HOME

 

 

 

spazio tempo conoscenza
per conoscersi meglio...

'Spazio', 'tempo' e “conoscenza' sono parole familiari e tuttavia, in quest'ordine, il loro significato tende a sfuggirci sempre più. Nel linguaggio comune lo 'spazio' è inteso come un'estensione continua, vista come un

vuoto o come un contenitore di cose, siano esse granelli di polvere, am­massi di galassie o addirittura l'universo intero. Il 'tempo' è vagamente interpretato come un passaggio dal passato al futuro, o un veicolo en­tro il quale gli eventi assumono una certa direzione, per cui parliamo

del fluire o dello scorrere del tempo, o della nostra consapevolezza matenuta nel e attraverso il tempo. Ma questa interpretazione contienetroppe contraddizioni per avere una qualche utilità. Con la 'conoscen­za' le cose. vanno anche peggio: la possiamo intendere come familiarità

acquisita con l'esperienza, come estensione delle informazioni di una

persona, come comprensione teorica o pratica, o anche, se l'individuo

è incline al filosofare come ciò che non è semplice opinione. Tuttavia questa sottile distinzione tra conoscenza e opinione fa immediatamente sorgere una minaccia molto reale alla nostra abituale familiarità, perché

può darsi che la nostra familiarità con le cose non sia níent'altro che un'opinione che la conoscenza dovrebbe combattere e superare. Ma se la vittoria fosse semplicemente un'opinione diversa, sotto mentite spoglie?

 Certo, dobbiamo liberarci dai vincoli impostici da proprietà così

familiari come la “durata', le 'dimensioni' e la 'posizione', che troviamo nelle cose dell'universo e in noi stessi. Sembra che in qualche modo que­ste proprietà siano il tessuto dell'universo

(contrapposto al limbo soggettivo delle cosiddette qualità secondarie) e considerandole in questa maniera le abbiamo rese astratte, indipendenti dalle cose di cui sono le proprietà. e' vero che ci siamo liberati dal familiare, ma ci siamo legati all'astratto, o, come qualcuno ha preferito definire questo nuovo vincolo,

all'assoluto (con o senza lettera maiuscola):

Non c'è la minima differenza tra l'essere legati da una catena d'oro o da una fune di paglia.

un'affermazione sfrontata e pungente: ma se demolisce delle nozioni cui siamo affezionati, ci invita anche per tutto il tempo a un esame approfondito delle nostre idee. Pongo l'accento su “tutto il tempo', nel presupposto che il significato della parola “tempo'“ ci sia già noto. La storia dimostra che, nonostante i continui sforzi per rendere più chiari i nostri concetti, non siamo stati avveduti per tutto il tempo e spesso abbiamo semplicemente sostituito l'oro alla paglia.

 

Sino a un'epoca non molto lontana pensavamo che lo spazio fosse assoluto, che comportasse una gerarchia di posizioni con la terra e l'uomo al centro dell'universo. Un'osservazione più accurata fece la prima vittima. La terra non era più al centro dell'universo e, a rendere maggiore la sconfitta, risultò che le 'cose' che si vedevano muovere nello spazio e attraverso lo spazio erano 'luoghi' simili a quelli abitati dall'uomo. Quali conseguenze ne dovessero derivare per la tanto amata centralità dell'uomo lo cominciamo a vedere soltanto ora.

 

Malgrado le disavventure in cui era incappata la nostra adorata terra, persisteva l'idea di uno spazio assoluto. Newton avanzò l'ipotesi che lo spazio fosse una sostanza con un'esistenza indipendente (espressione che in parole povere sta semplicemente a designare I' 'assoluto') e che attraverso questo tipo di spazio muovessero i corpi materiali e le radiazioni. Ma la sostanza suggerisce un medium, anche se si sostiene che è invisibile. Questo medium ubiquitario e ipotetico, chiamato etere ‑ una specie di fluido che riempirebbe lo spazio intero concepito come immobile nella sua splendida assolutezza ‑ non fu mai trovato. A parte l'illogicità di tale assunto, stando al quale esisterebbe qualcosa che riempie qualcos'altro ‑ e da cui deriva la necessità della nozione di 'dimensione' (mentre non c'è niente a cui lo spazio assoluto si possa paragonare) ‑ la sua assenza provocò un altro infortunio. La fisica newtoniana ricevette un fiero colpo dal quale non riuscì a riprendersi. Si dovette abbandonare il quadro che essa offriva dello spazio, e per inciso anche del tempo, (al di fuori del suo ristretto campo d'applicabilità) quando Albert Einstein avanzò la sua specifica teoria della relatività, che nega esplicitamente l'esistenza di qualsiasi punto fisso di un qualsiasi spazio assoluto.

 

Gli scienziati moderni concepiscono ora lo spazio insieme alla materia come costituito di più livelli strutturali. Sono proprietà dello spazio la continuità, la dimensionalità, la coerenza e l'orientabilità, note come caratteristiche topologiche. Inoltre, esso possiede altre caratteristiche matematiche, come dimostrano i vari sistemi di coordinate: cartesiane, cilindriche, sferiche, polari. La nostra capacità di costruire spazi matematici con proprietà diverse da quelle che crediamo abbia lo spazio “reale” è quasi illimitata. Alcuni di questi spazi (matematici) con proprietà metriche come la distanza e l'angolazione furono già esplorati dagli antichi geometri greci, le cui scoperte furono formalizzate negli assiomi e nei teoremi di Euclide. Sino a quando non venne formulata la particolare teoria della relatività era largamente diffusa l'opinione che l'universo fosse uno spazio metrico, ottemperante alle leggi della geometria euclidea. In effetti tale opinione non era che la continuazione dell'assunto della terra piatta e delle superfici poco estese per le quali è valida la sola geometria euclidea. Oggi solo pochi fanatici ostinati credono nel valore esclusivo della geometria euclidea. Molti scienziati ora ritengono che lo spazio sia curvo e che la sua superficie possa essere sferica (curvatura positiva) oppure concava (curvatura negativa).

 

Il destino subìto dalla nostra nozione di spazio, inteso come una specie di contenitore illimitato e statico, uno scenario tridimensionale recintato per ogni visibile accadimento, non ha risparmiato la nostra nozione di tempo, anche se essa è stata ed è fondamentalmente diversa da quella di spazio. Se lo spazio è, o sì pensava che fosse, “immobile”, il tempo è sempre stato raffigurato come una corrente che avanza precipitosamente, senza interruzione. Questa corrente la sì è legata indissolubilmente alle (cose che capitano'. Ma all'analsi approfondita queste cose sono risultate nient'altro che istanti puntualì o eventi. Così il tempo (e ciò che esso trascina con sé) è di fatto 'sostanziato' e assunto subito come un assoluto. Questa tesi venne chiaramente formulata da Newton allorché introdusse il tempo come un parametro nelle leggi della fisica, e fu costretto a porne in risalto l'uniformità e l'universalità (assolutezza), e a fare emergere la precisione del suo fluire in avanti. Il concetto newtoniano del tempo poggiava decisamente sulla nozione della simultaneità di due eventi separati. Ma noi oggi sappiamo che la simultaneità non è una proprietà assoluta che gli eventi posseggano, bensì una conseguenza del modo in cui lì osserviamo. Dunque la simultaneità è relativa e il tempo assoluto di Newton non ha senso come non ne ha il suo spazio assoluto. Pertanto non c'è alcun motivo che ci impedisca di sbarazzarci delle catene di questi assoluti. Ma facendolo badiamo a non crearci nuovi vincoli: forse che le catene dorate sono migliori di quelle di paglia, tranne che per l'aspetto più elegante?

 

Un corollario della nozione del tempo inteso come corrente che muove precipitosamente in avanti era l'assunto dell'istante presente che fugge, reso ben presto assoluto come un' “ora“. il quale veniva costantemente spostato dal passato al futuro. Tuttavia il significato di 'passato' futuro' non è stabilito semplicemente a livello superficiale (psicosomatico anche), cosa più importante, a livello più profondo (ontologico 'non più' e il 'non ancora',sta possiamo dire, tra l'eternamente e l'altrettanto eternamente assente 'zona di tempo' chiamata

un ora'. Entrambi i livelli della psicologia e dell'ontologia sono esclusi dalla descrizione dello spazio, del tempo e dello spazio‑tempo dataci dai matematici e dai fisici. La descrizione del tempo da parte dei matematici è assai simile a quella dello spazio: spazio e tempo non sono che aspetti di un'unica struttura chiamata 'spazio‑tempo'. Nella descrizione dell'universo a opera dei fisici non solo manca completamente l'universale 'ora' in movimento, ma non c'è alcuna disposizione che riguardi il fluire del tempo né, implicitamente, un ora in movimento.

 

Sembra che le nozioni di spazio e di tempo, così caratteristiche dell'esperienza che abbiamo di noi stessi e del nostro mondo, siano state apprese accumulando riflessi e operazioni per distinguere i vari 'oggetti', uno dei quali è lo stesso “soggetto', che appare subito tanto diverso dal resto del mondo e tuttavia è completamente inserito in esso. Perciò lo sviluppo o il rovesciamento di queste nozioni, per quanto sia stato spettacolare, è avvenuto al livello di quella che potremmo definire la fase terminale di un lungo processo o alla superficie di un oceano sinora ampiamente inesplorato, di profondità assolutamente ignote. La riluttanza ad ammettere la 'mente' o I' “esperienza' o I' 'intelligenza' ‑ tutti concetti vaghi ‑ nell'ambito delle scienze “rigorose' ècomprensibile, ma è necessario sottolineare Che quanto più tali scienze si isolano dalle loro fonti e si limitano ai 'puri fatti', tanto maggiori sono le possibilità che riemergano quelle speculazioni a briglia sciolta e quelle sciocche superstizioni che si ritenevano ormai messe al bando: strana maniera di creare nuove catene (le chiameremo catene di plutonio?).

 

La riluttanza sopra citata, che tanto spesso diventa aperta ostilità, è dovuta principalmente alla generale nebulosità di termini come “mente”, " “conoscenza”, “esperienza”, “coscienza”, “spirito” e dei loro sinonimi, usati spesso in modo assolutamente indiscriminato. Le teorie che si occupano di ciò che si intende con tali termini si dividono normalmente in due gruppi: da un lato il dualismo di mente e corpo; dall'altro il monismo ríduttivo con le sue suddivisioni in un materialismo e in un panpsichismo altrettanto riduttívi. La loro preminente debolezza sta nel fatto che esse avanzano delle risposte prima ancora d'essersi poste delle domande.

 

L'ambiguità della parola “esperienza” può essere interpretata come indicazione dell'orientamento o verso l'oggettività assoluta (una strada seguita dal naturalismo ríduttívo), o verso la soggettività assoluta (perseguita dall'idealísmo deduttivo). L'una nasconde il soggetto, l'altra nasconde l'oggetto; comune a entrambe è la falsa dicotomia di soggetto e oggetto. Ma I' 'esperienza' precede la distinzione tra soggettività e oggettività, tra interno ed esterno, perché essa non è né un soggetto né un oggetto, e non ha né un interno né un esterno. In effetti l'esperienza non è una cosa, e tanto l'interiorità del soggetto costituente o lo tra scendente, quanto l'esteriorità dell'oggetto costituito, sono ritardatari L'Io trascendente è un postulato ‑ come lo sono lo spazio e il tempo assoluti ‑ e ha solo un'applicazíone limitata nel miope pensiero figurativo, come la geometria euclidea nelle superfici poco estese. L'esperienza., che rifiuta di sottostare a qualsiasi riduzionismo e che quindi non può essere equiparata a una fonte epistemologica trascendente (l'Io delle filosofie trascendentali) o a un fondamento metafisico (l'assunto dell'anima‑sostanza proprio della metafisica), è nondimeno la fonte di nozioni interpretative tra le quali “spazio' e 'tempo' risultano essere le 'forme d'orizzonte' dell'esperienza stessa. Qui lo “spazio' è orientabilità senza un centro prestabilíto, e il 'tempo' una struttura ritensivoprotensíva di cui I 'ora' è l'operazione unificante. Le qualità caratteristiche della 'presenza di un soggetto' e della 'presenza di un oggetto' risultano da una costruzione (tematica) più tarda. Benché sia ovunque presente come 'forme d'orizzonte', che sono limiti allegramente imposti, l'esperienza (in quanto fonte continua) non si esaurisce mai.

 

L'esperienza reca in sé la connotazione della conoscenza che, occorre sottolinearlo, è il fondamento, se non il sinonimo, dell'intera vita (quale la 'conosciamo'). P, anche il modo in cui essa si manifesta, cioè si cala nello spazio e nel tempo. Essendo un processo più che un'entità statica, la conoscenza corre sempre il pericolo d'essere in disaccordo con se stessa assumendo concretamente le proprie operazioni intenzionali e ‑ ancor prima di scivolare nella rigidezza di un “qua'‑soggetto e di un 1à'‑oggetto ‑ di dare di sé una falsa immagine che è di fatto la fonte di ogni dualismo. Tuttavia questa falsa immagine è conoscenza, ma non è né insight che s'imponga né 'Grande Conoscenza'. Varia con gli umori del 9 tempo' perché segue la moda e quindi il suo tempo non è il 'Grande Tempo'. Il campo d'azione ('spazio') che assegna a se stessa è una limitazione e quindi non è il 'Grande Spazio'. In realtà, dal punto di vista di questa conoscenza 'inferiore' spazio e tempo non sono altro che 'pezzi', cose separate' che vengono laboriosamente intrecciate in un tessuto spazio‑temporale. Ma questa unificazione rimane instabile ed è seriamente minacciata da nuove informazioni.

 

~ Non dobbiamo attenerci al presupposto per cui distinguendo tra 'conoscenza inferiore', che si rivela inevitabilmente tanto limitata quanto ttiva, e 'Grande Conoscenza', che ha un effetto liberatore perché a ogni tentativo di restringerla o ridurla alle banalità dell'opinioci troviamo a che fare con proprietà inconciliabili o con “cose' seda un abisso invalicabile. La 'Grande Conoscenza' abbraccia la a inferiore' di cui pertanto può 'vedere' (e quel che più conta le limitazioni, mentre la 'conoscenza inferiore' non può far nul Volendo usare un linguaggio figurato, la 'Grande Conoscenza' gioca con se stessa a mosca cieca. Ma nulla le impedisce di togliersi la benda dagli occhi e di procedere in piena consapevolezza. Oppure possiamo dire che la 'conoscenza inferiore' è simile a una vista difettosa (miope), senza vedere 'cose'. Certo, questo è un linguaggio paradossale, assolutamente incomprensibile a quanti lo vogliono intendere alla lettera: proprio per questo costoro non hanno nulla su cui ironizzare e non riescono a cogliere la ricchezza dell'Essere come dinamica dell'intreccio di spazio, tempo e conoscenza.

 

Il passaggio dalla 'conoscenza inferiore' alla 'Grande Conoscenza' non comporta una nuova teoria della conoscenza e delle sue manifestazioni, che non sono tanto accadimenti, quanto l'Essere come conoscenza, spazio e tempo, sempre presente ma mai come cosa. Questo passaggio non costituisce neppure un nuovo modello epistemologico. R la reintegrazione della capacità di vedere, che come tale non nega né assolutízza.

 

Ecco dunque lo scopo di queste considerazioni: ristabilire la capacità di vedere, e gli esercizi graduati che esso presenta sono un mezzo terapeutico per raggiungerla. Il lettore che mediterà su queste pagine sarà profondamente grato a Tarthang Tulku per averlo stimolato a pensare e a vedere di nuovo.

 

HOME

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1