2.13) LA GIUSTIZIA
Per introdurre un argomento difficile
da trattare come i modi di amministrare la giustizia durante l'ultimo
mezzo secolo, evado momentaneamente dal territorio di Quero e
racconto quanto accadutomi a Belluno dove risiedevo, nei giorni
feriali, per lavoro. Nella pensioncina, che mi ospitava tra l'altro
assieme a due noti personaggi cioè Antonietta di Quero
e Gianfranco di Mel diventati poi importante membro della DC Bellunese
la prima e deputato a Roma il secondo, c'era anche Gino, un tipo
spassoso.
Un giorno Gino mi fece conoscere una sua vecchia
zia molto povera che viveva di stenti ma in grande serenità
in Via Mezzaterra a Belluno in un misero appartamentino sito in
alto sotto i coppi. Egli avrebbe voluto regalare alla zia un fornellino
elettrico di quelli rotondi con la resistenza a spirale in vista
che le sarebbe stato utile per molti usi di cucina. Non lo poteva
fare per non aggravare, con il maggior consumo di corrente elettrica
che il fornellino avrebbe provocato, il suo magro bilancio. Aveva
però notato che i due fili in rame che, privi di rivestimento
isolante, fornivano la corrente elettrica agli appartamenti di
via Mezzaterra, correvano paralleli e ad una distanza di una ventina
di centimetri l'uno dall'altro proprio sotto la finestra della
cucina della vecchia zia. Mi chiese quindi come si poteva fare
per aiutarla. A Quero, nella falegnameria di mio padre, costruii
allora un attacco formato da un asse di legno massiccio e pesante
della lunghezza di una trentina di centimetri e munito inferiormente
di due piastrine di rame collegate ad un cavo elettrico, ben protetto
da isolamento esterno, che attraversava l'asse di legno tramite
un forellino posto nella sua mezzeria per potersi poi collegare,
verso l'alto, al fornello. Consegnato l'attacco alla zia che lo
battezzò subito con il nome de "l'arte" le spiegammo
come fare e cioè sporgersi alla finestra e, tramite il
cavo, calare "l'arte" fino ad appoggiarlo trasversalmente
ai due conduttori elettrici stradali lasciandovelo in quella posizione
di collegamento con la linea elettrica per tutto il tempo che
le serviva. La gioia della zia che, nella sua ingenuità
non aveva idea di che cosa fossero la corrente elettrica e le
regole per il suo uso, fu grande. Quando andavamo a trovarla ci
diceva: un momento che attacco " l'arte" e vi faccio
il caffé!
L'uso del fornello, pur se attuato con modalità così
singolari, andò bene, come mi è stato poi riferito
da Gino, per un paio d'anni durante i quali era diventato per
la vecchietta una piacevole consuetudine. Poi la "SBIE"
Società di distribuzione dell'energia elettrica bellunese
ne venne a conoscenza e mandò due incaricati nella casa
a verificare. Come entrarono e si qualificarono, lei, come d'abitudine,
disse: aspettate un momento che attacco l'arte e vi faccio il
caffé, facendo seguito, di fronte agli attoniti funzionari,
con l'abituale procedura elettrica! Le modeste condizioni economiche
e l'ingenuità del personaggio fecero però breccia
nel cuore degli incaricati i quali, d'accordo con la direzione
della locale società elettrica, usarono la massima clemenza
limitandosi a requisire l'originale attrezzo impedendo soltanto
alla vecchietta di continuare nell'uso dell' "arte".
Interessante rilevare come, in tutta la vicenda della zia di Gino,
trovi conferma un aspetto della comunità di allora che
arrivava a giustificare azioni tutt'altro che lecite come quella
descritta che costituiva un vero e proprio furto di energia elettrica
a fronte della necessità impellente di far fronte ai problemi
troppo grandi che assillavano tutti come poteva essere, nel caso
particolare, la grande povertà in cui versava la zia di
Gino. Ne è riprova il fatto che il nostro gesto, allora
raccontato ad Antonietta e Gianfranco cioè ai due personaggi
prima citati e che, sia per il posto che occupavano nella società
sia per il loro alto valore morale, avrebbero dovuto biasimare
il nostro operato ma che invece lo condivisero in toto. In maniera
analoga tutta la vicenda seppe ottenere, come già detto,
anche la comprensione dei funzionari incaricati del controllo
tanto da indurli a non comminare alla vecchietta la sanzione di
rigore. Ancora più importante rilevare come nei tempi moderni
accada, paradossalmente, proprio il contrario. Le illegalità
di modesta entità, essendo facilmente comprovate perché
commesse da gente semplice e priva di particolari protezioni,
sono oggi punite con grande severità nel mentre i grandi
e grandissimi illeciti, ivi compresi quelli che vanno sotto il
nome di tangentopoli o addirittura gli assassini, spesso mascherati
da torbide azioni politiche, restano impuniti.
Guai a chi, per sopravvivere, ruba le galline ! Troverà
un apparato giudiziario severissimo!
Da segnalare, tra molti, due esempi che calzano a pennello. Quando,
nel 1997, dei bontemponi hanno scalato il campanile di S. Marco
a Venezia, hanno compiuto un'azione illecita che è poco
più di una goliardata. Il loro "carro armato"
l'ormai famoso "Tanko" era nient'altro che un camion
agricolo malamente camuffato con delle lamiere e con una bocca
da fuoco ( un cannone o un lanciafiamme? ) che in realtà
era uno spezzone di tubo d'acquedotto. Come li hanno arrestati,
senza fatica perchè l'unica loro arma era una vecchio mitra
arrugginito che non poteva assolutamente sparare, li hanno trovati
in possesso di alcune fette di polenta, una bottiglia di grappa
(la sgnapa) ed un compasso. Mi sono sempre chiesto cosa se ne
facevano del compasso in cima al campanile! A mio avviso se li
avessero condannati a tre mesi di prigione per far capire che
azioni di quel genere non devono essere fatte, avrebbero fatto
bene. Invece hanno imposto loro di scontare una pena durissima,
spropositata se paragonata al poco male compiuto.

Ora il Tanko è stato ricomprato
all'asta per 7000 Euro da un comitato che pensa di esporlo nelle
fiere a ricordo di quella epica vicenda. Ma all'asta aveva partecipato
anche il sindacato di polizia che disponeva di 1800 euro per comprarlo
allo scopo di dimostrare che " è più efficiente
di certi nostri mezzi". Come si vede siamo sempre in tema
di goliardia.
Dall'altro lato c'è l'esempio di coloro che avrebbero abbattuto
(sembra proprio si tratti di un abbattimento volontario!) l'aereo
di Ustica con morte di un'ottantina di innocenti, nel quale si
è fatto di tutto per nascondere la verità e lasciare
che gli autori di quell'autentico crimine girino impuniti!

Mi preme segnalare, pur se relativo ad
anni successivi rispetto a quelli specifici della mostra storia,
un altro avvenimento singolare riferito sempre alla giustizia
Italiana e che inciderà profondamente sui queresi. Negli
anni 1973-1974 Quero sarà investito da una miriade di cause
penali per abusi edilizi commessi in tutto il territorio comunale.
Il modo di fare dei queresi un po' leggero nel rispettare le leggi,
sicuramente contemplava delle irregolarità nelle molte
costruzioni edilizie realizzate in quel periodo, ma dai casi sporadici
effettivamente verificatisi fino ad arrivare a svariate centinaia
di cause penali su una popolazione totale di Quero pari a circa
2500 persone, a mè sembra una enormità. Prova ne
sia che, dopo un lungo periodo tragico passato dalla quasi totalità
della popolazione imputata di veri e propri delitti con sequestro
di uffici e documentazioni varie, un bel giorno si decise di metterci
una pietra sopra chiudendo l'intera questione con un nulla di
fatto. C'è stata però una persona che ha dovuto
sopportare il peso dell'intera operazione ed in modo così
pesante da comprometterne la salute. Si tratta di Gigi, allora
sindaco di Quero, primo imputato di tutte le centinaia di cause
e che sicuramente avrebbe meritato una riconoscenza migliore da
parte della popolazione alla quale, grazie a lui, è stato
data una facoltà di costruire così ampia da provocare
il citato intervento della magistratura. Come dicevo la parte
peggiore è toccata sopratutto a Gigi che, è questo
un aspetto importante, non ne ha ritratto alcun beneficio economico
personale ma solo danni soprattutto alla sua salute che da quel
periodo in poi è risultata gravemente compromessa. Personalmente
voglio qui ringraziare Gigi, venuto recentemente a mancare, per
tutto quello che ha fatto per Quero e quindi anche per mè.




Il quadro finale della giustizia italiana
visto attraverso le esperienze di un piccolo paese qui raccontate,
ha una base a tinte fosche con molti casi di mala gestione che
in questi tempi rimane impunita nel mentre sono i piccoli reati
a trovarvi giudici severissimi. Ben diversa la situazione di un
tempo qui rappresentata da episodi di piccola entità ma
sufficienti per mettere in risalto un diverso e più umano
modo di concepire ed applicare le leggi.