Le strade del del destino

di Elisa

CAPITOLO I


“Ma che diavolo sto facendo?”
Buffy accartocciò l’ennesimo foglio di carta per gettarlo, senza fortuna, nel cestino che già straripava di fogli appallottolati.
Sconsolata, appoggiò la testa sulla mano: lo sguardo le vagò per la sua stanza, tornando inesorabilmente alla pila di fogli bianchi che si era preparata davanti: da circa un’ora tentava, senza risultati apprezzabili, di scrivere una lettera…
Lettera che avrebbe cambiato la sua vita, o almeno, lo sperava.
Aveva deciso di cambiare la sua vita: voleva prenderne in mano le redini…
Negli ultimi tempi, le pareva di essere stata guidata troppo, da tutti, anche se non avevano certo intenzioni deplorevoli. Il signor Giles - che aveva rinviato la sua partenza per l’Inghilterra - lei lo sapeva, pensava solo al suo bene, alla sua incolumità, ed era per questo che era sempre tanto pedante ogni qualvolta che si ritrovassero in una stanza comune. Ma anche pensando che lo faceva perché teneva a lei, non riusciva più a sopportarlo!
E i ragazzi…Li adorava, non poteva continuare senza di loro, ma le sembrava di essere l’unico pulcino in una comunità di chiocce!
Stava impazzendo: se non fosse riuscita a cambiare le cose, aveva paura di fare o dire qualcosa per cui, poi, si sarebbe pentita amaramente.
Era da un po’ che quest’idea le stava frullando nel cervello, ma solo dopo oggi aveva deciso di metterlo in pratica! Certo, aveva Dawn a cui badare, ma era più che sicura che insieme a Tara e Willow sarebbe stata benissimo…

Sembravano più sorelle loro che…

Si impose di cacciare le negatività almeno per quel pomeriggio: ancora una volta, impugnò la penna e cercò di mettere per iscritto il fiume di emozioni e pensieri che le si agitavano dentro.

Cari amici,
so che probabilmente questa notizia vi prenderà alla sprovvista, ma ho deciso che ho bisogno di un break.
Non è colpa vostra: voi non avete fatto niente!
Siete sempre molto affettuosi e, ora più che mai, siete la mia famiglia. E io vi voglio un gran bene, solo il cielo sa quanto…
Ma qui non si tratta di voi, si tratta di me: mi sento troppo chiusa in una scatola d’ovatta, anche se sono la Cacciatrice sono sempre controllata a vista…Io vi capisco, ma vi prego, cercate di capire anche me: ho bisogno di riafferrare la mia esistenza, di farla nuovamente mia, per poter continuare a svolgere il mio compito con serenità…
Ora come ora, la mia vita è solo caccia: automatica, fredda caccia…Ma io sono più di questo, sono più della Cacciatrice.
Detto così, mi rendo conto che suona come una gara con sé stessi, ma vi assicuro che non è così: da molti anni, ormai, ho accettato il mio ruolo e anche ora non intendo sottrarmici.
Ma per continuare a svolgerlo al meglio, ho bisogno di un periodo di ritiro, di meditazione, per poter essere di nuovo la vecchia Buffy che voi conoscevate.
Quindi, vi prego, VI SUPPLICO, non cercatemi.
Vi prometto che tornerò, molto presto, prima di quello che pensate…E starò bene, di questo non dovete preoccuparvi…
Molto probabilmente, neanche farete in tempo ad accorgervi che sono partita che già sarò di ritorno!
Comunque, vi voglio dire che mi mancherete tantissimo, questo già lo so.

Signor Giles, la prego, vegli sui ragazzi.

Dawn, piccola, mi mancherai tanto, ma presto sarò di nuovo con te: spero che con Willow e Tara ti troverai bene…Loro sono altre due sorelle per me, e quindi sono sicura che anche con te sapranno essere presenti e affettuose come lo sono sempre state con me.

Ragazze, vi affido mia sorella: sono certa che sarà al sicuro con voi, al calore di persone che si vogliono bene e sempre protetta.

Xander, Anya, cercate di finire questi benedetti preparativi per quando sarò tornata, altrimenti inizierò a disperare per la realizzazione di questo matrimonio!

Vi voglio bene, a tutti quanti…Cercate di non fare pazzie durante la mia assenza, e vi prego, vi prego con tutto il cuore,
NON CERCATEMI.
Buffy


Non poteva crederci!
Ce l’aveva fatta….Ci era riuscita: le sembrava di aver trattenuto il fiato per tutta la stesura della lettera…e dal fiatone che si ritrovava, forse, era proprio così!
Ormai era notte inoltrata: in casa, Dawn dormiva e così Tara e Will.
Chiuso il foglio in una busta, preparò una borsa con pochi vestiti, per lo più tute e indumenti sportivi, indossò la SUA giacca di pelle – che, dopo tutti questi anni, aveva ancora il suo profumo - e scese dabbasso.
Senza fare alcun rumore, posizionò la busta dove potessero vederla appena svegli, sul tavolo della cucina, e poi uscì dalla porta sul retro.


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Le stelle ricoprivano Los Angeles, come una coperta intessuta dalle fate.
Una fresca brezza smuoveva le fronde degli alberi e i capelli di Angel che, in silenzio, percorreva una stradina secondaria nella periferia della città.
Era riuscito ad uccidere un demone che affliggeva L.A. da circa una settimana, ma non senza averne avuto in cambio alcuni souvenir: molte ferite lo stavano infastidendo…Anche se poteva guarire più in fretta dei comuni mortali, il dolore poteva sentirlo ugualmente e ora, ne sentiva parecchio!
In effetti, erano un paio di mesi che si ritrovava, alla fine di ogni lotta, con sempre più ferite…E la cosa aveva impensierito Gunn, Fred, Wesley e Cordelia, in particolare, che non voleva che il suo capo rischiasse di ricevere una ferita pericolosa anche per lui…Non voleva perdere il lavoro!
Mentre gli altri avevano iniziato una ricerca a riguardo, senza informarne Angel: volevano capire se c’era all’opera qualche forza oscura o capire ugualmente cosa gli stava accadendo.
Naturalmente, la cosa non era sfuggita a Cordelia, che era stata convinta a fatica a tenere la bocca chiusa sull’argomento, ma che poi, alla fine, si era unita alla ricerca.
Da giorni stavano spulciando ogni libro che potesse dar loro qualche informazione, ma la totale mancanza di risultati stava iniziando a preoccupare l’ex osservatore…per non parlare della frustrazione. Erano ancora concentrati sui volumi che avevano davanti, quando Angel rientrò…Non palesò loro la sua presenza, ma facendo pochissimo rumore, si ritirò nel suo appartamento.
Se non fosse stato per le porte che cigolavano, nessuno se ne sarebbe accorto…
“Anche stanotte è rientrato tardi…se va avanti così, non avrà più forze. Le ferite che si procura ogni notte non fanno in tempo a guarire tutte per la notte successiva, e se la cosa venisse di dominio pubblico, sarebbe un bel guaio: qualche demone potrebbe fare comunella per affrontarlo e non sono sicuro che potrebbe uscirne bene…”
Nella voce di Wesley era riflessa tutta la preoccupazione per il vampiro che era ben presto diventato un suo amico: solo un anno prima, avrebbe definito la cosa impossibile, ma tante cose erano cambiate da allora…per fortuna sua…
“Sì, certo…vaglielo a dire tu di rientrare più presto! Io, di certo, non mi offro volontaria…Lo sai, oltre a lavorare sempre di più, è diventato ancora più chiuso, se solo la cosa è possibile…No, non penso sia una buona idea…”
Cordelia aveva parlato col suo solito tono disinteressato, ma lui sapeva bene che aveva a cuore il bene di Angel, proprio come lui.
Poteva ingannare chiunque, ma non lui.
Wesley guardò Fred che si era addormentata con alcuni libri in braccio: la stanchezza iniziava a farsi sentire, in ognuno di loro. Rispose a Cordelia cercando di non alzare troppo la voce.
“Certo, e allora restiamocene buoni buoni qui, in silenzio, mentre lui continua a correre sempre più rischi ogni notte che passa…”
“Ma io non sto dicendo questo, testardo di un inglese! Sto solo dicendo che non è il caso di andarglielo a dire, tutto qui…Non ho detto che non dobbiamo fare niente!”
“Appunto…continuiamo a cercare: prima o poi, qualcosa verrà fuori…”
Gunn aveva espresso la sua idea: secondo lui, era inutile accapigliarsi su questa questione, sarebbe successo ciò che sarebbe dovuto succedere…finiva sempre così.
O quasi.


Le loro voci risuonavano nitide come cristalli, fino al piano di sotto, dove Angel aveva deciso di ignorarle…Ma anche con tutta la buona volontà, non ci stava riuscendo. Stavano gridando troppo forte. Decise che, l’indomani, gliene avrebbe detto quattro a proposito del lavoro straordinario notturno…
Ora era troppo stanco.
Era consapevole che qualcosa non andava.

Troppe ferite.
Troppo dolore.
Fisico.

E mentale.

Ogni volta che rientrava, cadeva esausto e completamente privo di forze sul letto, sprofondando in uno stato di sonno senza pace e senza riposo…Passava gran parte del giorno ad agitarsi tra le lenzuola, con il dolore di ogni ferita che lo pungolava e lo straziava ogni volta di più. Quando poi si alzava, ricominciava tutto daccapo: il dolore, la stanchezza e l’agitazione.
Non aveva pace.
Quel giorno decise che ne aveva abbastanza di non riposare, così si alzò che il sole era ancora alto nel cielo – era pieno pomeriggio – e decise di riordinare casa.
Anche se era un vampiro, non gli piaceva il disordine.
Decise di riporre degli antichi testi che ancora doveva sistemare dacché era arrivato a Los Angeles: mentre li prendeva, uno per uno, per ordinarli sullo scaffale, un particolare attirò la sua attenzione…un piccolo foglio di carta era caduto da uno di essi.
Curioso per questo piccolo incidente, si accovacciò per vedere di cosa si trattasse e, con suo grande stupore, notò che si trattava di una busta proveniente da Sunnydale, col timbro di qualche settimana prima…
Tentò di capire come diavolo potesse esserci finita, anche perché non ricordava assolutamente di aver ricevuto niente da Sunnydale da ormai un bel po’ di tempo…Sempre con la busta tra le mani, si avvicinò alla lampada, per poterla osservare da vicino: non riconosceva la scrittura, ma l’aprì lo stesso e ne lesse il contenuto. Si trattava di un singolo foglio bianco, su cui c’erano scritte poche parole.

Caro Angel,
mi dispiace disturbarti.
Non so nemmeno io perché ti sto scrivendo questa lettera: forse, dopo tutto il dolore per le vicissitudini passate da Buffy, avevo bisogno di parlare con qualcuno che mi possa capire, o semplicemente ascoltare. E tu, queste due cose, le sai fare meglio di chiunque altro io conosca.
Scusami se ti posso sembrare egoista: so che hai lasciato Sunnydale per darle quello che pensi sia meglio per lei…
Non sai quante volte ho temuto per lei, per la sua salute mentale…e quante volte ho pensato di avere fatto un grande, madornale errore nel castare l’incantesimo che l’ha riportata tra di noi. Per innumerevoli notti, mi ripetevo di essere stata la più grande egoista di questo mondo, che non aveva scusanti, non potevano esistere scusanti per una come me…
Ora sono riuscita a zittire queste mie paure: vedendo Buffy di nuovo serena, che tenta di riappropriarsi della sua vita, mi dico che – forse – ne è valsa la pena.
E volevo dividere questo momento con te: non chiedermi perché…se vuoi chiamalo istinto, se vuoi chiamala stupidità…Sta di fatto che ora sto scrivendo questa lettera.
Ti accludo una sua foto: secondo me è la più bella dopo che…Beh, hai capito.
Spero che mi perdonerai per questo mio ennesimo atto di egoismo.
Ti auguro di trovare altrettanta serenità…o per lo meno, un po’ di pace.

Con affetto,
Willow

Non poteva credere ai suoi occhi.
Era davanti a lui…
Certo, era solo una fotografia, ma la sua bellezza lo travolse come se fosse stata lì davanti a lui.

Di nuovo viva.

Bella.
Come sempre sarebbe stata.

Per lui, non sarebbe mai cambiata: sarebbe rimasta la dolce ragazza, solare e piena di vita, che aveva amato…
E che amava.

Quella foto lo sconvolse totalmente: la camera si era messa improvvisamente a girare intorno a lui, come una trottola. Gli ci vollero alcuni secondi affinché si riappropriasse delle sue facoltà.
Solo allora, riguardò la foto.
Mille dardi sembrarono trafiggerlo: le gambe gli tremarono e questa volta non lo ressero più…cadde sul pavimento, con ancora la foto in mano. La stringeva come se fosse la sua ancora di salvezza in mezzo alla più violenta delle tempeste…
La vista iniziava ad essere oscurata da infinite lacrime che avevano iniziato a scendere dai suoi occhi color della notte.

Decise che non poteva continuare così, doveva fare qualcosa per uscire da quella situazione.

Non sarebbe stato d’aiuto a nessuno, in quelle condizioni…Fu d’impulso che si alzò, quasi cadendo per il capogiro che ne risultò, e si diresse in camera sua: prese un borsone e lo riempì con qualche vestito e alcuni volumi che stava leggendo.
Decise che, appena fosse scesa la notte, sarebbe partito per mettere ordine nei suoi pensieri, visto che nel suo cuore non avrebbe mai potuto, stando lontano da lei.
Si accorse, però, che gli sarebbe dispiaciuto dare una preoccupazione ai suoi amici: un debole sorriso si fece largo nella tempesta di emozioni che lo stavano squassando…Non avrebbe mai pensato di affezionarsi così a quel manipolo di persone che ora, rappresentavano quasi una famiglia per lui.
Cercò un foglio di carta, su cui tentò di spiegare le sue intenzioni.
Sperò che, tra tutti, lo trovasse Wesley, e non Cordelia che avrebbe sicuramente dato in escandescenze…ma forse, avrebbe dato in escandescenze lo stesso.
Sperò solo di riuscire a mettere per iscritto quello che aveva nella mente.
E nel cuore.

Cari amici,
so che probabilmente disapproverete questa mia decisione, ma io parto.
Ho bisogno di allontanarmi dalla città per qualche tempo.
So che lascio la Angel Investigations in buone mani, in ottime mani…
Vi prego, cercate di capirmi: ma soprattutto, non cercatemi.
Nel modo più assoluto.
Vi prometto che tornerò, ma voi dovete continuare con le vostre vite, con il vostro lavoro.

Devo riuscire a trovare un po’ di pace o perderò me stesso.

Angel


Chiuse il foglio nella busta e decise di lasciarla attaccata alla porta…dove non potevano non vederla. Prese il borsone ed uscì dalla finestra: fuori stava iniziando ad imbrunire e presto sarebbe stato buio, quindi sperava di allontanarsi abbastanza…anche se non sapeva in che direzione sarebbe andato.
Sapeva solo che voleva andarsene, doveva…
Messa al sicuro la foto nella tasca interna della giacca, fu così che si ritrovò in strada, sotto le stelle che, lontane, brillavano, indifferenti al suo tormento…Ma chi non lo era?
Ognuno era troppo preso dal proprio per occuparsi e preoccuparsi anche di quello degli altri: ma gli andava bene così, in fondo aveva passato ottanta anni a autocommiserarsi, crogiolandosi nel dolore, nel rimpianto…
In questi due anni a L.A. era cresciuto, come ‘persona’, imparando ad appoggiarsi agli altri, sempre un po’ di più, giorno dopo giorno…

Anche se non era mai stata la stessa cosa…che con lei.

Se ne stava andando proprio per maturare ancora, e per cercare quella stabilità che sempre gli mancava. Poteva fare qualsiasi cosa, ma si sarebbe sentito sempre incompleto: non aveva alcun dubbio a riguardo, lo sapeva anche fin troppo bene…Purtroppo, quello che lo avrebbe reso completo, rischiava di rovinare tutto, ma soprattutto, avrebbe messo a rischio la persona che più contava per lui. E questo non lo poteva accettare…adesso, come allora, quando l’aveva lasciata.
Era stata la cosa più difficile che avesse mai fatto: vedere il suo cuore che si spezzava, lì, davanti a lui, e sapere che ne era lui l’artefice, il maledetto artefice, era stato come morire…

Vedere nei suoi occhi tutto l’amore congelarsi alle sue fredde parole…
Vedere nei suoi occhi tutte le speranze per il loro futuro insieme svanire come neve al sole…
Vedere nei suoi occhi la totale incomprensione per le sue parole…

Vedere le sue lacrime…

Ma lei era stata tanto forte da andare avanti, come lui aveva sperato: non ne aveva mai dubitato, sapeva che era una ragazza straordinaria, dotata di risorse eccezionali…
Non amava pensare al fatto che si stesse rifacendo una vita: questo comportava immaginare qualcun altro vicino a lei...e anche se era il motivo per cui l’aveva lasciata, era ancora un pensiero troppo doloroso per lui, per cui preferiva evitarlo.
Una leggera brezza si era alzata, e gli stava ora sferzando il viso: il freddo del vento l’aveva scosso da quei pensieri che, di solito, non lo portavano da nessuna parte se non a rimuginare e di essere di cattivo umore per giorni interi, addirittura settimane.
Infilò il borsone in macchina e avviò il motore, dirigendosi verso…neanche lui lo sapeva: prese solo la direzione che portava a nord, fuori città…era la strada più veloce per uscire da L.A. e quindi fu quella che scelse.

CAPITOLO II


Buffy aveva velocemente lasciato Sunnydale: aveva portato con sé i propri risparmi, e si era diretta all’aeroporto, dove era riuscita a trovare un posto libero sul primo volo per l’Europa…
Aveva deciso di cambiare totalmente ambiente e cosa c’era di meglio se non il vecchio Continente? Avrebbe messo in pratica gli studi d’arte che era stata costretta a seguire all’università, visitando dei musei…cercando sé stessa tra dipinti e sculture.
Durate il volo, che fu tranquillo, dormì un sonno agitato, come sempre del resto: era molto tempo ormai che non riusciva a riposare e neanche sfiancarsi con la caccia era servito a qualcosa.
Si svegliò di soprassalto, ma rassicurata dalla voce del pilota che si era trattato solamente di un vuoto d’aria: guardò fuori dal finestrino, facendo vagare lo sguardo tra le nuvole che riempivano il cielo come una coppa di panna montata…Chiese alla hostess un bicchiere d’acqua e quando sarebbero arrivati.
“Atterreremo a Parigi fra mezz’ora…Posso portarle qualcos’altro?”
“No, grazie”
Sorseggiando la sua acqua, pensò a come la scelta della sua destinazione era stata alquanto fortuita: era arrivata all’aeroporto senza idee e aveva deciso che il primo volo disponibile sarebbe stato il suo. E così era stato.
Intravide i primi segni della grande città sotto di sé poco dopo aver parlato con la hostess: era incredibile quante cose si potevano osservare da lassù…La cattedrale…La torre Eiffel!
Ora iniziava a sentirsi eccitata all’idea di camminare tra tutti quegli edifici antichi, dai quali si poteva respirare la storia…..beh, in fondo, forse non sarebbe stato così entusiasmante.
Ma forse avrebbe apprezzato altre cose…
Mentre era ancora persa in questi pensieri, la voce del pilota la riscosse riportandola alla realtà, dicendo che era il momento di allacciare le cinture visto che si stavano preparando all’atterraggio.

Era una giornata grigia, in cui una leggera pioggerellina rendeva l’aria quasi tangibile intorno a sé…davanti all’uscita, una lunga fila di turisti aspettava che si liberasse un taxi, mentre Buffy li sorpassava per dirigersi all’ufficio del cambio, per avere del denaro contante.
Cambiato parte di quello che si era portata dietro, si diresse verso la fermata della metropolitana, sperando di trovare la linea che portava in centro senza troppa fatica: a portata di mano aveva sempre il suo dizionario tascabile, acquistato proprio prima di partire da cui aveva appreso alcune espressioni di conversazione durante il volo. Non che si illudesse di riuscire a comunicare qualcosa di comprensibile, ma era sempre un inizio…Scesa nei sotterranei, riuscì a prendere il primo treno che l’avrebbe portata a Notre Dame.
Non sapeva ancora dove avrebbe alloggiato, ma era decisa a trovare una camera nei dintorni, giusto per essere a portata di mano da quasi tutti i posti degni di visitare nella ville lumiere.
La metropolitana a quell’ora era piena solamente di turisti e studenti che tornavano da scuola…
Buffy riusciva abbastanza bene a confondersi tra la folla: in fondo, il suo solo bagaglio era il borsone che aveva a tracolla per cui, non sembrava la solita turista…Ragion per cui, veniva evitata da tutte quelle zelanti persone che, fuori da ogni stazione – di metropolitana, bus o treno – offrivano i loro servigi a turisti più o meno sprovveduti.
Uscita dalla metropolitana, decise per prima cosa di trovare un alloggio.


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Aveva lanciato la macchina a velocità folle, diretto fuori città…in men che non si dica, aveva attraversato il confine e, appena aveva iniziato a percepire che la notte stava per terminare, era riuscito a trovare un rifugio in una vecchia cascina abbandonata, in cui non aveva trovato riposo, ma solo un sonno agitato e tormentato da mille incubi.

Diverse settimane passarono nello stesso modo: attraversò tutti gli stati, fino a giungere sull’altra costa, nello stato della Virginia e, la notte stessa che vide l’oceano, si diresse al porto di Norfolk dove in poco tempo, trovò un cargo diretto in Europa…Aveva ritrovato alcuni vecchi conoscenti che non gli fecero problemi a dargli quel passaggio che a lui stava così a cuore.
Avrebbe potuto evitare la luce del sole con relativa facilità, anche se avrebbe impiegato un maggior tempo a raggiungere la sua destinazione…ma questo non gli importava: l’importante era andarsene, non il tempo che avrebbe impiegato per farlo.
Era una nave mercantile, che trasportava solo container: i marinai che vi prestavano servizio erano tutti esperti e nessuno era incuriosito dal nuovo passeggero che il loro capitano aveva accolto a bordo: ogni tanto, capitava che il loro capo decidesse di dare un passaggio a qualcuno che ne aveva bisogno….Il fatto, poi, che si conoscessero da prima, era una cosa che normalizzava il tutto più di ogni altra congettura. Angel era stato sistemato in una cabina che non aveva oblò, ma che era situata proprio nella parte più centrale della nave: aveva così a disposizione uno spazio tutto per sé in cui passare tutto il tempo necessario.
Partirono la notte stessa del suo arrivo in città, visto che il cargo era già in ritardo di un giorno. L’oceano si presentava davanti a loro placido: era una notte tranquilla, in cui solo una leggera brezza faceva loro compagnia…Angel era sul ponte, rivolto vero il porto che si andava via via allontanando: i suoi occhi erano fissi sulle luci che si stavano lentamente spegnendo all’orizzonte, non realmente guardandole ma restando fissi su un volto…volto che stava ancora una volta abbandonando.
Ma questa volta era diverso: se ne stava andando per lui.
Ormai, l’aveva lasciata: lei si stava ricostruendo una vita, la più normale possibile, non faceva più parte della sua vita, almeno, non una parte attiva…
Perché lei ne avrebbe sempre fatto parte.

Lei era in lui, radicata in lui così profondamente che niente avrebbe potuto scinderla da lui.

Quando le luci si persero nel buio della notte, i suoi pensieri vagarono ancora per qualche ora nei meandri del suo passato, fino a quando non percepì l’imminenza dell’alba. Dopodiché, si ritirò nella sua cabina, dove restò chiuso per tutto il giorno.

Il suo viaggio passò pressappoco nello stesso modo: a parte l’oceano un po’ più agitato, a volte anche molto, niente cambiò il corso degli eventi…fino al loro arrivo al porto di Lisbona.
Arrivarono a giorno inoltrato, per cui Angel dovette aspettare a bordo l’arrivo dell’oscurità per togliere il disturbo: poté sentire intorno a sé il lavoro dei marinai, intenti all’approdo, e in tutte quelle mansioni ad esso annesse.
Appena mise piede a terra, l’aria calda lo avvolse: il porto era finalmente tranquillo, a parte alcuni marinai che stavano rientrando alle loro navi dopo essere andati in giro per la città.
Con il suo borsone, si diresse verso il centro, non sapendo bene cosa cercasse, ma con la speranza che, strada facendo, lo avrebbe capito.


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Due settimane erano ormai passate dal suo arrivo a Parigi: madame Boisin le aveva affittato una camera che, solitamente, teneva per gli studenti dell’università, ma quando aveva incontrato Buffy al mercato rionale ed era stata aiutata da lei con un sacchetto che si era rotto e aveva riversato tutto il suo contenuto sul marciapiede, l’aveva dapprima invitata a prendere un the e, dopo una breve chiacchierata e venuta a sapere che stava ancora cercando un alloggio, le aveva proposto la stanza che teneva libera al piano di sopra. Era modesta, ma pulita e confortevole: un letto di fattura antica, di legno intagliato, aveva fresche lenzuola ricamate e una copriletto fatto a mano; l’altro mobilio della stanza era uno scrittoio, su cui c’erano alcuni libri, una sedia, e una libreria, con altri volumi, per lo più vecchi testi scolastici e romanzi rosa…i primi appartenuti al figlio della padrona di casa, ora all’estero per un corso post-laurea, mentre i secondi erano proprio di madame Boisin: erano l’unico suo divertimento. Ormai vedova, non le restava altro se non il figlio, ora lontano, il gatto Noel e i romanzi rosa: quando prendeva il the con Buffy – praticamente ogni pomeriggio – si divertiva a prendersi in giro per questa sua passione.
Continuava a ripeterle che era il suo modo per liberare la sua fantasia: con i libri, lei poteva essere chi voleva e fare viaggi al di là di ogni immaginazione.
Durante questi loro pomeriggi, madame cercava, molto cortesemente, di sapere qualcosa di più sulla sua affittuaria: era sempre molto discreta con le sue domande, anche se stava diventando più insistente con la sua curiosità…Buffy, da quando era arrivata, aveva condotto una vita tranquilla, visitato musei, girato per i quartieri tipici, passeggiato lungo il Lungo Senna, era anche andata sulla torre Eiffel…fino all’ultimo piano!
Era rimasta senza fiato davanti a quel panorama: aveva avuto fortuna ed era capitata in una giornata limpida, che le permise di vedere tutta Parigi distesa a i suoi piedi.
Decisamente, era una città che le piaceva, l’aveva conquistata con la sua passione, la sua voglia di vivere…Ma ora, si rendeva conto che era ora di andarsene.
E lo disse a madame Boisin.
“Oh no, ma cheré! Ma come mai? Non ti trovi bene qui, con me? Eppure, sei così serena…e mi sembra che Parigi ti piaccia molto…”
Buffy rimase un attimo imbarazzata: non voleva darle l’impressione di andarsene perché non si trovava bene….anzi, aveva trovato una compagnia davvero deliziosa in quella vecchia signora.
“No, no, non è assolutamente così, glielo assicuro! E’ solo che…vede…ho bisogno di andare, di trovare me stessa e non posso farlo se resto ancora qui”
Si fermò un attimo, posando la tazza che aveva in mano e rivolgendo il suo sguardo a madame.
“Ma questo non significa che non mi sono trovata bene qui….anzi…Lei è stata davvero preziosa, per me, in questo periodo e sono sicura che non la dimenticherò mai…”
Madame era seduta vicino alla finestra aperta, da cui entrava tutta l’aria primaverile piena di profumi tipici della stagione: accarezzava Noel, acciambellato sulle sue ginocchia, che faceva le fusa emettendo rassicuranti e rilassanti rumori. Guardò Buffy con uno sguardo triste, ma col sorriso sulle labbra.
“Anche tu cara: rimarrai nei miei pensieri e spero che, qualsiasi cosa tu stia cercando, tu la possa trovare al più presto possibile. Ma ricorda: se non saprai dove andare, qui ci sarà sempre una porta aperta per te e un tetto pronto a darti riparo. Ed un’amica che saprà ascoltarti. Ricordatelo, mi raccomando”
Buffy annuì, grata di aver incontrato una persona così gentile.
“Stia tranquilla, non me ne dimenticherò. Grazie”

Il pomeriggio era passato, e Buffy era ripartita: dopo aver salutato madame Boisin – a cui non era riuscito di non piangere – si era diretta verso la stazione dalla quale aveva preso un treno per la Normandia…Aveva sentito parlare così tanto di questa regione in modi così meravigliosi che non aveva resistito ed aveva deciso di andare a visitarla.
Dopotutto, stava seguendo quello che le diceva il cuore e finora non le era andata poi così male.


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Promontorio di Sagres.
Un faro abbandonato.
Aveva avuto la fortuna di trovarlo appena cinque giorni dal suo arrivo in Portogallo: era in una zona disabitata, per cui non correva il rischio di visite inopportune…e dalla cima del faro poteva stare ad osservare l’oceano quanto voleva.
Solo davanti alla sua immensità, alla maestosa imponenza della natura riusciva a trovare un po’ di pace.
La notte era appena finita, ed Angel si era ritirato nella cantina del faro: l’aveva scoperta lo stesso giorno che era arrivato, esplorando la costruzione…e si era rivelata perfetta per passarvi i giorni: era molto umida, ma abbastanza ben conservata e – dopo un po’ di pulizie – era apparsa ancora più confortevole. C’era un piccolo caminetto, con molta cenere depositata lì da anni, che però funzionò benissimo: in poco tempo, un fuoco scoppiettante riempì la stanza col suo calore…Angel si perse nelle fiamme, solo osservando i guizzi delle lingue di fuoco. Si accoccolò su un letto che aveva ripulito da infinite ragnatele e, in breve tempo, si addormentò.
Fu un sonno agitato e senza pace quello che lo pervase, ma portò con sé qualcosa in più.
Un sogno.

Subito, tutt’intorno a lui c’era solo il buio…poi mentre la stanza si andava facendo più nitida, lui la riconobbe e non poté trattenere un brivido di dolore….

Si trovava a casa sua….A Galway!

Poteva riconoscere lo studio del padre: il suo scrittoio intagliato, ricoperto ordinatamente da pile di carte, probabilmente il lavoro della giornata, le librerie piene di volumi che – aveva sempre pensato – suo padre non aveva mai letto, ma teneva lì esclusivamente per incutere timore ai suoi interlocutori, che il più delle volte erano ignoranti contadini, vassalli delle sue terre.
Nel grande caminetto di marmo bianco, ardevano ceppi di legna che emanavano un tepore così piacevole che, però, non riuscì a toccare il cuore di Angel. Non sentiva nulla, se non un dolore terribile pervaderlo tutto…Delle due poltrone davanti al caminetto, riusciva a vedere solo il retro, ma trasalì quando un braccio spuntò da una di esse ed una voce, una voce che non sentiva da anni – da secoli – gli parlò.
“Vieni avanti, Liam…non avere timore…O dovrei chiamarti Angel?”
Anche se era moltissimo tempo che non la udiva, non ebbe dubbi a chi appartenesse la voce: era suo padre quello che gli aveva parlato!
E il suo tono lo sorprese non poco: di solito, quando era ragazzo, suo padre gli si rivolgeva sempre con tono autoritario ed arrabbiato, anche perché il suo comportamento non lo soddisfaceva mai.
Invece, l’uomo che gli aveva parlato ora, aveva un tono di voce tranquillo, quasi sereno…
Non avendo avuto risposta, l’uomo seduto in poltrona ripeté il suo invito.
“Non avere timore…vieni a sederti accanto a me, figlio mio…”
Il dolore che fino a pochi attimi fa lo aveva pervaso, si tramutò ora in confusione: in tutta la sua vita, non si era mai rivolto a lui chiamandolo figlio mio!
Non aveva mai usato un’espressione così affettuosa…e sentirla ora, gli riempì il cuore come mai in passato.
Decise di accettare l’invito e si andò a sedere nell’altra poltrona: stranamente, non si voltò verso il padre, anche se era la cosa che più desiderava…Restarono così, a fissare il fuoco, per molto tempo…o almeno, così parve ad Angel.
Poi, la voce del padre, lo riscosse.
“Figlio, tanto tempo è passato…forse anche troppo…ma tu, vedo che sei scosso da un dolore troppo grande per essere sopportato: non me ne vuoi parlare?”
La voce così serena lo avvolse come una coperta calda in una notte fredda e gli diede lo stesso inebriante calore…Senza accorgersene, ebbe gli occhi pieni di lacrime…Aveva sempre sognato di sentire parlare suo padre con quel tono, al posto della rabbia aveva sempre sognato dolcezza e comprensione…E ora che le aveva, piangeva!
La voce non gli venne, per quanto si sforzasse non riuscì a pronunciare una sola parola…
E proprio mentre si sforzava di parlare, sentì un boato e si svegliò.
Sulle prime, non riuscì a capire dove si trovasse: era ancora con la mente al sogno e per riconoscere la cantina del faro gli ci vollero alcuni minuti…
Il fuoco era ancora scoppiettante e mentre lo guardava, cercando di capire cosa fosse successo – e perché – sentì un altro boato.
Evidentemente era scoppiato un temporale…perché per tutto il giorno, i tuoni si ripeterono, uno dopo l’altro.
Angel, incapace di richiudere occhio, rimase tutto il tempo seduto davanti al camino, rifornendo il fuoco di nuova legna, e cercando di capire cosa volesse dire il sogno che aveva fatto.
Era da molto tempo che non sognava più la sua famiglia, suo padre in particolare: i primi anni dopo la maledizione gli capitava ripetutamente, era il suo incubo peggiore…Non gli diceva mai niente, ma lo guardava e lo additava, seguendolo per tutto il tempo…E più lui cercava di fuggire, più non riusciva ad allontanarglisi.
E finiva sempre allo stesso modo: si svegliava di scatto, tutto sudato e urlante…perché gli chiedeva pietà.
Il ricordo di quei sogni – incubi – lo fece sudare freddo, facendogli provare dolore nella parte più profonda del suo essere…Ma, al pensiero del nuovo sogno, il dolore andò un poco diminuendo: era un cambiamento che non si era aspettato e, anche se non sapeva cosa significasse, era stato felice di aver sentito ancora la voce di suo padre. Non aveva mai avuto modo di dirgli quanto gli volesse bene, perché i sentimenti e la foga di uno e dell’altro aveva impedito la cosa: quando era ragazzo, era stata troppa la voglia di evadere da quell’ambiente che lui riteneva obsoleto e chiuso ad ogni diversità per comunicare al padre i suoi sentimenti.

Se ne era sempre pentito, ma mai come ora.

Aver sentito di nuovo la sua voce, tranquilla e piena d’affetto, gli aveva fatto rimpiangere di non avergli mai detto cosa provava davvero per lui.
Decise di recuperare.
Scattando in piedi, riempì il suo borsone e fu risoluto a partire la notte stessa.

Se non glielo aveva mai detto prima, poteva sempre dirglielo adesso.


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La sua permanenza in Normandia fu abbastanza breve: era stranamente inquieta, neanche lo splendido panorama era riuscito a calmarla…Aveva provato ugualmente a fare delle lunghe passeggiate per i campi di lavanda, ma il suo spirito non si era placato lo stesso.
Decise così, di partire di nuovo, attraversando la Manica.
Sentiva che il suo viaggio non la stava portando da nessuna parte, non le stava portando quell’aiuto che lei sperava di trovare…E durante uno dei suoi ultimi giorni in Normandia, durante una giornata di pioggia era rimasta in camera sua a fissare la pioggia venire giù e le era venuta in mente che, forse, al Consiglio, avrebbe trovato quello che cercava.
Non sapeva se fosse possibile, ma non gliene importava: l’avrebbero fatta entrare, fosse stata l’ultima cosa che avesse fatto.
Fu così che si ritrovò sul traghetto, a fissare la costa francese che si allontanava, tra le onde impetuose che si andavano ad infrangere ai lati della nave…Per fortuna non soffriva il mal di mare: era una giornata infausta, come se qualcuno, da lassù, non volesse che lei attraversasse lo stretto.
Una forte pioggia battente era iniziata poco dopo che erano partiti e non li abbandonò per tutto il viaggio, anche al loro arrivo non smise un attimo.
Si ritrovò inzuppata in pochissimo tempo, e col suo borsone a tracolla, si avviò piedi verso il centro città, sperando che non fosse stagione di punta a Dover.

Una settimana dopo.
Non era stato facile trovare il Consiglio.
Non era propriamente una società reclamizzata sull’elenco del telefono…Aveva trovato alloggio a Londra, vicino alla biblioteca, in un alloggio che, solitamente, era destinato a studenti universitari….Sembrava essere una costante del suo viaggio, sostituirsi a studenti dell’università. Comunque fosse, aveva pensato che la biblioteca fosse il posto giusto per chiedere informazioni: se non avesse trovato lì quello che cercava, non sapeva proprio dove cercare.
Una mattina si era risoluta a non tornare a casa se non avesse avuto quel che cercava. Così risoluta, si presentò alla bibliotecaria: era una signora di una certa età, con piccoli occhiali posizionati sulla punta del naso, tanto che Buffy si chiese come potessero esserle d’aiuto…
“Buongiorno, posso aiutarla?”
“Sì…ecco, io mi chiedevo se lei non sapesse dirmi dove potevo trovare il Consiglio…”
“Di che libro si tratta?
“No, vede non è un libro, ma è…”
“Se non è un libro, mi dispiace signorina, ma non posso esserle d’aiuto. Avanti un altro”
Buffy era rimasta ad occhi spalancati di fronte a tanto disinteresse: non l’aveva minimamente considerata e tantomeno il fatto di poterle essere d’aiuto. Le sembrava impossibile che l’avesse già liquidata…
“Ma, signora, lei non può…”
“Sì che posso e se non mi crede, preferisce che chiami la sicurezza?”
L’aveva guardata storta da dietro quei suoi occhialetti, con un’aria di chi non è abituato a sentirsi contraddire e Buffy aveva pensato che la cosa più saggia fosse quella di desistere, almeno per il momento…Pensò di tornare un altro giorno, in cui la perfida bibliotecaria non fosse stata in servizio.
Riprovò per i successivi giorni, ma senza maggior successo: trovò sempre l’arpia al banco così, seguita dal suo sguardo torvo, dovette consultare alcuni libri di cui, onestamente, non gliene importava nulla.
Seduta ad un lungo tavolo, occupato anche da alcuni studenti che avevano davanti una fila infinita di volumi aperti da cui stavano studiando senza posa, decise che poteva approfittare per leggere qualcosa dal libro che aveva chiesto questa volta: era una raccolta di poesie di Emily Bronte, e si disse fortunata, visto che la poesia non le dispiaceva più di tanto.
E ad ogni pagina che leggeva, si accorgeva che le piaceva proprio!
In breve, si perse in quelle pagine, tra quei versi che così tristi, le richiamavano alla memoria paesaggi grigi e desolati, ma anche un cuore inquieto…come il suo.
Dei versi in particolare attirarono la sua attenzione.

Mese per mese, anno dopo anno,
la mia arpa ha versato un canto triste;
ora una nota vivace la rallegra
e il piacere intona le sue corde.

Che importa se le stelle e il bel chiaro di luna
Si estinguono nel grigio mattino?
Sono soltanto emblemi della notte,
e questo, anima mia, è il giorno.

Ebbe gli occhi pieni di lacrime senza neanche accorgersene: facendo finta di niente, cercò di asciugarseli senza dare nell’occhio…Ma appena ebbe riposto il fazzoletto si accorse che qualcuno aveva deposto un biglietto ripiegato più volte proprio davanti al libro: non le era mai capitato di perdersi così tra le pagine di un libro tanto da non accorgersi di altro.
La curiosità fu più forte di lei e lesse il biglietto.

‘Ho sentito quello che stai cercando. Se ancora ti interessa, ti aspetto nel pub di fronte alla biblioteca, dopo la chiusura’

Si guardò in giro, ma niente di quello che vide le fece pensare che chi avesse scritto il biglietto si trovasse ancora lì: c’erano solo studenti intenti a studiare, tutti chini sui libri davanti a loro.
Guardò ancora il biglietto, e decise che non aveva niente da perdere ad andare all’appuntamento: al massimo, avrà assaggiato la birra di cui aveva sentito parlare così tanto.

La biblioteca doveva ancora chiudere quando Buffy entrò nel pub: prese posto ad un tavolo vicino alla finestra, da cui poteva osservarne l’uscita…era molto incuriosita da quel misterioso messaggio e dal suo autore…o autrice, poteva anche essere una donna. L’unica cosa da fare era aspettare.
Decise di ordinare qualcosa da mangiare, così provò i tanti rinomati sandwiches con un the bollente che l’aiutò a passare un po’ di tempo…Fino a che la sua attenzione fu richiamata da una figura che si era fermata presso il suo tavolo.
“Ciao. Vedo che sei puntualissima”
Buffy sussultò a quella voce: alzò gli occhi e davanti si trovò una ragazza più alta di lei, di corporatura robusta, con lunghi capelli rossi…Era vestita con un lungo cappotto nero, e aveva a tracolla una borsa che pareva piena di libri pesanti.
“Bene, è una buona cosa”
Detto questo, le si sedette di fronte e ordinò anche lei una tazza di the. Poi rivolse il suo sguardo e tutta la sua attenzione a Buffy.
“Piacere di conoscerti. Io mi chiamo Lynn O’Danan e, come avrai sicuramente intuito, conosco ciò che stai cercando”
Buffy aveva sorseggiato il suo the, per poi rivolgerle finalmente la parola.
“E cos’è che starei cercando?”
Non voleva scoprire le sue carte senza sapere se, effettivamente, la sua interlocutrice conosceva davvero la sua meta.
“Ma il Consiglio, ovviamente”
Le sorrise, apertamente e sorseggiò il the che il cameriere le aveva portato.
“Capisco che, se lo stai cercando, la tua diffidenza è legittima…ma di me ti puoi fidare: ho quasi completato i miei studi per diventare Osservatrice. Mi resta un esame da superare oltre alla tesi finale, che devo completare entro la fine dell’estate”
Buffy l’aveva ascoltata sorseggiando il suo the, e non togliendo mai il suo sguardo da quello di lei: non pareva avere l’aspetto di un Osservatrice…anche se in formazione…non sembrava noiosa…e non ne aveva l’atteggiamento.
Decise che era venuto il momento di farle alcune domande.
“Mi fa piacere…anche se non capisco questa tua volontà: l’Osservatore è un mestiere che decisamente non terrei tra i miei preferiti…Insomma, sempre tra i libri…”
Lynn la guardò con uno sguardo indecifrabile: la stava ancora studiando, valutando…in fondo, si conoscevano da pochi minuti e non sapevano nulla l’una dell’altra.
“Intuisco che i libri non sono il tuo passatempo preferito…forse, è meglio…la caccia?”
Buffy posò molto rumorosamente la tazza sul piattino, guardando la ragazza seduta di fronte a lei con occhi sgranati.
“Tu…come fai a saperlo?”
La ragazza sorrise in maniera così spontanea e serena che Buffy si sentì momentaneamente rassicurata: non erano molti quelli che sapevano della sua missione, al di fuori della sua stretta cerchia di amici.
“Beh, chiunque studi per diventare Osservatore conosce la Cacciatrice in carica…anche se dovrei dire, le Cacciatrici, visto che per la prima volta da millenni, ci ritroviamo con due ammazza vampiri contemporaneamente…”
‘Bene, a quanto pare è informata su tutto…’
Buffy era pensierosa: il ragionamento filava, doveva ammetterlo: nonostante ciò, non era convinta a lasciarsi andare.
Abitudine.
“Sì, beh…comunque, non dovresti preoccuparti di questo: Faith sta scontando una pena per i suoi crimini, per cui ci sono solo io in circolazione! Ma dimmi…come posso arrivare al Consiglio?”
“Perché vuoi andare al Consiglio?”
Non aveva neanche tentato di risponderle…ne fu leggermente infastidita: troppe volte, negli ultimi giorni, non aveva avuto le risposte che cercava….e iniziava ad averne abbastanza.
“Senti, il perché è affar mio, se non ti dispiace…”
Lynn la guardava con occhi che sembravano dire ‘fidati, fidati’ ma, nonostante questo Buffy aveva ancora qualche dubbio. Lei lo capì e pensò di soprassedere, almeno per il momento.
“Ascolta, ho un’idea: visto che ormai è tardi, per qualsiasi cosa, che ne diresti di venire a casa mia per cenare? Non è molto lontano da qui, e con la scusa, potremo fare due chiacchiere e conoscerci meglio…Ti va?”
Decise di abbassare la guardia e di provare a fidarsi: in fondo, le aveva fatto una buona impressione, fin dall’inizio, e decise che lei rappresentava l’unico mezzo possibile per arrivare al Consiglio.
“Va bene…”
Pagarono e uscirono, sotto la pioggia battente: Lynn aveva un ombrello che riuscì a riparare entrambe fino a casa sua che si trovava a pochi isolati dal pub.
Saliti alcuni gradini, dalla strada entrarono direttamente nel piccolo ingresso, il cui pavimento era interamente ricoperto da un vecchio tappeto: alle pareti c’erano alcuni appendiabiti su cui lasciarono le loro giacche zuppe di acqua.
“Vieni, accomodati pure…Ora accendo il fuoco, così ci potremo scaldare…Hai bisogno di abiti asciutti?”
Aveva notato che Buffy indossava abiti bagnati, già da quando si erano incontrate al pub.
“Beh, se non è troppo disturbo, accetterei volentieri qualcosa…”
Lynn scomparve per alcuni minuti, e tornò con un paio di jeans, una t-shirt e un cardigan di rustica lana.
“Spero vadano bene …Se vuoi, al fondo della camera c’è un bagno dove ti puoi cambiare: intanto io metto su il bollitore…Si parla meglio davanti a una tazza di the fumante….e a qualche biscotto”
Sorridendole, andò a cambiarsi: il bagno era piccolo, ridotto semplicemente ai servizi, ma molto confortevole…si vedeva che ci abitava una ragazza: dal piccolo mobile sopra il lavandino, pendeva una pianta rampicante, che dava un po’ di colore alla stanza. Gli asciugamani colorati, la saponetta a forma di fiore, così come le boccette di creme e profumi disposte ordinatamente davanti allo specchio erano tutti elementi che, secondo Buffy, stonavano un po’ con l’immagine che Lynn dava di sé…Non sembrava essere propensa per tutte quelle cose, così prettamente femminili.
Ma d’altra parte, aveva imparato – nel corso degli anni – a non fidarsi delle apparenze.
Raggiunse Lynn davanti al camino, in cui scoppiettava allegro un fuoco che, in breve tempo, scaldò la stanza rendendola molto più confortevole.
“Ti ringrazio, vanno benissimo…Spero che non ti dispiaccia, ma ho lasciato i miei vestiti ad asciugare sul termosifone…”
“No, certo che no…sono contenta che ti vadano bene: ma ora, vieni, siediti accanto a me…ho idea che avremo un bel po’ di cose da dirci…”
Fu così che accettò il suo invito e, dopo un sorso di the caldo, che le fece piacere più di quanto non avrebbe mai ammesso, iniziarono a parlare. In poco tempo, Buffy si ritrovò a confidarsi con quella ragazza che conosceva da poche ore: si sentiva a suo agio, come poche altre volte in passato, e quella dolce sensazione di essere con una persona che la comprendeva, aveva fatto sì che le parole venissero da sole…Lynn, dal canto suo, non poneva mai domande, se non quando era strettamente necessario, per il resto si limitava ad ascoltare Buffy: aveva capito che, forse, quello che cercava non era così facile da trovare….Quella ragazza aveva bisogno di chi l’ascoltasse ma anche di trovare una pace per il suo cuore che, temette, era quasi impossibile da trovare.
Mentre le tazze di the si svuotavano e venivano riempite di nuovo, Buffy si raccontò apertamente a Lynn, dagli inizi come Cacciatrice, alla sua storia con Angel – che l’aveva lasciata e che ora aveva una vita sua a Los Angeles – fino ad arrivare alla sua resuscitazione.
Era stremata quando finì il suo racconto…Aveva le mani che le tremavano e qualche lacrima era scesa dai suoi occhi.
Ne fu tremendamente imbarazzata.
“Oddio, scusami…io…non volevo assillarti con la mia storia, ma è che….mi trovo stranamente a mio agio con te….cioè…” rendendosi conto che, forse, poteva essere interpretata malamente da parte di Lynn “…non è che….oddio, scusa! Quello che volevo dirti è che mi hai fatto sentire così a mio agio che mi è venuto naturale parlartene…Chissà che idea ti sei fatta di me, ora…”
Sorridendo, posò la tazza e si alzò, fino ad andare ad inginocchiarsi di fronte al camino scoppiettante. Sentì che Lynn era rimasta seduta, ma che aveva anch’essa posato la sua tazza.
“Non ti devi preoccupare…Io ho questa tendenza, a mettere a proprio agio la gente, motivo per cui si trovano bene a parlare con me….Ma non ti devi preoccupare: io non sono qui certo per giudicarti, ma semmai, per cercare di aiutarti…Devo dire che, per essere così giovane, hai avuto una vita molto movimentata! Davvero…Ma ho paura che, quello che cerchi non lo troverai al Consiglio…”
Buffy si girò, speranzosa.
“Ma allora…significa che mi aiuterai ad andarci?”
Lynn sorrise e la raggiunse: si inginocchiò anche lei e ravvivò il fuoco.
“Ci andremo domani mattina. Non sarà facile farti entrare, questo è sicuro, ma tenteremo…”
“Oh, stai tranquilla: so essere molto persuasiva, quando voglio!”
Risero insieme di gusto, poi si prepararono per la notte.

La mattina seguente il tempo non sembrò essere migliorato molto: la pioggia aveva continuato a cadere per tutta la notte, anche se con minor intensità…Uscirono di buon’ora, incamminandosi verso la vicina fermata di metropolitana: Lynn le aveva detto che la Sede si trovava fuori città, anche se non ci voleva molto per arrivarci, quello che di sicuro il metodo più veloce.
Dovettero fare, però, tutte le fermate, sino al capolinea: la pioggia aveva finalmente smesso di cadere, lasciando spazio ad una fitta nebbia che circondava tutto come una coperta…molto spessa, però. Buffy decise che preferiva la pioggia a quel manto che rendeva vedere le cose e gli edifici una vera impresa. Lynn avanzava sul marciapiede con la sicurezza di chi è abituata a situazioni del genere: camminando, raccontò a Buffy che era una situazione molto comune per chi abitava a Londra, ma che faceva sempre lo stesso effetto a chi veniva da un altro paese.
Dopo una camminata di una buona mezz’ora, arrivarono in una zona in cui i negozi avevano lasciato il posto a palazzi interamente dedicati ad uffici e banche: tutto quello che si poteva vedere, lungo i marciapiedi, erano portoni austeri, fuori dei quali campeggiavano lastre di ottone, lucidissime, con sopra incise liste di nomi di avvocati, dottori e altri professionisti.
Svoltarono un angolo e si ritrovarono davanti ad un imponente edificio che, dall’aspetto non proprio curatissimo, sembrava avere molti più anni di quelli che poteva avere in realtà. Né targhe, né insegne stavano ad indicare che erano arrivate: ciononostante, Lynn si incamminò sicura su per le scale che le separavano ancora dall’entrata, quando si accorse che Buffy era rimasta indietro.
La raggiunse per vedere se andava tutto bene.
“Sì, è che….mi aspettavo qualcosa di diverso: questo palazzo ha un’aria così anonima…”
La ragazza si tolse una ciocca di ribelli capelli rossi dal viso, cosparso di lentiggini – che le davano un’aria davvero sbarazzina, nonostante il comportamento austero che teneva - e le sorrise caldamente.
“E’ proprio quello che vuole il Consiglio…Vedi, la loro politica è quella di confondersi, di amalgamarsi tra il resto della città: non vogliono – non hanno mai voluto – essere riconosciuti troppo in fretta…E’ per questo che il palazzo, da fuori, non ti dice niente. Ma aspetta di entrare…”
Buffy annuì e la seguì all’interno.


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Molti giorni gli ci vollero per raggiungere il più vicino porto per prendere un traghetto – Cherbourg – e, quando vi giunse, dovette aspettare la notte e la prima corsa notturna. Fortunatamente, non c’erano molti passeggeri, così poté tranquillamente godersi la traversata.
Ad ogni miglio che percorrevano, nuove emozioni andavano a riempire il cuore di Angel…O meglio, vecchie emozioni che si riaffacciarono nella sua ‘vita’.
L’aria iniziò ad essere pregna di quegli aromi, di quella peculiarità tipica della sua terra: profumo di lavoro, fatica, felicità d’appartenenza…
D’improvviso, sentì che provava una forte nostalgia per l’Irlanda, più di quello che pensava: da quell’infausto periodo, non aveva più messo piede sull’isola di smeraldo…Inconsciamente, se ne era tenuto lontano, sperando di esorcizzare il dolore, ma senza fortuna. Il ricordo – il dolore - era sempre stato con lui, perseguitandolo, tormentandolo senza requie…e i primi tempi credette di impazzire, di non riuscire a sopportare tutto…Era troppo, quello che aveva fatto non poteva essere sopportato.
Finalmente iniziò ad intravedere la costa che, sempre più velocemente, si fece vicina: l’approdo non occupò molto tempo, così come la discesa dei passeggeri, visto il loro numero.
Angel, appena mise piede a terra, restò immobile a guardarsi intorno: com’era cambiata…la civilizzazione aveva stravolto la sua terra, anche se sperava di ritrovare angoli sperduti ancora incontaminati. Senza perdere altro tempo, si incamminò, cercando di allontanarsi il più possibile da lì, e di avvicinarsi il più possibile a…casa.

CAPITOLO III


Lynn aveva avuto ragione.
Attraversato l’anonimo salone d’ingresso in cui una normalissima guardia controllava chi entrava e usciva, avevano oltrepassato una porta di legno massiccia, finemente lavorata e accuratamente lucidata: nessun rumore, neanche il più minimo…Buffy si era immaginata un insieme di persone vocianti, o comunque, segni evidenti di lavoro fervente.

Niente.

La stanza in cui erano entrate era silenziosa come un cimitero di notte, anche se più ben illuminata: un grande lampadario pendeva dall’alto soffitto, con mille gocce di cristallo che riflettevano la luce sui muri con i mille colori dell’arcobaleno. Sulle pareti tutt’intorno, scaffali alti fino al soffitto, divisi in più piani - tre - contenevano la più stupefacente raccolta di volumi che Buffy avesse mai visto.
Ad ogni piano, c’erano almeno una decina di persone, uomini e donne di cui non avrebbe saputo dire l’età da così lontano – vestivano in una tale maniera! - che stavano consultando qualche volume e parlottando tra di loro: quando sentirono aprire la porta, il rumore diminuì perché l’attenzione fu attirata, momentaneamente dalle due ragazze appena entrate. Dopo averle squadrate dall’alto in basso, senza tralasciare alcun particolare, se ne dimenticarono per tornare alle loro discussioni.
Solamente un uomo, alto circa un metro e ottanta, capelli castani, volto giovanile - Buffy pensò che non doveva avere più di quaranta anni – ripose il libro che aveva in mano e scese, fino a raggiungere le due ragazze che, nel frattempo, si erano fermate a poca distanza dalla porta, richiusa alle loro spalle.
Lynn non fece in tempo a dire niente a Buffy, che l’uomo gli si presentò davanti, con lo sguardo accusatorio e un’aria tremendamente indisponente.
“Signorina O’Danan, sa benissimo che l’ingresso non è consentito agli estranei…civili. Mi meraviglio che la guardia vi abbia fatto passare…”
Buffy trattenne Lynn dal rispondere mettendole una mano sul braccio: lei, a malincuore, restò ferma, lasciandole la possibilità di replicare.
“Vede…non è che abbia avuto la possibilità di impedirmelo…”
Gli aveva parlato guardandolo negli occhi, al contrario di lui che aveva parlato di lei guardando sempre e solo Lynn, e gli si era avvicinata un poco, rimanendogli davanti, con le braccia conserte.
“Capisco…E con chi ho il piacere?”
“Buffy Summers. E io? Con chi ho il piacere?”
Diversi colpi di tosse andarono a mutare il sottofondo della loro chiacchierata: da quando avevano iniziato a parlare, il brusio di fondo era andato diminuendo vertiginosamente…Chiaramente, tutti stavano origliando, curiosi di sapere chi era quella civile che si era intrufolata nella sede del Consiglio.
Uno sguardo torvo dell’uomo tutt’intorno fece smettere all’istante i colpi di tosse…Tutto sommato, doveva essere un pezzo grosso se incuteva tanto timore.
Il suo sguardo tornò a fissarsi su Buffy.
“Brendon Williams…E così tu saresti la Cacciatrice?”
La stava squadrando come non le piaceva: la faceva sentire sotto esame, e un esame a cui non stava ricevendo i risultati previsti.
Si trattenne dal replicare, aspettando che esternasse i suoi pensieri.
“Allora il discorso è diverso: potrai avere accesso ad alcune parti del Consiglio, visitare il nostro repertorio di armi antiche e moderne e, se vorrai, provarne anche alcune…”
Di certo, non era quello che si aspettava: Lynn le aveva detto che ci sarebbero stati problemi e invece quest’uomo, che le aveva accolte non nel migliore dei modi, le stava dicendo che poteva tranquillamente visitare la Sede.
“Ah…Grazie. Ma vede, io non sono qui per visitare la vostra Sede…”
Si affrettò ad aggiungere qualcosa, visto lo sguardo di rimprovero che le aveva appena rivolto il signor Williams.
“…Anche se non ho dubbi che la vostra raccolta di armi debba essere veramente…notevole!”
Ora il suo sguardo era ritornato benevolo, o perlomeno, non accusatorio.
“No, vede…Io vorrei, se possibile, poter esaminare la storia delle Cacciatrici precedenti…Pensa che sarà possibile?”
Williams era rimasto impassibile, non una parola o un segno, niente. Semplicemente, girò sui tacchi e si incamminò verso la parte opposta della stanza. Quando giunse davanti ad una porta che si trovava esattamente dall’altra parte da quella da cui erano entrate, si girò e vide che le due ragazze erano rimaste indietro, così fece loro cenno di seguirlo.
“Se volete, da questa parte, prego…”
E, aprendo la porta, fece loro segno con la mano.
Lynn e Buffy si guardarono, dal principio titubanti, ma poi fiduciose in qualche progresso nella ricerca di Buffy.
Così lo seguirono.


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Era riuscito, la notte stessa del suo arrivo, a prendere un treno che lo portasse da Rosslare a Limerick: da lì, poi, avrebbe dovuto prendere un autobus che, in due ore, lo avrebbe portato a Galway.
La notte era offuscata da molte nuvole che, però, non stavano mai ferme: la mutevolezza del tempo era una cosa che sempre lo aveva affascinato…Improvvisamente, si ricordò di un episodio avvenutogli da bambino.

Un giorno aveva insistito con sua madre affinché gli desse il permesso per andare a pescare con un suo amico che, lei sapeva, non avere la stessa estrazione del figlio…Ma a Margareth non importava: lei aveva a cuore solamente la sua felicità, indipendentemente da chi frequentava. Visto che il sole splendeva il piccolo Liam aveva insistito molto, e alla fine la madre aveva acconsentito…l’importante era che tornasse prima che rientrasse il padre dal lavoro. Felice, il ragazzino era andato via di corsa, a raggiungere l’amico…Durante il pomeriggio, le nuvole avevano riempito il cielo e d’improvviso una violenta pioggia aveva colpito la regione: Margareth aveva atteso il ritorno del figlio da dietro la finestra, sempre più preoccupata. Il marito era rientrato da poco quando anche Liam era rientrato, bagnato fradicio ma con il suo canestro pieno di pesci: la madre non aveva fatto in tempo a farlo salire in camera sua che il padre li aveva raggiunti nell’ingresso.
Era andato su tutte le furie vedendo il figlio ridotto così, e quando lui gli aveva mostrato quanti pesci aveva preso, la troppa ira glielo aveva fatto scagliare lontano, sparpagliando i pesci per terra.
Mentre il padre lo sgridava, intimandogli di non andare mai più a pesca con i suoi ‘amici’, Liam lo fissava con occhi di chi era stato profondamente deluso…deluso da un padre da cui continuava ad aspettarsi approvazione, parole di incoraggiamento…e invece, continuava ad avere solo odio e disapprovazione.
Quando il padre aveva finito di urlare, lui era scappato via, in camera sua, dove aveva iniziato a perdere definitivamente le speranze di entrare nei suoi favori.

Una profonda tristezza lo aveva avvolto: anche se era solo un ricordo tra tanti – di una giornata tra tante – lo aveva ferito in maniera particolare, forse perché aveva rappresentato l’inizio della sua definitiva resa nel tentativo di piacere al padre.
Si riscosse dai suoi pensieri quando la luna fece capolino da dietro le nubi: splendeva serena, in cielo, testimone eterna del suo cammino su questa terra. Pensò che, poteva rifarsi, o almeno tentare, e ci avrebbe messo tutta l’energia possibile.
Arrivò a Limerick senza chiudere occhio, ma ormai la notte era quasi passata e, prima di proseguire per Galway, doveva trovare un riparo in cui trascorrere il giorno. Subito fuori dalla stazione, c’erano alcuni magazzini abbandonati, ma abbastanza ben tenuti da poter trovare riparo sufficiente.
Erano depositi di vecchi materiali per la ferrovia, in disuso ormai da anni, viste le ragnatele che si potevano trovare praticamente ovunque. Angel scelse l’angolo più riparato, mise due grandi bauli a coprirlo da chi poteva, eventualmente, entrare e si sistemò per passare il giorno.
La stanchezza si stava facendo sentire, rendendo le sue gambe pesanti, e quasi non riuscì a sdraiarsi che gli occhi gli si chiusero ed Angel cadde in un sonno profondo, agitato…e visitato da presenze inquietanti.

Subito, fu solo nell’oscurità.
Dopo un iniziale momento di smarrimento, lo spazio intorno a sé iniziò a farsi più definito, facendolo tornare nello studio del padre.
La scena si presentava uguale al sogno precedente: il fuoco scoppiettava nel grande camino e tutto intorno a lui era silenzio.
Aveva davanti a sé le due poltrone: senza aspettare oltre, andò a sedersi su quella libera, mentre l’altra era sempre occupata dal padre.
I loro occhi erano fissi sul fuoco, ed Angel poteva sentire tutta la tensione scorrergli attraverso, dandogli un leggero tremore…
“Padre…”

Quanto aveva desiderato pronunciare quella parola!

Per tutti gli anni passati da ragazzino a covare rancore nei suoi confronti, e per tutti gli anni passati da vampiro con l’anima a straziarsi con i ricordi di ciò che aveva fatto…
Per qualche istante non riuscì ad aggiungere altro, ma ci pensò l’anziano genitore a parlare.
“Liam…Angel…quanto tempo…Finalmente, sei tornato per parlare con me…Per tutti questo tempo, ti ho aspettato, figlio mio, e ora, che sei qui, sento che il tuo cuore è dilaniato dal dolore per ciò che un altro essere ha fatto…”
Angel guardava sempre il fuoco, anche se – finalmente – aveva aperto i cancelli del suo cuore a suo padre.
“Non un altro essere, padre…ma io, sempre e soltanto io. Non posso accusare altri delle orribili cose di cui mi sono macchiato…”
Incapace di restare oltre fermo, si alzò per andarsi ad appoggiare alla mensola sopra la camino: gli occhi, tuttavia, non riuscirono a lasciare le fiamme guizzanti nel camino.
Era perso nei suoi pensieri e nei suoi orribili ricordi quando un tocco gentile sulla sua spalla lo fece trasalire: non si era accorto che il padre si era alzato per raggiungerlo al camino.
Quando voltò il suo sguardo verso di lui, i suoi occhi erano pieni di lacrime, ma non poté sentire altro da lui, visto che si svegliò all’improvviso…Ansimava, ed era tutto madido di sudore.
Fuori del magazzino, il sole stava scendendo oltre l’orizzonte, mentre dentro l’oscurità era già regina: per Angel, solo il buio esisteva.
Deciso più che mai a raggiungere al più presto possibile Galway, uscì fuori non appena la rossa sfera oltrepassò le linee delle colline in lontananza. Si diresse con passo spedito alla fermata dell’autobus che l’avrebbe portato, in sole due ore, in città: era l’ultima corsa della giornata, ma era stato fortunato che fosse subito dopo il tramonto…Non c’era molta gente, poté tranquillamente sistemarsi nell’ultima fila di posti, in cui annullarsi fino alla fine della corsa.
Non riuscì a continuare il suo sonno, ormai perfettamente sveglio, ma stette ad osservare le colline rincorrersi l’una dietro l’altra, durante tutto il percorso. La notte stava svolgendo la sua scura coltre sopra il paesaggio, mentre qualche stella riusciva a far risplendere la sua luce tra le nubi, sempre più numerose.
Così passò le due ore che lo separavano dal ricongiungersi con i suoi cari.
La luna era andata a nascondersi di nuovo dietro le nuvole, quando Angel scese dall’autobus: le poche persone che scesero con lui, si dispersero in fretta, allontanandosi verso le proprie case.
Con il borsone sempre a tracolla, si diresse verso il centro della città, dove si trovava la principale chiesa di Galway.
Le strade erano deserte, le poche luci alle finestre esacerbavano ancor di più il rumore dei passi di Angel per i marciapiedi…solo qualche gatto gli faceva compagnia mentre la distanza che lo separava dal suo destino si accorciava sempre di più.
Voltò l’ennesimo angolo, e davanti a lui si erse, in tutta la sua bellezza, la chiesa: immutata, in tutti questi anni, vegliava sulla città con tutta la severità propria del periodo in cui era stata costruita.
Restò immobile a fissarla, riponendo tutte le sue speranze nel momento che così tanto aveva atteso.

Il vecchio cimitero era sul retro della chiesa: un cancello di ferro ormai arrugginito divideva il sentiero ghiaioso dal prato ordinatamente tenuto su cui svettavano le alte croci di pietra, con sopra incise scritte, ormai logorate dal tempo…Angel oltrepassò quel cancello con l’anima in subbuglio, scossa da mille emozioni che lo trattenevano dal correre subito sulle tombe dei suoi cari.
Con passo incerto iniziò a camminare tra le tombe, conoscendo bene, però, la direzione da prendere…i suoi piedi si fermarono quando le vide. La luna era riapparsa, illuminando debolmente quell’angolo di cimitero: i lampioni erano troppo lontani per dare luce sufficiente ad Angel, ma la luna e la sua speranza fecero sì che riuscì perfettamente a scandire ogni lettera, ogni incisione nella fredda pietra di tutte le tombe della sua famiglia.
Ce le aveva tutte davanti.

Suo padre.
Sua madre.
Kathy…

Si sentì mancare.
Tutto intorno a lui iniziò a girare vertiginosamente, fino a che le gambe non lo ressero più e lui cadde in ginocchio proprio davanti alla croce della tomba di Kathy…
Colei che, quando era ancora in vita, le era stata cara più della vita stessa…
Colei che, quando diventò demone, era stata quella che le aveva dato più piacere, con la sua candida ingenuità…
Non riuscì a trattenere le lacrime: i suoi occhi sembrarono non fare parte del suo corpo…le lacrime continuarono a scendere anche se lui non voleva…
Mise le mani nell’erba fresca dell’umidità della notte, dove timidi fiorellini erano sbocciati a dare qualche tocco di colore a quel luogo di pace…

Pace…Ma cos’era, per lui, la pace?

Non ne conosceva da così tanto tempo…Tutto il suo essere agognava per un po’ di pace, da tutto il rimorso per le atrocità commesse.
Fu con l’anima volta alla ricerca della pace che Angel si addormentò piangendo sulla tomba della sua sorellina.

Era pace, quella che aveva trovato?

No, solo oscurità, che placida e silenziosa, era sua compagna…
Ma lentamente, un poco di luce illuminò l’ambiente intorno a lui…e con sua sorpresa, quello che vide lo lasciò a bocca aperta: era di nuovo a Sunnydale, non poteva sbagliare, perché la casa che aveva davanti era la sua casa.
Tutto taceva, ma quando dei passi risuonarono alle sue spalle, Angel si voltò per trovarsi di fronte suo padre, vestito del suo abito più buono…quello con cui era stato sepolto.
Gli si avvicinò e gli posò la mano sulla spalla…Proprio come era finito il sogno precedente…E con quel tocco, ritornò anche tutta quell’ondata di emozioni che lo sopraffecero, fino a riempirgli gli occhi di lacrime, impedendogli di parlare.
Ma non di ascoltare.
“Liam…non sei stato tu…Tutto il dolore che provi per le azioni compiute dal demone che alberga dentro di te…Non ho mai avuto occasione di dirti quanto significavi per me…”
Esitò un attimo, come se, anche lui, avesse paura di quello che stava per dire…ma non si fece fermare, e continuò.
“…O forse, non ho mai voluto dirtelo, temendo che se ti avessi rivelato il mio affetto, avrei potuto avvicinarti, e ne avevo una paura folle…Ecco cosa sono sempre stato, un folle: avevo un figlio meraviglioso, altruista e che mi voleva bene e io ho saputo solo allontanarlo da me…”
Nelle sue parole, poteva sentire tutto il dolore, tutto il peso del rimpianto di una vita: poteva sentire, tramite il suo tocco, che tremava come una foglia scossa dal vento…Si girò verso di lui, facendogli ricadere il braccio lungo il fianco e, senza dire una parola, lo abbracciò.
In quell’abbraccio silenzioso ci furono tutte le parole non dette, tutto l’affetto mai dimostrato…Entrambi piansero lacrime silenziose, liberatorie, che resero le loro anime più leggere. Sapevano che non potevano più recuperare il tempo perduto, ma sapevano anche che quella riconciliazione lo valeva tutto.
Il padre batté un paio di leggeri colpi sulla schiena del figlio e, riprendendo il controllo di sé, lo prese per le spalle per poterlo guardare bene in viso.
“Dio…perché tutto questo dolore…perché la tua anima non trova un po’ di pace? Te la meriteresti, figlio mio…Non sai quanto…”
“Ma io non merito proprio nulla, padre…Come posso meritare qualcosa di così magnifico quando porto con me il fardello delle azioni passate? No, la pace non è fatta per quelli come me…”
Non aveva fuggito il suo tocco, ma non era stato capace di sostenere oltre il suo sguardo pieno di amore…e di speranza, per lui.
“Quelli come te? Perché dici così? Proprio perché sei quello che sei, meriteresti la pace a cui ambisci da così tanto tempo…”
Gli mise la mano sul cuore. Angel rabbrividì.
“Ah…ma vedo che avevi trovato la pace…almeno per qualche tempo…ma poi, hai gettato tutto al vento. Perché?”
Sapeva benissimo a cosa si riferiva: non c’erano bisogno di altre parole, di altre spiegazioni…
“Ma non potevo, padre…come potevo metterla a rischio? L’amavo troppo per…”
“Lottare? Provare con tutte le tue forze a farlo funzionare? Figlio, non commettere il mio stesso errore, non allontanare da te le persone che ti amano o ne porterai il peso del rimpianto per tutta la vita…e non penso che tu voglia soffrire in eterno”
Angel rialzò lo sguardo e non poté credere che suo padre gli avesse appena detto quello che, effettivamente gli aveva detto.
Come poteva parlargli a quel modo, dopo tutto quello che aveva passato…che avevano passato.
Una rabbia, fredda e lancinante, iniziò a pervaderlo, e con voce glaciale si rivolse al padre.
“Tu…come osi parlarmi così, quando non sai nulla, NULLA di quello che abbiamo passato….PER COLPA MIA!!!!”
Con uno strattone si era staccato da lui e gli aveva voltato le spalle: era troppo arrabbiato, adesso, troppo…Non sapeva neanche perché, ma di sicuro non voleva parlare ancora con lui.
Forse.
“Liam…Angel…non è colpa tua, ma di questo non credo riuscirai mai a convincerti, qualunque parole vengano usate per dissuaderti……Allora dovremo trovare un altro sistema…”
Angel si voltò lentamente, chiedendosi cosa diavolo stesse succedendo…la voce era cambiata, diventando femminile e maschile allo stesso tempo…era una voce che conosceva bene…
“Ti vediamo sorpreso…Ma placa la tua curiosità: in breve sarà esaudita…tu ci hai già conosciuto e sai come procedere…”
Era senza parole: erano gli Oracoli che gli stavano parlando! Ma davanti a lui aveva sempre suo padre che, con sguardo placido, lo stava fissando.
Ora più di prima, era confuso…Sapeva di star sognando, ma voleva sapere che significato potesse avere tutto ciò…

Erano stati gli Oracoli, allora, a permettergli di riappacificarsi con suo padre? E se sì, perché?
Decise di chiederglielo.

“Se tu sei veramente gli Oracoli, allora perché tutta questa messa in scena? Perché placare il mio rimpianto per poi rivelarvi a me?”
“Ebbene, è stato deciso di darti una possibilità: e non ci riferiamo a questo incontro, peraltro molto…umano, così intriso di sentimenti…Ma di una chance, in cui dovrai mostrarti degno: come ricompensa ci sarà la tua umanità. Devi solo dirci se sei interessato…”
Angel restò in silenzio qualche istante prima di rispondere: era stato travolto da questa rivelazione, ma non voleva darlo a vedere. Non gli piaceva il loro modo di condurre le transazioni, non gli era mai piaciuto e, pensò, non ci si sarebbe mai abituato…
Non gli ci volle poi molto a decidere.
“Ditemi solo cosa dovrei fare…”
La figura di suo padre si era illuminata di una strana luce argentata, che lo faceva risplendere come uno specchio appena lucidato. Lo stava guardando – non aveva mai spostato il suo sguardo da quello di Angel - e, anche ora, stava aspettando, fissandolo.
“Quando ti sveglierai da questo sogno, sarai vivo…completamente umano. Non avrai memoria… né di te stesso né di questo incontro: così, dovrai trovare te stesso, solo in questo modo avrai guadagnato l’umanità. Per sempre”
“Ma come farò a trovare…”

Un lampo.

“…me stesso?”
E il sole si alzò sull’isola di smeraldo, custode di segreti e di meraviglie al di là di ogni immaginazione.

CAPITOLO IV


La sala in cui le aveva condotte era situata nel sottosuolo.
Buffy si meravigliò quando il signor Williams le guidò giù per delle scale molto buie e molto ripide. Lo disse ai suoi accompagnatori – a Lynn era andata con loro grazie ad una dispensa speciale – e lui convenne che quell’edificio riservava molte sorprese a chi lo conosceva molto bene.
“E ci sono molte persone che corrispondono a questi requisiti?”
Era stato più forte di lei: la curiosità aveva avuto la meglio e la domanda era venuta da sé. Ma, fortunatamente, non se la prese.
“No, in effetti, non ce ne sono poi molte: a parte me, se ne possono contare altre quattro. Vedi, non ci piace che troppi conoscano tutto di tutto: la discrezione, questa è la nostra arma migliore”
Avevano raggiunto un piccolo pianerottolo, illuminato da un lungo neon che conferiva al luogo un’aria alquanto strana: ma Buffy non ebbe molto tempo per rimuginarci sopra, perché venne guidata attraverso una porta di ferro, chiusa da alcuni serrature molto complicate. Appena oltrepassata la soglia, si trovò davanti allo spettacolo più stupefacente che avesse mai visto.
Non era assolutamente quello che si sarebbe aspettata.

La porta dava direttamente su di un lungo ponte di legno, dall’aspetto molto insicuro.
Sbucava sulla costruzione che aveva attirato la sua attenzione: era come vedere dall’esterno un antico palazzo…Archi di pietra si rincorrevano uno dietro l’altro; sottili colonne di marmo ormai oscurato dal fumo delle candele e dal tempo, dividevano gli archi e si perdevano a vista d’occhio, sia che guardasse a destra, sia che guardasse a sinistra.
Il ponte era illuminato alle due estremità da fiaccole che davano abbastanza luce perché si potesse intravedere che, al di là degli archi, c’erano numerosi scaffali su cui era conservata la storia delle Cacciatrici.
Williams era rimasto di fianco alla porta aperta, permettendo così a Buffy di avere la visuale completa di quello che l’aspettava se decideva di attraversare il ponte. E le chiese cosa era disposta a fare.
“Qui davanti a te si trova tutto lo scibile esistente sulle Cacciatrici. Se deciderai di oltrepassare il ponte, ti devo avvertire che sarai sola: la tua posizione di concede l’onore di consultare tutto il materiale che vuoi, per tutto il tempo che vorrai. C’è anche una dispensa in cui troverai cibo e acqua necessari per tutto il tempo che deciderai di passarvi…Quando, poi, vorrai andartene, basterà che attraversi il ponte ripercorri tutta la strada al contrario. Non puoi sbagliare…E non preoccuparti delle serrature: si chiudono da sole”
Lei stava guardando avanti a sé, ma appena restarono in silenzio, volse uno sguardo verso Lynn, che le stava sorridendo fiduciosa, poi si volse verso il signor Williams.
“Bene. Per ora, la ringrazio della sua cortesia, signor Williams. Intendo approfittare della sua offerta, finché non troverò quello che cerco”
“E io ti auguro di trovarlo”
Detto questo, le voltò le spalle, iniziando ad incamminarsi, mentre le due ragazze restavano qualche secondo da sole.
“Buffy, sei davanti a quello che potrebbe darti la risposta…Ma ricorda: talvolta, la risposta più ambita da noi stessi non la troveremo scritta da nessuna parte…per quanti libri tu consulterai, potresti non trovare quello che cerchi…”
Buffy guardò un attimo al di là del ponte, per poi guardare negli occhi la sua nuova amica, che così tanto aveva fatto per lei.
“Lo so bene…so che corro il rischio di aver fatto tutto per niente…Ma devo tentare, capisci? Devo, assolutamente…”
Lynn non disse nulla, ma la abbracciò forte – e Buffy poté sentire una sincera preoccupazione e gliene fu profondamente grata – dopodiché si incamminò anche lei su per le scale.
La seguì per qualche istante con lo sguardo poi, quando scomparve nel buio da cui erano venuti, rivolse la sua attenzione al ponte e a quello che c’era al di là. Trasse un profondo respiro e si chiuse la porta alle spalle.

Il ponte fu facile d’attraversare.
Anche se non amava particolarmente le grandi altezze – dette una sbirciatina, ma non riuscì a vederne il fondo – arrivò dall’altra parte.
Trovò un lume ad olio e dei fiammiferi per accenderlo: in questo modo, riuscì a farsi avanti tra gli scaffali.
Dette una prima rapida occhiata, per cercare di capire come erano disposti: se erano catalogati per secolo, per nomi…e, con suo sommo piacere, notò che erano catalogati per secolo. Gli scaffali erano in fila, uno dopo l’altro, ma ad un certo punto si interrompevano per fare largo ad uno spazio abbastanza vasto da poter ospitare un grande tavolo in legno massiccio, con una decina di sedie imponenti, il cui rivestimento in stoffa era andato rovinandosi col tempo, ed un mobile in metallo che, dopo successivo esame, Buffy ritenne essere uno schedario…Il fatto importante era capire schedario di che cosa.
Vi appoggiò il lume sopra, in modo da avere le mani libere: ne aprì un cassetto e una lunga serie di cartellette vi era ordinatamente riposta.
Buffy ne estrasse una a caso, e la sfogliò per cercare di capire cosa fosse stato catalogato…La sua attenzione fu catturata da quel fascicolo, perché trattava di vampiri, e mostri…Ora aveva capito!
Se sugli scaffali c’era tutto lo scibile sulle Cacciatrici, lì era catalogato tutto quello che negli scaffali trattava di mostri e vampiri…visto che i volumi erano in ordine temporale, trovare qualcosa su un determinato demone sarebbe stata un’impresa, invece ora, poteva sperare di trovare qualcosa in più.

Le ore passarono veloci e i giorni si susseguirono.
Buffy era sempre rinchiusa al di là del ponte, sfogliando volumi su volumi: aveva deciso di guardare prima gli albori della ‘stirpe’ di cui faceva parte, per conoscere veramente le loro origini…le sue origini.
Finora, non aveva trovato nessuna illuminazione…
Ingenuamente, aveva sperato di trovare qualche magica soluzione ai suoi problemi…I suoi problemi…
Si fermò dal consultare l’ennesimo volume polveroso per riflettere cosa l’aveva davvero spinta lì.
Pensò…ma la vera risposta non veniva fuori.
O, meglio, non voleva rispondersi perché avrebbe significato mettere a nudo una verità che non era ancora disposta ad affrontare.
Sgomberò la mente da queste riflessioni, che non l’avrebbero portata da nessuna parte – non lì, non in quel momento – e si perse di nuovo tra le pagine minuziosamente scritte a mano da storici ormai divenuti polvere.

Alla fine, aveva ceduto.
Si era addormentata.
Dopo una settimana che era là sotto, dormendo praticamente un paio d’ore ogni quindici/diciotto ore – anche se in realtà non si rendeva conto del reale scorrere del tempo – aveva lavorato così sodo che, anche il suo fisico, aveva chiesto un break.
Se la stanchezza l’aveva fatta crollare, il sonno che ne venne non fu così ristoratore come avrebbe avuto bisogno: fu agitato da orribili incubi che non l’abbandonarono per un solo istante.
E tra gli incubi, venne anche un sogno – enigmatico - ma che l’aiutò a fare un po’ di chiarezza nelle sue ricerche.


Buio.
Sulle prime, pensò che il lume si fosse spento.
Solo quando il buio si fece persistente, quasi tangibile, capì che doveva trattarsi di qualcos’altro. Aveva solo timore di scoprire cosa fosse, questo qualcos’altro.
Non che avesse da temere alcunché da chissà chi, in fondo lei era la Cacciatrice e sapeva badare a sé stessa, ma l’idea di trovarsi in territorio sconosciuto non le piaceva ugualmente.
Era immobile, come fluttuante nel vuoto: provò a fare alcuni passi, ma non sentì nulla sotto i suoi piedi…Un momento di panico, che passò però molto velocemente, la attraversò…
Finì proprio quando iniziò a vedere qualcosa, davanti a sé.
L’ambiente intorno a sé era rimasto buio, solo una figura era illuminata e si stava lentamente avvicinando a lei: man mano che si faceva più vicina, Buffy poté vedere che era lei!
Davanti aveva un’altra sé stessa…Tutto era uguale, capelli, persino gli abiti: era come trovarsi davanti ad uno specchio, solo che l’altra figura iniziò a parlare.
“Vedo che sei giunta fino a qui per cercare le risposte…Ma cosa ti ha spinto a cercarle qui?”
Buffy restò un attimo esitante, non sapendo bene se risponderle…poi decise che poteva essere un metodo per avere quello che voleva.
“Pensavo che il Consiglio, avendo tutto il materiale su tutte le Cacciatrici finora esistite, potesse darmi le risposte…”
La figura continuò a camminare lentamente, facendo un giro intorno a lei, osservandola minuziosamente: quando le arrivò di nuovo davanti, si fermò e continuò a parlarle guardandola negli occhi.
“Oh certo…il Consiglio ha tanti libri, carta su carta che, però, non ti potrà mai dare la risposta che il tuo cuore cerca…Quella dovrai trovarla fuori di qui, da sola, come sempre. Tu sei sola ma se saprai trovare la risposta, allora, non lo sarai più”
Buffy restò pensierosa per qualche secondo, prima di farle ancora una domanda.
“Ma come faccio a trovarla se non so neanche cosa sto cercando…Io speravo che i libri fossero la risposta…”
La figura rise, silenziosamente, poi le diede le spalle e si incamminò…iniziando ad allontanarsi.
“Aspetta! Dimmi dove posso trovare la risposta…”
Quando era già a diversi passi da lei, si fermò e si voltò per darle un ultimo, intenso sguardo.
“Nel tuo cuore…solo lì potrai trovare quello che cerchi…”
Detto questo, si voltò ancora e si allontanò, fino a che scomparve nel buio intorno a Buffy.

Si svegliò, di scatto, non riuscendo a vedere niente intorno a lei. Il lume era ancora spento ma riuscì ad accenderlo e la luce tornò ad illuminare il posto: Buffy guardò il volume su cui si era addormentata…Trattava delle Cacciatrici subito prima di lei, di come avevano svolto la loro missione, combattendo orribili mostri e demoni, ed uscendone sempre vittoriose…almeno fino alla fine.
Lei sapeva che erano state loro a cercare la fine: come nel suo caso, ogni Cacciatrice aveva un dono – la Morte – e giungeva un momento in cui ambiva solo a questo.
A morire.
Lei lo sapeva, aveva già sognato la Prima di tutte loro che glielo aveva detto…se subito non aveva capito, in seguito aveva compreso cosa significasse e cosa doveva fare.

Era morta.

Per salvare tutti.

Il mondo.

Ancora una volta.

Ma ora, doveva cercare nel suo cuore, territorio infausto per lei, perché nascondeva verità che, da troppo tempo, cercava di evitare.
Decise che doveva uscire da lì: i libri non le avrebbero portato nulla di buono ma, soprattutto, non le avrebbero dato la risposta che cercava. Così fece quello che il signor Williams le aveva detto: riattraversò il ponte e fece tutto il percorso al contrario…lasciandosi dietro solo porte che, richiuse, facevano scattare tutte le serrature che custodivano quel luogo.


*********************************************************


Era una giornata limpida: le nuvole erano scomparse durante la notte e ora il sole poteva splendere incontrastato in cielo.
Rimase confuso dal trovarsi sdraiato al cimitero, sopra un’antica tomba familiare…Non ricordava niente: aveva la mente confusa, come a voler stipare troppe cose in un contenitore piccolo.
Ricordava, però, una voce, che gli diceva di trovare sé stesso: e che lo chiamava per nome…Angel…
Si alzò, per sgranchirsi le ossa e godere della calda luce del sole: ormai l’estate stava per arrivare, portando con sé tutti gli aromi e i profumi tipici della stagione. Decise che era tempo di muoversi, anche perché il prete non sarebbe stato contento di vedere che aveva forzato il cancello per entrare…
Con passo deciso, si diresse verso il centro della città, pensando a trovare un impiego…
Va bene trovare se stessi, ma doveva pur vivere.

Era passato un mese.
Angel aveva trovato lavoro presso un pub del centro, molto rinomato per la birra e le session musicali. Gli lasciava il tempo necessario a chiarirsi le idee, dovendo iniziare solo verso metà pomeriggio.
In breve tempo, era diventato famoso tra le ragazze della città: non erano molti – anzi, non ce ne erano proprio – i ragazzi così belli e single…e Angel aveva tutta l’intenzione di rimanerlo.
Non aveva mai mostrato particolare interesse alle avances di una o di un’altra ragazza: aveva sempre rifiutato con tanta cortesia e amabile gentilezza che, invece di farle desistere, aveva solo accresciuto il loro interesse nei suoi confronti.
Non sapeva più come fare: non voleva offendere nessuna di loro, ma voleva solamente starsene tranquillo, con il suo lavoro e il suo piccolo cottage fuori città…Il suo passatempo preferito era quello di tornare a casa e osservare il mare: sin dal primo giorno, aveva scoperto che quell’attività gli dava una serenità che niente altro era in grado di dargli. Solo nel costante fluttuare del mare sembrava trovare pace…

Pace…

Chissà perché quella parola continuava a tornargli alla mente: quando cercava di sforzarsi e pensare a quanto era avvenuto prima di quella mattina in cui si era svegliato nel cimitero, il risultato era sempre lo stesso, e cioè un forte mal di testa e una notte piena di orribili incubi, in cui scappava, rincorso da una creatura che Angel non riusciva mai a vedere bene in volto.
Si svegliava sempre madido di sudore, con un’ansia crescente che si placava solo alla vista del mare: quella libertà che solo chi naviga ha provato, dava serenità al suo cuore in tumulto.

Una mattina in cui il sole era rimasto nascosto dietro le nuvole, Angel stava camminando nei pressi dell’università quando, con sua grande sorpresa, gli venne addosso un ragazza che portava una pila di libri che finirono tutti a terra. Sentendosi in parte responsabile, l’aiutò a raccoglierli.
“Ti ringrazio…e scusa se ti ho urtato: spero di non averti fatto male…”
Era una ragazza che aveva già visto al pub: aveva attirato la sua attenzione perché era rimasta ad osservarlo in silenzio per tutto il tempo che era rimasta a bere la sua birra…non aveva mai provato a parlargli né ad avvicinarlo.
Lo guardava e basta.
Decise di passare sopra alla cosa e di fare finta di niente.
“No, stai tranquilla…non mi hai fatto male. Ma devi portarli molto lontano? Se vuoi, ti posso dare una mano…”
Lei era rimasta a guardarlo con la stessa curiosità che aveva notato al pub: era carina, aveva lunghi capelli castani e due profondi occhi marroni, che sembravano lo specchio di un animo schietto e deciso.
Non era molto alta, infatti, doveva guardarlo dal basso verso l’alto, allungando il collo in una maniera che fece venire i brividi ad Angel…
Improvvisamente, vide un altro collo, dei capelli biondi e due occhi in cui perdersi…
Fu una visione rapidissima, che scomparve così come era venuta.
Lei notò la confusione sul suo viso e gli chiese se tutto era a posto.
“Sì, ti ringrazio, è solo che…non so, per un attimo mi è sembrato di vedere un’altra persona…”
“Che ne dici se, per farmi perdonare, ti offro un the? C’è un pub proprio qui vicino e fa dei buonissimi sandwiches!”
Angel non vide ragione per rifiutare l’invito ed accettò molto volentieri.
Si meravigliò di come poteva parlare di qualsiasi cosa con Adele: lei era preparata su tantissimi argomenti e, cosa più importante per lui, sapeva ascoltare senza porre domande.
Dal canto suo, la ragazza restò meravigliata di come Angel fosse preparato sulla storia del suo paese: conosceva a menadito ogni fatto storico degli ultimi due secoli e non finivano certo qui le sue conoscenze…anche sul resto del mondo, la sua competenza era notevole e non mancò di farglielo notare.
“Ma tu sei sprecato, per servire in un pub! Dovresti iscriverti all’università, assolutamente, al corso di storia tenuto dal professor Byrne: è un vero appassionato della sua materia e il corso prevede anche una serie di cambi con altre università del paese, in special modo il Trinity College di Dublino, in cui sai sicuramente che c’è la principale biblioteca di tutta l’Irlanda! Non mi alzo di qua se non mi prometti che vieni con me a prendere informazioni…”
Angel sorseggiava il suo the pensoso: finora la sua vita gli era andata bene così, col lavoro e il cottage, ma da qualche giorno sentiva che iniziava ad andargli stretta, così decise di acconsentire e si lasciò guidare da Adele.
In due giorni, la sua iscrizione era stata presentata e, previo esame a cui aveva raggiunto notevoli risultati, era stata fatta un’eccezione ed era stato ammesso a corso iniziato. Il professor Byrne era stato entusiasta delle sue capacità di collegamento e della sua memoria: così, non era stato difficile convincerlo.
Adele, dal canto suo, era felicissima di aver convinto Angel a studiare: soprattutto perché avrebbe potuto vederlo molto di più.

L’università procedeva gonfie vele per Angel che aveva ampliato il suo corso di studi aggiungendo anche una serie di corsi paralleli, tenuti dal professore fuori dal contesto universitario, di occultismo e storia dei demoni, seppur in contrasto con Byrne: lui era un uomo vecchio stampo e credeva che quelle materie servissero solamente per sviare la mente da altre più serie e consone all’ambito universitario.
Ma Angel era riuscito a fargli capire che voleva ampliare il più possibile il suo raggio d’azione ed era riuscito a convincerlo che non avrebbe perso di vista la storia.
Dopo un mese, riuscì a vincere una borsa di studio per Dublino, dove aveva il suo studio il professor Bower che possedeva alcuni antichi testi di demonologia che voleva assolutamente consultare: salutò Martin, il proprietario del pub che rimpianse la sua partenza più di ogni altra cosa al mondo. Anche se aveva iniziato a studiare, un paio di volte a settimana aveva continuato ad andare a lavorare al pub e quelle erano in assoluto le sere in cui l’affluenza era maggiore…e di conseguenza, anche gli incassi.
Alla stazione lo accompagnò Adele che, poco prima che il treno partisse, gli raccomandò di non perdere di vista anche il suo principale obiettivo.
Quando le chiese a cosa si riferisse, lei gli fece un sorriso enigmatico e gli rispose semplicemente.
“Tu sai”
Con questa domanda che continuava a ronzargli nella testa, affrontò il viaggio di tre ore che lo separavano dalla capitale.

Si ambientò a fatica in quell’ambiente rigido e conservatore: anche se riuscì ad arrivare ai testi che così tanto gli premeva di consultare, la severità del luogo mal si confaceva al suo temperamento libero e senza costrizioni.
Aveva trovato alloggio presso un caseggiato destinato agli studenti: la sua stanza era piccola ma aveva avuto la fortuna di averne assegnata una singola…poteva così, fare tardi quando e come voleva, senza nessun coinquilino che trovasse da ridire.
Era riuscito ad avere l’autorizzazione dal professor Bower di portare a casa un volume molto antico, su alcuni demoni del secolo scorso: ‘Demoni dell’ottocento’ di Gabriel Drew.
Si preparò un rapido spuntino, che consumò in piedi, fissando il libro che aveva posato sul suo scrittoio: da quando l’aveva preso in mano, una strana sensazione lo aveva pervaso, senza mai lasciarlo…
Cercò di non pensarci, concentrandosi sul panino che stava addentando: solo dopo averlo finito, andò a sedersi e , finalmente, poté aprire e leggere il tanto sospirato volume.

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Quando era riapparsa nella grande sala, trovò tutto deserto: evidentemente, doveva essere un orario in cui erano in corso altre attività. Vagò, nel silenzio scosso solamente dal rumore dei suoi passi: il legno sotto i suoi piedi era lucido come uno specchio e vi erano intarsiati complicati disegni geometrici.
Spinta dalla curiosità, salì al primo piano per dare una scorsa ai volumi che vi erano contenuti: dopo una breve occhiata, notò che erano volumi di magia, provenienti da tutto il mondo e scritti in tutte le lingue. Visto che la magia non era il suo campo, salì al secondo piano per vedere se c’era qualche testo che potesse attirare la sua attenzione.
Ed ebbe più fortuna: infatti, c’erano trattati su demoni…pensò probabilmente su tutti quelli esistenti. Cercò la sezione riguardante gli Stati Uniti e le apparvero davanti file e file di volumi dall’aria molto noiosa…Ne prese uno a caso e lo aprì: c’erano le storie dettagliate di alcuni demoni, ora fortunatamente estinti.
Lo ripose e cercò altro materiale sui vampiri.
Fu folgorata da un’idea.
Andò alla sezione dell’Irlanda e cercò, visto che erano in ordine alfabetico, ‘Cronache di vampiri nell’ottocento’.
Sfogliò avidamente le pagine fino a trovare quello che cercava: Angelus.
Era scritto di come le prime apparizioni del temibile vampiro erano state temute dalle popolazioni locali: dove passava lui, restava solo una lunga scia di morte e di sangue. Seguivano, le descrizioni di altre scorribande in cui la parola d’ordine era la violenza e la perversione.
Buffy si pentì da aver dato ascolto alla sua curiosità: non sapeva neanche lei perché avesse cercato del materiale su di lui…semplicemente, era stato più forte di lei.
Richiuse il libro e lo ripose al suo posto.
Decise che ne aveva avuto abbastanza di libri: scese i due piani e stava decidendo da che parte andare quando da una porta nascosta nella parete uscì Lynn. La ragazza guardò un momento Buffy come se fosse stata l’ultima persona che si aspettasse di incontrare lì, ma dopo il primo attimo di smarrimento, le andò incontro con il suo solito sorriso aperto e sincero.
“Buffy…finalmente sei uscita! Iniziavo a preoccuparmi, anche se il signor Williams mi diceva di stare tranquilla…”
Lei ricambiò il sorriso e la gentilezza.
“Sto benissimo, grazie…ma toglimi una curiosità. Quanto tempo ho passato là sotto?”
“Una settimana intera…anzi, sarebbero stati otto giorni fra poche ore: ma dimmi, hai avuto fortuna?”
Lynn la guardava con uno sguardo speranzoso che, però, Buffy non si sentì di ricambiare. Non voleva mentirle.
“No…non ho trovato nulla se non quello che già sapevo: le cronache sono molto interessanti, ma devo dire la verità, mi ci sono anche…addormentata! Forse il signor Giles le avrebbe trovate più interessanti!”
“Già…il tuo Osservatore…Mi dispiace, sinceramente: adesso cosa hai intenzione di fare?”
Non rispose subito: in effetti, se lo era chiesto diverse volte anche lei, e non aveva trovato una risposta soddisfacente…Aveva deciso che prima sarebbe risalita alla civiltà, poi avrebbe deciso. E lo disse a Lynn, che si mostrò molto entusiasta.
“Bene, allora dobbiamo passare un po’ di tempo insieme: ti farò visitare la città e potremo fare un po’ di sano shopping!”
“Mi sembra un’ottima idea, ma non ti vorrei disturbare più di quanto non abbia già fatto…”
“Assolutamente. Non voglio sentire ragioni….e poi, potresti trovare qualcosa che ti interessa e prolungare, così, la tua permanenza…Magari, trovando anche quello che cerchi, chi lo sa?”
“Già…chi lo sa?”
Buffy era diventata pensierosa e aveva seguito meccanicamente Lynn in un’altra stanza, dove chiaramente c’era del cibo: un piacevole profumo aveva riempito la stanza e Buffy si accorse di essere piuttosto affamata.
“E ci credo bene! Sono le sei di mattina…Sei fortunata: fra poco verrà servita la colazione. Dopodiché potremo occupare la giornata riordinando le idee, che te ne pare?”
“Vada per la colazione e il riordino, allora”


Il ritorno alla normalità fu abbastanza facile: ebbe solo dei problemi a riaddattarsi agli orari ‘normali’, ma dopo una settimana tutto era tornato alla normalità.
Buffy stava ancora da Lynn, che, dopo una settimana passata insieme, stava continuando i suoi studi presso il Consiglio, la lasciava sola per la maggior parte della giornata: durante tutto questo tempo, aveva visitato tutti i musei e le gallerie d’arte della città, fatto shopping e visitato il Consiglio molte altre volte.
Proprio durante un pomeriggio che si trovavano entrambe alla Sede, Buffy raggiunse Lynn e le disse che doveva parlarle.
Era piuttosto nervosa perché, se da una parte voleva andarsene per provare a cercare la risposta alla sua domanda, dall’altra le dispiaceva andarsene perché in Lynn aveva trovato un’amica sincera.
“Me ne vado…Lynn, è giunto il momento che io mi muova: se resto qui, resterò sempre allo stesso tempo…Ancora non ho idee di dove andrò, ma sono sicura che troverò qualcosa, da qualche parte…”
Aveva avuto un tono molto scoraggiato: non sapeva da dove cominciare e, onestamente, non sapeva neanche dove andare per trovare un’ispirazione.
Lynn la guardò, chiaramente dispiaciuta, ma più serena di quello che Buffy si aspettasse.
“Me lo aspettavo, sai? Sono diversi giorni ormai che ti vedo inquieta, così mi sono presa la libertà di prendere delle informazioni su un corso universitario molto interessante…”
Aveva, nel frattempo, guidato Buffy nella sala in cui lunghi tavoli apparecchiati stavano iniziando ad essere riempiti da studenti e professori: vicini alla parete di fondo, ce ne erano quattro ordinatamente in fila, su cui c’era il buffet più ricco ed assortito che Buffy avesse mai visto.
“Lynn, che cosa stai tramando?”
Aveva uno sguardo malizioso mentre cercava di indagare negli occhi dell’amica.
“Ti sembro tipo da tramare? No, no di certo…Dico solo che, forse, ci potrebbe qualcosa che ti potrebbe interessare: vedi, a Dublino c’è un corso di storia che prevede una serie di aggiornamenti e corsi paralleli in studio di occultismo e demoni. Inoltre, esiste una palestra tra le più rinomate che, occasionalmente, mette a disposizione esclusivamente per il Consiglio una sala speciale, in cui fare allenamenti…particolari”
Buffy la aveva ascoltata attentamente, meditando sulla cosa man mano che Lynn parlava.
L’idea di frequentare un corso universitario di storia non l’entusiasmava molto, così come quei corsi, ma la prospettiva di poter frequentare quella palestra era una cosa molto più allettante.
“E per l’iscrizione? I corsi sono già iniziati, dubito che mi faranno…”
“Nessun problema…vedi, mi sono presa la libertà di informarmi e se ti presenterai con una lettera del Consiglio, non ci saranno obiezioni al tuo ritardo”
“Certo…perché tu non avevi nessun dubbio riguardo alla mia decisione, vero?”
La stava fissando con uno sguardo falsamente indignato: in realtà, non le dispiaceva l’idea di andare in Irlanda…da molto tempo aveva questo desiderio, ma troppo timore di realizzarlo.
E visto che Lynn si limitava a guardarla, con un mezzo sorriso, finì di parlare.
“…E avevi ragione! Ma sentirò molto la tua mancanza, di questo ne sono sicura!”
“Anch’io…ma saperti occupata con attività che, forse, potrebbero aiutarti, mi aiuterà molto”
Non dissero più niente, semplicemente si diressero verso il buffet per fare un’abbondante colazione.

Il volo fu rapido e abbastanza movimentato: il maltempo fece sobbalzare più del normale l’aeroplano e quando iniziarono l’atterraggio una fitta pioggia rendeva impossibile vedere alcunché dal finestrino…In qualche modo, comunque, toccarono terra e Buffy poté finalmente tirare un sospiro di sollievo.
Inconsciamente, aveva iniziato a temere il fatto di non riuscire a vedere l’Irlanda…
Fortunatamente, Lynn aveva accluso al suo bagaglio un ombrello, così non dovette inzupparsi fino alle ossa: si era anche premurata di trovarle un alloggio presso una casa dello studente poco distante dall’università. Così, appena scese dall’aereo. Salì sulla navetta che portava in città e, mezz’ora dopo, stava vagando per Dublino: anche se era pomeriggio appena iniziato, la luce era molto scarsa. Mentre camminava per le strade della città, la pioggia andò gradualmente diminuendo fino a che un pallido sole fece capolino da dietro le scure nuvole. Così raggiunse il caseggiato, si identificò all’entrata, dove avevano già tutto il suo incartamento mandato loro dal Consiglio, e prese possesso della sua stanza, dove posò solamente il borsone: uscì, infatti, di nuovo per andare a conoscere il professor Bower con il quale Lynn le aveva fissato un appuntamento per le quattro in punto.
Era in perfetto orario, quindi si godette la passeggiata che dovette fare per raggiungere l’ateneo, ammirando i bei palazzi che fiancheggiavano le strade.

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I libri del professore lo avevano profondamente colpito: non parlavano solamente di demoni, ma anche di vampiri…Man mano che le pagine passavano davanti ai suoi occhi, un nome sempre più ricorrente tornava a tormentarlo…Angelus…Era divenuto ormai il suo chiodo fisso: doveva sapere il più possibile su di lui, ma purtroppo le parole scritte su di lui non erano così abbondanti Aveva anche chiesto al professore, ma anche lui non aveva saputo aggiungere molto a quello che già sapeva.
Così, le sue giornate continuavano a passare uguali, tra libri e corsi di storia e la sera, tra i volumi dei corsi paralleli del professor Bower.
Una mattina si era appena seduto nell’aula di filosofia quando Dean, un ragazzo con cui aveva fatto amicizia da quando era arrivato, gli si sedette accanto e confabulò con lui con aria cospiratrice.
“Ehi, amico…hai visto? C’è una nuova al corso del professor Bower…E’ americana ed è una meraviglia: bionda da far girare la testa anche a te…sempre che tu ne sia capace, cosa di cui inizio fortemente a dubitare! Non hai mai adocchiato nessuna dacché sei qui…”
Angel sospirò e con un sorriso di rassegnazione si rivolse al ragazzo dai capelli rossi le cui lentiggini gli conferivano un’aria eternamente sbarazzina.
“Dean, forse ne dubiti perché non capisci che a me sta bene così, non mi interessa. Sono contento per te che sia bella e che sia appena arrivata, così non avrà sicuramente avuto tempo per conoscere la tua fama!”
“Ehi…non ti scaldare, io facevo per parlare…e poi lo sai che io dico così solo perché penso al tuo bene…Comunque, ha solo quel corso in comune con i nostri, purtroppo…ci saranno ben poche occasioni di vederla…”
“Mi spiace per te, ma sono sicuro che avrai miglior sorte con un’altra ragazza…del resto, non ti mancano mai, vero?”
Dean sorrise con l’aria di chi la sa lunga e si preparò per la lezione, che si svolse senza ulteriori problemi.
Dopo, andarono in biblioteca, dove dovevano finire di preparare una tesina per il corso di letteratura inglese: Angel si era dedicato alla poesia di Emily Bronte.
L’aveva toccato la sensibilità di questa donna che, con così poche parole, aveva saputo toccare i più profondi recessi dell’animo umano: leggere le sue poesie era diventato, per le sue giornate, un appuntamento fisso.
Di solito, la notte, quando aveva problemi a dormire – il che capitava praticamente tutte le notti – o i pomeriggi quando aveva un break tra una lezione ed un’altra, era solito leggere i suoi versi: vi trovava una serenità che ristorava il suo cuore…
In quel periodo una strana agitazione mista ad ansia lo aveva pervaso, dandogli un senso d’inquietudine che lo accompagnava per tutta la giornata: non lo abbandonava mai, lasciandogli i nervi a fior di pelle…Dean più volte lo aveva preso in giro per questa sua ‘elettricità’…gli aveva anche offerto il suo aiuto, ma Angel aveva sempre rifiutato.
Non sapeva spiegarlo a se stesso, figuriamoci ad un altro.

No.

Doveva risolvere da solo la questione.

Di notte, quando il sonno vinceva la stanchezza, continuava a tornargli alla mente il viso di Adele che gli diceva ‘Tu sai’…in cuor suo, sentiva che c’entrava qualcosa, e si sforzava di collegare le cose, ma appena iniziava a pensarci, doveva iniziare a scappare perché la solita creatura di cui non vedeva il volto lo inseguiva…Risultato, si svegliava, ancora nel cuore della notte, madido di sudore e ansimante, non riuscendo a chiudere occhio per il resto della notte.
Era allora che la sua anima si placava con la lettura di Emily Bronte: dei versi, in particolare, gli davano conforto…

E solo come me, del tutto solo,
vede il giorno e il suo lungo splendore;
e come me effonde il suo lamento
in sconfinato dolore.

Ma lasciami pensare che se oggi
languisce in questa fredda prigionia,
domani entrambi voleremo via,
completamente liberi, in eterno.

Solo dopo aver letto questi versi trovava uno spiraglio di pace a cui si aggrappava con tutto se stesso.
Per il momento, doveva accontentarsi.
Ma poche sere dopo, accadde un fatto che avrebbe cambiato il suo punto di vista sulle cose.

CAPITOLO V


Il professor Bower si era dimostrato una persona aperta, non il solito topo di biblioteca che Buffy si aspettava: lui ne era rimasto divertito, e compiaciuto. Le aveva fatto una certa impressione, quella ragazza minuta, che sprigionava una tale energia….Naturalmente, il fatto che fosse raccomandata dal Consiglio faceva di lei una persona speciale ai suoi occhi, pur non conoscendo la sua speciale ‘natura’…anche se, le aveva promesso, non avrebbe fatto preferenze.
E a lei stava bene così: non voleva essere trattata con riguardo, ma come tutti gli altri.
Rapidamente, si era ambientata: il corso era molto duro e non le lasciava molto tempo a disposizione, ma aveva fatto amicizia con alcune persone che incontrava in aula e, spesso, al dormitorio.
Si trovava bene specialmente con una ragazza – Susan – che era con lei non solo nel corso del professor Bower, ma anche in quelli di lingue antiche e di storia medievale.
Pranzavano insieme, studiavano insieme e, le rare volte che Buffy si concedeva un’uscita, uscivano insieme: andavano in un pub poco lontano dai dormitori, in cui le aveva insegnato a giocare a freccette. Alcuni sabati in cui si trovavano lì anche a ore più tarde a quelle a cui erano soliti restare, si divertivano ad incitare con applausi scroscianti i musicisti che si riunivano per una session musicale.
La vita scorreva tranquilla, fino ad una notte in cui, mentre molti ragazzi erano ancora in università per alcune conferenze tenute da professori venuti da università inglesi, il silenzio dei corridoi fu rotto da un urlo lacerante.
Subito, gran parte dei ragazzi si riversò fuori dalle aule per vedere cosa fosse successo: una gran folla si accalcò cercando di vedere, anche se inutilmente…Buffy era in aula per una conferenza sull’architettura inglese quando, si ritrovò anche lei tra la folla, spinta suo malgrado verso il fulcro dell’attenzione: arrivò abbastanza vicina da poter ascoltare il resoconto della ragazza, visibilmente spaventata e sotto choc, che aveva urlato. A quanto pareva, c’era stato un omicidio…e la vittima era…l’assistente del professor Bower!
Buffy rimase paralizzata quando sentì che era stato trovato orribilmente sfigurato…Iniziavano a girare voci in cui si diceva che doveva essere opera di un assassino senza pietà alcuna.
Cercò di ascoltare altro dai poliziotti che nel frattempo erano arrivati e stavano isolando la zona, quando un brivido la percorse, dandole una sensazione che non provava da così tanto tempo ormai…

No, non era possibile…

Di scatto, si girò, cercandolo freneticamente con gli occhi, ma tutto quello che riuscì a vedere fu il ragazzo che era subito dietro di lei: la folla in corridoio era così accalcata che non riuscì a fare altri movimenti…Restò lì con quella sensazione che andava spegnendosi…

Ma che le aveva fatto di nuovo battere il cuore.
Come da tempo non faceva.

Da anni.


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Quando era iniziato il trambusto, Angel era in una delle aule per una conferenza sulla poesia femminile inglese nel secolo scorso: i ragazzi avevano iniziato a riversarsi nel corridoio e, alla fine, spinto da Dean, anche Angel era uscito a dare un’occhiata.
Non riuscirono a fare che pochi passi, quando Dean, rivolgendosi all’amico, restò senza parole e fu seriamente preoccupato per lui…
Era pallido come uno straccio e gli occhi erano sbarrati…Lo sfiorò e un leggero tremore scuoteva il suo corpo.

Lei era lì…vicino a lui…

La pelle morbida come il velluto…
Le guance rosa come un fiore appena sbocciato…

Si riebbe proprio quando Dean lo stava chiamando…ma non lo sentì, almeno non subito…
Ma cos’era stata quella sensazione così travolgente che l’aveva appena abbandonato?

E di chi erano i ricordi che gli erano venuti alla mente?

Una ragazza, ma chi?
Nella sua vita non c’era nessuno, non aveva mai permesso a nessuno di avvicinarglisi, nemmeno lui sapeva perché.
“Ehi…amico…tutto bene? Che succede?”
Poteva sentire, ora, dal tono della sua voce, che era veramente preoccupato per lui. Gliene fu grato e cercò di rispondergli, non appena ebbe recuperato la voce.
“Tutto bene…io…io ho avuto un capogiro…”
“Sembrava a che avessi visto un fantasma! Sei sicuro che vada tutto bene?”
Angel lo guardò e gli fece un debole sorriso.
“Certo. Sicuro. E’ tutto…passato”
Diede un ultimo sguardo al corridoio, ormai mezzo vuoto, prima di uscire: visto l’incidente, tutte le con