Oasi di Djanet

Djanet, che i francesi chiamavano Fort Charlet, ha circa ventimila abitanti. È una vasta oasi ai piedi del Tassili d'Ajjer, a mille metri sul mare. Se Tamanrasset è entrata nel mito sahariano, Djanet è da sempre nella storia come uno dei centri più importanti per l'incontro delle carovane. Nucleo commerciale, quindi, con forti scambi etnici. Qui si trova di tutto, dai tuareg degli Ajjer, ai molti arabi, ai neri provenienti dal Niger. Una volta abitavano quartieri separati, secondo le varie etnie, ora la popolazione si è molto mischiata e la cittadina vive in una sorta di caos povero al quale il turismo offre un rifugio economico ma, come ormai troppo spesso accade, anche molti svantaggi ambientali ed etnici; la natura è in degrado e la gente sta perdendo le proprie tradizioni, avvilita dall'incontro con stranieri che ostentano, anche senza volerlo, ricchezze e portano con loro attrezzature mai neppure pensate nella zona. La parte più interessante è legata alla montagna, case di fango e di pietra, vicoli che si rincorrono e, sotto, il palmeto e i giardini. E al centro dell'oasi un "souk" (mercato) animato, squillante di voci, pervaso da odori di spezie, dove acquistare ottimi datteri, tessuti e oggetti di artigianato tuareg.
Djanet è diventata famosa per il grande museo all'aperto che si trova nelle vicinanze: un'immenso numero di graffiti e di pitture rupestri che si possono visitare ma solo attraverso l'agenzia nazionale del turismo o le agenzie private che hanno ottenuto i permessi relativi. Non è più possibile, da tempo, recarsi da soli a caccia di graffiti, scoprirli nei terribili silenzi, dove anche la caduta di un ciottolo risuona con un fragore incredibile. Del resto i visitatori sono cresciuti a dismisura e, in qualche modo, è giusto difendere lo straordinario patrimonio artistico della zona.

 

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Foto Hoggar

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