Una spina nel cuore

di Petalidistelle

 

 

 

 


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Disclamer: i personaggi e i luoghi descritti non sono di mia proprietà, ma appartengono al loro creatore Joss Whedon, alla Wb ed alla Upn. L’autrice scrive per semplice divertimento personale, senza alcuno scopo di lucro.

Raiting: Pg14, per le atmosfere un po’ darck e certe scene un po’ violente.

Pairing. Angel/Buffy

Note: la storia è ambientata verso la fine della quinta serie, ma molti avvenimenti sono stati trascurati o riadattati ai fini della trama di questa storia. Per quello che concerne la serie Ats, non ci sono riferimenti particolari, a parte il fatto che Darla non è mai tornata in vita.
Angel è spesso out of character, una via di mezzo fra lui ed Angelus.
Questa storia è nata più di un anno e mezzo fa, ed è poi stata interrotta perché non ho più avuto tempo per continuarla. Può risultare quindi un po’ poco originale o anacronistica, ma quando è stata progettata non sospettavo che Buffy si sarebbe messa con Spike ed ho voluto immaginare la possibile reazione di Angel a una notizia del genere, e ,una volta ogni tanto, è lui ad “arrabbiarsi” sul serio con la cacciatrice….

Questa è una seconda stesura della storia, in cui ho corretto lo stile e modificato leggermente alcune cose. Non penso sia indispensabile rileggerla per intero per ritrovare il filo narrativo, ma mi sembra giusto precisare che l’ultimo capitolo che avevo scritto e postato in alcuni forum , “Contro il destino, contro il mondo…” è stato completamente modificato.


Whisky. Sapore morbido, torbato, secco, odore intenso e aromatico di alcool.
Scendeva facilmente lungo la gola, bruciandola appena un attimo con quel fuoco fragrante il cui profumo le riempiva anche le narici. Lasciava in bocca un sapore di malto e muschio.
Appoggiò il bicchiere di vetro dal fondo spesso sul bancone accanto alla bottiglia con il dosatore di ferro.
Era seduta in un angolo buio, discostato dal caos del locale.
Le girava la testa, l’alcool entrava rapidamente in circolo, e aveva la sensazione di galleggiare sospesa in una specie di limbo in un qualche punto dentro se stessa... o forse sopra di lei... sopra la comune realtà... in un mondo senza suoni... silenzio d'ovatta.
Il corpo era piacevolmente intorpidito, con un vago formicolio che correva allegramente per tutti gli arti, e un calore rassicurante che si diffondeva da qualche parte vicino al cuore.
Aveva l’impressione di essere estraniata da se stessa e dal resto, come se osservasse tutto dall’esterno.
E le cose sembravano meno grigie... i problemi lontani e risolvibili... in qualche modo...
Non si sentiva più così sola... si era gettata alle spalle le preoccupazioni e il dolore...
Si sentiva bene... strana ma bene...
Non aveva intenzione di bere.
Tanto meno di ubriacarsi.
Aveva solo sete ,così quando era arrivata al Bronze per inseguire un vampiro, aveva pensato di bere qualcosa.
Dopo aver ridotto in cenere il malcapitato in pochi secondi ,avendolo però ridotto un pungiball, si era avvicinata al banco.
C’era piuttosto affollato, il barista aveva sbagliato ordinazione.
Così si era trovata davanti quel bicchiere zeppo del liquido scuro, trasparente e super-alcoolicio.
Ambra liquida.
Aveva bevuto d’un fiato, senza sapere bene perché, quasi fosse una medicina.
Male in fondo non poteva farle.
Era molto forte, le aveva fatto storcere il naso... ma non aveva un cattivo sapore... molto forte. Inebriante.
Al primo whisky ne erano seguiti un secondo e un terzo... e poi aveva perso il conto...
La faceva sentire meglio... come se il peso che aveva sul cuore si sciogliesse piano e la liberasse... primavera che fioriva nel ghiaccio della sua anima.
La bottiglia accanto a lei era quasi vuota...
Il barista le gettò un’occhiata.
Forse non avrebbe dovuto lasciar bere così tanto quella ragazza, non sembrava abituata... ma in fondo era grande abbastanza per vedersela da sola, e non sembrava in vena di ricevere consigli...
Occhi di mmare in temepsta che brillavano fra le luci del locale. Fiamma di smeraldo.
La parola ubriaca le danzò nella testa, ma Buffy la scacciò arrabbiata e portò di nuovo alla bocca il bicchiere pieno.
Il liquido lungo la gola, che esplodeva nella testa come un’onda che la portava lontano.
Sempre più lontano da tutti i suoi pensieri, da tutti i suoi problemi... dal suo maledetto dovere, dalle responsabilità per Dawn... dal suo cuore che ,a dispetto di quello che le diceva la testa, le ricordava sempre più spesso Angel, da quando l’aveva baciato dopo il funerale di sua madre.
Angel. Tormenta di passione.
Angel. Pensiero che non può annegare.
*Resterò fino a quando avrai bisogno di me... Sempre, sempre va bene?!*
Ricordò vagamente il colloquio che avevano avuto seduti per tutta la notte sotto quell’albero.
Una lacrima ribelle le punse gli occhi.
Li chiuse imprigionando fra le ciglia quell’unica lacrima. Perla opalescente di dolore.
Portò di nuovo alle labbra il bicchiere.
Un’altra onda che la portò più lontano...
Anche da lui... e dal suo ricordo... Lontano... solo il rumore del mare. Solo la spuma impazzita sulla cresta delle onde.
Spike si guardò distrattamente in giro.
Un’altra interminabile, noiosa serata come tante gli si prospettava.
Niente colli succulenti da succhiare, niente umani da malmenare... niente Buffy...
Ma sull’ultima affermazione si dovette ricredere.
La vide subito, individuandola fra la folla vociante e colorata.
In quell’angolo buio sembrava risplendere di luce propria. Sola fra tutti.
Bellissima Buffy. Lontana, inavvicinabile, Buffy....
Si avvicinò non sapendo bene come comportarsi.
La cacciatrice. Pungolo di fuoco nel suo cuore.
Ma lei neppure lo vide.
Stava letteralmente ingoiando un bicchiere di... di whisky?
Spike annusò l’aria e riconobbe l’inconfondibile aroma dell’alcool... e di una bella sbronza.
Si avvicinò di più, appoggiandosi al bancone accanto a lei.
Con un cenno della testa fece portare via al barista la bottiglia.
Le lanciò un’occhiata... vetro trasparente macchiato di gocce di giada. Inutile farla portare via, ormai era praticamente vuota.
Ma quanto aveva bevuto?
Buffy alzò su di lui uno sguardo indispettito.
“Ehi, quello è il MIO whisky!!”
“Mmm... il tuo whisky? Credo che tu ne abbia già bevuto abbastanza per i prossimi vent’anni.”
Lei lo osservò da dietro il velo che le copriva gli occhi un pò arrossati.
“Ridammi il mio whisky!!”
Spike scosse la testa, l’alito della cacciatrice non profumava esattamente di petali di rose...
“Da brava Buffy, per stasera ti sei sbronzata abbastanza...”
Lei lo guardò indignata.
Si alzò, un pò malferma sulle gambe, e lo scrutò corrucciata in volto.
“Io non sono sbronza!!!!! Spike? Oh, sei solo tu! Lasciami in pace! Non sono in vena dei tuoi giochetti stasera! Ehi barista? Ridammi quella bottiglia.”
Spike intercettò ,con grande stizza della ragazza, la bottiglia in questione.
“Dai retta a uno che di sbronze ne ha prese tante! Sei davvero molto ma molto sbronza. E ,detto fra noi, non mi sembra che tu lo regga un gran bene l’alcool...”
Buffy abbatté il pugno sul tavolo, facendolo tramare pericolosamente.
“Io non sono sbronza!!!!!”
Aveva l’aria molto offesa. Bambina stizzita. Occhi di cerbiatto puntati addosso a lui.
“O.k. bellezza, se preferisci... sei ubriaca. E adesso è meglio che ti riporti a casa.”
La prese per un braccio cercando di condurla fuori.
Buffy si divincolò inviperita. Violenta. Cupa. diversa da se stessa quella notte Buffy.
“Tu non puoi dirmi quello che devo fare! Io non voglio andare a casa! Sto benissimo qui!”
“Da brava Buffy.... adesso ce ne andiamo, ti metti nel tuo letto e cominci a prendere mezzo flacone di aspirine in previsione del colossale mal di testa che avrai domani... Forza, andiamo!”
“Io non vengo da nessuna parte! Non prendo ordini da nessuno, tanto meno da te!! Tutti che vogliono comandarmi, decidere per me. Il Consiglio, Giles... Angel!! Già, lui è uno specialista quando si parla di decisioni prese senza il mio parere!!”
Spike la guardò preoccupato, ma non era il momento di lasciarsi prendere dal panico.
Però doveva portarla via da lì... adesso era nella fase delle recriminazioni... presto sarebbe entrata in quella lacrimosa... e poi sarebbe crollata... Una cacciatrice fuori controllo poteva cacciarsi in grosi guai, ed essere una facile preda....
“Va bene Buffy, come vuoi... Che ne dici se andiamo a berci un pò di whisky in un posto un pò meno incasinato... sii ragionevole...”
L’avesse mai detto.
Lei tremò di rabbia. Tormenta di vento. incontrollabile.
“Ragionevole!!! Oh, certo!! Maledizione Angel, io non voglio essere ragionevole, alla mia età non si è ragionevoli. Io voglio stare insieme a te, e non vedo perché dobbiamo farci tutti questi problemi... Tu mi hai mollata e basta! Tanti saluti e via, poi ti presenti al funerale di mia madre, sei così... così.... e poi sparisci di nuovo!! Non puoi...”
Spike la guardò esasperato.. perfetto adesso era pure convinta che lui fosse Angel... ma quanto gliene avevano lasciato bere?!
Puntandogli un dito contro gli si avvicinò molto. Pericolosamente. Gatta sinuosa. Troppo vicina.
“Sai qual è la cosa che mi fa impazzire?! E’ che sono ancora innamorata di te, maledizione!! Maledizione... nel nostro caso è davvero azzeccata come esclamazione...!”
Rise sguaiatamente. Non era da lei. Diversa da se stessa quella notte. Amara. Sferzante.
Doveva zittirla.
Non aveva nessuna intenzione di sorbirsi una lunga, spassionata scenata o forse un dichiarazione per Angel...
-In vino veritas- ma sinceramente lui non era ponto a sentirsi sbattere in faccia che lei amava ancora quel gran bastardo del sire di Drusilla...
La prese delicatamente per le spalle.
Contatto elettrico per entrambi. Scarica inaspettata.
“Adesso smettila cacciatrice!! Non sono Angel...”
Buffy lo baciò con trasporto, facendogli scivolare le braccia attorno al collo, infilandogli le dita fra i capelli.
Per un istante Spike pensò di respingerla. Ma non si può feramre il vento.
Fu solo un istante di follia.
Quando la lingua di Buffy sfiorò le sue labbra, disegnandone il contorno e massaggiandole in piccoli cerchi concentrici, mandò al diavolo tutto e rispose con foga alla ragazza. Argento vivo fra le braccia.
Si divorarono ,letteralmente, in un avvinghiarsi di labbra, lingue, quasi morendosi, per alcuni interminabili minuti.
Si divorarono, consumando il tempo.
Poi lei gli sussurrò quelle parole a fior di labbra, seppure senza smettere di baciarlo. A fior di labbra. Solo un sussurro. Solo un respiro.“Ti amo Angel... ci ho provato a non amarti... ma non ci riesco...”
La voce era vagamente impastata, ma chiarissima.
Lui sbarrò gli occhi, fissando quelli chiari e lontani di lei. Verde mare. Uragano in cui perdersi. E lui era già al largo. Non poteva tornare indietro. Solo verde mare.
Non stava baciando lui... non era lì con lui... o per lui...
Non stava baciando lui. Urlo di tenebre.
Si staccò con violenza da lei. Fuoco di rabbia nelle vene. Gelosia. Ma lei stessa era fuoco ,inarrestabile, e l'avrebbe bruciato, consumato, divorato.
“IO. NON. SONO. ANGEL!! Smettila di comportarti come se lo fossi. Sei ubriaca, ti riporto a casa!”
Ma lei pestò i piedi, nel gesto impaziente di una bambina contrariata. Occhi lontani. Fuoco verde.
“Ma tu sei freddo... e sei un vampiro... ma sei buono... e sei innamorato di me... come Angel...” socchiuse gli occhi guardandolo meglio.... “Non sei Angel?”
Spike avrebbe voluto voglia di prenderla a schiaffi. Farle male... aprirle il petto per strapparle quel nome doloroso, bruciante, dal cuore.
Sapeva che quel ragionamento infantile dietro cui si nascondeva era dovuto semplicemente alla sbornia....
Appunto mentale, mai capitare a tiro di una cacciatrice ubriaca...
Quella notte.... Buffy avrebbe potuto strappargli il cuore, defintivamente... fargli male, più di sempre... dolore ancora più profondo che amarla
“Sono Spike, Buffy. E tu sei brilla! Andiamo.”
Controllo imposto.
Il suo fuoco ancora sulle labbra.
“Spike...?”
Adrenalina. Follia e fuoco nelle vene. Al posto di sangue che non circola più.
Per un attimo sembrò quasi che non si ricordasse di lui.
Ma poi sorrise e gli si avvicinò con l’aria sinuosa di una gatta.
“Oh, Spike certo.... Bè, in fondo è meglio così.”
Sorrise maliziosa. Artigli nascosti.
E lui lo sapeva
“Angel mi ha piantata in tronco!! E io sono ancora molto arrabbiata con lui... ma stasera mi voglio divertire... e credo che la cosa lo farà morire di gelosia... ma in fondo se lo merita.... no?! Lui ha avuto centinaia di donne... non si aspetterà mica che passi la mia vita in castità nel suo ricordo.... Fa differenza per te se non provo assolutamente niente nei tuoi riguardi..?”
Spike era assolutamente spiazzato.
Buffy. dolce veleno. Droga di miele. Ebbrezza senza vino.
Poteva sentire i suoi artigli affilati entrargli nel cuore, ed affondare senza pietà.
Una parte di lui gli urlava di andarsene di corsa da lì...
Ma non si mosse.
E in attimo lei lo baciava di nuovo con passione travolgente.
Droga. Nettare. Veleno.
E il suo corpo caldo e palpitate era così vicino, così premuto contro il suo....
E quelle braccia così dolci lo avvinghiavano in un abbraccio irresistibile...
Occhi verdi, Circe. occhi stregati. Mari senza pace.
Gettò al diavolo tutte le remore... ubriaca o meno era lì con lui... e non gli importava che pensasse a un altro... era con lui. Baciava lui.
Come arrivarono fino alla sua cripta restò sempre un mistero anche per Spike. Ricordava solo lei. Fuoco fra le braccia. Le sue labbra sulle labbra, respiro di lava che bruciava la sua pelle fredda.
Ma si ritrovò lì, con lei ,calda e palpitante, fra le sue braccia.
Lei... lei... fremente di eccitazione, morbida, calda, sensuale... terribilmente ubriaca gli ricordò una parte molto remota del suo cervello, ma il vampiro scacciò l’idea in un istante.
Si strapparono i vestiti di dosso, affamati di pelle.
I loro corpi erano uno solo.
E i suoi capelli, così profumati, così setosi... aveva i suoi capelli dappertutto e il loro profumo lo stordiva violentemente.


Cap.II Solitudine


La testa le scoppiava.
Come se un intero reggimento di cavalleria le avesse attraversato il cervello.
Appoggiò il capo sulle mani, sostenendosi coi gomiti sul tavolino del bar, premendo forte gli occhi chiusi sulle palme raccolte a pugno.
Impulsi dolorosi sottilissimi, rapidi, le attraversavano i nervi partendo dagli occhi e irradiandosi in tutta la testa.
Il movimento brusco e l’improvvisa riapertura degli occhi a cui la costrinsero l’arrivo della cameriera con l’ordinazione, le provocarono una fitta tremenda e lanciante. Lampi di dolore.
Si reinfilò gli occhiali da sole.
La luce le feriva gli iridi violentemente anche attraverso le lenti scure, saettando come schegge appuntite che le si conficcavano nelle tempie pulsanti.
Ogni rumore le rimbombava sinistro e insopportabile in testa.
Fissò la superficie scura e fumante del caffè che aveva davanti.
Il terzo da quando era lì seduta.
Non sapeva di preciso quanto tempo fosse passato, ma era arrivata poco dopo l’alba.
Si sentiva uno straccio, e il dopo-sbornia era la nota più felice della sua situazione.
Non poteva ancora credere di avere fatto una cosa del genere.
Per quanto fosse ubriaca... o disperata...
Quando si era svegliata nella cripta di Spike, aveva creduto fosse solo un incubo.
Ma era tutto orribilmente vero. Schiaffo di realtà-
I vestiti sparsi per terra, il letto disfatto, il vampiro che dormiva poco distante da lei....
E i ricordi nebbiosi e confusi di quello che era successo... poco più che flesch nella sua mente.
Si era rivestita in tutta fretta ed era scappata come un ladra, prima che lui si svegliasse.
Scappare. Inseguire l'alba per cancellare le ragnatele di notte che le erano rimaste addosso, incollate. Seconda pelle. Rifugiarsi in un bar fuori portata dalla zona frequentata dai suoi amici. Calderone di dubbi, Buffy. Oceano di incertezze.
Il liquido amaro e bollente le ustionò la bocca, ma lei neppure se ne accorse.
Ingoiò il caffè ricacciando indietro anche alcune inutili lacrime. Piangere non poteva cambiare le cose.
Era andata a letto con Spike.
Solo il pensarlo la faceva rabbrividire.
Il suo stomaco si rivoltò quando l’odore di uova fritte e bacon che l’uomo seduto al tavolo accanto al suo aveva preso le solleticò le narici.
Le veniva da vomitare ogni tre minuti e doveva controllarsi notevolmente per arginare i conati che la afferravano.
Si passò una mano fra i capelli, scostandoli dal volto e spostò lo sguardo fuori, oltre la vetrina.
“Bene Buffy, adesso il fondo l’hai davvero toccato... non ti resta che cominciare a scavare...”
Rise sommessamente di se stessa, sfidando il pianto che a ondate cercava di sopraffarla. Disperato sarcasmo.
Cercò di riprendere fiato, ma quel pensiero era sempre in agguato nella sua testa.
Sono andata a letto con Spike....
Giurò a se stessa che non avrebbe mai più toccato altro che acqua e succo di frutta nella sua vita.
Scosse la testa, non si ricordava neppure cosa era successo...
Solo immagini sfuocate e confuse.
La sua ricostruzione della serata si fermava al quarto o al quinto bicchiere di whisky... poi... poi... il buio... Come il vuoto che aveva dentro: solo buio.
Si sentiva sola, arrabbiata... a un certo punto aveva creduto che ci fosse Angel a discutere con lei al Bronze e l’aveva baciato... ma quello non era Angel... e quando se n’era accorta era troppo tardi... e fermarsi non le sembrava più così importante....
Lasciò i soldi sul tavolo ed uscì alla spicciolata dal locale.
Scappare di nuovo. Senza poter fuggire da se stessa.
Quando infilò le chiavi nella toppa della porta un groppo alla gola la costrinse a fermarsi.
Non ci sarebbe stato nessuno in casa ad aspettarla... nessuno a chiederle dove fosse stata tutta la notte... nessuno si sarebbe preoccupato per lei... nessuno le avrebbe fatto trovare la colazione pronta e le avrebbe ricordato che era in ritardo o che doveva accompagnare Dawn a scuola...
Nessuno... perché sua madre era morta... e lei era rimasta sola...
Solitudine. Vuoto. Buio. Smarrita Buffy.
Estrasse con un gesto contratto della mano le chiavi.
Guardò l’orologio nervosamente.
Dawn doveva già essere a scuola.
Fece lentamente il giro della casa e si arrampicò fino alla finestra della sua camera, evitando così di passare davanti alla cucina o alla porta della camera di sua madre e di doversi impedire di voltare lo sguardo sperando inconsciamente di trovarla lì che sorrideva.
Si diresse di filato in bagno ed aprì l’acqua della doccia. Lavare via tutto. Dimenticanza. Purificazione. Rinascita. Solo acqua sulla pelle.
Si spogliò lentamente, abbandonando i vestiti nella cesta delle cose da lavare.
Rabbrividì, mentre il vapore la avvolgeva, coprendole la pelle di piccole goccioline trasparenti. Abito fresco di rugiada. Primavera dimenticata.
Brividi interminabili le percorsero tutti i nervi, raggiungendole le terminazioni del cervello e trasmettendosi lentamente lungo il filo della schiena.
Si appoggiò entrambe le mani sul collo, massaggiandosi poi lentamente le spalle e i muscoli indolenziti.
Si infilò nella doccia e sentì con sollievo l’acqua che le scorreva sulla pelle.
Espose il viso al getto che la investì quasi violentemente.
Si scostò i capelli gocciolanti dalla fronte e restò così, immobile sotto l’acqua, come se potesse lavare via anche tutto quello che era successo quella notte. Tempo senza tempo. Tempo cristallizzato.
La pelle di tutto il corpo era arrossata, quasi scottata dall’acqua bollente, ma Buffy non si mosse di un millimetro, né modificò la temperatura.
Lasciò che insieme all’acqua che le scivolava addosso slittassero via anche i pensieri.
Annullò tutto a parte il rumore delle gocce che si abbattevano sulle mattonelle e su di lei, un rumore più secco e martellante il primo, più morbido e ovattato il secondo.
I minuti scorrevano insieme all’acqua, quasi come se anche il tempo potesse scivolarle addosso senza coinvolgerla nel suo flusso. Niente ricordi. Solo acqua. Vapore di dimenticanza.
Era passata più di un’ora quando spense il getto.
Il bagno si era trasformato in una specie di sauna.
Il vapore aleggiava dappertutto, posandosi su tutti gli oggetti, aderendo ai muri, e si addensava in nuvole spesse nell’aria.
Lo specchio era completamente appannato.
Buffy restò immobile osservando il suo riflesso sformato, confuso, con i contorni sfrangiati.
Non si distinguevano il viso o i lineamenti, era poco più di un’ombra tremolante.
Buffy pensò che in quel momento le pareva di assomigliare di più a quel riflesso indistinto che a uno vero.
Si sentiva solo un’accozzaglia confusa di sentimenti e di pensieri. Riflesso indistino e scomposto di se stessa.
Allungò molto lentamente un braccio e con il dito ripulì una strisciolina dello specchio dalla patina luccicante di condensa.
Il vetro era liscio e freddo.
Freddo. Come la pelle di Spike.
Si sorprese a guardare degli occhi chiari visibili solo in parte.
Occhi di mare. Spuma di tempesta.
Sembravano riempire tutto lo spazio dello specchio, ed adesso erano l’unica cosa ben delineata di quel volto che la riguardava.
Si rese conto che una lenta processione di lacrime scendeva lungo le guance fino a lambire le labbra soffici e appena socchiuse.
Non si era neppure accorta di stare piangendo.
Si lasciò scivolare a terra, appoggiando la schiena alle mattonelle umide e fredde.
Il contatto con la superficie gelida ,ancor più fredda a causa del contrasto con l’ambiente saturo e caldissimo, le fece venire la pelle d’oca, e i peli chiari sulla sua pelle si rizzarono con una sensazione spiacevole.
Si avvolse le ginocchia con le braccia e appoggiò una guancia su di esse.
Si dondolava leggermente.
Restò così, con i capelli bagnati che le gocciolavano lungo la schiena e sul petto.
Cominciava ad avere freddo, ma non importava.
Si sentiva del tutto svuotata.
Ma quella sensazione di essere sporca non era passata.
Quella sensazione di essere sbagliata. Vuota. Sola.
Si passò la lingua sulle labbra, assaporando le lacrime salate.
Piangere era del tutto inutile... Solo altro dolore. Disperata ribellione di quel corpo che non poteva contenere tutta la sua sofferenza.
Ma non era un pianto vero e proprio erano solo lacrime.. lacrime.
In fondo era andata a letto con Parker senza amarlo...
Amore. Odio. Dolore. Restava solo rabbia. E lacrime.
Poteva raccontarsi quello che voleva... ma si sentiva così in colpa...
Come se avesse tradito se stessa... e quello che era...
E quel pensiero come una spina nel cuore.
Sono andata a letto con Spike.

Evitò con cura sua sorella e tutti i suoi amici.
Solitudine di ghiaccio. Rifugio opprimente.
Evitò con ancor maggior cura il cimitero “di” Spike.
Si diresse un pò fuori città verso un cimitero poco frequentato, almeno da essere umani...
Fece fori con molto impegno tutti i vampiri che incontrò.
Sembrava che fosse tutto apposto.
Il suo corpo combatteva senza bisogno che il cervello gli mandasse degli ordini.
Colpiva, schivava, saltava, pugnalava, impalettava.
Perfetta macchina per uccidere.
Ma lei non era lì.
Lei sentiva solo quella spina nel cuore.
Quel pensiero come una litania nella testa.
La concretezza di quello che era successo che le rodeva lentamente l’anima.
Perché? Perché stava così male?
Come se... come se avesse tradito qualcuno...
Ma lei era perfettamente, assolutamente libera.
Tre ragazzi e tutti e tre l’avevano piantata in asso.
E poi Spike. Sensazioni fuori controllo. Spike. Cielo azzurro dentro la sua mente.
Non era così terribile in fondo quello che successo.
C’era di peggio.
Una voce consolante dentro di lei cercava di rincuorarla, inutile..
Era ubriaca ed ,per caso, per puro caso, era finita nel letto di uno dei suoi più mortali nemici...
O almeno quello che era rimasto del suo mortale nemico.
Ormai non più mortale e ben poco nemico, a pensarci bene.
Sesso.
Era stato solo sesso, di cui per altro non si ricordava neppure.
Capita, a volte.
Si è molto giù di morale e ci si butta via... quasi un altro modo di ubriacarsi... ubriacarsi di lui...
Solo sesso. Paura di quello che sentiva. Di quello che aveva cercato in lui.
La spada le lacerò la giacca.
Arrivando quasi alla carne, sfiorando appena la pelle.
Un graffio sottile da cui uscì una sottile goccia di sangue, seguita subito da alcune altre.
Buffy trasalì.
Si voltò di scatto a fronteggiare il suo assalitore.
Si trovò circondata da un gruppo di uomini.
I cavalieri di Bisanzio.
L’avevano accerchiata.
Ne contò cinque, ma nell’ombra se ne celavano ancora. Profili di oscurità.
Era disarmata, a parte il paletto.
Non era mai stato un problema per lei, ma quella sera era diverso.
Rapido assalto. Combattimento serrato.
Sanguinava copiosamente da un braccio, la manica che le pendeva lacerata dalla spalla era imbevuta del suo sangue.
Era ferita anche a una tempia.
I cavalieri sembravano particolarmente agguerriti quella sera, o forse era lei a non essere al suo meglio...
E non poteva accanirsi contro degli esseri umani.
Tratteneva la rabbia a stento, ma sapeva di doverselo imporre. Istinto furioso sotto la superficie.
Doveva controllare il suo corpo il suo istinto.
Quel bisogno di colpire e di uccidere. Sangue. Lotta. Adrenalina.
Per dimenticare se stessa.
Per dissetare una sete di morte che era nella sua natura.
Per mettere a tacere i pensieri, le paure, le emozioni.
Perché nel momento della caccia niente più esisteva.
Solo la sensazione di appagamento infinito che la pervadeva.
La tensione si annullava, l’ansia dell’attesa si scioglieva.
E lei sapeva, sentiva, di stare facendo quello per cui era nata. se stessa. Finalmente.
Ma non si poteva lasciar andare adesso, nonostante quel disperato bisogno.
“Perché ti ostini a proteggere la chiave?”
Uno dei cavalieri la colpì con lo scudo al petto, facendola cadere all’indietro. Aria che sfugge. Dolore sordo.
“Noi non vogliamo te. Dacci la chiave e noi ce ne andremo. Deve essere distrutta, non capisci?! Se la bestia immonda dovesse trovarla, per il mondo che conosciamo sarebbe la fine.”
Buffy si ritrovò a terra, le mani affondate nell’erba umida.
Maledizione!
Nessuno che si preoccupasse mai di lei.
Il mondo è in pericolo!!
Lei era in pericolo tutte le sacrosante notti ma nessuno si preoccupava per lei.
Nessuno si preoccupava del fatto che il mondo che Lei come lei lo conosceva era finito. Finito per sempre. Andando in pezzi. Vetro che si infrange. Frantumi di dolore.
E si era ritrovata in una dimensione ostile e aliena!
Ma nessuno che si preoccupasse di lei... lei che era forte... lei che poteva farcela da sola...
Si rialzò e colpì con rabbia l’uomo davanti a lei. Rabbia per tutta una vita. Rabbia covata troppo a lungo.
Con una gomitata gli ruppe di netto il setto nasale. Ossa in frantumi. Respiro mozzato.
Si ritrasse di scatto, guardando inorridita il volto deformato dell’uomo che le era caduto in ginocchio dinanzi.
I suoi occhi erano pieni d’orrore.
Sentì un applauso scrosciante alle sue spalle.
Si girò ancora sconvolta.
E la vide.
Bella, e come poteva non esserlo... Bella. Come l'oblio che la morte concede. Bella.
Vestita di rosso fuoco, le lunghissime gambe appena coperte da una mini da urlo, tacchi così alti da essere impossibile camminarci per una comune mortale...
Ondeggiava appena la testa, al ritmo dell’applauso, e sorrideva.
Nonostante la bellezza c’era qualcosa di volgare in lei, qualcosa di sgradevole. Di stonato. Nota imperfetta.
Forse il rossetto troppo pesante, o il trucco, o quell’ostentazione del suo corpo perfetto.
Scosse i riccioli biondi che le ricadevano in un perfetti trucioli fino a sfiorarle le spalle.
“Glory!”
Fu più un pensiero che un’affermazione.
“Brava la mia cacciatrice, brava! Molto cruento, un bello spettacolino. Se solo non fossi così noiosa forse potrei anche farti l’onore di ammetterti fra i miei servi.”
Buffy si mise sulla difensiva.
“Che fai qui, -divintià che ha perso la chiave di casa-???”
La sua voce era dura e imperturbabile, mentre si rendeva conto che la dea aveva succhiato il cervello di tutti gli altri cavalieri di Bisanzio.
Si era distratta ancora una volta, una volta di troppo.
Il sangue, la rabbia... e non si era accorta di Glory. Paura addosso. Vulnerabilità.
Un passo aggraziato verso di lei.
Un impercettibile passo indietro della cacciatrice.
Le due donne si studiavano a vicenda, silenziose, micidiali.
E’ strano come la bellezza possa celare una forza distruttiva e devastante.
“Lo chiamate umorismo, vero? Non ti salverà questa vota Buffy. Sai, sono stanca di restare in questo sudicio mondo... e voglio la mia chiave.” Sorrise con disarmante leggerezza “Se mi dirai subito dov’è, ti farò morire in fretta.”
“Quanto sei buona!! Fammi pensare... no, credo che non ti dirò dov’è la... cos’è che cerchi?”
Anche Buffy sorrise.
E Glory si infuriò, andò in escandescenza. Folle Glory.
Con falcate troppo lunghe e marziali per la sua strettissima gonna e per i suoi altissimi tacchi si avventò sulla cacciatrice.
Buffy colpì la sua nemica.
Un calcio al torace dato con tutta la sua forza.
Glory non si scompose neppure. Roccia in scalfibile. Nero diamante.
Sollevò la cacciatrice da terra e la scagliò lontano da sé contro un albero.
Buffy sbatté sul tronco come una bambola di pezza.
L’aria le uscì dai polmoni di colpo, provocandole un dolore acuto allo sterno.
Insieme all’ossigeno espirò anche sangue. Salato. Acre. Allappante.
Dolore che la mandò in pezzi.
Cadde a terra pesantemente.
Si rialzò sulle ginocchia, sputando il suo sangue sull’erba. Sangue e rugiada. Erba rossa.
Adesso vedeva tutto molto annebbiato.
“Perché non la facciamo finita?” La voce di Glory era gentile e allegra, come se l’accesso di nervi le fosse passato “Perdere tempo a spezzare tutte le ossa del tuo inutile corpo, frantumandole una per una sotto le mie dita, non mi diverte molto. E poi lo scricchiolio che producono è così snervante! Da brava dimmi dov’è la mia chiave...”
“Sei solo una matta furiosa.”
Glory strillò come una gallina a cui avessero tirato il collo.
Il suo tono acuto e tagliente feriva le orecchie.
“IO. VOGLIO.LA.MIA.CHIAVE. E la troverò, che tu mi aiuti o no, ma se non mi dici quello che voglio, moriranno molte persone che ti stanno a cuore, dolorosamente.”
Il suo sorriso cordiale aveva connotazioni diaboliche. Bella da far paura. Terribile.
Buffy cercò di nuovo di colpirla.
Era come attaccare una montagna salda nelle sue fondamenta, nulla la scuoteva.
Nulla.
Buffy colpì ancora e ancora, ma Glory la scacciò infastidita come da una mosca.
Con un’aria indispettita la divinità afferrò la ragazza per un braccio e glielo torse dietro la schiena.
Lentamente torse anche il polso, facendogli fare un giro di centottanta gradi.
Buffy sentì la spalla scroccare.
Urlò, senza potersi contenere. Dolore. Lampi di oscurità.
“Vedi fa male?! Perché vuoi che ti faccia male?”
Glory piegò di più il suo braccio.
Cominciava a scenderle un velo nero davanti agli occhi.
Poi sentì che la presa cessava, e le ondate pulsanti di dolore si facevano meno intense.
Glory si ritrovò inspiegabilmente a gambe all’aria.
Il suo bel vestito di seta si era sporcato di erba e lo spacco si era strappato.
Un tacco le si era incastrato nella terra soffice.
Buffy si sentì sollevare da terra e potare via, mentre la spalla pulsava di un dolore sordo e costante.
Quando la bionda in rosso si fu rialzata, assolutamente indignata per il trattamento ricevuto, il suo misterioso assalitore era scomparso.
Inghiottito dalla notte come se ne facesse parte, e si era portato via anche la sua cacciatrice.
Rapido, silenzioso, mortale... Glory pestò a terra i piedi indispettita, urlante, come si era permesso di fermarla?!


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Cap.III "Sei tornato da me?"
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Cap.III Sei tornato da me?

Lentamente Buffy ritornò a un livello di coscienza normale.
E la prima cosa di cui si rese conto fu il dolore.
Che le attraversava tutto il corpo come un coltello affilato.
Che si irradiava da più punti in ondate regolari e soffocanti. Senza respiro. Aria bruciante.
Mosse prudentemente la testa.
E aprì con circospezione gli occhi.
“Ben tornata Buff.”
La voce che la accolse le mise i brividi.
Molto più di qualsiasi minaccia che Glory avrebbe potuto farle.
Mosse piano una mano, esplorando la superficie su cui era adagiata.
Il suo letto.
Riprese a respirare lentamente, visto le fitte di dolore che la cosa le provocava.
Mentre i suoi occhi si abituavano all’oscurità lo cercò nel buio della stanza.
Era seduto ai piedi del suo letto, un po’ discostato, le gambe accavallate, e il lungo cappotto che sfiorava i piedi della sedia.
Fece per parlare, ma si accorse di avere la bocca secca e impastata di sangue.
Deglutì alcune volte.
“Angel....?”
Residuo di sogno, Angel. Ricordo proiettato in quella notte.
“Ciao, tesoro.”
Perché la sua voce le metteva i brividi a quel modo?
“Come ti senti?”
“Io... starò bene. Grazie... di quello che hai fatto... Hai fermato tu Glory?”
“Bionda, permanente eccessiva, trucco pesante, vestita di seta rossa, tropo alta per i tacchi che portava? Sì.”
“Mmm..”
“Non ti credevo tanto sciocca da affrontare una simile nemica da sola.”
“Io... devo proteggere Dawn...”
“Molto nobile. Non sei cambiata.”
“Perché parli così?”
“Hai fatto una sciocchezza che ha messo in pericolo la tua vita.”
“Io... non pensavo di incontrare Glory questa notte...”
“Non ho detto che si trattasse di questo...”
Solo un sussurro che Buffy non udì. voce tagliente, dura, sferzante. Eppure solo un sussurro.
Sforzandosi di sollevarsi verso di lui per osservarlo meglio fu costretta a ricadere con un gemito sul letto.
“Hai detto qualcosa Angel?”
“Niente di importante. Sono qui per impedirti di fare altre sciocchezze.”
“Non credevo che saresti tornato per me...”
Lui sorrise, un sorriso freddo, mentre una luce glaciale gli accendeva i bellissimi occhi castani.
Ma il suo volto era nascosto dalle ombre.
“Oh ,Buffy, non lo credevo neppure io. Ma adesso devi riposare.”
Si alzò piano e la raggiunse.
Si sedette sul bordo del letto, facendo attenzione a non muoverla.
Le scostò i capelli umidi e sporchi di sangue dalla fronte.
“La spalla è slogata. Credo che tu abbia una costola rotta, ma si rimetterà a posto in breve, le tue capacità rigenerative sono eccezionali.”
Le dita fresche e il tocco leggero di Angel sulla fronte le sembravano fatati, lentamente le parve che la testa le facesse meno male, che le tempie battessero meno dolorosamente.
Chiuse gli occhi. Tregua. Sogno.
“Non voglio andare in ospedale... Giles e gli altri si preoccuperebbero troppo... ma dobbiamo ridurre la slogatura della spalla...”
Lui annuì.
“Come vuoi.”
La sollevò delicatamente dal letto.
Buffy si aggrappò con forza a lui, serrando le labbra per non urlare.
Aggrapparsi a lui. Come un tempo. Brividi lungo la schiena. Fuoco ed esplosivo. Troppo vicini.
Con un movimento secco Angel ridusse la slogatura, rimettendo a posto la spalla.
Il rumore sordo prodotto dall’articolazione risuonò sinistro nella stanza immersa nella penombra.
Lei gli affondò le unghie nella schiena, reclinando la testa all’indietro e inarcandosi leggermente, ma non emise un suono, solo un gemito soffocato. Loro due. Sempre dolore.
Poi si lasciò andare distrutta fra le sue braccia.
Una lacrima solitaria le aveva rigato il viso. Sangue di luna.
Lui la adagiò con garbo sui cuscini.
“Dormi adesso.”
Si chinò a baciarla sulla fronte.
Si sollevò leggermente, guardandola negli occhi per un istante e sorrise.
Le sfiorò le labbra gentilmente, piano, appena una carezza.
Poi cominciò a baciarla dolcemente, con infinita lentezza.
Buffy socchiuse le palpebre, persa in quella dolcezza quasi dolorosa, un dolore ben più profondo di quello che le pervadeva il fisico.
Il bacio si fece più intenso, profondo, quasi violento.
Buffy sussultò leggermente al contatto della lingua di Angel con le sue labbra.
Immediatamente si rilassò, abbandonandosi alla sua dolce invasione.
All’improvviso lui si ritrasse. Smarrimento. Ancora solitudine.
Lasciandola sbalordita e delusa allo stesso tempo.
Quella separazione non le fu gradita.
Lui la lasciò sola, dicendole di riposare. Eterno addio. Separazione lacerante, ogni volta.
Uscì dalla stanza come un’ombra, senza fare il minimo rumore.
Lei rimase sola, nel silenzio pesante della stanza.
La camera era così vuota che Buffy si ritrovò a chiedersi se lui non fosse stato solo un sogno... o un’allucinazione.
Gustò il sapore di quel bacio.
Metallico, vagamente salato... sapeva del suo sangue.

Stanchezza, troppa per pensare.
Troppa per reagire.
Troppa per farsi domande.
Dormire e annullare il dolore in tutto il corpo, il dolore che attraverso le terminazioni nervose vibranti, scoppiava nella testa e batteva dietro le palpebre.
Dimenticare i problemi, dimenticare Glory... adesso c’era Angel... e tutto sarebbe andato meglio...
Adesso c’era Angel.
Angel nel suo petto. Angel, incantesimo d'amore.
Buffy si lasciò finalmente andare, smettendo di combattere il sonno che la avvolgeva in bende pesanti e vischiose.
Cadde profondamente addormentata, scivolando in un abisso buio e profondo, senza sogni.
Il vampiro si scostò dalla porta chiusa della sua camera.
Adesso dormiva.
Aveva sentito il respiro farsi sempre più regolare e leggero, il battito cardiaco diminuire, rallentare, stabilizzarsi, poteva perfino sentire che il dolore aveva lentamente abbandonato il suo corpo che si concedeva al sonno.
Sorrise appena, mentre le luci della strada illuminavano a tratti il suo volto e cominciò a camminare silenziosamente nel corridoio.
Si fermò davanti alla camera di Dawn.
Ascoltò.
Anche la piccola di casa dormiva.
Un sonno agitato, si rivoltava nel letto di continuo.
Socchiuse piano la porta.
La finestra era aperta e la luce che proveniva da un lampione lì di fronte illuminò in pieno il suo viso.
Fattezze perfette, angeliche.
Sguardo di ghiaccio, acceso da un fuoco profondo e sinistro che gli guizzava a tratti negli occhi lambendo la superficie castana con le sue fiamme e lasciando intravedere per un attimo ,solo per un attimo, la bruciante crudeltà che era assopita in lui.
Sguardo che ti taglia in due, che ti consuma, impossibile sostenerlo.
Sorriso freddo, tagliente, appena accennato, che sembra prendersi gioco del mondo intero.
I suoi occhi si posarono su Dawn, non badò all’ambiente, ai rumori della strada.
I suoi sensi affinati coglievano ogni minimo movimento, ogni respiro.
La ragazza si voltò di nuovo, poi si accoccolò mentre il suo viso si rasserenava.
Probabilmente non sognava più.
Così addormentata sembrava una bambola di porcellana.
Il visetto ovale con le guance rosse, le lunghe ciglia marroni che ombreggiavano gli occhi dolcemente chiusi, i capelli morbidamente sparsi attorno a lei sul cuscino.
Angel sorrise richiudendo la porta.
Le donne di casa Summers erano davvero belle quando dormivano, così dolci., indifese, abbandonate.
Il vampiro scese le scale senza fare il minimo rumore e si avviò alla porta.
Buffy e sua sorella non correvano nessun pericolo per quella notte e lui deveva ancora fare delle cose.
Le strade si Sunnydale erano vuote, le une uguali alle altre.
Angel le ricordava bene, quante volte le aveva percorse, quante volte cercando lei.
Percorrendole non aveva quasi bisogno di orientarsi, di badare a dove andava.
Quella cittadina non cambiava mai.
Quel posto mistico di cui il mondo sembra non accorgersi.
Gli uomini fingono di non vedere quello che scuote il loro precario intelletto, e così finiscono per non vederlo davvero.
Il mondo è molto di più di quello che loro pensano, di quello che loro credono, di quello che loro vogliono.
Un intrico di trame sottili, sensazioni, attimi, percezioni.
Il tempo non è quello che loro vivono.
Il tempo si può dilatare o restringere, può rallentare o accelerare il suo cammino.
E i confini non esistono.
Fra il “loro” mondo e la dimensione demoniaca, nessuna linea di demarcazione, nessun netto distacco.
Solo realtà che convivono e si contaminano a vicenda, piani diversi dell’esistenza.
Niente è quello che sembra, questa è la prima regola, la prima lezione.
Ma nessun umano la imparerà mai...
Angel sorrise.
Né Buffy né i suoi amici, lo impareranno mai...
Il vampiro alzò lo sguardo, interrompendo il filo dei suoi pensieri: era arrivato a destinazione.

Davanti a lui si ergeva un palazzo raffinato, fortemente illuminato.
Lo sguardo del vampiro si rivolse verso l’alto, verso l’ultimo piano.
Sapeva che la donna era là.
E sapeva che non era solo una donna.
Ma non era neppure una divinità, e lui sapeva anche questo.
Divinità... bel concetto da rifilare agli uomini.
Facile, veloce, risolutivo.
Qualcosa che non puoi capire, non puoi combattere, non puoi prevedere: e nasce l’idea di dio...
Scosse piano la testa, disgustato.
Angel tornò a fissare la sua sensibile attenzione verso le altissime finestre, mentre le riflessioni sul concetto di divinità gli scivolavano via dalla mente, perché fosse completamente libero di concentrare la sua attenzione su quello che aveva davanti.
Adesso era lei il suo problema.
Almeno quello più imminente.
Una volta sistemata lei, avrebbe potuto pensare al resto.
Ma era un dato di fatto, prima doveva liberarsi di Glory.
Non poteva permettere che quella pazza isterica distruggesse il mondo.
Non se non era LUI a deciderlo.
E non aveva intenzione di permettere che uccidesse Buffy, tanto meno Dawn.
Si concesse una rapida digressione sulla sorellina della cacciatrice.
La chiave... gran bella sorpresa... forse la sua reale identità sarebbe potuta essergli utile, in futuro.
Glory era nel suo territorio, e non avrebbe ottenuto quello che voleva.
Questo era un dato di fatto.
Lui non perdeva.
Un movimento veloce dietro le tende, un’ombra che si proiettò rapida contro la luce che proveniva da quelle stanze.
Glory.
La bestia immonda.
Sorrise leggermente: nomignolo grazioso, non c’è che dire.
Osservare, spiare, studiare, sorvegliare il tuo nemico.
Nell’ombra, nel silenzio, fino a entrare nella sua testa, fino a pensare come lui, fino a capire la sua logica, fino a prevedere le sue azioni, i suoi pensieri, le sue mosse, fino a sapere quello che farà ancora prima di lui, fino a sentire le sue idee.
Diventare il tuo nemico, spiare la sua vita, ascoltare la sua voce, strisciare nella sua ombra, braccarlo, ancor prima che lui sappia chi sei.
Questa era la seconda regola.
Buffy e i suoi amici non capivano, non si immedesimavano nei loro nemici.
E per questo sconfiggerli sarebbe stato sempre più difficile per loro.
Impossibile in questo caso.
“Glory... Glory...”
Ripeté quel nome, tenendolo in bocca quasi fosse una caramella, memorizzandone il suono.
“Glory... cosa vuoi?”
Sorrise.
Sapeva cosa voleva la donna, e sapeva come stava cercando di ottenerlo.
Provò quasi pena per lei, tutto quel potere... ma era così ingenua!
Non avrebbe ottenuto mai nulla da Buffy affrontandola direttamente.

L’abito rosso le accarezzava la pelle, la seta la coccolava dolcemente.
Il corpetto attillatissimo, sosteneva il seno perfetto e lo ostentava in una scollatura quadrata molto profonda.
Era una rivisitazione degli stilisti italiani dei bustini in voga nell’ottocento.
La gonna era di un rosso più scuro, lunga fino alle caviglie, con due lunghi spacchi sui lati che le scoprivano le lunghe gambe e parte delle cosce.
La donna davanti all’immenso specchio, scosse la testa e gettò dietro le spalle un paio di sandali dorati, colpendo e riducendo in pezzi un quadro e una collezione di vasi di porcellana risalenti ai primi del settecento inglese.
Infilò graziosamente un altro paio di sandali ,rossi questa volta, e contemplò soddisfatta il risalto.
Alle sue spalle stavano strisciando due patetiche creature, le cui carni butterate erano in parte coperte da sai monacali.
“Vostra graziosità, vostra magnificenza, splendida gloria lucente....”
Una delle creaturine strascicava le parole piena di timore, prostrata a terra.
Angel sentiva chiaramente l’odore pungente della paura che invadeva quei miserabili esseri, che li avvolgeva completamente.
“Adorabile...”
Con un gesto lei li zittì infastidita.
Continuava a contemplarsi nello specchio, sorridendo compiaciuta.
“Avete trovato la mia cacciatrice e quel tipo che ha osato intralciarmi?!”
La sua voce era dolce, carezzevole, ma categorica e velata di mille terribili minacce.
“Vede vostra Magnificenza, graziosa malvagità, bellissima, no, eccelsa, dea...”
Lei si voltò di scatto, scagliando loro contro tutto quello che riuscì a trovare su un tavolo stile Luigi accanto a lei.
Gli esseri si prostrarono ancora di più, toccando terra con le fronti disgustose.
“So già, uff...” Si interruppe per poi riprendere, perché aveva cominciato con una nota troppo alta “So già quello che sono io!! Voglio sapere chi è quel nuovo amico della cacciatrice!!”
Urlava adesso, ed era percorsa da un tremito violento.
“Loro non vogliono darmi la mia chiave!!!! Ma io ne ho bisogno!! IO VOGLIO LA MIA CHIAVE!”
“Ecco ,vostra delizia, noi non abbiamo... non abbiamo trovato nessuno... quell’uomo ,se era un uomo, è come.... è come sparito..”
Parlando aveva rivolto gli occhi verso di lei, ma ora li aveva di nuovo fissi sui suoi piedi.
Lei urlò di stizza, rompendo con un pugno il tavolino accanto allo specchio.
“Sparito??! Sparito???! Non può essere sparito!!! Piccoli esseri inutili! Miserabili fannulloni!!”
Prese a calci i due piccoli mostriciattoli accovacciati ai suoi piedi.
Poi parve calmarsi.
Sorrise, sorrise e cercò di modulare la voce melodiosamente.
“Va bene... cercherò di perdonarvi...”
I suoi occhi erano fissi sulle due persone che altri piccoli esseri stavano introducendo nella stanza.
Il portiere dell’edificio e il proprietario.
Glory aveva la fronte imperlata di sudore, gli occhi accesi da una fiamma di follia, la mascella contratta nel trattenere uno spasmo di dolore alla testa.
Si avvicinò famelica ai due malcapitati, scostando a tentoni i suoi servi che le impedivano il cammino prostrati com’erano a baciarle i piedi.
Affondò le mani nella testa del primo uomo.
Le dita penetrarono la carne e le ossa del cranio come se fossero state di soffice gelatina, entrando a fondo con un movimento fluido.
Cacciò le dite sempre più all’interno, mentre la testa si deformava e perdeva consistenza.
Poi le estrasse lasciandosi cadere ai piedi l’uomo inebetito.
Si preparava a ripetere l’operazione quando una folata di vento improvvisa mosse leggermente una tenda.
Dietro il vetro balenò per un istante un volto avvolto dalle ombre.
Ma Glory non ci fece caso.
Angel si voltò, aveva visto abbastanza per quella notte.
Si concesse per un momento il panorama che si godeva da lassù.
Che Glory avesse dei gusti raffinati era innegabile. Ostentati, eccessivi, ma pur sempre raffinati.
Si allontanò, sprofondando nella notte che lo accoglieva amorevolmente.
Aveva avuto a che fare con molte donne pazze in vita sua.
Drusilla era folle per colpa sua, e ,a dirla tutta, neppure Darla era un esempio perfetto di sanità mentale.
Ma ,parola d’onore, non aveva mai incontrato una più fuori di testa di quella bionda ossigenata.
Sarebbe stata una battaglia interessante.


Cap.IV Sensi di colpa


Dawn decise che avrebbe fatto prima ad andare a scuola da sola.
Sua sorella non dava segni di vita neppure quella mattina.
La ragazzina cominciava ad essere arrabbiata.
Cos’era quell’atteggiamento che Buffy aveva messo su negli ultimi giorni??
Era diventata inavvicinabile, raminga, solitaria.
Rientrava solo a tarda notte o non rientrava per niente... sempre a caccia di vampiri... sempre taciturna e arrabbiata...
Scese in cucina tutta imbronciata, ma alla vista del tavolo imbandito le si fece strada un sorriso smagliante sul visetto.
In fondo non era poi così arrabbiata con Buffy... che carina sua sorella a prepararle la colazione...
C’erano brioche calde e pane tostato, e la spremuta, e il cappuccino...
Dawn mangiò di gusto: o Buffy si era iscritta a un corso di cucina, o quella colazione non l’aveva cucinata lei.
Però in casa non c’era nessun altro, quindi... bò, magari aveva comprato tutto fatto, prima di rientrare dalla caccia.
Dawn si infilò lo zainetto e corse di filato a scuola, era in ritardo: tanto per cambiare!!

Buffy si svegliò lentamente, riprendendo coscienza di sé più attraverso il dolore e l’indolenzimento dei suoi muscoli che attraverso i ricordi.
Si stiracchiò cautamente, saggiando l’entità dei danni che il suo corpo aveva subito nell’ultima battaglia.
Il sole che filtrava dalle tende la colpì in viso, accecandola per un istante.
Strinse gli occhi gonfi di sonno, poi se li stropicciò con le mani.
La luce era tiepida, piacevole sulla pelle. Carezza di vita.
Osservò le nocche della mano destra, gonfie e livide, a tratti scorticate.
Prendere a pugni Glory non era una passeggiata.
Provò a muoversi con poca convinzione.
Spinse le gambe oltre il bordo del letto e appoggiò i piedi a terra.
Si tirò a sedere, ignorando il dolore all’arcata costale, ingoiando le fitte da tutto l resto del corpo.
Stava per alzarsi in piedi quando vide la sedia in fondo al suo letto.
E in un lampo ricordò.
Piombò di nuovo a sedere.
Angel... Angel... non poteva essere stato un sogno.
Angel. Troppi battiti in petto per quel nome.
Era a Sunnydale, per lei.
Per salvarla... come al solito come sempre.
Dopo il funerale di sua madre, dopo la notte passata sotto quell’albero, aveva desiderato che se ne fosse andato per sempre.
Che fosse uscito dalla sua vita e si fosse portato via anche tutta la sofferenza che le aveva ,più o meno volontariamente, causato.
Aveva creduto di non volere più il suo conforto, il suo aiuto, il suo appoggio... i suoi baci.
Ma aveva solo mentito a se stessa, come al solito, come sempre da quando lui l’aveva lasciata.
Lui si portava via il suo cuore, ogni volta.
Dov’era adesso?
Se n’era già andato?
Ascoltò il silenzio della casa, e i rumori che venivano dall’esterno.
Non c’era nessuno.
Dawn doveva essere già uscita.
Si alzò, un passo incerto dopo l’atro.
Ed arrivò alla porta, la aprì, raggiunse le scale.
Sapeva che lui non era lì.
L’avrebbe sentito in caso contrario.
Come un richiamo dentro, come una voce nella testa, come... una spina nel cuore.
Inghiottì più volte.
Nella sua mente sfilarono chiare le immagini di qualche notte prima.
La sbornia, quella voglia di piangere senza fermarsi più... e Spike... occhi troppo azzurri nei suoi ricordi.
Inghiottì di nuovo.
Mentre ,di nuovo, quella sensazione di essere sbagliata, di essere sporca.
Non ricordava, ma sentiva quei baci, quelle mani sulla pelle. Paura... di quello che sentiva.
“Angel...? Sei in casa?”
La sua voce tremante si perse nelle stanza vuote. Eco di silenzio.
La ragazza si aggrappò spasmodicamente alla ringhiera, le mancava l’aria.
La pelle tesa sulle nocche era sbiancata, ma lei continuava a stringere, fino a che il legno non si scalfì, quasi sgretolandosi fra le sue mani.
Lasciò la presa, e si sedette cautamente sui gradini.
I lividi e le ferite non le facevano più male.
Aveva nella testa solo Angel.
Non sarebbe più riuscita guardarlo negli occhi.
Cosa gli avrebbe detto?
Come avrebbe reagito?
Doveva dirglielo?
Nuovamente lacrime inutili le punsero gli occhi.
Mentre le ricacciava indietro, si alzò ed andò a chiudersi in bagno.
Si buttò di nuovo dotto la doccia.
Per togliersi di dosso Glory, per lavare via anche i pensieri.
Aveva ancora dei fili d’erba impigliati nei capelli.
Meccanicamente prese lo shampoo e cominciò a massaggiarsi il capo.
La schiuma le scendeva lungo la curva del collo e sulla fronte, inciampando nelle ciglia.
Dietro le palpebre chiuse i ricordi le invadevano la testa, lottando con le emozioni.
Quelle domande che aveva affogato nella caccia tornavano a squassarle il cuore, destinate a rimanere senza una risposta.
Come ho potuto farlo? Spike.... Spike..... Io... Come ho potuto? Come ho potuto fare una cosa del genere...... ad Angel?
Finalmente quel nome le esplose nella testa.
Era lui che aveva tradito andando con Spike.
Non se stessa, non quello che era lui.
E l’aveva saputo dall’inizio, solo.... solo aveva troppa paura di ammetterlo.
Perché ammetterlo avrebbe significato di amarlo ancora.
E lei non poteva permettersi una simile ammissione... una simile debolezza... non adesso... non di nuovo...
Angel... ho tradito Angel...
Esplose in una cascata di singhiozzi incontenibili, accasciandosi sotto il getto di acqua calda.
Lacrime. Amore. ricordi. E in mezzo ,stonato, Spike. Che affiorava dietro il muro di dolore dei suoi sentimenti. Spike, senza un perché nella sua testa. Spike. Emozioni soffocate. Senza nome.

Quando Willow arrivò a casa di Buffy, la trovò sprofondata nel divano, i capelli bagnati che ricadevano sulle spalle e macchiavano lo schienale.
La strega deglutì, Buffy aveva lo sguardo vuoto e sconvolto.
Era mal concia: un livido scuro e gonfio sullo zigomo, un segno sul collo come l’impronta rossa di una mano.
“Buffy? Che è successo?”
“Nulla... solo Glory.”
“O mio Dio!! Stai bene? E Dawn?”
La rossa corse dall’amica, accovacciandosi ai suoi piedi, prendendole cautamente il volto fra le mani, come per controllare non ci fossero altri lividi.
“Sto bene Will... ma mi stava massacrando... mi avrebbe uccisa...”
Willow le sfiorò il braccio sedendosi accanto a lei e vide il suo volto attraversato da una smorfia di dolore.
“E’ solo molto ecco... invulnerabile?! Ma vedrai che lo troviamo un modo per sconfiggerla. E dai sorridi... non è mica una tragedia se ti ha messa k.o. per una volta...”
Willow cercò inutilmente di sdrammatizzare.
“Non ero pronta... ero... mi avrebbe uccisa Will... ma non è importante adesso”
Will saltò leggermente sul divano.
“Non è importante?! Ma stai bene?!”
Annuì, lentamente, sapendo di mentire.
“Angel..”
“Angel?”
“Mi ha salvata.”
“Angel è a Sunnydale?”
“Non credevo sarebbe tornato dopo il funerale di mia madre.”
“Tornato... tornato implica che fosse venuto per il funerale... ma io non l’ho visto...”
“E’ ancora qui.”
“Oh. Non mi avevi detto che ero venuto quando tua madre... bè immagino che non siano proprio fatti miei. Sei arrabbiata con lui?”
Buffy sorrise amara.
“Arrabbiata? Non avrei saputo come passare la notte del funerale se non mi fosse stato accanto. E adesso sarei morta se ieri notte non fosse arrivato. Arrabbiata non è il termine giusto....”
“Mmm, ok. Sei contenta che sia qui?”
“Io... ecco... io...”
“Non vuoi parlarne... se vuoi cambiano argomento..”
“E’ solo che è difficile... come al solito.... quando lui è con me...”
Dawn irruppe dalla porta, con una ventata d’allegria.
“Oh, eccovi lì a confabulare... voi due!!”
Volò su per le scale.
Poi ci ripensò e si affacciò dal pianerottolo.
“Oh, la colazione di stamattina era eccezionale!!”
Buffy alzò appena gli occhi, reagiva lo stretto indispensabile perché non capissero che non era lì con loro...
“Colazione?”
“Quella che mi hai fatto stamattina!! Ma hai fatto un corso di cucina senza adirmelo?! O l’ha fatta Willow? Dì la verità... non l’avevi preparata tu vero???”
Il telefono squillò e la ragazzina si precipitò a rispondere.
Buffy sentì il cuore in gola.
Che batteva tanto forte da scoppiarle in petto.
E brividi freddi lungo la schiena.
Non si mosse, non un muscolo, non respirò neppure.
Aspettando solo che lui parlasse. Tempo infinito. Solo pochi secondi.
“Non credo che Buffy abbia fatto un corso di cucina. In questo periodo è un pò presa...Te l’ho lasciata io la colazione...”
Angel sorrise.
Un sorriso mellifluo e obliquo.
Un sorriso da gatto.
E movimenti da gatto.
Silenzioso, così terribilmente silenzioso... più del silenzio stesso.
Willow sobbalzò, ricadendo sul cuscino e tenendosi una mano sul cuore che le batteva per lo spavento.
“Angel! Oh, ma mi vuoi far morire?!!!”
“Ciao Willow.”
Quella voce calma e profonda, carezzevole come un cioccolatino che si scioglie in bocca.
Buffy evitò accuratamente il suo sguardo, il cuore a mille.
“Credevo te ne fossi andato....”
Lui si sedette, in silenzio.
Di fronte a loro due.
“Non stavolta. E lo sapevi.”
Cuore in gola. Tu-tum Tu-tum.
Lei arrossì, evitò ancora il suo sguardo.
Avrebbe voluto morire, affogare, annullarsi... solo dimenticare.... cancellare quello che era successo.
Il vampiro riprese dopo una pausa, gli occhi scuri appoggiati su di lei, come una carezza gentile. Carezza di fuoco.
Ma quegli occhi le affondavano dentro, palmo dopo palmo, ogni istante di più.
Denudavano i suoi sentimenti, i suoi pensieri, le sue emozioni.
Penetravano nella sua anima, scoprivano i suoi segreti.
Le mancava il fiato, le mancava l’aria.
“Non dopo quello che è successo.”
Indugiò sull’ultima parola, sottolineandola lettera per lettera, fermando lo sguardo più a lungo su di lei, con più insistenza.
Quello che è successo.
Se solo sapessi quello che è successo... Angel... Angel... mi dispiace...
Willow interruppe quel flusso di pensieri.
“Allora resterai per aiutarci con Glory.....?”
Guardò di sfuggita Buffy, aspettandosi una reazione.
Aspettandosi che dicesse che quell’aiuto non lo voleva... che lui se n’era andato e adesso Sunnydale non era più un problema suo...
Ma la cacciatrice fissava un punto sul pavimento.
E non disse niente.
“Sì, vi aiuterò con Glory.”
Willow trasse un sospiro di sollievo, cercando inutilmente di nasconderlo ai sensi troppo affinati dei suoi due amici.
“Oh... bè ecco... ti dobbiamo un po’ aggiornare. Glory è molto potente...”
Willow attaccò a parlare.
Angel la ascoltava gentilmente, facendole domande rapide e precise.
Era un interlocutore attento e piacevole.
Dawn all’improvviso li interruppe.
Era al telefono, quando lui era arrivato e all’inizio non aveva capito chi fosse... aveva pensato a Xander.
Si precipitò dalle scale, e gli saltò al collo.
“Angel!! Ma non mi hai neanche salutato!! Sei qui da molto?? Ti fermi??”
Il vampiro sorrise, soffocato da tutte le attenzioni della ragazzina.
Dawn aveva sempre adorato Angel.
Lui la ascoltava, lui parlava con lei.
La consolava, la faceva ridere.
E Dawn impazziva per le storie che le raccontava.
“Ehi, così mi soffochi.... una domanda alla volta!”
Dawn si sedette accanto a lui raggiante, raccontandogli della scuola, delle novità.
Sommergendolo di parole.
Dopo parecchio tempo Willow riuscì a inserirsi nel discorso.
Sorrideva, era davvero incredibile vedere quei due insieme.
Per come andavano d’accordo, sembrava che Dawn fosse la sorellina di Angel , e non quella di Buffy!!
La strega era intenzionata a riprendere il discorso su Glory, ma ridendo per qualcosa che aveva detto Dawn si rese conto che per una sera potevano anche divertirsi e basta! Sembrava tutto come tanto tempo prima...quando tutto andava meglio... Sembravano passati secoli. Un'altra vita... quando tutto era più facile.. quando il dolore non avvelenava ogni cosa... quando si fidavano del vampiro che amava la cacciatrice.
Xander e Anya arrivarono all’improvviso con Tara.
Un’allegra riunione.
Solo Xander fu un po’ scostante, diffidente con il vampiro.
Come al solito. come un tempo.
Le ragazze erano tutte prese dalla conversazione.
Anche Anya era contenta, qualche demone la faceva sentire un po’ meno fuori posto...
Era così facile dimenticarsi che Angel era un vampiro, che era stato cattivo...
Quando voleva sapeva essere così assolutamente affascinante, gentile, piacevole.
Chiacchierarono del più e del meno e risero.
E si dimenticarono del mondo da salvare e di Glory.
Negli occhi di Dawn c’era una scintilla di felicità che non era vi risiedeva da molto.... da dopo il funerale.
Fu una bella serata, come non ne passavano da molto.
Ma non per Buffy.
Sentiva i suoi occhi sulla pelle, e non trovava il coraggio di incontrarli.
Sentiva la sua presenza, la sua voce, e non riusciva più a muovere un muscolo.
Mentre il cuore le impazziva nel petto, battendo da far male contro le costole ammaccate.
E le lacrime pungevano amare e brucianti dietro agli occhi.
Angel distolse lo sguardo da Willow.
Non gli sfuggì la trasparenza sospetta degli occhi di Buffy.
Erano lucidi e tremolanti. Trasparenti.
E sentiva il suo cuore battere disperatamente.
Sorrise appena, riportando la sua attenzione a Dawn che gli chiedeva qualcosa.


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Cap.V "In fuga da se stessi"
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Cap.V In fuga da se stessi

Notte nuvolosa, nebbiosa, umida.
Angel lasciò la casa di Buffy insieme ai suoi amici.
Si dileguò nella notte un attimo prima che avessero il tempo di chiedergli dove andava.
Buffy evitava i suoi occhi, evitava di toccarlo, di stargli vicino.
Era rimasta in silenzio tutta la serata.
Uscendo lui le aveva sfiorato un braccio, un tocco leggero, appena accennato.
“Riposati, non ti sei ancora ripresa. Buonanotte.”
Le aveva sorriso.
La cacciatrice aveva abbassato lo sguardo di colpo.
Sentendo il sangue che affluiva di colpo al volto, il cuore che accelerava troppo i battiti e si infrangeva dolorosamente sulle costole.
Cacciò indietro le lacrime, quel senso di vergogna.
Cercò di riprendere il controllo.
Respirò a fondo, ignorando il dolore e alzò la testa.
Sicura, decisa, solo lo sguardo timido di una ragazzina.
Ma lui era già sparito nella notte.
Si chiuse la porta alle spalle, appoggiandosi pesantemente contro di essa, serrando la maniglia.
Gli occhi chiusi, il respiro contratto.
Fino a quando non si fu calmata.
Il vampiro sentì la chiave girare nella toppa, e i passi della cacciatrice allontanarsi verso le scale.
Quando la luce del piano di sopra si accese, si incamminò lentamente, avvolto dalla nebbia acquosa.
Il cimitero era un’isola nella notte fumosa.
Angel camminò fra le lapidi, con calma, passi lunghi e sicuri, cadenzati.
Ebbe solo un attimo di esitazione davanti all’albero vicino alla tomba di Joyce.
Ma ad un osservatore più che attento quel secondo di incertezza sarebbe potuto sfuggire.
Accelerò appena il passo quando fu in vista della cripta.
Non si fermò alla porta.
La aprì con un gesto rapido e sicuro, spalancandola con un solo movimento.
Entrò e la richiuse.
Si sedette sulla poltrona, al buio. Aspettando.

Una zaffata di alcool e di fumo gli assalì i sensi quando la porta di fronte a lui si aprì di nuovo.
Aspettò che Spike accendesse la luce.
E si accorgesse di lui.
Il vampiro biondo barcollò verso una lampada ad olio, imprecando follemente, le diede fuoco.
Si bloccò, avvertì la presenza alle sue spalle.
E seppe chi era.
Angel sorrise, piegando lentamente le labbra, con indolenza.
“Spike.”
“Non si usa più telefonare prima di far visita ai vecchi amici???!”
La voce impastata era aspra e acuta, ostile.
Il vampiro si girò verso il sire di Drusilla, sfidandolo con gli occhi di ghiaccio.
“Non siamo amici.”
“Oh, ma non mi dire. Sei venuto fino qui per informarmi di questo.”
Altro sorriso.
Spike deglutì.
Per la prima volta in 126 anni indietreggiò di un passo davanti ad Angel, e sentì una paura vischiosa avvolgergli i sensi fiaccati dall’alcool.
Come se l’avesse beccato con le mani in pasta, come si sentiva quando da bambino combinava una marachella...
E gli occhi freddi del suo interlocutore lo turbavano, incrinando la maschera di cinismo dietro cui si trincerava.
Fu facile per i suoi pensieri volare fino a Buffy.
A quella notte incredibile.
E ricordare quelle parole più dolorose di un paletto nel cuore.
Prima di addormentarsi accanto a lui, già con gli occhi chiusi e la testa affondata nel cuscino Buffy aveva parlato, per la prima volta da quando erano entrati nella sua cripta. Sussurro di vento. Voce impastata di sonno.
La voce era solo un sussurro morbido e lontano.
Ti amo Angel.
E un sorriso così dolce da straziargli il cuore le si era dipinto sul volto bellissimo mentre si addormentava.
Non l’aveva più rivista.
Lontananza inesorabile.
Vigliacco, si sentiva un vigliacco.
Ma aveva paura, paura che lei lo respingesse.
Paura di stare male ancora di più.
La voce di Angel lo riportò alla realtà.
“Sono venuto a comunicarti che lascerai Sunnydale. Stanotte.”
“COSA??? TU SEI MATTO!! QUELLA STRAMALEDETTA ANIMA TI HA FOTTUTO IL CERVELLO!!!”
Angel si alzò e Spike si rese conto di quanto fossero vicini e che il corpo di Angel si frapponeva fra lui e la porta.
“Non è un consiglio Spike. Tu partirai.”
Il vampiro ossigenato fece per protestare.
Gli occhi di Angel lo trapassarono da parte a parte.
Facendolo incredibilmente rabbrividire.
Non l’aveva mai visto così. Mai.
“Non una parola. O ti assicuro che rimpiangerai di non essere già lontano. Ascoltami bene Spike, perché lo dirò una volta sola.”
Spike aprì la bocca per parlare.
Ma Angel fu più veloce, veloce e invisibile.
Lo prese per un braccio e glielo torse dietro la schiena.
Senza scomporsi minimamente.
“Stai lontano da lei. Toccala solo un’altra volta, sfiorala per caso se vi incontrate per strada, appoggia lo sguardo su di lei se la vedi in un cimitero, e sei morto. Non è una minaccia. Lo farò Spike e tu lo sai.”
Spike strinse i denti, un rigurgito di orgoglio gli accese lo sguardo.
“LEI non è TUA! L’hai lasciata ricordi?? E io ho tutto il diritto..”
Angel spezzò il braccio del child di Drusilla.
Di netto, senza una parola, senza che la sua espressione si alterasse.
Spike cadde sulle ginocchia soffocando un gemito.
Angel appoggiò un ginocchio sulla spalla del vampiro, e tirò il braccio all’indietro facendo leva.
Continuò a tirare verso di sé il braccio disteso fino a quando non sentì il rumore secco delle ossa che si spezzavano.
Anche la spalla era rotta.
La scapola perforò la pelle pallida e fredda.
Passando attraverso i muscoli, i tessuti epidermici, la camicia e il cappotto.
Frammenti di osso si conficcarono nella carne circostante la ferita.
Un filo di sangue usciva lentamente dalla frattura esporta.
Il liquido vischioso colava a terra, macchiava e impregnava i vestiti di Spike
Spike urlò. Adrenalina di dolore.
Si rivoltò, attaccò Angel.
Un rapido scambio di colpi.
Uno scontro impari.
Angel colpì l’altro al viso, facendolo cedere a terra.
“Non voglio combattere Spike. Non voglio ucciderti, non se non mi costringi. Va via, prima che io possa cambiare idea e decidere di non perdonarti.”
Spike boccheggiò, rialzandosi sulle ginocchia.
“Maledetto bastardo! Mi hai rotto il braccio....”
Angel gli passò accanto , diretto alla porta.
“Manca poco all’alba, ti conviene metterti in marcia se non vuoi finire in cenere sull’autostrada sotto il sole di mezzogiorno.”
“Stronzo! .........Quanto sei gentile a preoccuparti per me!!!”
Spike sputò e un poco di sangue schizzò sul pavimento.
Angel si fermò sulla soglia, voltando solo la testa.
“Eravamo una famiglia.... mi sembra il minimo.”
Rise brevemente.
“Vaffanculo.”
Spike sputò di nuovo.
“Sparisci Spike. Entro domattina.”
Se ne andò, il cappotto che oscillava al ritmo dei suoi passi, la nebbia che sembrava aprirgli un varco.
Spike restò in ginocchio a lungo.
Poi , finalmente si rialzò.
Angel sapeva quello che era successo.
L’aveva capito dal fuoco che gli bruciava lo sguardo.
Dal rogo gelido che accendeva la sua voce.
Se ne sarebbe andato.
Non aveva mai visto Angel veramente furioso, non aveva mia visto neppure Angelus furioso.
Perché ad Angelus non era mai importato davvero di nulla, era superiore a tutto.
Il mondo era solo un giocattolo per ingannare la noia.
Ma questa volta era diverso.
Questa volta non c’era di mezzo nessun giocattolo.
C’era di mezzo l’unica persona che avesse intaccato il suo cinismo.
Questa volta c’era di mezzo LEI. Fuoco. Vita. Passione. Uragano di emozioni. Occhi di mare.... Buffy.
E lei era sua... totalmente...
Si ricordò del segno sul collo di Buffy, di come lo avesse fissato per tutta la notte prima di crollare addormentato.
Spike guardò l’orologio, non aveva più molto tempo.
Vigliacco, ma vivo....
Non voleva incorrere nelle ire di Angelus... non con un chip nella testa almeno...
Angelus. Scusa facile. Palliativo. Voleva solo sfuggire a quel dolore. Scappare via da lei. Dal ricordo intossicante del suo profumo, del sapore della sua pelle. Scappare. Illudersi che lasciandola avrebbe potuto dimenticare i suoi baci, il suo sguardo. Lontano. Da quei sentimenti mai cercati, mai voluti. Scappare da tutto. Lontano da lei. Usare la minaccia di Angelus come scusa. Preferiva fuggire dal suo sire che da lei... lei che gli sarebbe rimasta annidata nelle viscere. Lei che apparteneva ad Angelus... nonostante tutto.
Si bloccò sulla porta.... ma quello non poteva essere Angelus, giusto?


Cap.VI Nella notte, nell’oscurità

Notte.
Umida e nebbiosa.
Scossa e percossa da un vento carico di pioggia.
Attraversata dai raggi freddi di una luna quasi invisibile dietro le nubi.
Scura, buia, impenetrabile, densa.
Notte.
Dentro di lui, in ogni fibra del suo essere.
Nella sua mente, nella sue viscere, in quel sangue che non scorreva.
Angel era in piedi sulla collina.
Immobile, più della notte che gli si agitava intorno.
Sunnydale si stendeva inerte ai suoi piedi.
Piccole case e piccole luci, piccole strade diritte.
Ma il vampiro non la vedeva.
Sentiva i rumori della piccola città e dei suoi ciechi abitanti, sentiva gli uomini che la abitavano, poteva quasi sentire i loro pensieri... sentiva il formicolio della vita che si svolgeva là sotto. Sterminata riserva di caccia. Normalità che giaceva sulle porte dell'inferno stesso.
Ma non ascoltava.
Gli occhi fissi in quella notte cupa e fumosa.
Su quelle nuvole sfilacciate e rarefatte che si estendevano nel cielo ed erano trapassate dai pochi raggi freddi e opachi della luna.
Il vento sferzava il suo corpo eretto e immobile nel buio.
Il lungo cappotto si agitava attorno alla sua figura solitaria, sbattendogli contro i piedi. Fiamme nere attorno al suo corpo di ghiaccio.
Il volto del vampiro era contratto, la mascella fortemente serrata.
Le mani che gli ricadevano lungo i fianchi erano strette all’inverosimile a pugno, le unghie che si conficcavano nella carne.
L’espressione impenetrabile e lontana era tradita solo da quegli occhi che sembravano poter accendere e incendiare e devastare l’intera notte.
Occhi di brace ardenti e profonde, magnetici, terribili.
Combatteva ,il vampiro.
Una battaglia immota e invisibile.
Combatteva l’oscurità che dilagava in lui.
La rabbia che lo sopraffaceva come un mare in tempesta.
L’ira che lo divorava fin nel profondo.
Il furore assoluto che lo invadeva e dettava legge nella sua mente.
Combatteva, il vampiro.
Più forte perfino di sé stesso.
Mentre il vento si abbatteva sempre più forte su di lui, quasi volesse spezzarlo, sradicarlo, scuoterlo, abbatterlo, trascinarlo.
Ma lui restava fermo, senza neppure accorgersi di quella tempesta.
L’ennesima folata lo investì.
Angel girò la testa, fissando gli occhi nel punto da cui il vento proveniva, osservando il suo turbinare scomposto e prepotentemente irrazionale.
I lineamenti del suo volto si distesero lentamente, i muscoli contratti tornarono a rilassarsi.
Il fuoco vivo e vibrante negli occhi si attenuò un poco, quasi bruciasse più nel profondo, lontano dalla superficie. Quasi fosse sceso a consumare le sue viscere.
Si mosse finalmente.
Camminando per incamminarsi passi lenti verso la città.
Controllo.
Su sé stesso, sugli altri, sulla situazione.
Non poteva permettersi di perdere il controllo proprio in quel momento.
Troppe cose era in gioco, cose troppo importanti.
Ci sarebbero stati un tempo per la rabbia, un tempo per la vendetta, un tempo per gli istinti.
Non ancora, non adesso.
Aveva un problema impellente.
Glory.
Prima doveva risolvere la faccenda di quella pazza furiosa, poi avrebbe avuto tempo.
Tempo di divertirsi. Di sfogare la rabbia.
Un sorriso inquietante gli saettò sul volto, solo un attimo, il tempo di balenare e sparire.
Un guizzo doloroso attraversò il suo sguardo.
L’anima.... quell’anima maledetta... la sua anima... si contorse e si dibatté sfinita.
Angel chiuse gli occhi per un istante, riprendendo il controllo.
Annullando tutte le sensazioni, tutti i sentimenti.
Se avesse potuto annullare i pensieri....
Cominciò a camminare, frustando la notte con il ritmo dei suoi passi.
Allontanandosi velocemente, mentre perfino la notte sembrava cedergli il passo, scostandosi da lui intimorita.
Tempo.
E un modo per sconfiggere Glory.
Tutto il resto sarebbe venuto dopo.

Il divano volò contro la parete, infrangendosi rumorosamente, con il legno che strideva e cigolava e le piume dei cuscini che volteggiavano riempiendo l’aria.
Le urla della donna coprivano il rumore degli schianti.
Era un voce potente e stridula, alta e acuta, molesta.
A tratti smetteva di urlare, riprendeva fiato, poi cominciava tutto daccapo.
Mobili infranti, urla, furia.
Gli occhi blu erano accesi e dilatati da una vampa di pura follia.
Glory si lasciò cadere in mezzo alla stanza, fra i resti che la sua rabbia aveva lasciato.
Prendendosi la bella testa fra le mani cominciò a mugolare rumorosamente, lamentandosi.
I ricci scomposti iniziavano ad essere umidi di sudore che li scuriva tramutando il loro biondo in toni più caldi.
Sudore le colava pure lungo la fonte e le ricopriva tutta le pelle bianchissima.
Minuscole gocce traslucide di sudore freddo.
Il dolore che le attraversava la testa si stava facendo insopportabile.
La percuoteva tutta, scuotendola in piccoli brividi.
Quelle fitte lancinanti si facevano sempre più frequenti, più ravvicinate, più lancinanti.
Era pericolosamente sull’orlo dell’annichilimento.
Quel corpo non avrebbe retto ancora a lungo... non avrebbe potuto contenere ancora per molto la sua essenza demoniaca.
Bere, aveva bisogno di bere, di cibarsi: di prosciugare vite e di saziare la sua fame ancestrale.
Improvvisamente davanti ai suoi occhi gonfi si materializzarono le sue vittime.
E la salvezza fu di nuovo vicina, raggiungibile, facile.
Mentre l’energia fluiva di nuovo in lei e i suoi miseri servi la osservavano incantati nutrirsi di quelli che le avevano portato, cominciava a sentirsi sempre più forte e a riprendere il controllo di sé.
Sapeva che non sarebbe durato molto.
Ogni volta durava di meno, ogni volta l’energia era meno sufficiente, meno soddisfacente.
Ogni volta il piacere scemava, sostituito dalla necessità e dall’impellenza.
Doveva fare presto.
Doveva trovare la chiave.
La sua bella, bellissima chiave. Sfera di energia.
Donna, divinità e demonio, voleva solo la chiave.
Ed era folle di quel desiderio, di quell’imposizione, di quella ricerca.
Era invasa e cieca per quel desiderio.
Non vedeva, non sentiva, non pensava, se non la Chiave.
Donna, divinità, demonio, era sicura del suo potere.
Grande, terribile, invulnerabile.
Il suo potere troppo forte per essere relegato in quella dimensione.
IL suo potere che la rendeva sprezzante e superiore.
Il suo potere che l’avrebbe tradita e abbandonata, che l’avrebbe persa.
Perché in quel potere si crogiolava e si adagiava e lo dava per scontato.
E si nascondeva in esso, e lasciava che gli eventi corressero perché era convinta di poterli arginare, controllare.
Ma non sapeva che qualcuno nella notte la osservava.
E sorrideva.
Sorrideva della sua debolezza.
Di quella debolezza che lei neppure considerava possibile in sé.

Angel guardò Giles agitarsi oltre il bancone.
Osservò i clienti che aveva liquidato uscire in fila indiana, con la coda fra le gambe, imbronciati per gli acquisti non fatti.
Il locale avvolto nella penombra era silenzioso, nell’aria aleggiavano gli aromi leggeri e penetranti delle spezie, dei filtri, dei fiori essiccati e degli incensi. Profumo di magia.
Scrutò l’osservatore, sorridendo di lui dentro di sé.
Sapeva che il suo sguardo fisso lo metteva a disagio.
Sentiva quel disagio crescere nell’uomo che aveva davanti.
Mentre il battito cardiaco aumentava impercettibilmente e uno strato sottilissimo di sudore gli copriva la fronte.
Non distolse lo sguardo, non disse nulla per mettere più a suo agio Giles, si limitò ad aspettare che avesse finito, continuando a indagarlo, frugarlo con gli occhi, puntandoglieli prepotentemente addosso.
Giles si tolse gli occhiali e li pulì nel fazzoletto bianco che si era tolto di tasca.
Un gesto quasi meccanico e involontario, ma Angel vide che le sue mani tramavano appena.
Era nervoso, molto nervoso.
Angel gli faceva ancora questo effetto, anche se l’uomo non se ne rendeva del tutto conto.
E non l’avrebbe mai ammesso, in ogni caso.
Finalmente l’osservatore aggirò il bancone e si avvicinò al tavolo.
Si versò una tazza di tè e automaticamente ne offrì una anche ad Angel.
Il vampiro rifiutò con un cenno, dissipando con un gesto della mano l’attimo di empace che si era creato. Lui non era un uomo. E non era facile dimenticarlo, non più. Anche se a volte succedeva.
Allora Giles si lasciò andare su una sedia, invitandolo a fare altrettanto.
Ma Angel rimase in piedi, appoggiato al bancone.
Sul volto di Giles traspariva la stanchezza.
“Glory è molto forte. Credo che Willow ti abbia già detto tutto quello che sappiamo.”
“Mi ha già detto tutto. Ma non è tutto quello che si deve sapere prima di affrontare un nemico così potente.”
Giles si lasciò sfuggire un profondo sospiro.
“Lo so. Ma cosa vuoi sapere su una divinità infernale? E’ praticamente invulnerabile. Potrebbe fari Buffy a pezzi, letteralmente.”
Angel lanciò uno sguardo obliquo alla porta che conduceva alla palestra, quasi per assicurarsi che lei non fosse là ad ascoltarli. Non là. ma dentro di lui. Sempre.
“Molti altri avrebbero potuto fare Buffy a pezzi. Erano abbastanza forti, abbastanza ,malvagi, abbastanza potenti. Ma di fatto loro sono morti e lei è qui.” Molti altri. Anche lui.
“Mmm... e questo in che modo ci può aiutare.”
“Tutti hanno un punto debole Giles. Adesso sarebbe un può complicato star qui a spiegare che la definizione divinità è solo un parola vuota di significato. Un concetto buon da dare in pasto agli uomini perché ci credano ed abbiano paura. Perché in realtà dovrei mettere in gioco anche tutta una prospettiva della realtà che voi non siete disposti o pronti a concepire.”
“Legami, intrecci, sfaldature nella realtà...Qualcosa che solo i demoni possono percepire? e vedere?”
Giles alzò il suo sguardo dentro quello di Angel e per un momento i due si fronteggiarono.
Quella frase, parole precise, nessuna insinuazione evidente.
Quella frase avrebbe ferito Angel, avrebbe sparso sale sulle ferite della sua anima.
Perché per un attimo negli occhi di Giles ,un attimo di cui Giles stesso non si era accorto, aveva rivisto il volto di Jenny Calendar.
Ma non adesso.
Non lui.
Non era il momento di lasciare che quell’anima distrutta governasse il suo corpo.
Sorrise impercettibilmente. “Sì.”
Lo sguardo stupito i Giles s a quella risposta data senza esitazione, senza dolore, lo divertì.
Riprese velocemente.
“Glory ha un punto debole. E noi attaccheremo quello.”
“Piano interessante... ma noi conosciamo QUEL punto debole?”
Angel si rigirò fra le mani uno stiletto mesopotanico. Affilato. Sottile. Elegante. Mortale.
“..... ci sto lavorando....”
“Non abbiamo molto tempo. Presto lei scoprirà chi è la chiave e allora...”
“Non torcerà un solo capello a Dawn, Giles. Non lo permetterei mai.”
Aveva alzato la voce.
L’osservatore gli rivolse un’espressione stanca e provata, sembrava molto più vecchio di quello che era quella notte.
“Lo spero Angel.... Buffy è così... vulnerabile in questo periodo e dopo che sua madre...”
“Non si preoccupi per Buffy. Penserò io a lei.”
Il vampiro si girò e si diresse verso la porta, quella conversazione era durata anche troppo.
“Angel?”
“Raduni la -banda- e spieghi loro la situazione. Il lavoro di squadra non è mai stato il mio forte.”
Fece un pausa.
“Devo verificare alcune cose, poi sarò...” “..saremo pronti a affrontare quella pazza che crede di essere una dea.”
Giles si alzò in piedi per prendere un volume di magia.
“Come hai intenzione di fare per...”
Ma quando rivolse lo sguardo verso il punto in cui fino ad un momento prima c’era il vampiro, non vide più nessuno.
L’unico segno del suo passaggio era una sottile ventata di aria più fredda entrata dalla porta che si era ormai richiusa.
Giles fissò la notte fuori.
E sperò che il vampiro avesse ragione.


Cap.VII Vi amerete e vi odierete fino a distruggervi…

Un’altra notte insonne.
Senza riuscire a chiudere occhio, con il suo sguardo ancora addosso che le corrodeva la pelle, lava bollente addosso.
Un altro giorno di attesa estenuante, di domande, di sensi di colpa.
Mentre i segni sul suo corpo sembravano non voler sparire, così come quelli ben più profondi incisi nella sua anima. Trascinarsi per le stanze vuote come un fantasma, sobbalzare ad ogni minimo rumore, evitare gli specchi perché i suoi occhi le avrebbero sbattuto in faccia la verità, il mare in tempesta della sua anima.
Si sentiva così male, come se un morbo la invadesse, come se quella piccola spina che le si era conficcata nel cuore le infettasse di un veleno mortale il sangue, e il corpo e la mente e le viscere.
Quel giorno ,come quello che l’aveva preceduto, sembrava non dovesse passare mai, con i minuti che colavano lenti in altri minuti, dando l’impressione di non accumularsi mai nei fardelli delle ore, ma scorrendo in una lenta processione circolare che non la sollevava mai dall’oppressione di quelle ore odiose che la separavano dal tramonto.
E da lui. Lui. Notte ne cuore. Fuoco di tenebre nelle vene.
Lui, che le invadeva ogni pensiero, ogni sensazione, ogni percezione, ogni azione, ogni respiro.
Lui che aveva paura di incontrare, lui da cui avrebbe voluto fuggire.
Ma l’ansia di rivederlo, di averlo ancora accanto la distruggeva, la divorava a piccoli bocconi.
Come se lui la attirasse come una calamita, e per lei fosse impossibile opporsi, e la sua forza di volontà fosse annullata, anzi non esistesse più, perché esisteva solo lui.
Lui con quegli occhi profondi e roventi che le esplodevano nella testa.
Avrebbe voluto annullare il fuoco del suo sguardo sulla pelle, e l’incendio delle sue labbra sulla bocca.
Non riusciva a togliersi di dosso la sensazione dei suoi occhi che la trapassavano, dei suoi sguardi rubati e troppo intensi, delle sue parole non dette.
Ed era in balia di ogni sua gesto, di ogni sua frase, di ogni sua occhiata, perfino della sua assenza.
Soprattutto della sua assenza.
Fuggevole la sensazione che qualcosa le sfuggisse le sfiorava i pensieri, come l’ultimo tassello di un puzzle già composto davanti ai suoi occhi.
Qualcosa che le dava i brividi e le artigliava il cuore in una morsa di ghiaccio.
Ma quell’ansia, quell’angoscia tremende le impedivano di pensare, di ragionare.
C’erano solo i suoi occhi sulla pelle, che le consumavano l’anima, e le forze.
Era rosa da una fame nervosa e snervante, ma aveva una terribile nausea e un accanito mal di testa.
Quasi che dopo quella sbornia non le fosse più potuto passare.
Ansia, ancora, solo ansia.
E attesa. Desiderio.... inestinguibile.
Doveva vederlo, parlargli, solo sapere che era lì.
Doveva dirgli la verità e sapeva di non potere, sapeva che non avrebbe mai trovato il coraggio.
Brividi, di nuovo, profondi, incontrollabili.
Che le salivano lungo la schiena e arrivavano al cervello.
Pensieri confusi, e quel bacio sopra ogni cosa, e lui dentro ogni pensiero.
Completamente persa, e avvinta nelle catene dei suoi sentimenti e di quel terrificante senso di colpa.
Colpa che le sembrava quasi imposta, dovuta....
Si riscosse all’improvviso, violentemente risvegliata dai suoi pensieri.
Era già notte e non se n’era neppure resa conto.
Il cuore le batteva freneticamente in petto, battiti sconnessi troppo veloci, battiti furiosi e incredibilmente rumorosi, battiti che le toglievano il fiato, così come lui, la sua presenza.
Buffy guardò con aria interrogativa la giacca che lui le aveva lasciato cadere davanti.
Neppure una parola o un saluto per troppo tempo.
Imbarazzo, ansia, tensione. Scosse elettriche attraverso l'aria.
“Non mi hai sentito arrivare: Avresti dovuto.”
“Io... ero soprappensiero...”
“Non mi sembra un gran ché come risposta. Devi essere all’erta Buffy. Ogni istante del giorno e della notte. Perfino quando dormi. Devi essere pronta, i sensi tesi come corde, affilati come lame.”
Si chinò verso di lei, quasi ipnotizzata dal suo sguardo, fino a portare i suoi occhi all’altezza di quelli angelici della donna, il suo viso tanto vicino da sentire il respiro caldo e affrettato della cacciatrice sul suo viso.
I bellissimi occhi scuri, profondi e impenetrabili, freddi come ghiaccio, incandescenti come carboni.
“Ricorda Buff. E’ un gioco mortale. La tua morte o quella del tuo nemico. La vita, la tua vita può dipendere da un gesto, da una mossa sbagliata, da un rumore non udito. Muoviti come un gatto e ragiona come un predatore, perché tu vai a caccia, ed è questo che fai: tu predi, tu uccidi. E’ una storia antica, è un gioco semplice. O vivi o muori. O cacci o sei cacciato. E un predatore non ha amici, un predatore dorme con un occhio aperto. Preda e ricorda che nella caccia non esiste pietà, non esiste debolezza. Un attimo di cedimento e sarai morta Buff. NON. ABBASSARE. MAI. LA. GUARDIA.”
I suoi occhi erano ancora più vicini.
Più inesorabili, più spietati.
E le impedivano di pensare o di ascoltare. I suoi occhi le entravano nella mente. Bruciavano nella sua anima.
Era troppo vicino, e il ricordo di quel bacio era tropo vivo.
E il suo corpo non rispondeva alla sua volontà.
Il suo corpo sentiva quello di lui vicino, e lo voleva più vicino.
Le sue labbra sentivano quelle labbra vicine e le volevano sulle sue.
Pensò che l’avrebbe baciata. Brividi bollenti lungo la schinea. Respiro corto.
Attimi, lunghissimi attimi di silenzio.
Attimi lunghissimi affogati in un sguardo assoluto, più forte di qualsiasi emozione.
Tortura dolcissima, essere così tremendamente vicini, quasi sfiorarsi, ma non toccarsi.
Studiarsi immobili mentre il desiderio si faceva concreto e doloroso, angosciante, pungente.
Poi lui, improvviso, repentino, si allontanò, dandole le spalle, dirigendosi alla porta.
Loro. Eterna separazione
Per Buffy fu come risvegliarsi da un sogno, da una catarsi. Brusco risveglio. Tagliente realtà.
Si riscosse, si lisciò nervosamente i capelli, si alzò, fece un passo verso di lui, si fermò.
“Te ne vai già?”
Lui non la guardò neppure. Dolore sordo.
“Andiamo.”
“Andiamo dove?”
Ma lui non le rispose, continuò a camminare, sulla strada buia affollata dalla notte.
Buffy afferrò la giacca e lo rincorse.
Pensieri vaghi le si affacciavano nella testa per poi confondersi nel ritmo dei suoi passi e nell’ondeggiare regolare del cappotto nero davanti a lei.
Strano, in altre situazioni quell’atteggiamento l’avrebbe fatta infuriare.
Quell’aria di superiorità e di noncuranza....
Ma non adesso.
Non dopo....
Era come se potesse ingoiare tutto il suo stupido orgoglio.
Voleva che lui la ferisse, che si vendicasse senza neppure saperne il motivo. e così dimenticare occhi di ghiaccio azzurro, ghiaccio rovente, nella sua anima.
Voleva bere il suo veleno, quasi per lavarsi da quello che aveva fatto.
E voleva dimenticarsi di tutto, perché lui era lì... perché ingoiare il suo orgoglio era facile e rendersi conto di amarlo ancora era anche più facile, troppo facile....

Palestra del Magic Shop, deserta.
Silenzio pesante.
Lui aveva le chiavi.
Buffy lo seguiva, faticando a tenere il passo troppo veloce del vampiro.
Non osava parlare, il suo sguardo gelido le faceva morire le parole in gola, mentre il cuore la soffocava...
Si tolse la giacca, osservandolo trafficare nell’armeria.
Angel estrasse un involto di velluto viola, scuro e cangiante.
Svolse piano le pieghe morbide della stoffa.
Buffy udì il crepitio dell’acciaio, ne intuì il baluginante luccichio alla scarsa luce della stanza e della luna.
Spade....
Lui continuava a lavorare attorno a quelle spade, estraendole con cura, osservandone compiaciuto la lama e il taglio.
Buffy incantata osservava i suoi gesti, mentre il suo cuore accelerava ancora i battiti. Attrazione fatale. Più forte di lei. Infinitamente più forte.
Caldo, faceva troppo caldo, le tremavano le mani, avvampò.
Distolse lo sguardo da lui, per frenare le emozioni troppo intense.
Vide la spada davanti a lei.
E lo guardò con aria interrogativa.
Un movimento fluido e preciso.
Con la punta della lama che reggeva sollevò l’impugnatura dell’altra, facendola volare in aria, diretta alla ragazza.
Buffy afferrò la spada con un scatto. Grazia impeccabile.
Ancora quello sguardo interrogativo che cominciava ad irritarlo.
Silenzio.
Lui si mosse in un attimo.
Veloce, felino, terribile.
Poi il rumore secco e chiaro del metallo che si scontra, come un campanello nell’aria rarefatta attorno a loro.
Lei parò meccanicamente il colpo.
Ancora una domanda negli occhi.
“Vediamo cosa sai fare dolcezza.... Se vuoi battere Glory dovrai esibirti in una performance molto migliore dell’ultima volta....”
Ricordi di tuono.
Sorrise sinistro.
“Glory...? Con una spada? Hai scoperto qualcosa?”
“Non voglio parlare adesso.”

Il silenzio della stanza era percorso da scariche elettriche.
I due contendenti si studiavano attentamente, gli occhi fissi negli occhi, le lame che si sfiorano appena nei primi approcci... un invito... un legamento, e improvviso, rapido con il fulmine, un affondo proiettò Angel verso di lei, in una tensione spasmodica e insieme elegantissima di tutto il corpo. Si sarebbe detto che una scarica elettrica partita dai talloni corresse come un brivido lungo tutto il suo corpo, per scaricarsi sulla punta della lama.
La cacciatrice eseguì una rapida parata di arresto, saggiò l’avversario con alcune finte, indietreggiò di un paio di passi.
Buffy era in difficoltà.
Un’altra parata, Buffy tentò una botta diritta senza perdere il contatto con la lama avversaria.
Angel si stava evidentemente divertendo, evitò una frecciata della ragazza con una sparizione di corpo.
Una stoccata vibrata con troppa forza, Buffy rischiò di perdere l’equilibrio, per un soffio non gli cadde addosso.
Il suo cuore perse un battito.
Troppo vicini. Distanza stabilita solo dalle spade. Adrenalina. Combattimento. Eccitazione crescente.
Assalti rapidi e precisi, una schermaglia fitta e stridente, l’aria crepitava frustata dai ferri.
Il rumoreggiare delle spade si diffondeva nitido e cristallino con un’eco sorda e concentrica.
I due ferri stridevano e vibravano, fendevano l’aria, si abbattevano inesorabili e scintillavano sinistri nel vuoto.
Lampi sottili e improvvisi rifulgevano accecanti sul filo affilato delle lame.
Ad ogni affondo l’aria elettrica si accendeva di scintille minuscole e baluginanti.
Lui non le dava tregua un istante.
Buffy aveva il respiro corto, faticava a tenere il ritmo.
Evitava gli attacchi, parava i colpi, indietreggiava. Cuore in gola.
Angel la incalzava dappresso, attaccando con crudele precisione, con forza straordinaria.
Era decisamente un formidabile duellante, molto più esperto di lei che non aveva mai apprezzato quella disciplina.
Ma Buffy non aveva il tempo di fermarsi a rimpiangere di non aver prestato più attenzione alle lezioni di Giles su tecnica e stile della scherma, con lui sembrava tutto facile, scontato.
Con Angel no.
Non le lasciava un attimo di respiro, non le concedeva un solo errore, attaccava ogni sua minima debolezza, ogni punto scoperto, ogni accenno di errore.
La lama le arrivò a pochi centimetri dal viso, parò a stento, di piatto, impugnando con entrambe le mani, costretta a piegare le braccia sotto la forza dell’impeto del colpo.
Situazione di stallo, lui non dava segno di voler lasciar perdere. Tenace. Implacabile.
La lama si avvicinava sempre di più al suo collo, il freddo magnetico dell’acciaio le fece venire la pelle d’oca.
Respiro affannato, battito cardiaco accelerato e affamato di ossigeno, occhi fissi in quelli di lui, nonostante si sentisse invadere e bruciare dal suo sguardo.
Il respiro si fece sempre più affrettato, e non per il combattimento.
Lui sorrideva appena, di traverso.
Si stava divertendo.
Un guizzo di fuoco negli occhi profondi, crudeltà solo sopita.
Lei retrocesse ancora di un passo.
Dejà veau.
Spade.
Duello.
Angelus.
Non aveva tempo per pensare, per capire.
Chi si ferma a pensare è già morto.
Glielo aveva insegnato lui.
Istanti di immobilità plastica, scanditi dal suo respiro.
Lui ancora più vicino, che sfiorava con il suo corpo quello di lei.
Brividi sfuggiti al controllo.
Il suo viso troppo vicino.
Angel, droga. Adrenalina nel sangue.
Pensò che l’avrebbe baciata, di nuovo.
Solo uno sguardo sferzante, vagamente irridente, sfrontato.
Angel allentò la pressione di poco.
Lei si disimpegnò a fatica, cozzare di spade nell’aria vibrante.
Lui le sorrise, allontanandosi senza voltarle le spalle.
Accennò una ristata, portandosi la spada davanti al volto e poi facendole compiere un ampio semicerchio nell’aria, puntandogliela contro.
Invito.
Sfida.
Duello, di nuovo.
Lontani, ai capi opposti della stanza, studiandosi con occhiate calme e calibrate.
Passi lenti, movimenti circolari che non avvicinavano o allontanavano i due contendenti.
Buffy respirava con violenza ,cercando affannosamente aria per i polmoni contratti, troppo affaticata per uno scontro breve come quello.
Il suo corpo le ricordava che aveva appena affrontato Glory, e ne portava ancora i segni.
Ogni singolo muscolo intorpidito e convulso le urlava nella testa, ricordandole il suo sfinimento fisico.
Stanca, poco padrona del suo corpo.
I lividi e le ferite di Glory che pulsavano rabbiosamente, legandole i movimenti e allentando i suoi riflessi.
Lui la guardava divertito, tranquillo, sicuro di sé, aspettando che fosse pronta.
Calmo, impassibile Angel.
Ma assolutamente pronto a scattare, ogni senso concentrato su di lei, su ogni sua mossa.
Predatore pronto a gremire la sua vittima.
Forte, formidabile avversario.
Quasi se n’era dimenticata.... di quanto fosse temibile... eppure lei era migliorata dall’ultima volta...
Gatto che gioca col topo.
Furia appena imbrigliata.
Un attimo, uno sguardo reciproco, un cenno.
E di nuovo le spade si incrociarono, acciaio contro acciaio.
Di nuovo cozzare di spade, l’una contro l’altra in un rumoreggiare di tuono.
Luce che saetta sui metalli affilati.
Movimenti rapidi e precisi, aggraziati: una danza mortale.
I pensieri e i dubbi che si annullano, restano solo l’istinto e la consapevolezza dell’avversario.
Gioco letale.
Scontro antico: la preda e il predatore.
Ma non sono forse entrambi predatori?
Nature opposte, disgiunte.
Sensi così affinati, così tesi a prevedere le mosse dell’altro, da far male.
E il respiro affannato della cacciatrice che riempie il silenzio della notte e scandisce il tempo del loro combattimento.
Attacchi veloci, fulminei.
Colpi parati nel momento in cui la lama già sfiorava la pelle scoperta.
Spade che roteano nell’aria e si sfuggono e si allontanano scontrandosi.
Le lame luccicavano sinistre, riflettendo distorta la realtà che le circonda.
Bagliori di fuoco freddo che si riflettevano sulle lame, guizzi di fiamma che brillavano minacciosi negli occhi dei due contendenti.
Attorno solo il silenzio percosso dalle lame vibranti, carico di attesa.
Buffy affondò con troppo impeto, sbilanciandosi verso di lui che evitò facilmente il colpo.
La respinse violentemente, annullando la sua guardia in un paio di rapide mosse.
La cacciatrice si trovò disarmata, la spada che premeva di punta contro il suo petto, e stabiliva la distanza fra loro.
Ad ogni respiro ansante sentiva il filo della lama pungerle la pelle.
Alzò gli occhi accesi di sfida verso di lui.
E lui sorrise.
Attimi troppo lunghi.
Sentiva il sudore correrle lungo la schiena, seguendo il filo della spina dorsale.
L’aria fredda che soffiava dalle finestre aperte e si insinuava sotto la camicetta leggera, sfiorando la pelle umida, le dava i brividi. O forse era lui a darle i brividi.
La spalla, le ferite della notte precedente, pulsavano dolorosamente.
MA tutte le altre sensazioni erano messe in secondo piano dal freddo pungente di quella lama contro la pelle, e dai suoi occhi glaciali puntati su di lei.
Con un movimento rapido, fluido e deciso di un braccio, Angel allontanò la spada.
Il rumore secco e netto della stoffa che si lacerava si diffuse rumorosamente nella stanza come un eco, quasi che con essa fosse stato lacerato anche il silenzio perfetto di quello scontro.
Il battito del cuore della ragazza accelerò violentemente, mentre la tensione si allentava appena.
Diede un’occhiata di traverso al taglio preciso della camicetta esattamente all’altezza del cuore.
Quando rialzò gli occhi lui era a meno di un palmo dal suo viso.
Il braccio che reggeva la spada abbandonato lungo il fianco, la punta dell’arma rivolta al pavimento, mentre con l’altro le circondava la vita attirandola con forza verso di sé e strappandole un mormorio di sorpresa.
“Attenta Buff.”
Chinò la testa su di lei, avvicinandole le labbra all’orecchio, le ondate calde e violente del suo respiro che gli invadevano il viso.
“Così proprio non va. E’ troppo facile prevedere le tue mosse. Avrei potuto ucciderti. Non pensare a quello che devi fare, combatti e basta. Il tuo corpo sa come deva agire, come muoversi, non è necessario che anche la mente lo sappia. Istinto, amore. Istinto di sopravvivenza, istinto di caccia: ne hai da vendere: usalo Buff!!”
La sua voce era gelida e sferzante, mentre il tono era basso e quasi carezzevole.
La lasciò andare, dandole le spalle e chinandosi a raccogliere la sua spada.
Lei rimase ad osservarlo in silenzio un istante, tremendo impercettibilmente.
“Non chiamarmi così, mi da i brividi.”
Lui si rialzò con calma, girandosi verso di lei.
Dipinta sul volto un’espressione assolutamente innocente e stupita.
“Oh, scusa. Non me n’ero accorto. Dev’essermi sfuggito di mente, Elisabeth.”
Non l’aveva mai chiamata così, un brivido violento le corse lungo la schiena. Brividi. Caldi, gelidi.... Irrazionalità.
Lui le rifilò un altro sorriso compiaciuto e disarmante.
Le ricordava un gatto che mentre ti fa le fusa è pronto a tirare fuori dalle soffici zampe gli artigli per graffiarti a sangue.
Il vampiro finse di non accorgersi del suo turbamento e ,impassibile, le tirò la spada.
Quello non era l’Angel che conosceva lei.
Le fiamme oscure che ardevano dietro la superficie calma dei suoi occhi scuri le facevano paura.
E le sue parole... così crude, ironiche, sferzanti...
Troppo.
Eppure... eppure era lì per aiutarla contro Glory; e le aveva salvato la vita; e scherzava con Dawn e la coccolava esattamente come un tempo, le aveva perfino preparato la colazione; e discuteva di magia e di testi antichi con Willow; e ascoltava pazientemente le lunghe dissertazioni di Giles...
Non aveva tempo di pensare adesso.
Le spade di nuovo incrociate stridevano pericolose e mortali.
E lui. Che le rubava il fiato. Che le svuotava la mente.
I ferri riempivano l’aria del loro sibilo sinistro, e il ritmo dei colpi le entrava nel cuore, colmandole la mente.
Vampiro e cacciatrice, soli, uno di fronte all’altra.
Lotta atavica.
Ma i pensieri erano troppo forti per annegare, e presto si ritrovò a cercare nelle profondità impenetrabili dei bellissimi occhi di Angel delle risposte alle mille domande che le gravavano l’anima.
Deconcentrata e distratta, in breve tempo fu in svantaggio, sommersa dai colpi inesorabili del vampiro, che non mostrava alcun segno di cedimento.
E di nuovo le affiorò in testa quell’idea: forte.
Troppo forte.
E implacabile.
Lo guardava, lo affrontava, ed era come se non si fosse mai trovata di fronte a lui.
Quell’accanimento, quella decisione.
Era diverso.
Perfino da Angelus.
Angelus.... ricordo di tenebra.
Forse perché allora aveva cercato di convincersi che fosse solo un nemico come tanti, un altro vampiro da battere, e non Angel, il suo Angel.
Forse perché era sempre rimasta sprofondata nella totale sicurezza della dicotomia fra i due.
Ma adesso non aveva più certezze, né scuse dietro cui nascondersi.
Aveva davanti Angel, e per la prima volta si rendeva conto che poteva essere un nemico formidabile.
Aveva davanti Angel, e tremava, perché si rendeva conto che un’anima non poteva renderlo diverso da quello che era.
Sopraffatta: dai suoi pensieri e dal suo avversario.
Angel oppose un rapido semicerchio del polso e la lama della cacciatrice di spezzò nel mezzo.
Respiro mozzato Buffy. Sguardo acceso. Bellissima. Da far male. Da entrargli dentro.
Le fu addosso in un istante.
Si trovò schiacciata contro una parete, immobilizzata dal peso di lui, disarmata, i polsi imprigionati dalle sue mani, bloccati ai lati della testa.
Si fissarono a lungo negli occhi, mari in tempesta che si scontrano.
“Pessima mossa, amore! Hai dimenticato le due regole fondamentali di questa disciplina: 1) Mai scoprirsi del tutto 2) MAI fidarsi di un vampiro.”
Il respiro di Buffy era sempre più affannato, il battito cardiaco fuori controllo.
Il cuore le scoppiava in petto, abbattendosi violentemente sulle costole, quasi volesse uscire dalla gabbia toracica.
Le mancava il respiro, oppressa e schiacciata dal corpo del vampiro contro il suo.
“Che ti succede, Angel? Te l’ho già detto... mi dai i brividi...”
“La cosa dovrebbe dispiacermi?”
Buffy era certa che stesse sorridendo, ma non poteva vederlo in volto perché aveva chinato la testa sul suo collo, lo sentiva annusare la sua pelle. Irriconoscibile Angel.
Corpo fuori controllo. Sensazioni al galoppo.
Non riuscì a impedirsi di rabbrividire, il corpo scosso da sensazioni troppo violente per essere arginate.
Il suo corpo voleva lui... disperatamente.
E naturalmente lui se ne accorse.
“Al tuo corpo non dispiace...”
Cominciò a baciarla lentamente, esplorando con la bocca ogni centimetro di pelle, risalendo lungo la curva del collo e arrivando fino all’orecchio.
Le mordicchiò il lobo.
Buffy represse il gemito di piacere che le stava sfuggendo e raccogliendo tutte le sue forze cercò di riprendere il controllo.
Opponendosi debolmente alla pressione di quel corpo contro il suo, voltò la testa, cercando gli occhi di lui.
In realtà non voleva riprendere il controllo.... voleva solo perdersi in quegli occhi scuri, vorticanti, profondi, magnetici.
“Angel.... ti prego Angel... dobbiamo parlare...” un sospiro profondo, nel vano tentativo di saziare d’ossigeno i polmoni “Sono successe delle cose, tante cose... e io... noi... oh, dio...” Intossicata da lui. Non esistevano più parole... solo fuoco nelle vene.
Il vampiro sapeva che non era il momento.
Una parte di lui era perfettamente consapevole che poteva buttare tutto all’aria.
Ma nessun pensiero razionale poteva spegnere il desiderio covato per anni di lei.
Il suo profumo, l’odore della sua pelle, il suo corpo caldo e vibrante premuto contro di sé, gli offuscavano la ragione.
Era un deliro, una follia.
La voleva, da sempre, annientato da un bisogno disperato e prepotente, arso da una sete inestinguibile.
Voleva annegare in lei, perdersi in lei, annullarsi in quelle labbra.
Voleva baciarla fino a toglierle il respiro.
Voleva rubare ogni respiro, ogni tremito di vita, voleva bruciare di quel calore.
“Shh...shh... abbiamo tutto il tempo per parlare...”
Le coprì le labbra con le sue, in un bacio appassionato e travolgente.
Tenebra di fuoco.
E per Buffy cedere fu troppo facile.
Mentre scariche elettriche le percuotevano tutto il corpo al contatto con la lingua di lui, si abbandonò completamente, lasciandosi andare contro di lui.
Ogni suo pensiero si annullò, persa nel piacere intenso e avvolgente di quelle sensazioni finalmente ritrovate.
Da troppo tempo lo sognava senza mai poterlo avere, da troppo tempo desiderava quelle labbra sulle sue, quel corpo stretto al suo.
Da troppo tempo si svegliava in piena notte, coperta di sudore, e scoppiava a piangere scoprendo di essere sola, mentre la sua lontananza le scavava solchi nel profondo.
Da troppo tempo sola e confusa, combatteva contro quella passione che la divorava, quella stessa passione da cui adesso si lasciava travolgere, persa in lui e nei suoi occhi.
Lui le liberò i polsi, circondandole la vita con braccio per attirarla più contro di sé, mentre con l’altra mano seguiva dolcemente il contorno dei suoi fianchi e si insinuava sotto la camicetta, sulla pelle nuda.
Lei gli cinse il collo con entrambe le braccia, passandogli dolcemente le mani fra i capelli, aggrappandosi a lui anche con le gambe, quasi come se il mondo attorno a loro si stesse sgretolando, cadesse rovinosamente in pezzi e l’unica cosa vera che rimaneva fossero il loro amore e quella vicinanza spasmodica e sofferta.
Buffy reclinò la testa all’indietro, porgendogli più agevolmente il collo che lui continuava a baciare, scendendo lentamente verso la scollatura della sua camicetta.
Senza staccarsi da lei, senza smettere di baciarla, Angel gliela sfilò.
Caddero a terra ancora avvinghiati, completamente storditi dal reciproco desiderio.
Gli occhi di Angel scintillavano stranamente.
Improvvisamente sentì le lacrime pungerle le palpebre chiuse, inciampando nelle ciglia morbide.
Non potevano... fermarsi... dovevano fermarsi... l’anima di Angel.... dovevano fermarsi....
Ma la cacciatrice non riusciva a trovare la forza neppure per parlare, totalmente avvinta e persa in quelle sensazioni, in quelle emozioni devastanti che da tanto tempo non provava ma che il suo corpo non aveva mai dimenticato.
Gli apparteneva, e ogni fibra del suo essere ne era dolorosamente consapevole.
Sentì le labbra del vampiro scivolare lentamente lungo il suo ventre e le mani allentare la chiusura dei pantaloni, litigare brevemente con i bottoni e vincerne rapidamente la resistenza.
Silenziosa un lacrima le solcò piano la guancia.
Non l’avrebbe fermato.
Forse era solo egoismo, ma non poteva.
Voleva disperatamente, totalmente, angosciosamente, furiosamente... voleva fare l’amore con lui.. e perdersi in lui.... e annullare il dolore e la sofferenza... e dimenticarsi di sé stessa....per sentirsi di nuovo viva, completa, felice... perché solo lui esisteva... perché lui era con lei, lì, adesso... e lei lo amava troppo. Troppo. Oltre ogni limite.
Angel si rese spaventosamente conto di amarla.
Anima e demone, indistintamente.
La voleva totalmente ,senza controllo, aveva bisogno di lei, come di una droga.
Riprendere possesso di ciò che gli apparteneva, di ciò che era suo da sempre...
Non gli importava più di Spike, o di Riley.... o di chiunque altro ci poteva essere stato nella sua vita, nel suo letto: lei era sua, anima e corpo, e niente contava più.... nessun altro contava.
Il suo profumo.... il sangue che scorreva prepotentemente nelle vene... l’odore della sua eccitazione che gli pungeva le narici... e quella pelle così soffice sotto le sue mani... quel corpo abbandonato fra le sue braccia... i capelli morbidi che gli invadevano il volto... il suo respiro caldo sulla pelle....
Smise di pensare... smise di volere... esisteva solo lei...


Un palpito disperato e fugace di quell’anima soggiogata che albergava in lui gli impedì di morderla.
Si staccò violentemente da lei, quasi potesse restare scottato dalla fiamma ardente della sua vita e del suo amore.
Pericolosa Buffy, come non era mai stata.
Pericoloso quello che sentiva per lei.
Incontrollabile. Indomabile... amore. Terribile segno di debolezza.... Passione. Lei fuoco nelle vene.
Buffy rimase un attimo abbandonata sul pavimento freddo e duro della palestra, ansimante e sconvolta.
Gli occhi chiusi, i pensieri che naufragavano nel mare in tempesta delle sue emozioni.
L’aria fresca e invadente che entrava dalle finestre le sferzava crudelmente la pelle sudata.
La scomodità del pavimento e la temperatura la fecero bruscamente tornare alla realtà.
Adesso le lacrime le allagavano abbondanti gli occhi, annebbiandole la vista, ma rimanevano prigioniere dietro le sbarre delle ciglia.
La paura le attanagliò la gola, artigliandole il cuore, mentre scariche di adrenalina pura le schizzavano in circolo.
Aprì gli occhi, sollevandosi a sedere e cercando il suo compagno in giro per la stanza.
Angel era ad alcuni metri di distanza da lei, non la guardava, si stava infilando i pantaloni.
“Angel...” la voce le moriva in gola “Angel... io... oh, dio Angel, cosa ho fatto? Angel rispondimi, ti prego, sei ancora tu? Io... mi dispiace... io... ho perso il controllo... noi non... adesso non importa... dobbiamo andare da Giles... e Willow e forse loro... oh, dio la tua anima! Io...”
Sopraffatta dalla paura e dalla terribile agitazione, che le faceva tremare le mani, si fermò un attimo.
Angel non le diede il tempo di proseguire.
La voce calma e controllata.
Un sorriso leggero che gli piegava le labbra.
“Non mi sembrava che ti facessi tutti questi scrupoli per la mia preziosa anima fino a qualche minuto fa!”
Buffy accusò il colpo, piegandosi su se stessa.
Il mondo le crollò addosso, aveva appena ritrovato l’unico uomo della sua vita, e l’aveva perso, per colpa sua!
Era solo colpa sua!
Di nuovo.
Le lacrime le si seccarono negli occhi, il cuore agghiacciato in una morsa di gelo.
Chiuse gli occhi solo per un istante e quando li riaprì erano asciutti e sicuri.
Fredda Buffy. Sicura. Ferita a morte. Costruirsi una torre di distacco in cui nascondersi per arginare il dolore.
Allungò una mano verso la camicia di lui a pochi passi da lei e se la infilò.
Alla sua si erano strappati i bottoni quando gliel’aveva tolta.
Gesto meccanico, inseguendo una calma che non era possibile.
“Angelus.”
Lui la guardò fissa negli occhi, inchiodandola a terra con quello sguardo.
E le sorrise.
“No, amore. Mi spiace deluderti. Avresti preferito?”
Veleno contro di lei. Dentro di lei.
Per parlare la ragazza dovette domare il fremito violento che le scuoteva le labbra.
Si avvicinò a lui di un passo.
“Angel?... Cosa sta succedendo? La maledizione, tu non....?”
Capire. parole razionali, semplici, che potessero spiegarle.
Mettere a tacere l'anima che le urlava dentro. Frenare le emozioni che la squassavano violentissime.
Lui non le diede particolare ascolto.
Si aggirava nervoso per la palestra, come se stesse cercando qualcosa.
“Possibile che non ci sia neanche un pacchetto di sigarette qui in giro??!”
Lei lo guardò stranita.
“Angel...?”
La sua voce solo un sussurro in udibile.
Il vampiro si voltò di scatto verso di lei, una