2.8.2) GASPERIN
L'officina fabbrile di Gasperin costituiva
un concentrato di ingegno e di abilità artigianale che,
se conservato intatto, potrebbe benissimo figurare nel museo delle
arti e mestieri.

Bisogna tener presente che allorché
Gasperin ricevette l'officina da suo padre Chechi, anch'egli fabbro,
tutti i manufatti in ferro erano ricavati completamente a mano
da metallo grezzo portato al calor rosso nella forgia, il cui
ventilatore era anch'esso manovrato a braccia, e, girato e rigirato
sull'incudine, modellato con ripetuti e sonori colpi di martello.


Il giovane e bravo artigiano, diventato
titolare dell'attività, pensò bene di modernizzare
l'officina dotandola di un'attrezzatura che oggi ha dell'incredibile
ma che in quegli anni destava invece una grande ammirazione. Il
problema di base risultava concentrato nella necessità
di azionare ogni macchina utensile già presente in officina
oppure da installarsi in tempi successivi anche molto lontani,
tramite un unico motore elettrico non essendo nemmeno proponibile
di dotare, come sarà normale alcuni anni dopo, ogni attrezzo
meccanico di un propulsore proprio. La risoluzione del problema
venne trovata tramite un collettore principale, in pratica un
lungo asse rotante disposto, per tutta l'estensione dell'officina,
nella parte alta del muro di fondo allo scopo di ridurre al minimo
gli ingombri, fatto girare vorticosamente dal motore elettrico
sito a pavimento e da una coppia di pulegge con una lunga cinghia
di trasmissione. Il collettore era in grado, mediante altrettante
coppie di pulegge e relativa cinghia di trasmissione, di raggiungere
ed azionare alternativamente, l'una o l'altra di qualsivoglia
macchina utensile comunque disposta nell'officina. La velocità
di rotazione e la potenza impresse alla macchina venivano definite
giocando sui diametri delle due pulegge. Così la mola a
smeriglio ed il ventilatore della forgia che, richiedevano una
velocità elevata ma poca potenza, erano dotati di una grande
puleggia al collettore e piccola in arrivo alla macchina, mentre
per il maglio, che necessitava invece di molta potenza a scapito
della velocità, si notava una disposizione invertita: piccola
puleggia al collettore e grande all'arrivo.
Chiaramente anche la sola messa in moto di una macchina, che ai
nostri giorni avviene con la semplice pressione di un pulsante,
costituiva allora un piccolo problema dato dalla necessità
di allineare, a motore fermo, la cinghia in cuoio sulle competenti
pulegge tramite l'uso di una scala a pioli e di verificarne, a
mano, la funzionalità.
Ad un certo punto in officina fece bella mostra di sè una
attrezzatura che consentiva, cosa impensabile a quel tempo, di
collegare tra di loro in maniera indissolubile più elementi
in ferro: la saldatura autogena con cannello ad acetilene ed ossigeno
in bombole. Vista a posteriori tale modalità fa sorridere
essendo stata totalmente soppiantata dalla molto più agevole
saldatura elettrica. E' vero che unire dei ferri col cannello
significava portarli al calor rosso e quindi provocarvi delle
dannose deformazioni cui doveva rimediare l'artigiano con vera
maestria, si trattò comunque di un notevole passo avanti
considerato che, prima, per saldare tra di loro gli elementi ferrosi
di una certa dimensione come erano quelli in argomento, esisteva
solo la chiodatura che richiedeva la sovrapposizione dei due lembi
da unire, la formazione di una serie di fori ed infine l'inserimento
e ribattitura di altrettanti chiodi a doppia testa di diametro
opportuno e, naturalmente, fatti a mano!
L'interesse e la curiosità che destava l'officina sui clienti
e sopratutto su noi giovani che non trascuravamo di visitarla
frequentemente, era dovuto ad un insieme di circostanze del tutto
particolari date non solo dalle spettacolari, complesse e del
tutto nuove apparecchiature appena descritte ma altresì
dai manufatti che uscivano dalle abili mani di Gasperin, primo
tra tutti il monumentale maglio che egli si era, nei ritagli di
tempo, autocostruito. Si trattava di un'attrezzatura in grado
di sostituirsi alla mazza ed incudine e facilitare quindi la modalità
operativa maggiormente in uso nell'officina. Ovviamente, non potendo
disporre di alcun progetto della macchina né di elementi
teorici di dimensionamento, Gasperin, ben conscio del lavoro gravoso
che essa avrebbe dovuto svolgere, si comportò nell'unico
modo consigliabile cioè nell'abbondare nella consistenza
di tutte le strutture. Ne risultò un monumentale meccanismo
totalmente in ferro che alla sua ottima funzionalità aggiungeva
una spettacolarità molto apprezzata sopratutto da noi giovani
che avevamo seguito la sua costruzione in tutte le varie fasi
durate un periodo lunghissimo. Nonostante i molti anni trascorsi
è ancora viva nella mia mente l'immagine del maglio. Ricordo,
ad esempio, la molla che, in tutte le macchine del genere, deve
essere interposta tra eccentrico di comando e massa battente e
che, per l'occasione, era costituita da una comune balestra a
fogli ricuperata da una vecchia vettura, forse una Fiat Topolino,
disposta trasversalmente e quindi chiaramente visibile sia a maglio
fermo sia quando conferiva alla mazza in rapida corsa la necessaria
libertà di precipitare con tutto il suo peso sul ferro
da modellare. La vista del ferro rosso incandescente che, mosso
velocemente dalle abili mani di Gasperin sotto la rapida successione
di colpi inferti dal maglio, prendeva velocemente forma era veramente
affascinante. Del resto partecipare a tale spettacolo era molto
facile poiché l'officina prospettava direttamente sulla
centralissima Via Roma tramite un largo portone sempre aperto
e valicabile da chicchessia e grazie alla pazienza e cordialità
del titolare che si compiaceva di dare a chiunque tutte le spiegazioni
chieste.
Un'altra opera che dominò per lungo tempo nell'officina
è stata l'aquila semovente in ferro e rame che avrebbe
dovuto ornare uno dei monumenti che un personaggio singolare come
il prof. Bressa e di cui parlerò più avanti, intendeva
costruire sul Monte Cornella.
Al contrario un lavoro che, per il fumo
e l'acre odore di osso bruciato prodotti, doveva essere fatto
in strada era la ferratura dei cavalli. Si poteva allora vedere
Gasperin uscire dall'officina portando con la tenaglia il ferro
di cavallo reso incandescente alla forgia e poi premerlo, ancora
rovente, contro lo zoccolo tenuto in alto dal proprietario dell'animale
legato agli appositi ganci confitti nel muro esterno dell'officina,
fino a bruciacchiarlo per farvelo aderire perfettamente. Il cavallo,
ben conscio del grande beneficio che gli sarebbe derivato dalla
nuova calzatura, se ne stava buono buono accettando volentieri
che i suoi zoccoli fossero incisi a caldo e trafitti dai lunghi
chiodi esternamente ripiegati su sè stessi e che erano
necessari per fissarla in maniera stabile.
Merita anche di essere ricordato un particolare dei manufatti
in ferro che uscivano da officine come quella di Gasperin e che
riguardava il loro modo di conservazione. Un tempo le inferriate,
i parapetti ed anche i piccoli manufatti come i catenacci, i perni
dei portoni e più in genere tutti gli oggetti in ferro
destinati a restare all'aperto e che quindi erano soggetti alle
intemperie, pur non essendo protetti da alcun rivestimento ma
lasciati nello stessa identica condizione con cui uscivano dall'officina
fabbrile, si mantenevano per lunghissimo tempo senza arrugginire
al contrario assumevano, col passare degli anni, un bellissimo
ed inalterabile color ferro opaco. Nell'epoca attuale per proteggere
gli stessi prodotti ferrosi non basta più nemmeno una doppia
mano di colore preceduto da una prima passata di antiruggine.
Un trattamento del genere dura al massimo una decina d'anni dopodichè
comincia ad affiorare su tutta la superficie la ruggine. Ecco
che per evitare l'inconveniente la coloritura deve essere preceduta
da zincatura. Il fenomeno mi ha incuriosito per lungo tempo finché
un giorno sono venuto a conoscerne la causa ponendo il quesito
ad una persona molto anziana che sapevo essere stato un fabbro
all'altezza di Gasperin. Mi ha spiegato che la ragione va attribuita
alla diversa composizione del ferro che nei tempi andati era molto
ricco di carbonio. Tale sua caratteristica facilitava la lavorazione
alla forgia e, al tempo stesso, garantiva la sua buona conservazione
anche se esposto alle intemperie. Quel metallo non viene più
prodotto ed è questa una ragione in più per apprezzare
i vecchi manufatti in ferro forgiato a mano di cui esistono ancora
molti esempi anche a Quero.


Alcuni dei capolavori artigianali
che uscivano dalle abili mani di Gasperin: l'aquila che sarà
installata tra i monumenti del M. Cornella e una coppia di serpenti
in ferro battuto.


Per quanto riguarda la vicenda Gasperin
resta da raccontare la parte meno bella. Col passare degli anni
la sua arte artigianale è stata sacrificata sull'altare
del progresso tecnologico e specificatamente della materia che
più di tutto lo rappresenta cioè della benzina alla
cui vendita, in seguito, si dedicò egli stesso.
Nessuno portava più cavalli a ferrare. Occorrendo un piccone,
un martello, un catenaccio o uno qualunque dei meravigliosi elementi
da usarsi per inferriate, ringhiere, attrezzi di lavoro di qualunque
tipo, non lo si faceva più forgiare a mano da Gasperin
ma lo si comprava in negozio a modico prezzo perchè costruito
in gran serie. Alla fine l'officina fabbrile dovette chiudere
i battenti.
Mi capitò spesso, facendo rifornimento per la mia auto
nel distributore gestito da Gasperin e vedendo il bravo artigiano
impegnato, come sempre con grande serietà, nella nuova
banale attività, di riflettere sui molti guasti che il
progresso tecnologico, per molti versi fonte di grandi benefici
per tutti, per altri lati ha invece provocato. La società
moderna si differenzia da quella di 50 anni fà proprio
in questo: le nuove generazioni riescono a seguire l'incalzare
frenetico delle innovazioni tecnologiche molto meglio di quelle
precedenti perchè non possiedono nulla di tradizionale
che varrebbe la pena di difendere, di conservare così com'era,
ad esempio, la vera e propria arte artigianale di Gasperin. Il
loro patrimonio personale è invece estremamente volatile
destinato com'è ad essere in breve sostituito da quello
nuovo ed incalzante con una progressione di tipo esponenziale
e quindi sempre più rapida. Si potrebbe dire che le nuove
generazioni, quando imparano una cosa nuova, lo fanno col beneficio
dell'inventario in quanto, conoscendo perfettamente la sua provvisorietà,
sanno che non val la pena di approfondirla oltre un certo limite.
Il fenomeno é aggravato dall'eccessivo uso dei telefonini
personali che stà provocando una ulteriore profonda trasformazione
nelle abitudini della moderna gioventù. Oggi non occorre
programmare la propria vita, relazionare, scrivere, organizzare
riunioni per discutere i vari problemi: tutto può essere
sistemato con una telefonata fatta all'ultimo minuto!
Una volta adottate, queste regole diventano una comoda base da
applicare comunque e dovunque, anche se a sproposito e finiscono
quindi per provocare danni irreparabili.
Ne è un chiaro esempio il matrimonio tra giovani che, essendo
considerato fin dal suo inizio anch'esso una avventura momentanea,
transitoria, da prendere alla leggera, finisce troppo spesso per
naufragare.
continua