mai smesso di ‘sentire’
lei, mai. Vedere con i suoi occhi, udire con le sue orecchie…
Entrambi erano cambiati. Il reciproco, continuo confronto li aveva fatti crescere.
Lui era meno disposto a indulgere al suo innato sadismo, alla ricerca della
personale soddisfazione, se non quando era sicuro, e non più con un avversario
tanto pericoloso. Lei aveva abbandonato ogni infantile fiducia in una sostanziale
onestà della vita.
La cosa importante è adattarsi e imparare. Il pericolo è diventare
solo macchine programmate a sopravvivere. E che valore ha vivere, se si perde
il gusto della vita?
Angel questo lo capiva, quello che doveva capire era fino a che punto era giunta
Buffy sulla strada dell’annullamento.
Era stato solo l’inizio. Ci sarebbe stato tempo di far fruttare le conseguenze
di quell’incontro.
Per ora aveva altro da fare.
Era giunto nei pressi di uno dei pochi locali della città. Intorno a lui le persone continuavano le loro compere, le loro risate, le loro vite brevissime… indifferenti…
Da tempo ha smesso di meravigliarsi perché la gente di questa città
si comporta in un modo tanto insolito. Non è più stupido che stare
a portata di una cacciatrice, suppone… Ha smesso di stupirsi, ma non di
chiedersi. Effetti della Bocca dell’Inferno… ma non esiste nessun
inferno, solo un… come dire… assottigliamento… uno stiramento
nel tessuto elastico della realtà… un punto dove è più
facile passare da un mondo all’altro. Non è l’unico. In qualche
modo la cosa influisce sui pensieri. Forse stira un po’ anche l’istinto
di autoconservazione. L’ambiente condiziona i comportamenti, a volte al
punto di sconfinare nell’autolesionismo. Non sarebbe la prima volta. I
cetacei seguono i campi geomagnetici come autostrade per orientarsi. Un bel
sistema, sicuro in alto mare. Purtroppo, a volte fluttuazioni locali portano
i campi magnetici a intersecare perpendicolarmente le coste, e a volte gli animali
imboccano queste strade sbagliate e finiscono per spiaggiarsi, e se li trascini
al largo, continueranno ostinatamente a gettarsi sulla riva. E perché
no? Loro stanno solo seguendo i loro sensi, una cosa che deve sembrare tanto
sicura, collaudata… prima di ritrovarsi a morire su una spiaggia…
Se fosse così anche per gli uomini? Non vedere un pericolo tanto evidente?
Sunnydale stessa non è nella nostra realtà, non esattamente. E’
un po’… slittata rispetto al mondo. Non di qua, e neanche completamente
di là, e dall’esterno non viene vista del tutto. Né ci si
accorge di quello che accade al suo interno. E’ una zona di confine, dove
non valgono interamente le leggi del nostro universo. O dell’altro.
Nel momento che entrò nel locale, vide parecchie teste voltarsi, prendere
atto della sua presenza con una certa meraviglia. Donne, ma anche diversi uomini.
Una reazione normale, quando lo vedevano, su cui contava. Non sapeva esattamente
qual era il suo aspetto, perché erano passati troppi anni da quando si
era visto, ma sapeva bene l’effetto che faceva. Non si vergognava della
sua bellezza, e non n’era fiero. La usava. La bellezza era un’arma,
un’arma di difesa e una micidiale arma d’offesa, come zanne e artigli,
né più né meno, a volte anche più efficiente. Più
di una volta gli aveva salvato la vita, quando le cacciatrici avevano esitato
quella frazione di secondo di troppo. Buffy, la prima volta che lo aveva incontrato,
aveva visto solo un volto e un corpo, e non quello che celavano. C’erano
fattori che non potevano essere nascosti, e una come lei avrebbe dovuto accorgersene
immediatamente, ma si era fatta accecare dall’aspetto. E poi, per abitudine,
non aveva più potuto vedere.
Si era sempre stupito che Spike non sfruttasse l’aspetto a suo vantaggio,
invece di voler apparire a tutti i costi sgradevole e pericoloso. Invece come
si conciava…
Tanto valeva urlare a tutto il mondo “Guardatemi, sono qui per sgozzare
bambini!”
Appena entrato, aveva automaticamente assunto un atteggiamento conforme con
quelli che lo circondavano. Giles si era spesso chiesto come facesse un essere
di un quarto di millennio a discutere e conversare allo stesso livello di ragazzi
sedicenni. Non aveva mai saputo che era solo un meccanismo mimetico, una pellicola
superficiale che rifletteva coloro che lo circondavano, rimandando la loro immagine,
e la sua vera natura non la mostrava mai a nessuno, se non alla fine. Cambiava
personalità esteriore, come un camaleonte cambiava colore, assumendo
l’atteggiamento che si aspettavano da lui, come aveva fatto con Giles
stesso.
Non era telepatico, nel senso che non leggeva i pensieri, ma poteva percepire
molto chiaramente i mutamenti di umore e di tensione negli altri, e si adeguava,
accomodando impercettibilmente il suo comportamento, fino a che non sentiva
di metterli perfettamente a loro agio.
Non funzionava con tutti, naturalmente. C’è sempre chi ha un’immunità
naturale. Xander non lo aveva mai potuto soffrire, ma aveva frainteso i motivi
di tanto astio, credendolo gelosia, mentre in realtà aveva solo avvertito
lo sbaglio sotto la familiarità.
Prese da bere e si sedette guardandosi intorno. Qui non avrebbe trovato Buffy,
questa notte. Avevano preso volontariamente direzioni diverse, in una specie
di inconsapevole accordo per non incontrarsi sui territori di caccia.
Cercava fra i volti quello che serviva.
Eccolo.
Una donna.
Giovane, ma non giovanissima. Sembrava più vecchia di lui di qualche
anno. Stava ballando con un ragazzo, ma non c’era intimità, nei
loro gesti. Conoscenti casuali, lei non era soddisfatta.
La segue, aspetta che torni a sedersi. E’ con altre due, ma loro appartengono
solo allo scenario. Si guarda intorno, con una sicurezza falsa, e allora lui
la osserva. Prima o poi, nel loro vagabondare, gli occhi della donna incroceranno
i suoi. Ecco, ha sentito il peso del suo sguardo e lo ricambia, smette di guardarsi
intorno per fissarsi solo su di lui. Le sorride, ma non si muove per raggiungerla.
Lei deve credere che sia sua la scelta, deve volere avvicinarsi. Non deve essere
troppo facile.
Questa sera va così il gioco, domani potrebbe essere diverso. Questa
sera è una questione di vita, non di sopravvivenza. Deve appagare un
bisogno diverso dalla fame. Per quello, basterebbe molto meno.
Si era alzata, lei. Aveva fatto cenno alle sue amiche e si era diretta verso
di lui.
“Ciao. Posso parlarti, o corro il rischio di trovarmi le unghie della
tua ragazza in faccia?”
“Sono solo, ma ti avverto, non sono qui per parlare.”
“Ottimo. Ma vogliamo almeno presentarci? Io sono Diane.”
“Angel.”
“Angel? Che nome strano.”
“E’ quello che mi hanno dato. Ti va di ballare?”
Non è solo ballare, quello che vuole, e neanche lei. Ma per ora, il ballo
può bastare. La donna sorride seducente e gli porge la mano. Lascia che
la guidi sulla pista, lascia che la guidi nella danza. Fin dove si lascerà
guidare?
* * * * * * *
Buffy cadde in ginocchio sulle ceneri della sua ultima vittima, asciugandosi
il volto sudato.
Non funzionava. Non funzionava quasi più.
Il piacere orgasmico stava già passando, lasciando nuovamente posto ai
pensieri. Il tempo di refrattarietà che seguiva una caccia riuscita diventava
sempre più breve. E avrebbe dovuto continuare per protrarlo. Ma c’erano
limiti temporali per questo.
Guardò con rancore l’est, che le avrebbe presto sottratto la salvezza,
rigettandola nel vortice confuso della sua mente, che si risvegliava implacabile
quando era inattiva.
(…che cosa vuoi?…)
Ci mancava solo quella domanda. Non sarebbe riuscita a liberarsene, lo sapeva.
Già cominciava a corroderla, esigendo una risposta che lei temeva. E
c’era una risposta, sepolta sotto la superficie della coscienza. Una risposta
che da tempo bussava chiedendo insistentemente di venire alla luce, che aveva
tenuto sotto controllo solo perché nessuno le aveva ancora offerto l’occasione
giusta per scoprirla.
Ma ora….
Si alzò faticosamente.
C’era ancora tempo. La venuta dell’alba era lontana.
Strinse le labbra e cominciò a cercare la prossima preda.
* * * * * * *
Passò le dita sulla schiena nuda della donna sdraiata sul letto accanto
a lui, seguendo la linea rilevata delle vertebre.
“Cosa c’è?” mormorò lei con voce intorpidita.
“E’ tardi per me. E’ finita, ora devo rientrare.”
Diane fece per girarsi sul fianco, ma trasalì e si passò la mano
sulla spalla sinistra, segnata da lunghe abrasioni rosse.
Una strana notte. Ne avrebbe portato a lungo i segni. Il ragazzo aveva giocato
con il suo corpo, traendo accordi dalle terminazioni nervose come un musicista,
portandola a livelli di piacere che credeva impossibili, per scagliarla poi
nel buio e nel dolore, ed era stato nulla, rispetto a quello che aveva fatto
alla sua mente, creando aspettative di nuovo piacere e nuovo dolore, senza mai
rispettarle, e innalzando un edificio di paura, il terrore di quello che sarebbe
seguito, fino a quando non si era trasformata in una bambola passiva, lei che
non aveva mai ceduto il controllo in vita sua, limitandosi a fare solo quello
che lui voleva.
“Ti piacciono le cose particolari, vero? Non ti facevo il tipo.”
“Davvero? E sì che credevo di esserci andato piano.” (In
fondo non hai neppure un osso rotto)
Diane rotolò sulla schiena. Guardò l’uomo che ora si era
sollevato a metà, appoggiandosi agli avambracci.
Che strani occhi, aveva. Le pupille sembravano riflettere la luce, ed era come
se ci fosse del metallo cangiante sotto lo strato scuro delle iridi.
“Te lo avrei detto, se non mi fosse andato bene. Ma te ne devi proprio
andare?”
“Temo di si. Tra poche ore è l’alba…”
“E che succede se non rientri? Papà ti toglie la carta di credito?”
“No, però l’incantesimo finisce e io mi trasformo in una
zucca.”
Scivolò su di lei con un movimento fluido da serpente, come se gravità
e attrito fossero concetti trascurabili. Le ombre palpitanti create dalle fiamme
del camino corsero sul suo volto, riplasmando i lineamenti, conferendogli un
aspetto quasi grottesco.
Lei ridacchiò, passandogli una mano fra i capelli.
La paura eruttò con violenza. Una paura diversa da quella provata durante
la notte.
Il volto sotto le sue dita stava cambiando. La fronte si abbassava sotto una
pesante e corrugata cresta ossea, le iridi enormi tenevano ora quasi tutta la
superficie degli occhi, e anche nella semioscurità brillavano di un oro
incandescente.
Diane allontanò di colpo la mano da lui, dalla cosa impossibile che stava
capitando.
Le parve di scindersi in due.
Una parte della sua mente registra la scena con gelida impersonalità.
Le sembra di assistere all’effetto speciale di un film.
E c’è l’altra parte, quella che vive di persona, che vuole
urlare, urla. La voce non esce.
Lui ride, i suoi denti sono aguzzi.
Vuole fuggire, il peso di lui la immobilizza. Poche ore prima, un’eternità
fa, le era sembrato così piacevole quel peso.
Vuole impazzire, perdere la ragione per essere inconsapevole di quello che succede.
Il respiro le manca, il cuore batte a singhiozzo e si lacera stridendo.
Sa che è morta, ma che strano, riesce ancora a vederlo.
II
… una pianura desolata, i cui limiti si perdono alla vista, sotto la luce
rossastra del crepuscolo che oscura l’aria rarefatta. Nuvole basse, pesanti,
con luminosi orli sanguigni. Non ci sono alberi, o erba, o altro. Solo l’infinita
pianura interrotta da una montagna. Forse è una rupe. Sente una presenza
agitarsi dietro l’orizzonte. Il vento comincia a soffiare, sibilando contro
la montagna…
Buffy aprì gli occhi, ritrovandosi a fissare il soffitto di casa sua.
Era la prima volta che sognava, dopo tanti anni. Uno di quei sogni speciali
che avevano più concretezza della realtà.
Sospirò stancamente e si girò nel letto.
L’incontro con Angel le aveva lasciato una sensazione dolorosa. Si aggiungeva
a quelle che la ossessionavano sempre. Almeno fosse riuscita a definirle. Invece
rimanevano indistinte. Non poteva nemmeno dire cosa, sentiva.
Un’irrequietezza continua…
Il cuore che cominciava a picchiare a ritmo tachicardico…
I muscoli tesi…
E quello che vedeva, quello che sentiva, inevitabilmente, irrimediabilmente…
sbagliato.
Si rigirò ancora, chiuse gli occhi, cercando di riprendere sonno, per
annullare il tempo che la separava dalla sera.
* * * * * * *
Era arrivata al parco, e si era nascosta il più lontano possibile dall’albero
dove si erano fermati a parlare. Non provò nessuna sorpresa nel vedere
Angel. Sembrava immerso nei suoi pensieri, ma girò subito la testa nella
direzione di lei, allarmato.
(…bene… E’ un piacere vedere che in questi anni non gli ho
dato il modo di abbassare la guardia…)
Almeno aveva la soddisfazione di sapere che erano in due a non avere dormito
sonni tranquilli.
Uscì dal suo rifugio e si diresse verso di lui, che appena la vide riprese
la consueta espressione tra il divertito e l’arrogante, come se il mondo
intero esistesse solo a suo uso.
“Ancora qui?” gli chiese.
“Ancora. Ti aspettavo. Tu invece? Passi per caso?”
Buffy sembrava a disagio. Angel sorrise dentro di se. Sapeva il motivo. Era
felice di essere qui, con lui, e la consapevolezza di questa felicità
la disturbava, e il non poter far nulla per impedirsi di essere felice.
“Tutto questo non ha senso.” brontolò la ragazza.
“Cosa intendi?”
“Vengo qui, parlo con te… E poi? Ci salutiamo? E ognuno per la sua
strada, a… a fare quello che facciamo sempre?”
“A uccidere. Non avere paura delle parole, se non hai paura dei fatti.”
“Non ha alcun senso…” ripeté Buffy. La faceva sentire
stupida, ripeterlo. In fondo, era qui.
“Chi lo dice? E’ scritto nel tuo libretto di istruzioni?”
“Cominci a perdere la memoria? Noi dovremmo combatterci. Non incontrarci,
non chiacchierare, non… altro.”
Per un attimo, è sembrata la Buffy di una volta. La Buffy adolescente,
ironica e sicura, cancellata dal peso degli anni.
“Perché no, se è quello che vuoi?”
“E’ tutto quello che conta per te, vero?”
La guardò inclinando leggermente la testa. Doveva sembrargli una domanda
senza senso, e, di conseguenza, non esisteva una risposta.
Il suo sguardo la innervosì. Cominciò a camminare avanti e indietro
come una tigre in gabbia.
“Non abbiamo finito il discorso, l’altra notte.” disse lui
“Io so cosa voglio, tu invece? Te l’ho già detto una volta.
Non lo sai.”
“Ero una bambina. Ora sono cresciuta.”
“Si, certo… Almeno adesso sai quello che non vuoi. Mi sembri più
confusa ora di quando avevi sedici anni.”
“Perché?”
“Tu hai detto che non dovremmo parlare… Però il fatto è
che sei qui, il fatto è che parli, e il fatto è che forse c’è
anche altro.”
“E cosa dovrei fare, secondo te?”
“Dipende da quello che vuoi.”
“Al momento, credo che tutto mi sia indifferente.”
“Allora è indifferente fare una cosa piuttosto che un’altra.”
Buffy si mise a ridere. Non era possibile… Una coincidenza?
“Stai giocando a fare il gatto del Cheshire con me?”
Angel la guardava in tralice, poi aveva afferrato il ramo sopra di lui e si
era issato sull’albero come un ginnasta sulle parallele.
La ragazza osservò tutta quella strana manovra senza fiatare.
“Ma si può sapere che stai facendo?” chiese alla fine.
“Mi immedesimo nella parte.”
Buffy cercò disperatamente di non ridere di nuovo. Perché la situazione
era ridicola, e al tempo stesso non c’era proprio niente di divertente.
“Ti prego, scendi. Mi fai venire il torcicollo.”
“C’è un bellissimo panorama da qui. E tu non puoi avere il
torcicollo. Allora, continuiamo… Perché non mi rispondi? Cosa vuoi?”
(…ricominci?…)
“Io… Vorrei essere lasciata in pace.”
“C’è un errore. Se dici… vorrei… implichi che
siano gli altri a doverti concedere qualcosa. Le cose devi volerle da sola.
Prenderle, se occorre. Non chiedere.”
Buffy cominciò a sentirsi un po’ a disagio.
“E poi il tuo desiderio…” continuò Angel “Pace…
Un po’ generico… Che intendi? Vuoi startene a casa a guardare la
TV?”
“No… Voglio stare io in pace… Smettila di farmi domande.”
“Smettila di darmi risposte, allora. Io non posso costringerti a restare
se non vuoi. Voltati e vattene. Oppure salta su e fammi tacere. O sta li a guardarmi.
O mettiti a cantare. Visto quante cose puoi fare? La scelta è tua. Io
continuerò con le domande. Eravamo arrivati alla pace. Non ti stai spiegando,
Buffy. Mi sembra di capire che vuoi la pace interiore. Se la cerchi significa
che per ora ti manca. Perché?”
“Ti stai divertendo? Oppure sei solo stupido? Non riesci a capirlo da
solo?”
“No, non capisco. Spiegami tu. Cosa, non funziona? Il fatto che ti ritrovi
a dormire di giorno? Non credo. E’ uccidere allora? Ti sconvolgere uccidere?
Neanche questo, vero? Se potresti, faresti altro? Pensaci bene. Non te ne andresti
più in giro di notte a cercare qualcuno da uccidere?”
Buffy sentiva la nausea alla sola idea di rispondergli. Ma sapeva che mentirgli
era completamente inutile. Se ne sarebbe accorto subito. Non avrebbe neppure
fatto caso alle parole, se fossero state in contrasto con quello che sentiva.
Per lui le parole erano solo un corollario, neanche tanto importante, di un
insieme di fattori che costituivano una vera comunicazione. Quindi, inutile
mentire.
“No, non è questo. Io… credo che lo farei lo stesso…”
“Lo credo anch’io. Dunque, al momento fai esattamente quello che
vuoi fare, però… ti manca la pace. In cosa sarebbe diversa la tua
vita se potessi cambiare?”
“Non… non sarebbe un obbligo. Lo farei per scelta, quando voglio
io.”
“Brava, poco per volta ci arrivi. Invece c’è qualcuno che
ti costringe. Ti obbliga, lo hai detto tu. Scusa, ma che qualcuno possa obbligarti
a fare quello che non vuoi è difficile da credere. Tu hai una certa dose
di potere…”
“E che dovrei fare? Usarlo su… lo sai… la mia famiglia, il
mio Osservatore…”
“Il tuo Osservatore?” Era sceso dall’albero, quasi scivolando
davanti a lei “Sbagli ancora. Sei tu la sua cacciatrice. Da premiare o
punire se si comporta male. Dimmi, Buffy, perché credi che la tua volontà
venga sempre al secondo posto? Perché sono sempre tutti più importanti
di te? Perché se tu dovessi morire sarebbe accettabile, nell’ordine
naturale delle cose? E accettabile per chi? Per loro? Loro cercano sempre un
salvatore che si sacrifica per lavare i peccati del mondo. Ma per te? E’
questo che vuoi? Essere una merce di scambio?”
Buffy si posò le mani sugli occhi. Si sentiva annegare. Angel era riuscito
a portarla su una strada che aveva sempre evitato di percorrere. Ma la strada
era sua, questa era la cosa peggiore. Il vampiro la stava conducendo per mano
come una bambina, aprendo tutti i cancelli, uno per uno, ma la strada non l’aveva
costruita lui. Esisteva da tempo.
Che idiota era stata a venire. Sapeva come sarebbe andata a finire, ne aveva
avuto un assaggio la sera prima.
(…idiotaidiotaidiota…)
“Non lo so…”
“Forse però è un’altra cosa. A certa gente piace fare
prendere le decisioni agli altri. E’ facile, nessuna responsabilità.
I deboli, ad esempio, o gli incapaci. O i bambini, che devono rimettersi alle
decisioni dei genitori. Nel loro caso però è una fase naturale.
Una volta cresciuti passa. Ma non tutti crescono, vero? Alcuni preferiscono
la confortevole culla. Tu cosa vuoi?”
Vedeva Buffy esitare. Aveva la risposta, appena sotto la superficie. Doveva
solo farla respirare, darle tempo…
Si sedette nell’erba, aspettando con pazienza.
“Anch’io sono stato un prescelto, lo sai?”
Buffy lo guardò perplessa e scosse la testa, poi si sedette di fronte
a lui.
“Ero stato scelto dal Maestro per essere…” si interruppe,
cercando un termine giusto.
“Il suo successore?” continuò Buffy precipitosamente.
Almeno avrebbe smesso di tormentarla. E poi suo malgrado la cosa la interessava.
Si era accorta di non sapere nulla del suo passato. Era irlandese, era il compagno
di Darla, aveva ucciso un sacco di gente ed era stato maledetto. Tutto qui,
in quattro parole. Ma non poteva essere ridotto a così poco.
“Non esattamente.” proseguì lui “Il mio amato nonno
non metteva in preventivo di morire… Più che altro una specie di
suo rappresentante. La sua… longa manus… La sua faccia rivolta all’esterno.
Il suo killer di fiducia. E il suo successore, eventualmente. Gli imprevisti
possono sempre capitare.”
“Ma…?”
“Ma… nessuno aveva chiesto la mia opinione.” Non la guardava.
I suoi occhi sembravano fuori fuoco, ad osservare qualcosa di vecchio e lontano
“Hai visto dove… e come… viveva il Maestro?” Sembrò
rabbrividire leggermente “Rinchiudermi in una specie di corte medioevale,
in mezzo a libri ammuffiti, a studiare ridicole profezie, a rimuginare sul nostro
passato splendore, che con ogni probabilità è una leggenda come
i giardini dell’Eden… Con gente che ti dice quello che puoi o non
puoi fare, vincolato da tradizioni senza senso, e alzare gli occhi e vedere
il soffitto di una fogna, invece di questo.” Con un cenno del capo indicò
la volta stellata “E fuori mondi interi, mai uguali a se stessi…
Perché avrei dovuto accettare una cosa che non avevo deciso io?”
“Cosa hai fatto?”
“Ho preso Darla e me ne sono andato, lasciando il venerabile Maestro nel
suo antro.”
“Come l’ha presa?”
“Non molto bene. Ma avrebbe dovuto uccidermi per fermarmi, e cosa avrebbe
ottenuto? Poteva farlo, naturalmente, ma, in ogni caso, la scelta di essere
libero è sempre stata solo mia.”
Buffy teneva gli occhi fissi sulle mani, sul paletto che si rigirava fra le
dita. Un racconto talmente familiare…
Sentì la mano di Angel sollevarle il mento, le sue dita passarle sulle
labbra, la sua voce…
“Il destino ha su di te il potere che tu gli concedi, finché tu
glielo concedi, e allora ti chiedo ancora, cosa vuoi?”
Stavolta lei cedette.
“Voglio che la smettano.” mormorò “Voglio che smettano
di dirmi cosa fare. Voglio cominciare a vivere per me, non per loro… Voglio
andarmene da qui… Voglio essere libera…”
“E cosa te lo impedisce?”
“Cosa? Il mio…” (…il mio?…)
“Stavi per dire dovere? Ti prego, non essere banale. Pensa a quello che
mi hai detto prima.”
“Se non è il dovere allora…”
“Allora cosa? Forza Alice, scegli. Il biscotto o la bottiglietta. Cresci!
Oppure diventa piccola piccola e nasconditi.”
La ragazza non riusciva a guardarlo.
(…perché devi sempre essere così complicato? Perché
non dici mai chiaramente quello che pensi, ma ci giri intorno, ci giochi?…
Perché fai nascere idee che non voglio avere? Cosa vuoi, da me?…)
“Io non lo so!”
(…si che lo so. L’abitudine. E’ solo l’abitudine. Oddio,
sono io, solo io che mi sono legata e ho gettato via la chiave delle catene.
La colpa è mia e ora non so che fare. Ho paura. Ho paura di non essere
più in grado di liberarmi. Ho paura di non sapere combattere me stessa…)
“Tu non vuoi essere libera.”
“Non posso…”
“Non vuoi!” ripeté lui con durezza “Se si può
fare una cosa, e non la si fa, è perché non si vuole.”
Si interruppe, osservando le sue reazioni.
Due Buffy si combattevano, da molto tempo, e il loro conflitto stava per arrivare
ad una conclusione. Non sarebbe mai tornata quella di prima, ma cosa sarebbe
diventata non era ancora deciso. Ondeggiava al limite di due possibilità.
La nuova Buffy che voleva a tutti i costi vivere, contrastata da quella che
si adagiava nei sicuri binari della consuetudine. Era forte, questa Buffy, gli
anni la facevano forte, ma l’altra era diventata sempre più presente
e sfacciata di giorno in giorno, e ora il loro potere si equivaleva, e sarebbe
bastata una piccola spinta per dare la vittoria all’una o all’altra.
“IO HO UN MIO POSTO AL MONDO!” urlò lei, alzandosi e allontanandosi
di qualche passo.
“Oh, Buff. Al mondo non importa niente di noi. Se morissimo in questo
istante, il mondo andrebbe avanti, come ieri, come sempre. Se… ci uccidessimo
a vicenda… avrebbe importanza solo per noi. E’ un gioco, tesoro
mio, con il più imparziale degli arbitri e nessuna regola. Chi perde
finisce nel secchio dell’immondizia della vita. Uno dei tanti scarti.
Non importa. Il mondo non fa favoritismi, e di solito va come vuole, non come
si vorrebbe.”
Buffy chiuse gli occhi per un attimo. Quando li riaprì, Angel era in
piedi accanto a lei.
“Allora non contiamo proprio niente per nessuno?” gli chiese.
“Contiamo per noi stessi. Per chi ci sceglie liberamente di amare.”
“Il tuo è un mondo spaventoso, senza speranza…”
“Senza sbarre.”
“Senza gioia…”
“Sbagli. Con tutta la gioia che ti permetti di provare.”
Allungò la mano verso il suo volto, ma prima di toccarla la lasciò
ricadere…
(Non ancora. Non è ancora il momento giusto)
… e ancora una volta, la vide allontanarsi.
“Bentornata dal Paese delle Meraviglie, Alice.”
III
Guardava l’immagine nello specchio.
Carina. Le avevano sempre detto tutti che era carina.
Non una grande bellezza. Cordelia… era stata la grande bellezza. Eppure
era lei ad attirare gli sguardi ammirati e le attenzioni di uomini e donne.
Lei. Solo carina… con un aspetto rassicurante, indifeso. Fino a quando
non guardava con un certo, particolare sguardo. Allora tutti si affrettavano
ad allontanarsi. Non sapeva cosa vedevano nei suoi occhi, non sapeva com’era,
quello sguardo. Vedeva solo la paura di chi le era vicino.
Ma fino a quel momento, nessuno si sarebbe sognato di temerla.
Una ragazza così piccola, inerme.
Così attraente.
Come Angel. Anche lui apparentemente inoffensivo.
(… perché quest’aspetto? Perché un essere inimmaginabilmente
pericoloso si nasconde in un involucro tanto ingannevole?…)
Angel… poteva capirlo. Aveva bisogno di irretire, e al tempo stesso passare
inosservato. Ma lei? A chi doveva passare inosservata? Chi doveva ingannare?
Non vampiri e altri demoni. Loro… non si lasciavano fuorviare dall’aspetto.
Erano altre, le cose che guardavano.
E allora?
(… da chi ti nascondi? Chi devi raggirare? Chi sei?…)
“COSA SEI?!” urlò, artigliando lo specchio con una furia
crescente, come se cercasse di distruggere quell’immagine distorta di
se stessa, con le unghie che stridevano sulla superficie liscia, fino a quando
un dolore lacerante la sferzò, partendo da una mano e risalendo lungo
i nervi, e una scia rossa dipinse il vetro.
Una delle unghie si era strappata. Era rimasta attaccata solo ad una piccola
porzione del letto ungueale e il sangue gocciolava sul pavimento… e la
rabbia defluiva con esso, lasciando posto solo alla confusione.
Cominciò a singhiozzare, mentre la sofferenza bruciante si trasformava
in una serie di impulsi sempre più sordi che le intorpidivano il braccio,
e lacrime e muco le bagnavano il volto.
Continuò a piangere, quando si strappò del tutto l’unghia,
risvegliando il dolore quasi spento.
* * * * * * *
Giles stava riordinando la biblioteca.
Era un lavoro rilassante, che aveva sempre amato. Se fosse dipeso da lui, sarebbe
stato solo un semplice bibliotecario. Almeno così gli piaceva credere,
qualche volta. Perché poi si svegliava dai suoi sogni ad occhi aperti
ed ammetteva con se stesso che non sarebbe mai riuscito ad adattarsi alla vita
tanto tranquilla della sua ‘identità Clark Kent’.
Aveva preso alcuni libri e stava per salire le scale, quando si accorse che
Angel era seduto sulla balaustra dell’ammezzato, intento a guardarlo.
(…Oddio, ci siamo…) pensò l’Osservatore, mentre il
cuore cominciava a picchiare contro lo sterno.
“Ciao, Rupert. Quanto tempo che non ci si vede.”
(…scappascappavattene… la porta è aperta… puoi farcela…)
Giles trasse un profondo respiro e si costrinse a restare fermo.
(…non… non giocherai con me… non ti farò divertire…)
“Stai tranquillo. Non sono venuto per quello che pensi.” mormorò
il vampiro.
“Questo me lo hai già detto una volta.” replicò Giles,
cercando di calmarsi “Da quel momento tutto è andato a rotoli.”
Angel si guardò le mani.
“Voglio solo parlarti.”
“Di cosa?”
“Buffy.”
Certo, Buffy… E di che altro, se no? Istintivamente, Giles salì
il primo scalino.
Angel sembrò subito innervosirsi.
“Non… non avvicinarti. C’è sempre un piccolo problema
di controllo. Stai lontano, è meglio per tutti.”
L’uomo tornò indietro, appoggiò cautamente i libri in terra
e rialzò gli occhi verso il soppalco, osservando affascinato Angel. Era
parzialmente trasformato, con aspetto umano e occhi da vampiro. Non lo aveva
mai visto così, e gli sembrava anche più spaventoso del solito.
Se significava qualcosa, lui proprio non lo sapeva.
“Cosa vuoi, da Buffy?” gli domandò alla fine.
“Stavo per farti la stessa domanda. Cosa vuoi tu, da lei?”
Giles non disse niente. Sapeva che sarebbe bastata una parola sbagliata e quella
tregua apparente si sarebbe rotta in un attimo.
“Tu l’ami?” chiese Angel.
(…che razza di domanda…)
L’Osservatore si rese conto di non essere nella posizione giusta per mostrarsi
troppo aggressivo. Era meglio assecondarlo, se voleva uscirne vivo.
“Si.” rispose solamente.
“Si… certo…” (Almeno ne sei convinto. Non credo che
quelli come te possano davvero amare. Ma la cosa importante è che tu
agisca come se lo facessi) “E’ la tua bambina, non è vero?
La tua bella bambina, tanto forte e coraggiosa… I bambini crescono, lei
sta crescendo. Sta diventando qualcosa che… non hai mai visto prima. E
cambia… Te ne sarai accorto.”
Giles era confuso.
Angel sentì la perplessità dell’uomo. No, non lo sapeva.
Non era Buffy che amava, ma l’idea che aveva di lei. Neanche la vedeva,
Buffy. Aveva sempre nella mente un’immagine canonizzata che gli impediva
di percepire la realtà.
Il cuore del vampiro si riempì di un disprezzo che minacciò di
trasformarsi in rabbia.
Ma come poteva dire di amare, se poi non sentiva niente? Chiuso nel guscio del
suo io, isolato, non permetteva a nessuno di raggiungerlo. Un povero mutilato,
cieco e sordo… solo…
Non valeva la pena sprecare rabbia per una cosa tanto miserabile.
“Non puoi impedire quello che sta succedendo.” disse all’Osservatore,
cercando di non guardarlo “Neanche lei può. Ma potrebbe tentare,
e questo… le farebbe male. Non sai quanto. La gabbia dove l’hai
tenuta chiusa fino ad ora è troppo piccola per lei. Si romperà
le ali cercando di volare fuori. Oppure proverà a restare la stessa e
il suo spirito si spegnerà.”
“Se non posso impedirlo, perché sei qui a parlarne con me?”
“Perché tu sei importante per lei. Hai determinato la sua vita
più di chiunque. Anche adesso che è tanto cambiata… se cercherà
di opporsi alla sua natura sarà per te, se si farà del male sarà
per te.”
“E cosa dovrei fare io?”
“Niente. Lasciala andare.”
“Così puoi averla tu? Devi pensare che io sia davvero molto stupido.”
“Se vuoi la verità, io cerco proprio di non pensare, a te.”
Era già fin troppo penoso dover essere qui e parlargli, in un modo che
potesse capire… Penoso… e necessario. La cosa più spaventosa
che avesse mai fatto era stato uccidere Darla. Era stata molto più di
una madre, o un’amante, o una maestra. Aveva condizionato il suo essere,
aveva posto l’imprinting su di lui. Quello che aveva provato nei suoi
confronti era stato qualcosa di indefinibile. L’inconscio e onnipresente
timore di essere giudicato da lei. Il desiderio quasi ossessivo di compiacerla,
non per amore, o per paura. Forse un po’ di tutti e due e niente di entrambi.
L’aveva uccisa, e aveva dovuto farlo alle spalle, perché se l’avesse
guardato… E l’aveva fatto solo perché in quel momento c’erano
di mezzo cose troppo importanti.
Ora Buffy si trovava nella stessa situazione. Giles era per lei quello che Darla
era stata per lui, e Angel sapeva fin troppo bene cosa significava avere un
ipotecario sulla propria mente. E lui era forte, mentre Buffy era fragile. Non
aveva mai detto di no, e avrebbe potuto voler esaudire le aspettative di Giles,
senza neanche sapere bene perché.
Giles cominciava ad infuriarsi, senza più pensare a quanto potesse costargli
caro.
“Hai davvero un gran coraggio a chiedermi una cosa simile.”
“Tu mi odi. Mi odi al punto di fare del male a lei per colpirmi? Lasciala
andare, e forse sceglierà me, oppure trattienila e alla fine non avrà
più nessuna scelta.”
Giles si mise a camminare nervosamente per la sala.
Angel lo guardava interessato. Ora l’Osservatore aveva paura, e questo
andava bene. Paura di non essersi mai accorto di quello che accadeva sotto i
suoi occhi, e rimorso. Ogni volta che nominava Buffy, una torbida sensazione
di colpa affiorava in lui. Se solo si fosse sentito abbastanza in colpa…
“Abbiamo bisogno di lei…” mormorò Giles, più
che altro a se stesso “Dobbiamo difenderci…”
“Da noi?! Rupert, quanti siete? Cinque miliardi? Sei? Quanti siamo noi?
Non lo so, non abbiamo uno studio demografico. Mi meraviglierei se arrivassimo
ai cinque milioni. Fate sapere della nostra esistenza, e quanto dureremmo? Chi
avrebbe bisogno di essere difeso?”
Si interruppe un attimo a valutare le reazioni dell’uomo. Doveva veramente
aver esaurito ogni possibile argomento, povero Giles. Un Osservatore deve essere
stremato oltre ogni immaginazione, per perdere così il controllo della
situazione. Lui non aveva avuto bisogno di mentire, lo sapevano entrambi.
Sono pochi i posti al mondo dove i vampiri possono permettersi tanta libertà
d’azione. Altrove devono stare attenti, muoversi con cautela, coprire
le loro tracce. Quanti indizi servirebbero per far sorgere una domanda di troppo?
Li protegge la leggenda, e l’abitudine a considerare certe creature solo
protagonisti delle fiabe. I grifoni e i draghi marini e i vampiri… Solo
che i draghi marini esistono davvero. Angel ricordava con stupore il primo che
aveva visto, il lunghissimo corpo argenteo, la cresta rossa, la testa d’incubo…
Sono pesci, naturalmente, ma anche draghi… e se esistono loro… Il
passo è breve, troppo breve. Tutti loro vivono sulla lama di un rasoio.
Sono pochi, devono restare pochi. E’ una regola di natura che non può
in nessun modo essere infranta, ma gli uomini sono tanti, e non dividono mai
il mondo. Basterebbe un niente a farli scoprire, a far superare la linea fra
ciò che c’era e ciò che non c’è più…
E Giles lo sapeva bene.
(…perché non parliamo?…)
Se avessero parlato…
(…ha ragione lui. Tempo pochi anni, e di loro non rimarrebbe più
traccia. Gli esseri umani sono veri professionisti, quando si tratta di estinguere.
E nessun senso di colpa, stavolta…)
“Avete davvero bisogno che un’unica ragazzina vi protegga?”
continuò Angel “E poi, con tutta la sua buona volontà, che
può fare? E’ molto brava, qui. Ma quelli che vivono dall’altra
parte del mondo? O dall’altra parte del paese? Persino l’altra parte
del quartiere è troppo lontana. La sua efficienza è limitata dagli
spostamenti, mio caro. E’ un’autentica goccia nel mare, se mi perdoni
il paragone scontato. Non è questo il tuo motivo. Non la vuoi perdere.
Vuoi che resti insieme a te.”
“Tu sei pazzo!” gridò Giles “Devi essere impazzito
in qualche momento… Perché diavolo sei ossessionato da lei? Perché
non volete accettare quello che siete?”
Il vampiro sembrava stanco.
“Rupert, noi non siamo gli archetipi di un qualche mitologico conflitto
fra luce e tenebre. Non… non rappresentiamo niente. Siamo solo due esseri
viventi che vorrebbero continuare a restare vivi.”
“Tu non sei vivo.” mormorò Giles in un’inutile puntualizzazione.
Angel scosse la testa.
“Come preferisci credere.” disse ridendo “Tanto non cambia
nulla. Buffy è perduta per te. Vuoi che si perda anche per se stessa?”
* * * * * * *
Aspettava con impazienza davanti ad una tomba.
Era una vera fortuna che le usanze funebri della loro cultura giocassero tanto
a suo favore. Quando le creature appena metamorfosate uscivano dal loro letargo
così simile alla morte, si trovavano a dover combattere contro zinco,
legno e uno spesso strato di terra, emergendo di solito talmente sfinite da
non riuscire quasi a muoversi. Naturalmente, poteva andare anche peggio. Potevano
capitare in un paese dove la cremazione era la norma.
Ma ormai capitava di rado che trovasse qualcuno, qui. Quando Angel aveva preso
il potere, aveva fatto piazza pulita anche di questa abitudine, e ora quasi
tutti i vampiri portavano via quelli che trasformavano, per farli risvegliare
nella sicurezza dei loro rifugi.
Questo doveva avere un sire tradizionalista, o forse solo noncurante. Non era
nemmeno qui…
… Vide la terra sussultare…
Dimenticò subito ogni oziosa considerazione con cui la sua mente aveva
divagato, e, mordendosi le labbra, cominciò a scavare freneticamente.
Una mano apparve fra schegge di legno e frammenti acuminati di metallo, e lei
lo aiutò ad allargare il varco, non curandosi dei tagli che si procurava,
aprendo la strada alla figura che a fatica cercava di riemergere.
Finalmente il vampiro fu libero, un ragazzo di circa sedici anni, inginocchiato
carponi sul bordo della fossa, che si guardava intorno con occhi confusi.
Buffy lo rovesciò sulla schiena e lo trafisse con uno dei frammenti della
bara.
IV
… la pianura che si oscura, ora quasi buia. Può vedere bene solo
la montagna, attaccata dai venti urlanti, che ignorano lei, ignorano ogni altra
cosa. Le nubi si rompono e inizia a nevicare. Nella luce del tramonto i fiocchi
sembrano gocce di sangue. Cadono sulla sua pelle, ognuno ferisce come un ago
di ghiaccio. La presenza oltre l’orizzonte avanza con le ombre, la sua
venuta è prossima…
* * * * * * *
Non era mai venuta fin qui. Mai? Si, una volta, una volta sola. Non proprio
qui, ma vicino. I moli, comunque. Ma dopo di allora non era più venuta.
Faceva male, all’inizio, ricordare la sera in cui aveva (avevano) camminato
sui moli, e credeva (credevano) di stare insieme per l’ultima volta. Avevano
avuto ragione, e avevano avuto torto, anche. Era stato il dolore a tenerla lontana,
una volta. Ma il dolore era passato, con il passare degli anni, e da tempo non
faceva più male ricordare. Ora poi non aveva proprio più bisogno
di ricordare. Lui c’era sempre, vivo. Poteva vederlo, poteva toccarlo,
durante quelli che stavano diventando appuntamenti quotidiani, ed era questo
che importava, non il passato.
Era sempre più difficile credere che un tempo era stato diverso. Per
lui, per lei. Era difficile, e sempre più spesso non si soffermava più
sui ricordi.
Un sogno… Tutto il suo passato era un sogno, che andava offuscandosi.
Si, aveva fatto male, e per questo non veniva. Poi, niente più dolore,
ma abitudine. Non veniva per abitudine. Per tanti anni aveva evitato i moli,
e per abitudine continuava a evitarli, e poi… poi a nessuno importava
di quello che succedeva qui…
Alcune prostitute le lanciarono occhiate distratte, mentre volgeva le spalle
ai moli e si dirigeva nelle vie strette del quartiere portuale.
C’era gente, per le strade.
(…troppa gente. Voglio stare sola…)
I più la guardavano incuriositi. Una ragazza sola, in un luogo dove le
ragazze sole avevano in genere un protettore che le sorvegliava, vestita come
per una scampagnata, con qualcosa di innegabilmente diverso, innegabilmente
sbagliato rispetto a loro, rispetto a quel posto… Ma poi gli sguardi si
abbassavano… non erano affari loro…
Ora non aveva più bisogno di evitare questo luogo.
(…che cosa vuoi, Buffy?…)
Ma che strano, la sola domanda che abbia mai voluto sentirsi fare, e a fargliela
era stato proprio lui. Le sarebbe piaciuto credere che l’avesse fatto
per lei, ma Angel stesso si sarebbe messo a ridere ad una simile idea. Lui agiva
solo per se stesso, ma almeno non lo nascondeva.
Non le aveva più rivolto quella domanda, dopo le prime volte. Non ne
aveva più bisogno, perché lei non poteva più dimenticarsene.
Però non aveva ancora risposto.
(…che cosa vuoi?…)
Ancora più addentro ai vicoli… fra rigagnoli di liquami inidentificabili,
in strade man mano più vuote… almeno in apparenza, perché
nascosti fra cassonetti e scantinati erano tanti a gestire i loro affari. Dietro
le porte sentiva gli spacciatori trattare il prezzo delle dosi, negli androni
i drogati si iniettavano il loro inferno personale nelle vene …
(…perché scegliere un metodo tanto lungo per suicidarsi? Ci sono
mezzi più rapidi, più efficienti…)
Questo era il territorio di un male diverso, meno antico, meno innocente… Interesse, non bisogno.
Una voce raspante dietro di lei.
“Ciao, bella. Vuoi compagnia?”
Un uomo.
Solo… debole…
Non un pericolo, non un bersaglio.
Continuò a camminare senza guardarlo.
L’uomo le si avvicinò, le prese un braccio.
“Ehi, dico a te, troia. Mi ascolti? Perché non mi ascolti?”
Sentì il tanfo pungente del suo corpo non lavato, di qualcosa che aveva
bevuto…
Lo scostò con una spinta e si allontanò. Lui brontolò ancora,
con il suo tono gorgogliante da ubriaco.
“Non sono nessuno, per te?… Non sono nessuno…”
La sua voce la seguiva ancora, facendosi sempre più lontana.
Ora aveva cominciato ad attendere il momento in cui l’avrebbe visto con la stessa agitata impazienza con cui lo aveva aspettato da ragazzina, durante il tempo dei sogni.
Fu presa quasi di sorpresa nel suo vagabondare.
L’uomo la spinse contro un muro. Aveva un coltello in mano e doveva credersi
invincibile. Non ebbe neanche il tempo di puntarglielo contro.
Buffy lo colpì al torace, scagliandolo al suolo. Aveva agito senza pensare,
automaticamente. Una semplice azione-reazione. Riacquistò la ragione
appena il nemico cadde a terra e smise di essere una minaccia. Funzionava sempre
così. Un meccanismo di autodifesa ben collaudato. Fino a quando era in
pericolo, il suo corpo agiva in modo autonomo, indipendente dalla volontà.
Poi riprendeva il controllo delle azioni, e poteva decidere che farne dell’avversario.
Si era sempre fermata, quando si trattava di esseri umani, zittendo la voce
che la incitava a colpire fino a sentire la vita del nemico spegnersi sotto
le sue mani. Ma non aveva mai smesso di sussurrarle, quella voce. E lei aveva
solo potuto turarsi le orecchie, fingendo di non sentirla, fingendo di non sapere
che cacciare non era un dovere, ma una necessità. Vergognandosi ogni
volta che il pensiero sfuggiva al suo controllo, disgustata dall’appagamento
che sempre seguiva una caccia riuscita (…che cosa vuoi, Buffy?…),
tremando nel sapere che ogni anno che passava l’appagamento diventava
sempre più grande, e più breve, e bastava sempre meno, e il controllo
sempre più debole, cercando in qualche modo di aggrapparsi al pensiero
che era solo il suo dovere, cercando di restare… Cosa?
Le ore del giorno erano sempre più lunghe, nell’attesa della notte.
E la voce non sussurrava più. Urlava.
Questa volta non volle zittirla.
Torse il braccio del suo assalitore, che si era rialzato boccheggiando, sentendo con soddisfazione lo schiocco dell’omero dislocato, e gli strappò il coltello dalla mano, piantandolo profondamente in terra.
E’ tanto diverso dei suoi soliti avversari. Al primo colpo ha sentito
le costole fratturarsi sotto il suo pugno… e poi un braccio… e quasi
non se ne è accorta…
Così fragile e inconsistente… come un fantasma. I vampiri invece
può continuare a colpirli e colpirli e sembrano assorbire la sua forza.
Sono concreti. Si muovono alla sua stessa velocità, sul suo stesso piano.
Questo resta quasi immobile, senza reagire…
Continuò a colpirlo, senza fretta, senza rabbia, con distaccata concentrazione.
V
La stava aspettando, come al solito. Chissà se era qui ad aspettarla
anche le sere in cui non si era fatta vedere, oppure se per una strana, arcana
ragione, sapeva esattamente quando arrivare. In qualche modo, era convinta che
quest’ultima fosse l’ipotesi giusta.
Lei stringeva in pugno il solito paletto, ma Angel cominciava a considerarla
un’abitudine, più che una vera minaccia. Un po’ come mettersi
l’orologio al mattino. Ma non lo perdeva mai di vista. La cautela…
anche quella era un’abitudine, un’ottima abitudine. Era quasi sicuro
che lei non gli avrebbe fatto del male, ma era sul quel ‘quasi’
che non voleva giocarsi la vita. Camminava su una linea sottile. Ogni volta
che la incontrava avrebbe potuto dire la cosa sbagliata, fare la cosa sbagliata.
Essere lei, nella giornata sbagliata.
Meglio esserne sempre consapevole.
Questa volta nessun convenevole. Buffy aveva qualcosa da dirgli, qualcosa che
non poteva aspettare. L’urgenza non lasciava posto ai saluti. D’altra
parte loro non erano amici. O nemici. Non c’erano parole giuste per definirli.
“Ieri sera ho ucciso un uomo.” gli disse.
Angel non ne fu colpito. Isolata dal… ‘contesto Buffy’…
la frase non aveva rilevanza, se non come un dato di fatto. Ma lei era qui a
parlarne, e questo era molto rilevante.
“E ora ti senti in colpa?” le chiese
“Non sento niente…”
“Allora ti senti in colpa per questo?”
“Non sento niente, ti ho detto. Quell’uomo mi ha attaccata, io mi
sono difesa. Avrei potuto fermarmi in qualunque momento, non era più
un pericolo per me. Non ho voluto farlo. Tutto qui.”
“No, non è tutto qui, o adesso non cercheresti di spiegarti.”
Doveva dirgli anche il resto, e questo era difficile… La sola cosa che
la convinse era la sicurezza assoluta che lui non l’avrebbe mai giudicata.
“Sono stata io a cercarlo… E’ stato lui ad attaccarmi, ma
io l’ho voluto. Sono andata in un posto dove era quasi inevitabile che
succedesse una cosa simile… L’ho fatto apposta.”
“Vuoi che ti faccia le mie congratulazioni per esserci riuscita così
bene al primo colpo?”
Il sarcasmo nella voce di Angel la scosse. Che si aspettava? Che le offrisse
una spalla su cui sfogarsi?
“Oh, Buff. Piangi su un uomo che hai ucciso, ma per chi piangi realmente?
Per lui? O perché hai scoperto di poter fare quello che credevi impossibile?
E di farlo con tanta facilità?”
Lo guardava ad occhi spalancati, Buffy. Sembrava sul punto di rispondere, poi
di cambiare idea, e poi decidersi, finalmente.
“Non mi importa. Non riesce ad importarmi. Lo so che dovrei stare male,
o provare colpa, o… qualcosa del genere, ma non ci riesco. Sapere quello
che dovrei provare, non ne lo fa provare. Non posso farci niente. Devo persino
sforzarmi per continuare a pensare a quell’uomo, perché se non
mi concentro, mi viene in mente solo che è notte. E che finalmente sono
fuori di casa, e sto per andare a caccia…” (…e sono qui con
te, ma questo non lo dirò mai…) “Facile… è la
parola giusta… E’ anche fin troppo facile conviverci.”
Angel vedeva emozioni conosciute affiorare negli occhi di Buffy.
Forse lei uscirà indenne da quest’esperienza. Ne è quasi
sicuro.
Si crede tanto di avere dei limiti, anzi, ci si pone dei limiti, per poi trovarsi
a superarli così semplicemente. E non ci sono rulli di tamburi, o tuoni
e fulmini o effetti speciali a segnare il momento. Un attimo prima non hai ancora
fatto una cosa, l’attimo dopo si.
Facile… Avrebbe potuto dirglielo anni prima, lui.
E’ un esperto in limiti superati. In limiti ignorati.
“In quel momento, non… non avevo nessun motivo per non ucciderlo.”
continuò la ragazza “La volontà di colpirlo era superiore
a quella di fermarmi… Non c’era neanche, quella di fermarmi.”
Le sorrise. Questo era un motivo che poteva capire.
“Alla fine, è la sola cosa che conta per noi.” le disse.
Buffy sembrò perdere un respiro.
“IO… non sono come te!”
“No. Certo che no.” (Certo che no. Perché ancora non sai
quello che sei, anche se lo stai scoprendo. Scopri di esistere al di la delle
aspettative altrui. Scopri quello che puoi fare. Aspetta solo di scoprire quello
che vuoi) “Non sei come me. Ma è sempre con me che parli…
come ieri, e il giorno prima… Notte dopo notte, fino a quando possiamo
tornare indietro? Ne hai parlato ai tuoi amici?”
Lo guardava con un’espressione strana. Non paura, o fastidio, o disprezzo.
Ma c’era un po’ di tutto questo.
“No, naturalmente.”
Come faceva a dire una cosa simile? La conosceva la situazione attuale fra lei
e la sua allegra brigata?
“Naturalmente no.” sembrò canzonarla lui.
“E se tu avessi ragione? Sono… sono sbagliata… rispetto a
tutto. Non sono come te, non sono come loro, non sono come nessuno. Una singolarità.
Un mostro. Qualcosa che non ha una sua esatta connotazione. Forse sto anche
sparendo. Sai, ogni tanto non mi sento presente. A te è mai capitato?
Ti sembra mai di non esistere?”
Angel sembrò colpito da una frustata. In un istante aveva superato la
distanza che li separava e ora la sovrastava in tutta la sua altezza. Buffy
vide che stringeva i pugni come per impedirsi di aggredirla. Le appariva una
reazione assurda ad una simile domanda, ma non aveva la pretesa di riuscire
a prevedere il suo comportamento. Era sempre stato così. Capace di infuriarsi
per cose che le sembravano sciocchezze, ed essere assolutamente indifferente
ad altre che a lei facevano invece perdere il lume della ragione.
“Cosa credi che sia? Io sono stato inesistente per un secolo, e tu, invece?
Dieci anni? Sei solo una dilettante. Quando avrai passato più di una
vita senza nessun posto dove andare, senza nessuno a cui parlare, a essere…
niente… mi potrai fare una domanda simile.”
Involontariamente, Buffy era riuscita a trovare un suo punto debole. La cosa
la riempì di gioia. Un modo per rendergli il favore di tutte le sere
precedente.
“Immagino quanto doveva sconvolgerti… Chissà perché,
poi! Me lo sono sempre chiesta. Per cosa, avresti dovuto soffrire? Per il rimorso?
Un secolo di rimorsi?! Non farmi ridere! ‘Non sai che vuol dire fare quello
che ho fatto ed esserne consapevoli’… Non è quello che mi
hai detto? Che significa? Che tu ora non sei consapevole? Angel, io guardo nei
tuoi occhi e non vedo inconsapevolezza. Vedo qualcuno che sa perfettamente quello
che fa.”
“Mi stai dicendo quello che posso provare?”
Il tono era vagamente minaccioso. Questo voleva dire che stava perdendo il controllo.
Buffy sorrise.
“Non hai risposto, angelo mio. Allora? Per cosa soffrivi? Ma soffrivi,
poi? Oppure volevi soltanto macerarti nell’autocommiserazione? Doveva
darti davvero una grande soddisfazione mostrare a tutti il tuo dolore, vero,
povero piccolo? Angel, tu non soffrivi. A te piaceva solo suscitare la pietà
altrui. In un modo o nell’altro eri al centro dell’attenzione. Sei
troppo compiaciuto di te stesso per soffrire, e credo che tu non sia mai stato
diverso.”
Lui aveva letteralmente le lacrime agli occhi, e la sua voce tremava.
“Era come essere legati, ciechi, sordi e castrati. Come avere la testa
sott’acqua e la superficie appena sopra di te e non poterla raggiungere.
Era… essere costretti a pensare continuamente al futuro, ritornare sempre
al passato, non poter vivere perché qualunque cosa facevi, qualunque
cosa pensavi, innescava una raffica di pensieri sulle conseguenze, una dopo
l’altra, una serie infinita, fino a quando non potevi neanche ricordare
cosa, volevi fare. Era… era tutto, tranne che vita. Quindi non parlarmi
di sofferenza, perché non sai quello che stai dicendo.”
La soddisfazione di Buffy cresceva ad ogni sua parola.
(…hai trovato una crepa? Bene. Allargala!…)
“Non doveva essere insopportabile come pretendi, se sei ancora al mondo.
Se era così terribile, perché non ti sei ucciso, invece di strisciare
a nasconderti nelle fogne a covare il tuo dolore? E soprattutto invece di venire
qui a rovinare la mia esistenza?”
“Era la sola cosa che potevo fare…”
“Ah no! Lo hai detto tu. Ci sono sempre delle scelte. Ecco. Ho trovato.
Potevi restartene con Darla. O forse quando si è accorta che il suo giocattolo
era rotto lo ha buttato via?”
Le parole di Buffy risvegliavano ricordi che aveva sempre evitato. Il rifiuto
della donna che aveva amato più di chiunque, per qualcosa di cui non
aveva colpa…
Ora piangeva apertamente. Buffy lo guardava disgustata. Lui si divertiva tanto
a giocare con le vite altrui, e non sopportava che gli rendessero il favore,
neanche in un modo tanto grossolano come aveva fatto lei. E, doveva proprio
ammetterlo, non era certo stato un colpo di fioretto. Più che altro una
martellata. Avrebbe dovuto scivolargli sopra, e invece… Certe volte le
cose erano davvero sorprendenti.
Gli diede un’ultima occhiata e gli girò le spalle, allontanandosi.
“Buffy!”
Lei si voltò e lo vide a pochi passi di distanza. Ora sembrava perfettamente
calmo e padrone di se. Se non fosse stato per le lacrime che gli segnavano le
guance…
“Io sono venuto qui per trovare un rimedio al mio problema. Non mi importava
di crearne a te.”
Le parole facevano fatica ad assumere un significato. Per un po’ restarono
solo suoni senza senso, ma poi…
(…no! Ho capito male, vero?…)
“Che vuoi dire?”
“Dovevo… trovare una soluzione… Non potevo più vivere
in quel modo… anche se vivere è un termine sbagliato. Mi trascinavo…
giorno per giorno… e i giorni sono tanti nell’attesa dell’eternità.
Avevo tentato quasi ogni cosa, anche Darla aveva tentato, ma era stato tutto
inutile. Io ero inutile, lei non poteva tenermi. Mi sono avvicinato a voi sperando
che accanto ad un Osservatore avrei trovato qualcosa in grado di aiutarmi…
In un certo senso avevo ragione, ma non come credevo…”
Il cuore di Buffy era ghiaccio, solo un altro piccolo colpo e sarebbe andato
in frantumi.
(…non pensarci. Ascolta ma non pensare a cosa significano le sue parole…)
Strano, riusciva a ragionare lucidamente. C’erano domande da fare…
(…questo è importante, perché nel momento che non avrai
più domande, il significato di quello che sta dicendo scioglierà
il blocco vetrificato del tuo cuore e cosa succederà allora… non
lo so…)
“Non hai pensato che avrei potuto ucciderti subito?” mormorò.
“Allora non hai capito. Io stavo già morendo. Tu avresti potuto
solo affrettare la cosa, rendermela più facile… Non avrei perso
niente. Ora mi sembra solo un’idiozia… nella mia follia speravo
di trovare una soluzione preconfezionata in qualche vecchio libro…”
“Non in un libro…”
“No. In te. In me. Ho sempre avuto la soluzione perché non ce n’era
una. I miei pensieri erano indirizzati lungo sentieri che riportavano sempre
allo stesso punto, ed ero io stesso il motivo per cui non riuscivo ad uscirne.
Ero debole perché soffrivo, e la debolezza alimentava la mia sofferenza…
Un circolo vizioso.”
“E l’anima?”
“L’anima… l’anima… Se ti capita di trovarne una,
in un uomo, in un demone, in chiunque… fammelo sapere, perché voglio
proprio vederla. Sei una donna intelligente, ti sarà venuto il sospetto
che è il risultato della paura… Temi la morte? Allora credi in
qualcosa di te che sopravvivrà comunque… Tanto chi potrà
confermare che hai torto? Questa è l’anima, Buff. Paura…
del buio! Forse… noi non ci siamo mai spiegati bene cosa intendevamo.
Forse… due cose troppo diverse per capirci. Era un termine rassicurante,
ammettilo… ‘Ho l’anima, povero me!’… E tutti si
sentivano al sicuro. Si sentivano addirittura dispiaciuti per la mia infelice
condizione. Perché no? Perché non lasciarglielo credere? E’
solo una parola, e a me non importa proprio. E’ stato un… errore
di traduzione.”
“Quindi il famoso attimo di felicità…”
“Sarebbe successo in ogni caso. Più tardi, ma sarebbe successo.”
E’ sollievo quello che sente in lei? Sembra uno scroscio di acqua fresca
in una giornata rovente. Pura beatitudine. Perché se sarebbe successo
ugualmente, allora lei non ne ha avuto la responsabilità. Angel si lascia
sommergere dal riflesso di quella gioia, la assimila e la consuma. La sente
spazzare via gli ultimi residui di dolore…
(Ora vediamo cosa succede a dirle il resto)
“Avevo ricominciato a vivere, e non nutrivo più con tanto accanimento
la mia trappola. Come posso spiegarti? La ruota aveva cominciato a girare al
contrario. Avevo di nuovo qualcosa a sostenere la mia volontà. Io diventavo
forte, e di conseguenza i lacci che incatenavano la mia mente si indebolivano.
Ogni volta che provavo un’emozione abbastanza intensa, li allentavo un
poco, finché non sono riuscito a disfarli. Era come una febbre. Consumava
la malattia che mi stava uccidendo. E non parlo di felicità o gioia o
amore. Non c’entra niente il tipo di emozione. Anche odio o rabbia andavano
bene. L’importante era provarle, perché sono solo le emozioni che
danno consistenza alla vita, e il vero fine della mia maledizione era la negazione
della vita, lasciandomi consapevole di quello che stavo perdendo. Conosci Eliot?
‘Noi viviamo, respiriamo, solo se bruciamo e bruciamo…’ Lo
sapevo, ma non mi serviva saperlo, mi serviva un mezzo per riavere il fuoco.”
“Io.”
“Sempre tu.” Le sorrise. Non il suo solito sorriso sinistro e arrogante.
Un sorriso aperto, pieno di gratitudine. Lei sentì raggrinzirsi la pelle
della nuca “Non è stato voluto. Non all’inizio. Tu eri solo
la porta spalancata su Giles. Il caso, o la fortuna, se ci credi.”
Ecco, il conforto che aveva provato fu rapidamente sostituito dalla familiare
sensazione di amarezza. Sembrava anche più pesante ora, dopo quell’istante
di libertà.
“Perché me lo hai detto?”
“Credevo che fosse la serata delle confessioni.” sibilò lui
con cattiveria. Aveva nuovamente cambiato umore. Ora il suo tono era graffiante.
“In ogni caso la colpa è mia, vero? E’ questo che stai cercando
di dirmi?” gemette la ragazza.
“Ti dico solo come sono andate le cose. Tu parli così spesso di
colpa… Non capisco se cerchi il perdono dai peccati o la conferma che
hai peccato!”
Buffy non riuscì più a trattenersi e lo colpì con forza
al volto, facendolo cadere.
Angel rotolò a terra e si raccolse su se stesso, soffocando un ruggito
rabbioso e l’impulso di aggredirla. Sentiva di fluttuare sull’orlo
dell’irrazionalità, con i pensieri che si spegnevano, travolti
da un unico istinto. Colpire. Era rimasto scioccato dalla violenza dell’attacco.
Non lo aveva previsto. Sapeva bene come ferire la ragazza, ma lei era in grado
di rendergli il favore sfruttando le sue, di debolezze.
Inghiottì a fatica la rabbia e si rialzò lentamente, asciugando
con una mano il sangue che gli colava dalla bocca e dal naso, e costringendosi
a sorriderle.
“Sai qual è la nostra sola colpa? Sopravvivere meglio di chiunque
altro, nonostante tutto, malgrado noi stessi, solo per merito nostro.”
La guardò avidamente, aspettando che gli offrisse quello di cui aveva
bisogno.
Buffy chiuse gli occhi. Avrebbe dovuto immaginare che non se la sarebbe cavata
con una vittoria, e neanche con un pareggio. Per un attimo aveva pensato che
giocassero allo stesso livello, ma ancora una volta lui era riuscito a volgere
il discorso a suo vantaggio, scavando con precisione chirurgica nella sua mente.
E ora? Non doveva piangere, non sarebbe servito.
(…vorrei… volere ucciderti, con le mie mani, e prendermi tutto il
tempo necessario a farti scontare ogni parola. Vorrei… volere farti male,
e alla fine sarebbe una gioia vedere il tuo corpo dissolversi in cenere fra
le mie dita, come tu stai dissolvendo la mia esistenza… quello in cui
voglio… voglio… voglio disperatamente credere… in cui ho bisogno
di credere… e farti pagare caro il delitto di avermi messa di fronte alla
verità… perché è la verità… questo lo
so… vorrei non saperlo… Quindi non tentarmi, perché sono
stanca dei tuoi giochi, di inseguirti anno dopo anno… Sono stanca e voglio
tornare a casa, e non so per quanto tempo ancora riuscirò a mantenere
questa parvenza di sanità mentale…)
Niente sarebbe servito, adesso o più tardi. Non sapeva più come
reagire. Urla, pianti, rabbia… a che servivano se non potevano cambiare
quello che era successo?
Ma non riusciva a impedire alle lacrime di scendere.
Angel le si avvicina, le prende il volto fra le mani. Buffy pensa che stia
per baciarla, invece lecca con la punta della lingua le sue lacrime.
“Che cosa vuoi da me?” gli chiede.
“Distruggerti.”
Lei retrocede, continuando a guardarlo.
“Tu sei veramente un mostro.” mormora, lasciandolo solo.
(Distruggerti… e ricostruirti con un’altra immagine)
Questo però non ha potuto dirglielo.
Sbuccia, strato dopo strato, la sua personalità. Trova, la solitudine
che è fondamenta di tutta la sua vita. Ripuliscila da affetti, rancori,
detriti accumulati in tutti quegli anni… e quando ti ritroverai con quel
nucleo limpido e brillante, comincia a edificarci intorno una nuova struttura.
… è stanco, questa sera. Il confronto con lei è stato duro e doloroso. Non ha voglia di indulgere in una caccia lunga e stimolante. Vuole andare a casa al più presto e dormire…
Lei deve essere partecipe, soggetto attivo e non passivo della sua trasformazione. Come sempre, la vittima è un complice. Come sempre, le lascia una possibilità di fuga. Anche se nessuno la usa mai. Forse nessuno la vede mai.
… cammina. I suoi sensi scandagliano l’ambiente con una banda ad ampio spettro, ricevendo segnali da ogni direzione, anche se a scarsa risoluzione…
Nella sua vita ha avuto donne più belle, più intelligenti, più esperte, però vuole lei. Non si chiede il perché. Non si chiede mai perché vuole, solo come ottenerlo. L’introspezione non ha alcun ruolo nella sua natura. Volere, è la motivazione primaria. Quello che vuole diviene il centro focale della sua vita. Pazienza e l’inumana capacità di concentrazione mezzi con cui perseguire il suo fine.
… un suono di passi. Un possibile bersaglio. Automaticamente, restringe il campo di percezione, tralasciando i dati periferici e aumentando la risoluzione del suo obiettivo principale…
L’ha voluta, dal primo istante che l’ha vista, anche se allora
la situazione era differente (e Drusilla aveva sempre saputo quello che sarebbe
successo), e poiché non può seguirla nel suo mondo, sarà
per forza Buffy a doverlo raggiungere.
Qualche volta, in momenti di sempre più rara debolezza, ha anche cercato
di allontanarla, ma ogni volta ha finito per rincorrerla, o essere rincorso.
Sempre perfettamente speculari l’uno all’altra. Se avesse un animo
suggestionabile, penserebbe che erano destinati ad incontrarsi.
… passi che si avvicinano, vengono nella sua direzione… Più che un possibile bersaglio. Una probabile preda. Ora tutti i suoi sensi si sono focalizzati in una sonda sottilissima ed estremamente selettiva, che raccoglie ed elabora i segnali fino a disegnare un dettagliato simulacro mentale dell’obiettivo…
Anni che lavora per arrivare a questo, e ha giocato bene la sua partita.
Avevano tutti creduto che il suo scopo fosse farla soffrire, e quello che voleva
in realtà era lasciarla sola.
Prima regola del buon cacciatore, isola la preda.
E così, aveva sistematicamente tagliato tutti i fili che la univano ai
suoi amici, alla sua famiglia. Alcuni nascondevano in se il seme della propria
distruzione, era bastato coltivarlo. Altri erano stati uccisi, quelli più
forti, quelli che inaspettatamente avrebbero potuto essere un’ancora di
salvezza, mai quelli che la ragazza amava di più. Avrebbe potuto risvegliare
la sua sete di vendetta.
Non sempre aveva colpito personalmente. Gli altri vampiri della città
gli obbedivano, e li aveva lanciati all’attacco come un falconiere con
i suoi rapaci, sempre più accaniti, sempre più… instancabili.
Senza mai lasciare trascorrere una notte in pace. Ma lui si era ritirato nell’ombra,
lasciando ad altri la prima fila, non regalando un motivo per attaccarlo direttamente.
… due battiti cardiaci. Due campi elettrici distinti. L’uno sicuro e definito. L’altro incompleto e abbozzato. Passi brevi e rapidi e altri più leggeri e goffi…Una donna e un bambino. Ora sono entrati anche nel suo campo visivo. Lei tiene il figlio con una mano e alcuni sacchetti con l’altra. Il piccolo deve avere circa cinque anni. I loro cammini convergono. Sono quasi alla sua portata…
L’Osservatore non era mai stato in grado di prevedere la prossima mossa,
chi sarebbe stato colpito. Era stato costretto a farla lavorare sempre più
duramente. Le aveva fatto abbandonare l’università ed ogni parvenza
di una vita normale, e il rancore della ragazza ricadeva su di lui.
Povero Giles, che non ha mai capito quanto è facile la pazienza per un
immortale. Anni che scivolano via senza lasciare traccia, senza rimpianti. Ci
sarà sempre un altro anno per rimediare a quello che si è trascurato…
Eppure anche per lui era diventata un’abitudine. Agognare la fine del
gioco, e dirsi che non era mai il momento giusto.
Fino a quando il caso non aveva deciso, e ora tutto si avviava alla sua conclusione.
Il tempo dell’Osservatore era agli sgoccioli. E così il tempo della
Cacciatrice. O forse il suo.
…la donna gli passa accanto. La ghermisce e le spezza il collo.
Il corpo della madre non è ancora caduto a terra, che ha preso il bambino
per la testa, squassandolo violentemente. Il colpo uccide il piccolo prima che
possa gridare, attirando qualche curioso inopportuno e improbabile.
Ma non c’è nessuno intorno, e lui si inginocchia e stringe a se
il corpo della donna. A vederlo, sembra che la stia piangendo.
VI
La biblioteca era immersa nel silenzio e in una fresca penombra. Il Sole d’inverno
si fermava dietro le finestre, senza penetrare la sala.
Willow si era accorta di Buffy, ferma accanto a lei, solo quando aveva alzato
gli occhi per prendere un altro libro. La cacciatrice si era avvicinata con
il silenzio di un felino. Non aveva nemmeno percepito la sua massa fisica, ed
era strano, perché le era davvero vicina. Avrebbe dovuto almeno sentire
lo spostamento dell’aria al suo passaggio.
“Willow, perché non sei riuscita a ripristinare la maledizione
su Angel?”
Ancora quella vecchia storia? Era tanto, tanto tempo che non se ne parlava più.
Ma era anche tanto tempo che Buffy non si rivolgeva più a lei.
A volte Willow aveva l’impressione che la sua presenza, anzi, la presenza
di tutti loro, la infastidisse. Non parlava quasi mai, potevano passare giorni
senza sentire la sua voce, e quando parlava riguardava sempre la caccia, mai
questioni personali. Willow si era abituata a questo. Il cambiamento era stato
rapido, ma graduale. Ora sentire la voce di Buffy le sembrava sbagliato.
“Credevo di avertelo detto. Non lo so. Forse qualche fattore che non ho
potuto valutare.”
“Già, è possibile. Ma se ci fossimo riusciti… Cosa
sarebbe successo?”
Willow sorrise, un po’ nervosamente.
“Non saremmo qui a farci queste domande.”
“Cosa sarebbe successo a lui… Sai che non me lo ero mai chiesto?
Willow, se si ama qualcuno, non credi che si dovrebbe desiderare la sua felicità?”
“Si, io… credo di si…”
“Qualsiasi cosa lo renda felice?”
“Se lo si ama si…”
“Non importa quali siano le conseguenze per altri? Perché si tiene
a lui più che a chiunque?”
“Questo… questo credo che sia egoismo…”
“Credevo che il mondo si basasse sull’egoismo. Si vive a spese degli
altri… si richiedono sacrifici per preservare la propria esistenza…
Allora in cosa sarebbe diverso questo mio specifico egoismo?”
“Buffy, io non ti capisco…”
“No, non credo. Scusami.”
Willow non sapeva cosa rispondere. Guardò Giles, che era uscito dal suo
ufficio e le stava osservando.
“Tu credi che esista un… un’attitudine naturale a fare del
male?” chiese ancora la cacciatrice “Qualcosa che non dipende da
chi sei, ma da… ‘quello’… che sei?”
“Intendi un istinto?”
Buffy aggrottò la fronte. Non sembrava essere sicura di riuscire a spiegarsi.
“Qualcosa di più. Intendo… qualcosa che ti faccia provare
piacere ad uccidere. Qualcosa che faccia si che uccidere sia la tua… vera
ragione di essere. Qualcosa connaturato alla tua essenza. Che… è
giusto che ci sia.”
“Parli di Angel?”
“Anche.”
Willow sospirò.
“Io credo che sia possibile. Una caratteristica simile potrebbe essere
molto utile per certe creature, ed essere stata selezionata dall’evoluzione.
In fondo, quello che piace è fatto meglio, con maggior efficienza. Un
predatore dotato di una simile peculiarità potrebbe trovarsi in vantaggio
selettivo sui suoi simili, trasmetterla ai discendenti, alla fine farla diventare
un connotato della specie.”
“In questo caso… non potrebbe essere evitata, vero? Sarebbe una
semplice caratteristica naturale, come… le macchie dei leopardi. Non ci
sarebbe niente di male nel… cedervi… perché in realtà
non puoi proprio fare altro…”
“Buffy, è sempre di Angel che stai parlando, vero?”
“E’ di me, che sto parlando.”
Willow la guardò ad occhi spalancati.
“Buffy, io mi riferisco agli animali, o ai demoni. Tu sei…”
“Cosa? Che cosa sono? L’ho chiesto tante volte, ma non me lo avete
mai detto. Cosa sono?”
Giles si era avvicinato alle due ragazze.
“Cosa sei?” chiese.
“Si, Rupert. Cosa sono io? Fai il tuo lavoro, pozzo di conoscenza, e rispondimi.”
“Tu sei la…”
“Si si, lo so. La Prescelta. Allora chi mi ha prescelto?”
“Buffy, a cosa vuoi arrivare?”
“Voglio arrivare ad una risposta. Chi mi ha prescelto? Chi si è
permesso di farmi una cosa simile? Quale sadico figlio di puttana si è
preso questo diritto?”
“Buffy, il tuo è un…”
“Sta attento, Rupert. Sta bene attento a quello che dici perché
non sono davvero dell’umore di ascoltare le tue cazzate mistiche. Io non
ho sacri doveri. Io vado a caccia perché mi piace. Mi diverto. E’
meglio del sesso. Sai perché ho smesso di correre dietro a tutti gli
uomini che vedo? Perché ho trovato di meglio. Ogni notte è sempre
come la prima volta. Per questo lo faccio. E non credo proprio che tutto dipenda
dal fatto che qualcuno mi abbia… prescelta.”
Smise improvvisamente di curarsi di loro, come se non gli avesse mai parlato,
e uscì dalla sala sotto gli sguardi perplessi dell’amica e di Giles,
che non riusciva più a respirare.
VII
Erano giorni che non la vedeva, non la sentiva. Era viva e stava bene, ne era
certo. Ma se non la vedeva e non la sentiva, era come morta. Aveva messo in
preventivo la possibilità che lei si allontanasse, ma una cosa era immaginare,
l’altra vivere. I primi giorni aveva pazientato, poi la pazienza si era
trasformata in ansia, e nervosismo, e naturalmente, alla fine, rabbia.
E questa notte il suo sangue aveva urlato, scatenando una frenesia che doveva
in qualche modo essere placata, prima di diventare autolesionistica, e conosceva
un solo modo.
Questa notte aveva imperversato, e quasi non ricordava quanti erano caduti sotto
la sua furia.
Aveva sempre vissuto per l’aspettativa della caccia, non per l’istante
vero e proprio in cui uccideva. Quello era solo il coronamento di una lunga
e imprevedibile sequenza, dalla preparazione, la ricerca del bersaglio giusto.
Poi circuirlo e girargli intorno, attenderlo, mimetizzato all’ambiente,
e sbagliare, anche. Perché anche sbagliare poteva essere piacevole, e
ricominciare, di nuovo, da capo, custodendo dentro di se l’esaltazione
che cresceva come un’onda montante di marea, minacciando sempre di prendere
il sopravvento, assaporare quegli attimi, a volte dilatare i tempi fino all’estremo
della sopportazione, e alla fine sferrare il colpo letale…
Questa notte invece aveva agito come Buffy, un uccisore casuale e noncurante,
ma non aveva potuto farci niente.
Lasciò cadere il corpo della sua ultima vittima sul tetto dove l’aveva
trascinata, dopo averla strappata al balcone della casa. Un classico universitario,
con tanto di felpa della facoltà. Sarebbe stato anche un bel ragazzo,
se non fosse stato per l’espressione contorta che gli deformava la parte
destra del volto. In quanto alla sinistra… al suo posto c’era una
massa dilaniata da dove emergevano spuntoni biancastri di ossa e si apriva un’orbita
vuota.
Si passò le mani sul viso.
Non bastava ancora, la rabbia non se ne era andata. Ma sentiva il Sole scandire
il suo assalto all’orizzonte e il fiato gelido dell’alba venuta
a derubarlo della sua vitalità.
A malincuore saltò giù dall’edificio, dirigendosi verso
casa.
* * * * * * *
“Questa notte c’è stata una vera carneficina.” disse
Giles “Hanno trovato morte sei persone, e non solo per le strade. Due
sono stati uccisi in una chiesa, un altro preso in casa. La sua ragazza ha detto
che era uscito sul balcone e non lo ha più visto. Lo hanno ritrovato
stamattina sul tetto. Era in condizioni… Il corpo era ridotto male.”
Xander giocherellava con una matita. Sembrava quasi soddisfatto di quello che
aveva sentito.
“Bene, la mia vocina interiore dice che il nostro Angel ne sa qualcosa.
Tu che ne dici, Buffy?”
“Si, è probabile.”
“E naturalmente non hai intenzione di intervenire.”
Buffy abbassò gli occhi. Sapeva cosa l’aspettava, ora. Erano anni
che Xander cantava sempre la stessa canzone. Il suo odio verso Angel non si
era placato con il tempo, anzi… sembrava una faccenda personale. Il che
era strano, perché se c’era qualcuno che Angel aveva ignorato per
quanto possibile, era proprio Xander. Era persino ironico, visto che in un certo
senso i due uomini erano simili, altrettanto implacabili e ostinati nel perseguire
i propri scopi, indifferenti a chi travolgevano sul loro cammino. Qualche volta
Buffy ringraziava il cielo che Xander non fosse un vampiro, perché temeva
che sarebbe stato un avversario superiore alle sue capacità.
“Senti, lascia stare. Almeno per stavolta cerca di tacere.” mormorò
lei, e sembrò molto stanca “Vado a dare un’occhiata al…
ai luoghi dei delitti.”
“Vengo con te.” disse Xander, ma la ragazza lo fermò con
un cenno.
"E cerca di starmi fuori dai piedi." esclamò e uscì
rapidamente.
Non era certa di riuscire a sopportare a lungo la compagnia del giovane.
L’interno della chiesa era illuminato a festa dalla luce colorata che
si riversava dalle vetrate.
La polizia l’aveva fatta entrare subito. La conoscevano, da anni la vedevano
girare intorno alla morte, forse sapevano persino cos’era. Oppure…
(…oppure non sanno che sono qui. Io sono come i vampiri. Una cosa che
non si riconosce, di cui non si parla. Forse non esistiamo davvero. Lo crediamo
soltanto. Per questo non fanno caso a noi. Perché non ci vedono, perché
non ci siamo… Chissà cosa succederebbe se un giorno mi mettessi
ad urlare a tutti la verità… Niente, immagino… tutto continuerebbe
come sempre…)
Linee di nastro adesivo disegnavano due corpi, uno su una panca, l’altro
nel corridoio centrale.
Buffy ci girò intorno.
Facile capire quello che era successo. L’uomo sulla panca era stato attaccato,
l’altro aveva cercato di fuggire, ed era stato raggiunto subito.
Non c’era altro da vedere.
Si avvicinò all’altare e alzò lo sguardo sulla croce, mettendosi
a ridacchiare.
“Ti è piaciuto lo spettacolo?” mormorò “Hai
assistito da una posizione privilegiata e non hai mosso un dito… Diciamocelo…
non sai proteggere molto bene i tuoi fedeli, vero, uomo in croce? O ami allo
stesso modo tutte le tue creature, lui come le altre?” si interruppe un
attimo e si rivolse al sacerdote che le si era avvicinato alle spalle “Non
è così? Non è forse il padre di tutti noi?”
L’uomo guardava sconcertato la ragazza sorridente.
“Si, è così.” rispose.
“Già… E se è un buon padre, non dovrebbe fare differenze
fra i suoi figli. Non… non dovrebbe concedere il suo amore e la sua protezione
solo a pochi.”
“Lui… protegge tutti.”
Buffy scoppiò a ridere. Un puro suono cristallino che scrosciò
lungo la navata come il rumore di ghiaccio infranto. Poi spinse la croce dell’altare
a terra, mandandola in frantumi. Raccolse uno dei pezzi di legno e lo mise nelle
mani del prete, stringendogli il pugno intorno.
“Questo è il solo modo in cui può proteggervi. Ricordalo,
la prossima volta.”
“Xander ha ragione. E’ stato Angel. Li ha uccisi e basta. Non ha
divorato nessuno di loro.”
“Perché ha fatto una cosa simile?” chiese Willow.
(…per me…) pensò Buffy (…lo ha fatto per me. Sono io
che ho messo in movimento tutto quanto…)
Ma non disse niente e fu Xander a rispondere.
“E che ti importa? Avrà deciso che era il momento di rallegrarci
la vita. Non credete che sarebbe il caso di rendere il favore al bastardo?”
“Importa, invece. Potremmo evitare che si ripeta, se sappiamo che motivi
aveva.”
“Non credo ci sia una ragione per quello che fa… E poi non dobbiamo
psicoanalizzarlo, dobbiamo farlo fuori. Non ti sembra un buon sistema per impedire
che si ripeta? Dio, ma che parliamo a fare? Perché quando si tratta di
Angel stiamo sempre a farci tanti problemi? E’ lui, o siamo noi? O sei
tu, Buffy? E’ ancora la tua ossessione? Hai paura di lui, per caso? Vedi
di svegliarti. Guarda che è solo un vampiro.”
Si rendeva conto di quanto suonasse petulante la sua voce, e avrebbe voluto
non aver parlato. Ma non riusciva mai a trattenersi.
“Tu non sai chi è Angel.” mormorò Buffy, senza muoversi.
“Ah, davvero? Otto anni che ci sta tra i piedi, sette che ci rende la
vita un inferno. Credo di conoscerlo abbastanza bene.”
Buffy sospirò.
“Tu cosa pensi, Xander? Cosa sogni? Quali sono… le tue fantasie?
E quali credi che siano le sue, dopo duecento cinquant’anni? Quello che
tu pensi, lo ha già pensato… quello che tu sogni, lo ha sognato
fino alla noia, le tue fantasie per lui sono quelle di un bambino. Non puoi
immaginare quello che ha nella mente. Non puoi conoscerlo.”
“Tu si, immagino.”
“Io? Meno di tutti. Con me ha sempre la maschera. Ma credo di cominciare
a capirlo.”
“Qualunque cosa sia, me ne frego. Adesso inizia ad entrare nelle case.
Devi fare subito qualcosa.”
Gli occhi di Buffy diventarono inespressivi come pietre mentre ricambiava lo
sguardo di Xander.
“Devo? Io devo? Non pensi mai che… loro… dovrebbero imparare
a difendersi da soli? Hanno sempre bisogno di un super eroe per proteggere le
loro preziose esistenze?”
“Ma che stai dicendo?”
Buffy non gli rispose.
Non li ascoltava quasi più. Lei il suo aiuto lo aveva dato. Chissà
se avevano capito quello che voleva dire. Ma che importava? Che tirassero pure
le conclusioni che volevano.
Di una cosa sola era certa. Angel portava davvero una maschera, e lei non immaginava
fino a che punto sarebbe stato capace di spingersi.
VIII
Buffy si gettò sul letto ancora vestita e si addormentò subito,
ritrovandosi nel luogo familiare…
… sulla pianura oscura, dove la luce è ormai solo un riflesso
rugginoso. La neve cade fitta, sfarfalla nel vento che soffia, che aggredisce
la montagna, la leviga, la sgretola. E la montagna si riduce. Non è più
tanto alta, e imponente, e impervia. Ora la presenza è vicina. Potrebbe
vederla, potrebbe toccarla, se non fosse così buio…
… se non fosse appena dietro l’orizzonte. Allora si decide. Oltrepassa
la linea di confine, e finalmente la vede. Vaga nelle tenebre, sperduta, sola.
Non ha mai creduto che potesse provare tanta solitudine. E’ una condizione
così conosciuta, la solitudine. Allunga la mano. La presenza si volta,
guarda nei suoi occhi…
… Angel si svegliò con l’immagine di Buffy impressa nella mente.
* * * * * * *
Giles aveva raggiunto la casa di Buffy e, vedendo aperto il cancello del giardino,
era entrato. Fu accolto da un soffiare rabbioso. Una gatta grigia era accovacciata
sotto un albero e lo guardava con rancore.
Era stato qui poche volte. Alcuni mesi prima Buffy aveva improvvisamente deciso
di andarsene dalla casa della madre. Dopo una rapida ricerca aveva trovato questa
villetta e aveva deciso che era il posto adatto a lei. Aveva ritirato i fondi
bancari che il padre aveva intestato a suo nome e l’aveva immediatamente
comprata. La casa era piccola, e la zona brutta, ma aveva una qualità
che la rendeva insostituibile. Era isolata, e Buffy non aveva niente da temere.
L’aveva sistemata con cura maniacale, rifiutando categoricamente qualsiasi
aiuto, e non aveva mai invitato nessuno. Almeno, nessuno di loro. Li faceva
entrare, quando erano loro ad andare a trovarla, ma non prendeva mai l’iniziativa
di chiamarli.
Da allora il Consiglio degli Osservatori aveva cominciato a pagarla, versando
somme consistenti direttamente sui suoi conti corrente. Buffy non si chiedeva
cosa poteva avere detto Giles, e non provava nessuna gratitudine nei loro riguardi.
Era a causa loro che non poteva trovarsi un lavoro ed essere indipendente. Le
dovevano qualcosa in cambio. Lei non capiva nulla di faccende economiche e non
aveva né tempo né voglia da dedicarvi. Sapeva che ora poteva considerarsi
ricca e che almeno quei problemi le erano risparmiati. Questo le bastava.
Giles attraversò il giardino e raggiunse la casa e Buffy, seduta sui
gradini del patio.
“Ciao.”
“Rupert.” mormorò la ragazza.
L’Osservatore era nervoso. Ora non sapeva bene cosa dire. Alla fine sedette
vicino a lei, che sembrava aspettare pazientemente che si decidesse a parlare.
Dopo quello che gli aveva detto Angel, aveva cominciato a studiare Buffy. Quello
che diceva… che faceva…
Voleva credere che il vampiro avesse mentito, ma aveva la sgradevole sensazione
che non sarebbe stato così semplice. Doveva vederla al di fuori dei loro
soliti incontri… di lavoro. Aveva rimandato per giorni, accampando una
scusa dopo l’altra. Poi, dopo quello che era successo negli ultimi giorni,
non aveva più potuto rinviare.
Le parole di Angel… quelle di Buffy… ora tutto cominciava ad avere
un senso.
I due avevano ricominciato a vedersi, con ogni probabilità avevano anche
ripreso la loro relazione.
Non aveva detto a nessuno della visita di Angel. Willow e Xander erano strettamente
legati al Consiglio, a cui andava la loro fedeltà, e anche se per ora
continuavano a tenere i contatti per suo tramite, sapeva che prima o poi avrebbero
deciso di fare da soli.
Ormai Giles si sentiva tagliato fuori dalla vita dei tre ragazzi…
(…non ragazzi. Non sono ragazzi. Lo sembrano soltanto…)
… e da anni nascondeva molte delle… irregolarità… della
vita di Buffy.
Come avrebbe agito il Consiglio, una volta venuto a conoscenza dei fatti, era
qualcosa a cui preferiva non pensare. Però, qualunque fosse il prezzo
da pagare, per lui o chiunque altro, non avrebbe mai più permesso loro
di mettere ancora le mani su di lei.
La gatta grigia li aveva raggiunti, e si era avvicinata all’Osservatore,
che allungò una mano per accarezzarla.
“Attento.” lo fermò Buffy “Graffia, e morde.”
“Sembra tranquilla.”
Buffy rialzò la manica destra, facendogli vedere lunghi segni sull’avambraccio.
“Si, sembra.” disse.
Rientrò in casa e dopo qualche minuto ritornò con un piatto pieno
di carne che mise vicino alla gatta, attenta a non arrivare a portata dei suoi
artigli.
La bestiola si mise a mangiare, senza smettere un attimo di controllarsi intorno.
“Perché ti tieni intorno un animale simile?” chiese Giles.
Buffy si strinse nelle spalle.
“Non è mia. Non ha bisogno di me, non mi chiede niente e non ha
nessun motivo per comportarsi bene nei miei confronti. Tu invece vorresti eliminare
tutti quelli che non corrispondono alla tue aspettative, vero?”
Giles sospirò. Era diventato così difficile avere a che fare con
Buffy. Sembrava che ogni cosa diventasse motivo di attrito, fra loro. Ma prima
di parlare con Angel non ci aveva fatto caso…
(…non hai voluto farci caso, sii onesto…)
Giustificava tutto dicendosi che era solo un momento di crisi, un brutto periodo…
(…ti prego, ti prego, fa che sia così…)
… accantonando il problema…
Guardò la gatta, che aveva divorato tutto con delicata voracità,
e si stava lavando le zampe come se il mondo non esistesse.
“Buffy, che ti sta succedendo?”
“Cosa intendi?”
“Sei cambiata, non puoi dire di no.”
“Da cosa, sono cambiata?”
“Da come eri prima.”
Frase inutile, se ne rende conto subito. Ha solo ripetuto un concetto già
implicito in quello che aveva detto. Però non sapeva bene come spiegarsi.
“Non parli più con nessuno, non ti interessi a niente, ti isoli
in te stessa… E il modo in cui hai risposto a Xander… Per un attimo
ho… ho creduto che tu stessi per colpirlo.”
(…ero sicuro che lo avresti colpito…)
“Preferivi la ragazzina che si preoccupava delle unghie rotte e delle
feste di primavera? O si metteva a piangere ogni volta che quel coglione alzava
la voce? Quanto pensavi che sarebbe durata?”
La gatta aveva finito di ripulirsi e si era seduta davanti a Giles, con la coda
diligentemente arrotolata intorno alle zampe, a guardarlo con i suoi beffardi
occhi turchesi. Sembrava volerlo incoraggiare a toccarla. Giles rabbrividì.
“Non è questo che intendo. Sono stati anni lunghi per tutti. Cambiare…
era inevitabile. Ma sembra che non sia rimasto più niente di quello che
eri prima.” Quello che doveva chiederle ora era difficile. Doveva ripensare
a qualcosa di cui non aveva mai smesso di vergognarsi “E’ colpa
mia? E’ stato quello che è successo fra noi a cambiarti?”
Buffy si mise a ridere senza allegria.
“Oh, andiamo, Rupert. Quello che è successo fra noi… Non
è successo niente, fra noi, non… per quello, almeno. E’ stato
un periodo in cui andavo a letto con tutti. Ero il portafortuna delle squadre
atletiche universitarie. Lo sapevi bene e ne hai approfittato anche tu.”
Giles si passò le mani sul volto. Non immaginava che avrebbe reagito
con tanto cinismo.
“Non fare quella faccia sconvolta. Non ho nessuna intenzione di biasimarti.
Hai sempre detto di essere come un padre per me. Lo sai cosa intendono i vampiri
con questo, vero? Tra loro è normale uno scambio di favori sessuali tra
genitori e figli. Ti sei solo adeguato alle usanze del luogo.”
L’Osservatore la guardò sperando che stesse scherzando, ma gli
occhi di lei erano freddi e sprezzanti come quelli della gatta.
“Che c’è, Giles? Hai detto tu che non parlavo. Adesso che
parlo non ti va più bene? Deciditi.”
Non riusciva a sopportarla. Si alzò, allontanandosi precipitosamente,
senza neanche salutarla.
Buffy lo guardò scappare. Aveva fatto appena in tempo. Non sarebbe riuscita
a tacere un minuto in più. Come aveva osato venire qui, adesso, a trasudare
comprensione?
“Lo sai una cosa? Io ti odio, Giles. Questa è la verità.
Non volevo pensarlo, ma averti visto qui, a preoccuparti di qualcosa che è
iniziato anni fa... Sono pazza, parlo da sola… e ti odio per quello che
mi hai fatto, per avere rovinato la mia vita. Ti odio per quello che sei. Ti
odio per avermi ridotta ad una cosa tremante, per avermi fatto credere che sono
meno di un essere umano. Ti odio per avere trasformato i miei amici in mostri.
Sei un parassita, hai succhiato la nostra infanzia per i tuoi scopi e non hai
mai avuto il coraggio di ammettere quello che stavi facendo. Ti odio, ma non
è niente, rispetto a quanto odio me stessa per avertelo permesso. E per
non avere la forza di dirtelo.”
IX
Le cose stavano diventando sempre più confuse. Non riusciva più
a distinguere quello che voleva lei da quello che doveva.
(…ma ho mai visto la differenza, poi?…)
La visita di Giles aveva suscitato una rabbia che aveva continuato a crescere,
e questa sera aveva deciso di sfruttarla per trovare una soluzione.
Aveva cercato Angel, ma non si era fatta vedere. Lo aveva seguito nelle sue
scorribande notturne, osservando con puntigliosa attenzione tutto quello che
faceva, cercando di ritrovare l’odio nei suoi riguardi, e riuscendo solo
a far crescere quello per se stessa.
Ma anche questo andava bene.
L’odio si trasformava in rancore, e il rancore poteva essere incanalato
su un bersaglio.
Era tutta la notte che lo seguiva.
Aveva già colpito, senza neppure fingere di nascondersi, aspettando che
la cacciatrice intervenisse, che in qualche modo rivelasse la sua presenza.
Invece non aveva fatto niente.
Alla fine si era fermato e aveva aspettato che Buffy si mostrasse e lo raggiungesse.
… non importa se l’ha aspettata giorni interminabili, ogni istante
infinitamente dilatato dalla lentezza del tempo. Il passato non esiste. Ci sono
solo ricordi, e i ricordi possono essere controllati. Accantonati, se serve.
L’ultima volta che l’ha vista… adesso…
Il tempo trascorso fra i due momenti si accartoccia su se stesso, ed è
come se fossero passati pochi istanti…
Lei non parlava. Si limitava a passeggiare nervosamente avanti e indietro, senza guardarlo.
Era così tesa… L’odore dell’adrenalina nel suo sangue stordiva… Le sue emozioni… suoni stridenti, tanto caotici da essere quasi dolorosi…
“Devi scegliere, Buff. Non puoi più avere tutte e due le cose.”
Lei non si fermava ancora.
“Cosa ti fa credere che io abbia un solo motivo per scegliere te?”
“Tu me lo fai credere. Da quanto mi stai seguendo? Perché non sei
intervenuta prima? Cosa aspettavi? Le solite ragioni non bastano più,
vero? Devi trovare qualcosa di meglio… Stai cercando di convincerti che
lo vuoi. Devi trovare… un buon motivo per farlo.”
Buffy gli girò intorno mettendosi alle sue spalle e lo afferrò
per i capelli, forzandolo ad inginocchiarsi.
Angel sentì la punta acuminata del paletto premergli contro la nuca,
e scendere fino a fermarsi sulla schiena, all’altezza del cuore.
“Attento, Angel. Tu sei vivo solo per colpa della mia debolezza, quella
che stai cercando di eliminare. Ma il gioco sta per avere un finale diverso
da quello che avevi programmato.”
I torpidi battiti cardiaci del vampiro accelerarono. Aveva paura, e non doveva.
Buffy avrebbe reagito alla sua paura… Se non avrebbe reagito prima lui
alla minaccia della ragazza…
In quel momento lei era disposta ad ucciderlo. Ma non ancora del tutto decisa…
Angel girò la testa per guardarla, restando a terra.
“E’ così, allora? Devo morire sacrificato alla tua integrità?
Non per quello che sono io, ma per quello che non puoi più essere tu?
”
Buffy gli si mise davanti, fissandolo negli occhi.
“Sei tu, che mi hai spinto a questo punto.”
Angel annuì.
“E’ vero. Ti ho obbligata.”
Senza preavviso, le prese le mani facendola sedere, e la baciò. Lei si
irrigidì, ma Angel le leccò le labbra, tracciando sulle sue bocca
lenti cerchi con la lingua, mordicchiandole con i denti appuntiti la zona fittamente
innervata del labbro superiore. La ragazza sentì brucianti raffiche di
dolore percorrerle i muscoli in onde armoniche, stringerle lo stomaco ed esplodere
con lampi luminosi dietro le retine, lasciando, ogni volta che si spegnevano,
una sensazione di piacere che era rafforzata dalla fitta successiva, finché
alla fine aprì la bocca sotto quella di Angel, rispondendo al bacio.
Lui incrociò le braccia dietro la schiena di Buffy, facendola aderire
a sé, e iniziò a fare le fusa. Un suono di soddisfazione che aumentava
di intensità mentre sentiva il corpo della donna muoversi in flessioni
ritmiche all’unisono con il suo, e le mani salire a stringergli la testa
e spingerla ancora più contro di lei.
Alla fine fu Angel a lasciarla.
Si rialzò, guardando la ragazza a terra, la situazione perfettamente
speculare a quella di pochi minuti prima.
“Ti ho… obbligata?” le chiese.
X
“Buon Natale, Buffy.”
Giles le diede un pacchetto avvolto in carta color piombo e nastri lattei.
Lei sorrise graziosamente nel prenderlo…
(E’ quello che desidera, no?)
… e lo svolse subito.
(Ma che bello. Un braccialetto. Oro bianco… pietre rosse… Originale).
Doveva ammettere che, da quando avevano avuto la loro conversazione, Giles la
trattava con grande gentilezza. E tanta, tanta cautela.
(Che si aspetterà ora, il vecchio? Che lo bacio, o lo abbraccio?)
“Grazie, Rupert. E’ molto bello.”
Può bastare.
(…non le importa. Non le importa un accidente di niente…)
Xander non si era perso una sola espressione (…o non espressione, forse
è meglio…) della ragazza, mentre accettava i doni dei presenti,
li scartava, ringraziava e li metteva da parte.
(…avremmo potuto regalarle una scatola di matite colorate. Le avrebbe
fatto lo stesso effetto…)
L’anno scorso era così diverso. Erano presenti anche Cordelia e
Oz. Erano stati il cemento che li teneva insieme, l’ancora che li legava
all’umanità. Erano i più forti, gli unici a non perdersi
nei sentieri che si erano trovati a percorrere.
Spariti loro, gli altri non avevano più trovato la strada giusta.
Willow si era rifugiata nello studio, e non doveva dispiacerle. Aveva sempre
preferito i libri alle persone, forse per lei era persino un sollievo non dovere
più fingere un interesse che non aveva mai realmente provato.
In quanto a lui, aveva finalmente deciso che il mondo in cui vivevano non aveva
nulla di divertente, e aveva smesso di ridere.
E naturalmente mancava Joyce…
Aveva accampato una scusa frettolosa e incerta, un poco credibile tentativo
di riconciliazione con l’ex marito. Negli ultimi tempi faceva di tutto
per evitare di avvicinarsi alla figlia.
Questo… patetico tentativo di credersi una… Cosa? Famiglia? Quasi
gli venne da ridere. Proprio una bella famiglia! Si guardavano, imbarazzati,
senza alzare gli occhi l’uno sull’altro…
Ebbene, era uno spettacolo allestito a loro solo beneficio. Illudersi almeno
per una sera di non sapere quello che sarebbe successo durante la notte. Doveva
recitare come gli altri.
Eccetto Buffy, seduta vicino all’albero di Natale, che li guardava fissamente
tutti, e non mostrava nulla…
Xander raccontava qualche sciocchezza…
Willow ridacchiava forzatamente…
Giles cercava di intervenire nel discorso…
Buffy cominciava a stancarsi di tutta quella finzione. Inquinava l’aria,
rendendola difficile da respirare. Le sembrava di essere immersa in un mare
viscido.
(Devo uscire da qui. Sto…)
Doveva trovare un modo per farli smettere.
(…soffocando…)
Le sue parole improvvise funzionarono benissimo.
“Ho ucciso degli uomini.”
Come sempre, Xander era stato il più rapido a muoversi. Si era alzato
e avvicinato a Giles, mentre Willow sembrava avere recepito la frase con un
attimo di sfalsamento, come se dovesse analizzare bene quello che aveva sentito,
prima di agire.
(Ora lei valuterà la cosa giusta da dire, la cosa giusta da fare. Giles
rimarrà pietrificato, come un coniglio davanti ad una donnola, e Xander
agirà d’impulso, senza immaginare il pericolo che adesso corre
ad aggredirmi)
“Cosa hai detto?” sibilò il ragazzo.
Buffy alzò gli occhi su di lui. Sembrava quasi divertita dalla sua reazione.
Era sempre stato tanto prevedibile.
“Ho ucciso degli uomini. Stavano facendo delle brutte cose.”
Scandiva le parole, mentre raccontava loro del primo uomo, al porto, e di quelli
che erano venuti nelle notti successive. Era come se stesse parlando a bambini
piccoli, non molto intelligenti. Oppure come se faticasse ad esprimersi in termini
comprensibili.
(…voglio…)
“Io sono il difensore dei deboli e degli innocenti, giusto? Allora difendo.
Sono la cacciatrice, ho allargato il mio catalogo di prede. Non sei contento,
Giles? Non sei contento di me?”
(…USCIREUSCIREUSCIRE…)
La guardavano, quella cosa estranea che aveva preso il posto di Buffy…
Che finalmente può andarsene senza doversi giustificare.
Xander le corse dietro, la raggiunse e la obbligò a girarsi.
“Sei pazza?” urlò “Sei diventata pazza?”
Buffy non rispose. Si limitò a fissarlo mentre la scuoteva tenendola
per le braccia, senza aprire bocca. Xander tentò l’arma dell’accusa,
che con lei aveva sempre funzionato, riducendola ad una piccola cosa piagnucolosa
e sottomessa, l’arma che non usava da anni, per… paura. Aveva paura
di lei, ma ora rabbia e sorpresa nascondevano la paura.
“E’ ancora lui, non è vero? Continuate a vedervi! Continuate
anche a fottervi?”
Ancora quello sguardo verde come il diaspro, duro come il diaspro…
(…parlami, dimmi qualcosa… Fai qualcosa! Dannazione Buffy, dove
sei? Fammi capire che sei ancora li, da qualche parte, dietro quegli occhi di
pietra…)
Nessuna reazione, nessuna espressione che lui potesse interpretare, e la paura
riemerse ribollente. Lei era così piccola, così insignificante
di fronte a lui, ma Xander la conosceva troppo bene, da troppo tempo, per cadere
nell’errore di giudicarla dall’apparenza.
(Xander… Cosa mi stai dicendo? So che stai parlando, perché sento
i suoni, ma non capisco il significato delle tue parole… Non capisco più…)
La lasciò andare, e la vide allontanarsi senza più badare a lui,
sparendo nel buio.
* * * * * * *
Lo trovò nel parco, seduto appoggiato all’albero, con i polsi
sulle ginocchia e il volto di marmo. La aspettava, naturalmente.
“Niente armi, stasera?” le chiese.
“Ne ho bisogno?”
“No. Nessun bisogno.”
Buffy era in piedi davanti a lui.
(Devo scegliere. E va bene, sceglierò. Ma non lo farò per te,
per loro, per il dannato mondo. Scelgo solo per me. C’è una cosa
che devo sapere, una cosa importante, la più importante di tutte. Perché
io ti amo, ma ora non mi basta più. Non mi basta più dare senza
ricevere niente in cambio. Sei tu che me lo hai insegnato. Poi potrò
scegliere)
“Quello che mi hai detto… Mi stavi mentendo?” gli chiese.
“Non ti ho mai mentito… O almeno non lo faccio da molti anni…”
“Non menti, ma qualche volta non dici tutta la verità.”
“Qualche volta…”
“E questa? E’ una di quelle volte?”
“Forse.”
“Io credo di si. Manca ancora qualcosa. Volevi tornare te stesso. Va bene.
Perché quando ci sei riuscito non te ne sei andato?”
Angel le sorrise.
(Buffy, non fare domande di cui conosci già la risposta… O è
una conferma, quella che vuoi?)
“Tu che ne dici?”
“Basta con gli indovinelli, Angel. Le mie risposte sono finite, ora voglio
le tue. Potevi andartene. Tornare in Europa, magari. Invece sei rimasto in questa
merda di città che hai sempre odiato. Io sono sola, e lontano dalla cacciatrice
tu saresti stato al sicuro.”
Angel esitava. Era difficile parlare. Difficile ammettere che, alla fine, importava
anche a lui. Ma ormai aveva esaurito tutte le astuzie usate per eludere la verità.
“Sono rimasto perché tu sei qui.”
Buffy sospirò e gli si sedette accanto. Che stupida arroganza era stato
credere che esistesse un solo modo di amare.
“Credo che quel tuo poeta, Eliot, avesse ragione…” disse alla
fine.
“Forse si è trovato in una situazione come la nostra.”
“Nessuno è mai stato in una situazione come la nostra.”
Angel la guardò divertito.
“Senti la ragazzina. Vent’anni e sai già tutto, per giudicare
con tanta sicurezza?”
Buffy chinò la testa. Ancora una volta era caduta nel suo vecchio vizio,
giudicare.
Questa era la sola vera differenza fra loro. Lui non giudicava mai, constatava
il mondo e sembrava trovare sempre di che goderne.
(Deve essere così bello poter accettare la vita in tutti i suoi aspetti)
Aveva passato anni a compatire Angel…
(Povero mostro, che non capisce neanche quello che si perde)
Ma che aveva poi da compatirlo? Il tempo non lo avrebbe mai toccato, era più
vivo di chiunque avesse mai conosciuto e completamente soddisfatto della sua
condizione…
Ed era libero.
Era più logico invidiarlo.
“Eppure sembrava tanto semplice… Noi da una parte, voi dall’altra…
Nessun dubbio sui confini da non valicare… Solo che ad un certo punto…
non è stato più così faci