2.2.7) VORTICOSE DISCESE IN BICICLETTA
Volendo descrivere un altro passatempo
poco ortodosso cui dedicavamo parecchio tempo, si potrebbe parlare
delle discese in bicicletta da Quero al ponte di Fener caratterizzate
da una risalita, per molteplici versi, assai originale. Noi giovani,
percorsa a folle velocità la ripida e tortuosa discesa,
allora completamente priva di traffico veicolare, per risalire
in paese restavamo in tranquilla attesa di un camion che, a causa
della forte pendenza della strada e della scarsa potenza del motore
data dalla scadente qualità di carburante utilizzato e
cioè dal gas assai povero ricavato, tramite una particolare
combustione, da comune legna da ardere, percorrevano il ripido
tratto a bassa velocità. Diventava quindi per noi estremamente
facile rincorrere con le nostre bici l'autocarro e, aggrappati
al suo cassone posteriore, farci trainare dal ponte sul Tegorzo
di Fener fino alla chiesa di Quero cioè per tutta l'estensione
della salita. Una volta arrivati al culmine aveva immediatamente
inizio una nuova spericolata discesa. Il ciclo si ripeteva più
e più volte. Assai spesso quelli da noi utilizzati per
il traino erano camion addetti al trasporto della frutta che viaggiava
contenuta entro cassette di legno prive di alcuna protezione.
Era quella l'occasione buona per un abbondante rifornimento di
mele, pere, arance e, alcune volte durante le torride estati,
di angurie e meloni che, per il loro notevole ingombro, ci costringevano
a sospendere il viaggio e, seduti sull'erba, consentivano di dissetarci
con questi ottimi e incautamente approvvigionati frutti. Il colmo
si verificò quando uno di questi ultimi, sfuggitoci di
mano, cominciò a rotolare lungo la strada provocando l'arresto
del veicolo da parte del camionista e l'immediata fuga salvatrice
dei ladruncoli con abbandono del bottino. Particolarmente ambito
era il rifornimento, attuato sempre con le modalità descritte,
di una bibita, la gassosa, che oltre che a spegnere la sete, offriva
un'altra importante possibilità. Il contenitore era infatti
costituito da una bottiglia in vetro con il collo tappato da una
pallina anch'essa di vetro di circa un centimetro di diametro
spinta lungo il collo stesso dalla pressione interna del gas sciolto
nella bibita. Una volta bevuto il contenuto, ricuperavamo la pallina
rompendo la bottiglia che di norma si sarebbe invece dovuta restituire
al rivenditore, per utilizzarla nei nostri giochi, ad esempio
quale ottimo proiettile per la fionda.
Anche questa pratica ciclistica non fu priva di cattive conseguenze.
Una malaugurata volta Lino, che successivamente eserciterà
per molti anni la professione di barbiere a Quero, decise di fare
la discesa portando nella sua bici anche l'amico Gino, con drammatiche
conseguenze. La eccessiva velocità acquisita dal velocipede
a causa del maggior carico, lo rese assolutamente incontrollabile
ed i due, non riuscendo a compiere correttamente l'ultima curva
a 90 gradi che in fondo alla discesa immette nel ponte sul torrente
Tegorzo, saltarono invece il parapetto di quest'ultimo compiendo
un volo di oltre 10 metri. Salvarono la vita per miracolo ma non
la gamba destra di Lino che portò rigida e dritta per tutta
la vita. Uno strano destino aveva accomunato questi due amici
che, poco tempo dopo, moriranno ambedue ancor giovani e, sia pur
in circostanze diverse, a pochi giorni di distanza l'uno dall'altro.
Infatti Gino venne colpito alla testa durante il lavoro dalla
mortale caduta di una pietra non più di una settimana dopo
aver lasciato il cantiere del Vaiont in cui prestava la sua opera
per venire a Quero al funerale dell'amico e compagno di sventura
Lino.









