Annibaldo De Ceccano e Simone Martini

 

Corrado BELUOMO ANELLO

Avignon

 

Sappiamo che il celebre pittore senese Simone Martini giunse probabilmente a Avignone intorno al 1333-34 e qui muore nel 1344. L’epoca del suo arrivo sembra confermata dalla datazione dei sonetti LXXVII e LXXVIII dei Rerum vulgarium fragmenta di Francesco Petrarca, collocata tra il 1335 ed il 1336, nei quali l’aretino lo saluta come nuovo Policleto o Pigmalione per aver egli ritratto il volto di madonna Laura. Molti sono coloro che sostengono che sia stato il cardinale Jacopo Stefaneschi, grande figura di mecenate, a chiamare il pittore ad Avignone e ad incaricarlo della decorazione del portico della cattedrale Notre Dame des Doms.

Su una delle sue pareti Simone Martini avrebbe raffigurato un San Giorgio, con il suo cavallo bianco, la lancia con la quale uccide il drago e libera una principessa. L’affresco portava un’iscrizione di quattro versi :

 

Miles in arma ferox captare triumphum

Et solitus vastas pilo transfigere fauces

Serpentis totum spirantis pectore fumum

Occultas extingue faces inbellis, Georgi.

 

Questi versi secondo la tradizione avignonese sarebbero stati presi in prestito dall’opera di Petrarca. In realtà si leggono nel codex di San Giorgio (Ms. Vat. Saint-Pierre C 129, ff. 81v-82) e sono quasi certamente dello stesso Jacopo Stefaneschi. E’ dunque lui che li avrebbe fatti mettere, dato che gli stemmi che li circondavano e che portavano le sue sei lune crescenti erano i suoi. Ma gli stemmi sono descritti da un’altra quartina che nomina come donatore non già lo Stefaneschi ma Annibaldo Ceccano e gli attribuisce le lune crescenti[1]. Sappiamo che il cardinale Ceccano aveva aggiunto le sue armi a quelle di suo zio. Il suo stemma portava dunque oltre all’aquila anche le lune crescenti. Evidentemente se questa quartina si sbaglia circa  il nome dell’artista che viene chiamato Memmi (Lippo Memmi è il cognato di Simone), tuttavia l’indicazione araldica agisce di sorta che non possiamo escludere la possibilità che Annibaldo abbia potuto essere colui che ha portato a termine l’opera cominciata o, addirittura, che sia stato lui a commissionarla. Di questo affresco, visibile secondo le testimonianze sino agli inizi del 1800, sfortunatamente non rimane più nulla se non una bella leggenda : quella che per molto tempo ha visto nei tratti di San Giorgio il volto del Petrarca e, naturalmente, in quelli della principessa vestita di verde i tratti di Laura. Più tardi questa principessa è stata identificata con santa Margherita per via della presenza del drago, uno degli attributi della santa[2].

Simone Martini esegue per il portico due altri affreschi : il timpano triangolare che mostra un Cristo benedicente, ed una lunetta posta al di sopra della porta di ingresso della cattedrale . Ci soffermeremo su quest’ultima. Essa contiene una Vergine con Bambino con la quale Simone Martini rivoluziona l'iconografia mariana inaugurando un nuovo tipo, quello della Madonna d’umiltà, semplicemente seduta per terra e non più su un prezioso trono, ma tuttavia di una estrema nobiltà. Intorno alla Vergine, il cui viso chinato verso il bambino Gesù prende un sentimento dolcissimo, addirittura malinconico, si trovano due angeli che sorreggono dietro di loro un drappeggio.  L’angelo di destra lo sorregge con entrambe le mani, quello di sinistra lo tiene con una sola mano e con la destra mostra il donatore.

Chi è questo donatore ?

Enaud nel suo Simone Martini à Avignon (in "Les monuments historiques de la France" 1963), ha immaginato l’artista senese  sulle sue impalcature « dans la chaleur de l’étè de 1341 vraisemblablement » (p. 135). Sappiamo che il cardinale Stefaneschi muore all’inizio dell’estate di quello stesso anno, esattamente il 23 giugno ; pertanto non possiamo accettare tale data come quella di realizzazione dell’opera, ma possiamo avanzare l’osservazione che l’artista può aver cominciato la sua opera l’anno prima (1340), o ancora l’anno dopo (1342) o addirittura nel 1343. Se accettiamo le ultime due date il cardinale che avrebbe commissionato l’affresco sarebbe Annibaldo Ceccano e il ritratto in ginocchio davanti alla Vergine sarebbe il suo. Il Dykmans avanza, allora, due ipotesi egualmente probabili. La prima, Stefaneschi ha commissionato, e Annibaldo ha fatto completare e pagato (sia con i denari dell’eredità dello zio di cui era esecutore testamentario, sia con i propri ). La seconda, Annibaldo è stato il donatore ed è lui che vediamo orante ai piedi della Madonna[3]. Le due ipotesi sembrano, a parer nostro, trovare ulteriore conferma nello studio che Enaud ha fatto sui quattro studi preparatori (uno direttamente sul muro, tre su intonaci sovrapposti) eseguiti da Simone Martini per l’affresco della lunetta prima di giungere all’opera definitiva. Nella fase numero quattro, quella in cui  l’artista, su una base di intonaco di circa 3 mm, riporta minuziosamente tutto il disegno e unicamente in « sinopia », appare qualche pentimento proprio al livello della testa del donatore. Secondo lo studioso essa è stata modificata su richiesta dello stesso Stefaneschi ; ma si potrebbe azzardare l’ipotesi che, essendo questi morto nel frattempo, Simone Martini l’abbia sostituita con quella del nostro Annibaldo Ceccano.

Un’ultima osservazione potrebbe essere fatta a favore del cardinale Ceccano donatore dell’opera. Si tratta del Polittico Stefaneschi, conservato nella Pinacoteca Vaticana realizzato da Giotto verosimilmente nel 1313 o immediatamente dopo su richiesta di Jacopo Stefaneschi -rappresentato due volte o addirittura tre se si considera la figura contenuta nella miniatura del polittico stesso- e considerato di « importanza capitale per la storia della pittura italiana del XIV secolo »[4]. I vari studiosi –tra cui il Dykmans[5]- hanno da sempre sostenuto che la donazione fatta dallo Stefaneschi di questo polittico maestoso destinato alla più grande chiesa pontificale, la cattedrale di San Pietro a Roma, riveste un significato politico : Stefaneschi esprimeva, oltre al suo attaccamento personale alla ‘città eterna’, la sua volontà e quella degli altri cardinali italiani che il papato ritornasse finalmente alla sua sede leggittima. Alla luce di tale affermazione ci sembra difficile accettare e capire che proprio lui che aveva inoltre commissionato la celebre Navicella sempre per la cattedrale di San Pietro e si era interessato all’arte al servizio della basilica di San Paolo fuori le Mura, abbia voluto dotare Avignone, Babilonia usurpatrice della sede apostolica, dell’opera di uno dei più grandi maestri della scuola senese !


[1] La quartina  ci è stata trasmessa dal marchese di Cambis-Velleron, nei suoi Annales d’Avignon, manoscritto della Biblioteca Requien :

Pictor meraris (mirare) manus. Celeberrimus arte

Mennius hoc magni munere duxit opus.

Scilicet Annibalis fuit (sunt) haec pia dona Secani

Vrnis (Huius) sex lunae cornua stemma docent.

Cf. Achard, Notes sur quelques anciens artistes d’Avignon, Carpentras, 1856, p. 5.

[2] Notizia d’opere di disegno, edizione Morelli, Bassano, 1800, pp. 18, 19, 130 ; edizione Frizzoni, Bologna, 1884, p. 50.

[3] M. Dyckmans, Le cérémonial papal …, Roma, 1977-81, II vol., p. 92.

[4] Redig De Campos, Restauro del trittico Stefaneschi di Giotto, in Mitteilungen des Kunthistorischen Institus in Florenz, 17, 1973, p. 325.

[5] M. Dykmans, cit., pp. 83-84.

 

 

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