2.7.1) LA CARESTIA DI LAVORO E L'EMIGRAZIONE - SECONDA PARTE



Citerò, ma sarebbero molti i nomi
da riportare perché costituiscono un vanto dell'Italia
riconosciuto in tutto il mondo, soltanto la diga di Kariba in
Rodesia con la quale si è sbarrato un grande fiume, lo
Zambesi, e quella del Vajont tristemente nota per la tragedia
dove, nell'ottobre 1963, hanno perduto la vita 2000 persone alcune
delle quali queresi.
Da riportare, al riguardo, quanto accaduto ad Albino, un bravo
querese che faceva parte di quel cantiere. Il lunedì immediatamente
precedente al giorno della tragedia, non si sentì di andare
come il solito a lavorare per uno strano presentimento di pericolo
grave di cui, inascoltato, aveva fatto cenno anche al responsabile
dei lavori. Cosa insolita per una persona corretta come lui, si
fece dare dal medico sette giorni di malattia. Questa decisione
lo turbò molto: gli sembrava di aver compiuto una frode
avendo inventato una malattia che riteneva inesistente. Era questo,
per Albino, un comportamento assolutamente inammissibile. Quando
dopo pochi giorni venne a conoscenza dell'accaduto, e si rese
conto di essersi salvato da sicura morte per una coincidenza al
di fuori da ogni logica ma che aveva chiaramente preavvertito,
restò tanto impressionato da perdere per sempre la serenità.
Sentiva, per il sotterfugio messo in atto nel mentre tanti suoi
colleghi erano periti nell'espletamento del proprio dovere, un
senso di colpa tanto grave da condurlo addirittura a prematura
morte.
Da ricordare anche Mario, per il quale
chi scrive nutriva una buona amicizia, e che nei grandi cantieri
ricopriva posti di responsabilità ma che non ha assistito
alla tragedia del Vaiont nel quale ha lungamente prestato la sua
preziosa opera perché trasferito per tempo in un altro
cantiere. Vi è successivamente tornato per seguire i lavori
di sistemazione della diga danneggiata dal disastro per mancare
dopo qualche anno stroncato da grave malattia.
. 









Nel lasso di tempo relativamente breve
che intercorre dall'epoca degli avvenimenti di cui si parla per
arrivare a quella attuale, anche i cantieri di costruzione delle
grandi opere come quelle in argomento hanno subito una profonda
trasformazione. Ad esempio per l'esecuzione dello scavo delle
gallerie viene oggi usata una macchina, la fresa, che perfora
a sezione piena la roccia dell'avanzamento senza che sia necessaria
la presenza di personale all'interno della galleria.

Si tratta di una specie di enorme trapano
(può arrivare anche a 10 metri di diametro), guidato da
un solo tecnico comodamente seduto in ufficio, e che, oltre a
tagliare la roccia, raccoglie tutto il materiale di risulta ridotto
in pezzi minuti, lo trasporta all'esterno e, al tempo stesso,
evita ogni infiltrazione d'acqua in galleria tramite acqua in
contropressione espulsa dall'interno.
Il progresso, come si capisce, è stato notevolissimo. Ove
poi si andasse ancora più indietro con gli anni si vedrebbe
che, solo qualche decennio prima di quei giorni di per sè
molto difficili, non erano disponibili nemmeno l'aria compressa
ed i perforatori, e quindi ogni foro nella roccia destinato ad
accogliere l'esplosivo, era fatto a mano da due operai che, di
tanto in tanto, si alternavano l'un l'altro. Il primo svolgeva
il gravoso compito di percuotere violentemente con una pesante
mazza la testa di un lungo scalpellone, chiamato barramina tenuto
in posizione e fatto continuamente girare attorno a sè
stesso a mano dal secondo che, nel frattempo, si rinvigoriva per
essere pronto a subentrare subito dopo al collega. In questo,
come in molti altri campi, in meno di un secolo la nostra società
è stata oggetto di una vera e propria rivoluzione! Affinché
si possa rendersene conto racconterò come nella falegnameria
di mio padre fosse usata a mò di incudine, per la sua notevole
grandezza, proprio il corpo della mazza da minatore, mazza che
figura, priva del lungo manico in legno, nella foto allegata.
Ebbene, si tratta di un blocco di ferro del peso di ben 10 chili
che il minatore, in quegli anni, faceva roteare come un fuscello
per colpire con violenza, grande rapidità e precisione
la barramina!


I cantieri di costruzione degli impianti
idroelettrici di cui si parla avevano una durata massima di qualche
lustro ed i queresi che vi lavoravano hanno, pertanto, potuto
mantenere i contatti con la terra di origine e, una volta rientrati
stabilmente in paese, creare importanti attività in proprio
con risultati ottimi. Ne é un
valido esempio l'amico Luigi che, tornato dai grandi cantieri
di Kariba ha creato, assieme al fratello Franco una industria
modello che, oltre ad aver dato per molti anni lavoro ad una trentina
di persone, é stata insignita dalla Regione Veneto con
un premio riservato agli operatori economici che si sono particolarmente
distinti.
Da citare anche Tullio che un tempo si dedicava, assieme al sottoscritto,
alla conduzione del proiettore del Prealpi e che, a sua volta
reduce dai grandi lavori di Kariba, ha contribuito in maniera
eccelsa all'industrializzazione di Quero con quella che è,
ancora oggi, la più importante fabbrica di lampadari del
posto.
Altri emigravano in terre lontanissime come le Americhe o l'Australia
da dove non sarebbero più tornati in patria se non per
qualche breve visita fatta molti anni dopo. Fa eccezione a questa
regola il mio amico Mario che, dopo aver creato nella lontana
Nuova Zelanda una fiorente azienda di produzione di pomodori in
serra, è riuscito a trasportarla a Quero e quindi, seguendo
le diverse esigenze di mercato, a trasformarla in una altrettanto
fiorente coltivazione, sempre in serra, di fiori. E' evidente
come sia stata la nostalgia per il proprio paese, molto sentita
da tutti gli emigranti, a convincere Mario a compiere un passo
così determinante e non privo di rischi.





In tema di nostalgia è significativo
l'episodio di un giovanissimo emigrante, Giovanni da Cilladon
che, venuto in vacanza a Quero dopo quaranta anni di Australia
dove si era sistemato ed aveva creato la sua nuova famiglia, incontrandomi
mi chiese: non potremmo recarci a Segusino a trovare " le
tose" come quando vi andavamo tutti assieme in bicicletta
"a morose"? Mi parve cosa naturale rispondergli: Giovanni,
sono passati quattro decenni e "le tose" sono ormai
nonne! La mia prima impressione fu quella di un semplice episodio
curioso da raccontare ai comuni amici per fare quattro risate.
Più tardi, a mente fredda, continuavo a rimuginare tra
mè e mè lo strano comportamento dell'amico domandandomi
se, sotto sotto, non nascondesse qualcosa che mi sfuggiva. Mi
chiedevo: perchè nella mente di Giovanni i due periodi
di vita trascorsi in Italia, quello che aveva davanti agli occhi
e quello antecedente di un quarantennio, si saldavano tra di loro
senza soluzione di continuità e quindi saltando a piè
pari tutti gli avvenimenti che nel frattempo erano accaduti ?.
Solo più tardi riuscii a vederci chiaro. Riuscii cioè
a capire quanto doveva essere costata a Giovanni e, di riflesso,
a tutti i nostri emigranti, la risoluzione del primo problema
che gli si presentava stando lontani dal proprio paese: quello
della nostalgia. Sicuramente il giovane emigrante trovandosi sperduto
in
terra straniera, tra gente così diversa da lui, completamente
solo, aveva dovuto necessariamente cancellare dalla memoria il
ricordo del proprio paese, dei parenti, degli amici, dei castagni
di Cilladon ecc. ecc. In poche parole Giovanni, per vivere serenamente
in Australia aveva dovuto sgombrare la sua mente da tutto ciò
sostituendovi la nuova realtà nella quale doveva immergersi
sempre di più. Senza dubbio deve essersi trattato di un
processo duro, lungo e faticoso ma dal quale, come realmente accaduto,
doveva riuscire vincitrice l'Australia, pena il rientro anticipato
di Giovanni in Italia. In conclusione quella domanda rivoltami
di andare "a trovare le tose" era tutt'altro che ingenua
e ridicola; essa era la prova tangibile ed inconsciamente fornita
da Giovanni della forzata e dolorosa rinuncia, comune a tutti
gli emigranti, del ricordo vivo del paese lontano.
Conoscendo bene la situazione di Cilladon, la bella e piccola
frazione di Quero nella quale a suo tempo Giovanni viveva, mi
rendo perfettamente conto delle ragioni che, a suo tempo, lo avevano
spinto a cercar fortuna nella lontana Australia. Quattro case
sperdute in montagna e prive di tutto, nel vero senso della parola:
niente energia elettrica, né telefono, né mezzi
di trasporto con un'agricoltura poverissima caratteristica di
tutte le aree montane. L'unico collegamento con la vita civile
era stato per Giovanni la scuola che egli aveva frequentato percorrendo
ogni giorno, a piedi, con il bello o brutto tempo, 5 chilometri
di strada per recarsi a Quero. Un elemento positivo, oltre alla
bellezza dei luoghi, era, in quei tempi la produzione di castagne
di ottima qualità. Era in quella occasione che Giovanni
si esibiva nell'acrobatica attività di battitura dei ricci
necessaria per la raccolta dei frutti. Arrampicato assieme al
padre Agostino ad altezze vertiginose sugli enormi alberi con
una lunghissima e flessibile pertica in legno (la inima) percuoteva
, fino a farli staccare dai rami, tutti i ricci. Le oscillazioni
impresse dal giovane alla grossa estremità dove afferrava
l'inima, man mano che la percorrevano in tutta la sua lunghezza,
trovandola via via più sottile e flessibile, diventavano
sempre più ampie fino a trasformarne la punta in una specie
di randello in moto perpetuo che percuotendo in verticale tutti
i frutti, anche se lontani, li faceva cadere a terra dove venivano
raccolti usando, a protezione delle mani, delle forcelle in legno.
Successivamente venivano ammassati nella "rizziera"
cioè in un apposito recinto all'aperto dove restavano,
coperti da uno spesso strato di foglie, per una ventina di giorni
durante i quali i ricci si rompevano provocando la fuoriuscita
e quindi consentendo la raccolta delle castagne.
Sulla apertura dei ricci, che in realtà avviene con un
taglio a croce, mi piace ricordare una favola che la maestra ci
raccontò alla scuola elementare e che ho ancora presente
nella mente nonostante siano passati oltre 60 anni. Diceva la
Rago che in un paesino di montagna come Cilladon, gli abitanti
andarono da un santo uomo che vi faceva vita da eremita per lamentarsi
della povertà che li affliggeva. Gli dicevano: qui non
abbiamo nulla!. Il terreno coltivabile è pochissimo ed
arido. Anche questi enormi alberi non danno alcun frutto commestibile
ma solo dei ricci verdi ricoperti di aculei così pungenti
che non possiamo nemmeno toccarli. Il santo si fece portare un
riccio e lo benedì con un segno di croce. Il riccio si
aprì con due tagli perpendicolari sulla falsariga del gesto
fatto dal sant'uomo che disse: ecco da oggi sarà la croce
ad aprire tutti i ricci per darvi modo di trovare, all'interno,
dei frutti deliziosi e nutrienti!.
Quella che precede è solo una storiella la quale, come
tutte le storielle, non ha alcuna attinenza con la realtà.
Essa però, secondo me, ha un significato ben preciso in
quanto fa capire la religiosità diffusa tra la gente povera
in quegli anni, religiosità tanto semplice ed ingenua da
riuscire a trovare in tutti gli avvenimenti, anche in quello banale
come poteva essere la rottura dei ricci, una relazione diretta
con l'aldilà. Una volta messe tutte le vicende umane nelle
mani di Dio, tutto diventava più facile, si riusciva a
superare le molte avversità della dura vita di quegli anni.
E' evidente il contrasto con la mentalità dei nostri giorni
nei quali si tende sempre di più a credere solo a ciò
che può essere dimostrato dalla ragione. E' altresì
evidente come allora si potesse vivere serenamente pur in presenza
di continue grandi difficoltà materiali e come oggi, nonostante
il grande benessere, si viva, per alcuni versi, peggio di allora.
Tutto questo ragionamento è ben rappresentato da una frase
che ho sentito in perfetto dialetto romanesco durante una recente
discussione sullo scottante tema della fede religiosa e che è
terminata con il seguente interrogativo: "Ma in fin dei conti
che fatica famo a crede'?"
Totalmente diverso il ragionamento che, sullo stesso tema, faceva
il grande giornalista Indro Montanelli quando scriveva: "invidio
coloro che hanno quella fede che a mè non è stata
data!"


Cilladon, per una mera e fortuita casualità,
si trova ancora nella stessa situazione edilizia di mezzo secolo
fà non essendo stato invaso, come la maggior parte del
territorio italiano, da nuove costruzione. Mantiene quindi tuttora
intatta la sua notevole bellezza., oggi facilmente godibile grazie
alle strade di accesso recentemente costruite. C'è un punto,
situato in alto e a picco sopra la stazione ferroviaria di Quero-Vas,
dal quale si domina un lungo tratto del fiume Piave. E' da quel
punto che, in gioventù, ho potuto assistere ad uno spettacolare
fenomeno naturale che mi dicono si ripete spesso e con diverse
modalità. In una giornata piena di sole stavo gustando
con gli amici la splendida veduta, quando si è vista arrivare
da nord una bassa nuvola densa e bianchissima che, illuminata
dal sole, percorreva molto lentamente il fondo valle scavalcando
le case, i dossi del terreno, il ponte di Vas, in breve tutti
gli ostacoli che incontrava lungo il suo percorso, con delle meravigliose
lente cascate di una specie di bianchissima panna montata che
avanzava piano piano e silenziosamente. Sembrava la scena di un
film muto proiettato al rallentatore e dominata dalle nubi nel
loro lento movimento verso sud. Come il fondo valle fu totalmente
sommerso dalla nuvola ci trovammo davanti ad un paesaggio nuovo.
Sparite le strade e le case, avevamo ai nostri piedi un vero e
proprio mare di nuvole bianche dal quale emergeva solo la parte
superiore delle montagne, il tutto illuminato da un sole vivissimo
con un effetto scenico molto bello.
Fosse stato presente l'ignoto autore della storiella sull'apertura
a croce dei ricci avrebbe sicuramente trovato in quella vera meraviglia
il regalo più bello che il padreterno aveva elargito ai,
in questo caso, fortunati abitanti di Cilladon per ricompensarli
della dura vita che stavano conducendo.

In fatto di disoccupazione si distingueva
dagli altri il Comune di Vas che, nonostante fosse il più
piccolo di tutti, poteva contare sulla presenza, all'interno del
suo territorio, di una importante industria come la cartiera,
portatrice di benessere per una vasta area, fornendo occupazione
alla maggior parte dei lavoratori locali ed anche a qualcuno esterno.
L'azienda, in quel comune, godeva di numerosi
vantaggi come la disponibilità di molta buona manodopera
e di un'ampia area attraversata dal "Fium", un rio ricchissimo
d'acqua utilizzabile per le lavorazioni e quindi avrebbe potuto,
con il passare degli anni, incrementare il suo giro d'affari espandendo
il benessere anche nei vicini paesi di Quero e Segusino. Per far
questo avrebbe dovuto seguire i tempi e le regole inderogabili
che li caratterizzavano e, in particolare, l'indispensabile e
continuo ammodernamento di attrezzature e metodi di lavoro
.
Il tecnico addetto alla manutenzione delle macchine era allora Secondo, il bravo elettricista tuttofare che comparirà più avanti nella storia del cinema Prealpi, il quale, ben conoscendo il problema, mi raccontava, preoccupato per il suo futuro, come l'unica miglioria che la proprietà dell'azienda apportava ai macchinari e soprattutto all'imponente nastro metallico flessibile dal quale usciva l'interminabile rullo di carta e che, ormai vecchi, avrebbero richiesto invece di essere sostituiti con altri più moderni e funzionali, consisteva nel potenziamento dei soli motori elettrici che, se da un lato ha provvisoriamente aumentato la produttività grazie alla maggior velocità di rotazione impressa dai nuovi motori, dall'altro ha fatto anticipare ulteriormente la fine della fabbrica, avvenuta nei primi anni 60, per l'intenso logorio cui venivano sottoposte le macchine. Oltre a Secondo lavoravano alla Cartiera di Vas anche Carlo e mia cugina Maria. Sento di dover nominare Maria, assunta in cartiera in sostituzione del fratello Vittorino che, disperso in Russia durante l'ultima grande guerra, ne rappresenta uno degli episodi più dolorosi e commoventi. Io ero ragazzino ma ho ancora davanti gli occhi il giorno antecedente la partenza di mio cugino Vittorino per la guerra di Russia. Era domenica e a Quero c'era la fiera. In piazza Marconi, proprio davanti alla sua casa c'era la giostra a catene. Vittorino continuava a salire e scendere dai seggiolini della giostra passando senza posa da uno all'altro e giustificando questa sua frenesia incontenibile, chiaro indice dell'eccezionalità degli avvenimenti che lo aspettavano, con il fatto che era quello il suo ultimo giorno prima di partire per la Russia e che quindi voleva sfruttarlo in pieno. Da quel giorno di Vittorino non di saprà più nulla. La disperata ricerca di notizie da parte di mia zia Regina, continuate per tutta la sua restante vita ed estese per ogni dove, non approderanno a nulla. Avendola conosciuto a fondo posso dire a ragion veduta che il dolore da lei provato per questo figlio di cui non ha avuto mai più notizia sia quanto di peggio può capitare ad una madre.


Si capisce, dai racconti riportati, che
a Quero, che non poteva contare su alcuna attività simile
a quella di Vas, restavano solo i giovanissimi, alcuni adulti
che vivevano della magra agricoltura locale, qualche artigiano
e le mogli degli emigrati. Si capisce anche quali fossero le caratteristiche
essenziali del piccolo paese: povertà, privazioni ed una
economia spinta fino a rasentare l'impossibile in tutte le spese
correnti nel mentre quelle straordinarie non esistevano proprio.
Valga a tale proposito questo piccolo ma significativo esempio.
Per frequentare le scuole io e mio fratello dovevamo fermarci
tutta la settimana a Feltre ospiti di una piccola ed economica
pensioncina: in pratica l'abitazione di due anziane signore che
vivevano dei magri introiti di tale attività risparmiando,
come detto, in tutto e per tutto ed imponendo, in tal senso, delle
rigide regole anche a noi, loro ospiti. Quella, tra tutte, che
ricordo per la sua originalità ma anche perchè dà
la misura del fenomeno che vado descrivendo è la seguente:
nell'accendere o spegnere la luce ruotare tassativamente gli interruttori
a muro in senso orario al fine di limitarne l'usura e quindi contenerne
le spese di manutenzione. Assolutamente vietato girarli all'indietro!
Credo non sia necessario alcun commento!.
Bisogna aggiungere che la povertà faceva compiere azioni
molto spesso contrarie alle più elementari norme igieniche.
Basterà tra tutte ricordare come molti giovani, non avendo
allora denaro per comprarsi le tanto desiderate sigarette, si
dedicavano alla raccolta, lungo le strade o per terra nei locali
pubblici, delle cicche cioé degli avanzi scartati dai fumatori.
Tolta la carta provvedevano a ricuperarne il tabacco per poi costituire,
accuratamente avvolto con nuove cartine che si potevano acquistare
a modico prezzo, delle rudimentali sigarette immediatamente utilizzate.
Anche in questo settore quali cambiamenti si sono verificati!.
Il problema dei fumatori attuali non è certo quello della
mancanza delle sigarette quanto piuttosto della certezza che il
fumo fa male all'organismo. Mi domando: un tempo era forse giovevole
per la salute fumare le sigarette formate dagli scarti di altri
fumatori, piene zeppe di nicotina e per di più reduci dalla
bocca di sconosciuti forse affetti da incognite malattie ?
continua