2.11) L'ACQUA POTABILE


Anche le modalità di alimentazione d'acqua potabile necessaria per gli usi di casa e per le pulizie personali di un tempo meritano di essere ricordate. Pochissime case d'abitazione erano dotata d'impianto idrico interno. Nel capoluogo l'acqua era approvvigionata mediante i classici secchi in rame, di solito portati a spalle usando un'asta ricurva di legno (il "bigol"), dai pochi fortunati che erano allacciati all'acquedotto comunale, prelevandola dal rubinetto del cortile e da tutti gli altri attingendola dalle cinque fontane pubbliche poste rispettivamente in Piazza Duomo, all'incrocio fra Via Nazionale e Rimembranza, a quello tra Via Roma e Giovanni XXIII ed infine in fondo alle Vie Roma e Garibaldi. Tutte le fontane pubbliche fatta eccezione per le due di Via Rimembranza e Giovanni XXIII, erano munite di vasche, alcune delle quali molto grandi e belle, che erano giornalmente usate dagli agricoltori per abbeverare le mucche della stalla facendo loro attraversare, tutte in fila, il centro del paese.


Fontanella Via Roma

La fontanella in Via Roma all'incrocio con via Piave

Un'altra veduta della fontanella in Via Roma all'incrocio con via Piave con una querese con le vesti d'epoca: è Marietta, la nonna di Alessandro, Remo e Gino.

La casa sullo sfondo è l'abitazione di Angelin per molti anni il calzolaio ufficiale di Quero

Piazza Duomo

La fontana-abbeveratoio di Piazza Duomo in una vecchia foto. Le donne portano i secchi d'acqua con il "bigol"

Anche la casa dove io sono nato ed ho trascorso la mia gioventù era priva di allacciamento idrico e la mia famiglia doveva quindi rifornirsi d'acqua con i secchi riempiti nella fontanella di Via Rimembranza posta a circa 200 metri di distanza. Un bel giorno, essendo il Municipio stato dotato di un rubinetto esterno posto nella corte che confinava con quella della mia casa, mio padre ha ottenuto, pagando il canone annuale fisso pari a quello dei normali utenti che allora erano tutti privi di contatore dell'acqua consumata, la concessione ad attingervi l'acqua per tutti gli usi domestici. Ciò, oltre costituire un grande beneficio in quanto evitava ai miei familiari e a mè stesso i viaggi quotidiani col "bigol" alla fontanella, dette origine ad un caso curioso e fortuito che salvò la vita alla giovanissima figlia del segretario comunale che, nell'immediato dopoguerra, abitava nell'appartamento sito all'ultimo piano del Municipio. Mio padre in autunno, alcune settimane prima dell'epoca nella quale faceva il vino nuovo, soleva mettere, vicino al rubinetto del municipio dove rimaneva per più giorni colmo d'acqua, un grande tino a "stanzarse" cioè ad assumere, grazie al rigonfiamento che subivano le doghe di legno quando venivano imbevute d'acqua, la tenuta stagna necessaria per l'uso. Un giorno la bambina affacciandosi alla finestra della sua camera, sita proprio sopra il tino, è precipitata nel vuoto compiendo un volo di quattro piani che l'avrebbe portata a sicura morte se fortuna non avesse voluto che essa andasse a cadere proprio nel mezzo del tino la cui acqua ne ha attutito l'impatto e limitato i danni alla sola rottura di una gamba!
E' l'esempio classico di un beneficio indiretto, quasi una insperata ma giusta ricompensa, derivata da un'azione generosa quale è stata quella di un ente pubblico, il Comune in questo caso, che ha accolto una richiesta che sicuramente esulava dai suoi compiti specifici, per rifornire una famiglia d'acqua potabile prelevandola dall'impianto idrico della casa comunale. Io credo che ai nostri giorni una richiesta del genere non solo non sarebbe accolta ma non sarebbe nemmeno pensabile!
Nelle quattro frazioni di Quero, tutte prive d'acquedotto, le modalità da seguire per l'acqua a domicilio erano diversificate. Schievenin poteva disporre di un facile attingimento essendo attraversato dalla fresca acqua del torrente Tegorzo. Al Carpen si trovava invece il Bocadon, un'apertura nella roccia assomigliante appunto ad una grande bocca, dalla quale sgorgava, per alcune settimane successive alle piogge, dell'acqua potabile di cui poteva servirsi la popolazione usando i classici secchi e bigol. Nei restanti periodi il Bocadon era asciutto e l'operazione diventava molto difficoltosa dovendo allora far ricorso al fiume Piave per il cui accesso bisognava usufruire di un ripido sentiero lungo non meno di mezzo Km. La situazione di S. Maria era simile a quella del Carpen con la differenza che al posto del Bocadon si trovava una piccola sorgente non perenne, sita nei pressi di Castelnuovo.
Essa esiste ancora e molti queresi vi ricorrono ancora oggi per le doti di salubrità che, a detta di molti, essa possiede.


Osteria S.Maria

In quegli anni l'acqua era scarsa ma non le "ombrette" di vino delle numerose osterie. Nella foto l'osteria della frazione di S. Maria

Un'altra famosa osteria: la locanda Curto sita di fronte alla stazione ferroviaria di Quero-Vas

Altra caratteristica che differenziava S. Maria dal Carpen, era la minor distanza dal fiume Piave nonchè la presenza di uno dei classici pozzi in muratura ad uso però della sola famiglia del casello ferroviario.
Sembrerà impossibile ma allora l'acqua fluente di Piave e Tegorzo era fresca e perfettamente potabile. Lo testimonia il fatto che, durante le nostre nuotate sia nel filone del Piave e sia nei piccoli laghetti che si formavano subito a monte delle rudimentali briglie delle rogge del Tegorzo, usavamo dissetarci bevendo tranquillamente la stessa acqua entro la quale ci stavamo esibendo con vigorose bracciate tese non tanto a farci progredire nello sport del nuoto, che ci era poco congeniale, quanto piuttosto a produrre il calore necessario per farci vincere il freddo intenso trasmesso al nostro corpo dal mezzo gelido su cui eravamo immersi.
A proposito della difficoltà d'approvvigionamento d'acqua segnalo come a S.Maria siano state fatte, con esito nullo, delle ricerche d'acqua sorgiva sulla base delle indicazioni di una rabdomante napoletana. Era l'anno 1951 ed io, appena divenuto geometra, lavoravo presso lo studio di un ingegnere di Belluno che interpellava spesso questo personaggio, una specie di pulcinella incartapecorita che, senza peraltro alcuna conferma reale almeno negli esperimenti ai quali ho assistito anch'io, pretendeva di scoprire l'esatta ubicazione e la profondità sotto il suolo delle vene d'acqua. La procedura era la seguente. La rabdomante percorreva il territorio da esaminare seguita dal sottoscritto munito di picchetti e cordella metrica. La presenza di acqua veniva segnalata dagli intensi sussulti che assalivano la rabdomante. Era quello il segnale per piantare il primo picchetto nel mentre lei proseguiva nel cammino e nei tremolii. Come questi ultimi cessavano io dovevo piantare il secondo picchetto che indicava la fine della zona attiva. Avveniva allora la misura della profondità cui si trovava l'acqua. Determinato con la fettuccia metrica la mezzeria tra i due picchetti la rabdomante vi si poneva con una gamba sollevata. Il via al cronometro era dato nel preciso istante in cui, stabilito il contatto con il suolo appoggiando il secondo piede a terra, la maga cominciava a sussultare violentemente. Dalla durata dei sussulti, accuratamente misurata dal sottoscritto, ed utilizzando una formula segreta, veniva determinata la profondità cui spingersi con lo scavo per trovare l'acqua. Nel caso di S. Maria tale misura venne definita in quattro metri. Il risultato reale fu diverso: venne praticato, completamente a mano, uno scavo di oltre sei metri senza trovare una goccia d'acqua!
Come ho già detto non erano infrequenti gli insuccessi! Una volta, eravamo d'inverno in Alpago, faceva molto freddo e la maga non funzionava a dovere. Sono intervenuto personalmente a rimetterla in sesto con un gran falò in aperta campagna ottenuto bruciando interamente uno di quei covoni che vi si trovavano sparsi ovunque per conservare le canne di granoturco ma il risultato fu sempre disastroso: costruimmo un pozzo in muratura di profondità doppia rispetto a quanto previsto dalla rabdomante senza trovare acqua! .
Torniamo in tema. Molto più grave era la situazione idrica della frazione di Cilladon. Non essendoci nè sorgenti nè corsi d'acqua la sola risorsa di quella frazione era rappresentata dall'acqua piovana raccolta ed immagazzinata con sistemi diversificati a seconda dell'uso. Quella per scopi potabili proveniva dai tetti delle case ed era accumulata in vasche interrate di muratura. Quella necessaria per abbeverare gli animali della stalla si raccoglieva per ruscellamento superficiale in grandi depressioni a forma di calotta sferica (le pose) opportunamente scavate nel terreno e rese impermeabili dalle foglie e dagli altri materiali fangosi che attraverso gli anni si erano depositati nel fondo. Dopo qualche settimana dall'ultima pioggia, esaurita l'acqua potabile delle vasche interrate, bisognava sostituirla con quella delle pose diventata ormai di colore giallastro per la presenza di rospi e di una miriade di piccolissimi insetti che si muovevano con strani movimenti a scatto nella stessa acqua usata per scopi alimentari.


continua

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