2.9) I PROBLEMI ENERGETICI
L'uso dell'energia elettrica, al tempo
in cui ci trovavamo, era molto limitato. La popolazione la usava
esclusivamente per l'illuminazione serale, non per niente essa
era definita come "luce elettrica" e non con il suo
vero nome di "energia elettrica".
Sono innumerevoli le funzioni che all'epoca attuale sarebbe impossibile
svolgere senza l'ausilio di tale importante fonte energetica ma
che un tempo venivano, con gran naturalezza, svolte totalmente
a mano.
Ad esempio una essenziale attività domestica che merita
di essere descritta era il bucato. Il suo nome dialettale "lissia"
derivava probabilmente da "lisciva" termine con cui
veniva e viene indicato anche in lingua italiana il liquido giallognolo
di risulta dell'intera procedura. Anche la "lissia",
cioè il lavaggio della biancheria, era fatto senza il consumo
di energia elettrica da parte di quell'indispensabile elettrodomestico
moderno che è la lavatrice ma utilizzando invece le braccia
della massaia e la cenere del focolare con una procedura che costituiva,
senza che ce ne fosse bisogno, una prova in più della validità
della regola allora posta alla base del modo di vivere della gente
comune e che così recitava: in famiglia non c'è
nulla che debba essere eliminato, tutto deve trovare un'utilizzazione,
perfino la cenere che costituisce lo scarto del focolare. A questo
punto balza prepotentemente agli occhi il confronto tra l'ambiente
descritto e quello attuale con il territorio letteralmente invaso
da cumuli di rifiuti urbani che non si sà come smaltire!
Era infatti con la cenere sciolta in acqua bollente e filtrata
attraverso una grossa tela ( il "colador" ) che veniva
trattata la biancheria, stipata entro il mastello, per ottenerne,
dopo una permanenza di una nottata, la pulitura. Il risultato
era condizionato dalla scelta della legna in precedenza usata
per il focolare domestico essendo ben noto che la cenere ottenuta
da alcune essenze, come ad esempio il castagno, avrebbe finito
per macchiare irrimediabilmente la biancheria. Una volta terminato
il rito della "lissia", e aperto il tappo di scarico
del mastello, veniva recuperata la lisciva da usarsi per la lavatura
dei capi colorati, naturalmente fatta a mano ed usando il mastello
di legno e la"tola da lavar".

Il mastello aveva due doghe più
alte delle altre con la parte sporgente forata che, oltre a costituire
i manici da usare per alzarlo o spostarlo, fornivano uno stabile
appoggio alla "tola", superiormente sostenuta dalle
cosce della lavandaia protette in quel punto dagli schizzi d'acqua
emessi dalle energiche operazioni di lavatura tramite un apposito
asse di legno trasversale. Un piccolo riquadro, sempre in legno,
serviva per sistemarvi il sapone affinché non scivolasse
nell'acqua del mastello.

I panni dovevano poi essere tutti risciacquati nelle acque della
roggia del mulino Furlan sito in località S. Valentino
dove la massaia o qualche lavandaia di professione li trasportavano
entro capaci e pesanti ceste portate a spalle con un'asta di legno
ricurvo chiamato "bigol". Anche i due opifici Furlan,
con un complesso e spettacolare insieme di macine in pietra, di
vagli vibranti, di nastri trasportatori e di cinghie e pulegge
disseminati su più livelli e richiedenti una notevole forza
motrice, svolgevano il gravoso compito di macinatura dei cereali
prodotti in zona, generalmente granoturco, senza bisogno alcuno
di energia elettrica ma utilizzando esclusivamente l'acqua del
Torrente Tegorzo opportunamente captata ed addotta al mulino tramite
romantiche rogge. Dava allora spettacolo di sé la classica
grande ruota a pale di legno il cui asse rotante forniva il moto
dell'intero macchinario. Prima di effettuare lo spumeggiante salto
da una pala all'altra l'acqua della roggia era trattenuta da un
sistema di piccoli argini in pietra e paratoie in legno a formare
un laghetto creato per dare, con il notevole volume di acqua ivi
accumulata, la necessaria uniformità di rotazione della
ruota, ma nella realtà costituire, assieme alle anatre
che vi sguazzavano e alla vicina chiesetta di S. Valentino, il
piacevole punto di arrivo di una passeggiata incantevole. La gita
in quei luoghi diventava ritrovo di una gran moltitudine il 14
di febbraio, festa di S. Valentino, quando tra le varie consuetudini
c'era quella delle arance che il locale fruttivendolo offriva
gettandole nella roggia a monte dello stretto e buio cunicolo
sottostante la strada in cui si incuneava l'acqua. I ragazzi si
ammassavano allo sbocco per afferrarle tramite reti e attrezzi
vari ed alle volte anche entrando personalmente nelle gelide acque
non appena esse, galleggiando sull'acqua, spuntavano all'esterno.
Il mulino di S. Valentino non esiste più. L'enorme massa
di materiale di risulta dello scavo della galleria Enel che fa
scorrere l'acqua del Piave ad una trentina di metri sotto i piedi
dei Queresi fino a farla precipitare nelle turbine Francis per
la produzione di energia elettrica della centrale di Fener, ha
inghiottito mulino e dintorni.





L'altro mulino Furlan, sito poco lontano,
è diventato un opificio a cilindri mossi anch'essi da una
analoga turbina e quindi, nell'uno e nell'altro caso, si deve
all'arrivo di quest'ultima importante macchina idraulica, la scomparsa
delle due romantiche ruote motrici a pale. Detto mulino conserva
intatta e attiva la roggia e, all'interno degli edifici che fortunatamente
si trovano ancora nello stato originario, la macina in pietra
e molte altre delle vecchie strutture di macinatura che costituiscono
un importante patrimonio storico. La loro integrale rimessa in
pristino con asportazione della turbina Francis e sua sostituzione
con una ruota in legno identica di quella originale, l'eliminazione
dei cilindri e la riparazione delle norie a tazze in modo da renderle
atte ad innalzare, come un tempo, il macinato fino al secondo
piano, costituisce una operazione tuttora fattibile con una spesa
relativamente modesta e che salverebbe il paese da una grave perdita
come quella cui inevitabilmente sta andando incontro il complesso
ed interessantissimo opificio. Non posso evitare di narrare un
curioso episodio capitato in un'imprecisata data degli anni 50.
Una Società aveva fatto richiesta di concessione dell'acqua
del Tegorzo, allo scopo di costruire una piccola centrale idroelettrica
ma con l'impegno di restituire l'acqua a monte della presa relativa
alla roggia dei due molini e quindi senza modificarne la funzionalità.
La cosa provocò una forte opposizione da parte di uno dei
titolari del mulino il quale sosteneva che l'acqua, essendo utilizzata
più a monte dalla costruenda centrale elettrica, avrebbe
perso la sua forza e quindi non sarebbe più stata in grado
di far girare i due mulini. La stranezza della richiesta, contraria
alle più elementari regole del buon senso, suscitò
molto scalpore tra i funzionari del Genio Civile in sopralluogo
a S. Valentino e al sottoscritto che vi presenziò. Per
fortuna quella richiesta venne respinta per tutte altre motivazioni
e l'impianto idroelettrico non fu mai costruito. Nessuno poté
però cancellare dalla mente di quella persona la convinzione
che la forza motrice fosse insita nelle acque del Tegorzo come
se si trattasse di una potente sostanza chimica disciolta in essa
che, una volta estratta, privava l'acqua di tutto il suo potere.
Anche la parrocchia a Quero svolgeva numerose funzioni che, pur
richiedendo per il loro compimento una notevole forza motrice,
tuttavia venivano portate a termine senza impiego di energia elettrica.
Si trattava innanzitutto del suono delle campane che erano solite
scandire la maggior parte degli avvenimenti sia pubblici che privati
suonando a distesa. Il concerto campanario veniva ottenuto da
tre squille che dovevano essere azionate tirando delle lunghe
funi a mano da noi giovani, sotto l'attenta guida di Alfonso il
campanaro, che ci ordinava :" pian la granda, avanti la medana
ecc" fino ad ottenere la giusta sequenza con adeguati tempi
di rintocco per ognuna di esse. Era un compito che assolvevamo
con entusiasmo per uno scopo ben preciso. Quando ciascuna campana
finiva di suonare dovevamo fermarla letteralmente appendendoci
alla fune che, per la notevole massa in movimento, ci trascinava
verso l'alto con un balzo di alcuni metri a noi molto gradito.
Particolarmente ambita era la campana grande che, dovendo essere
mossa da una coppia di ragazzi per il suo cospicuo peso, era munita
di una fune che nella parte inferiore si biforcava. Il suo arresto
richiedeva uno sforzo notevole cui corrispondeva un salto verso
l'alto che, a seconda dell'abilità del giovane prescelto
per l'arresto, poteva portarlo fino a toccare il soffitto della
cella di manovra sita al piano terra del campanile ed alta oltre
quattro metri.
Al piano superiore del campanile esisteva il macchinario dell'orologio
mosso da una serie di pesi che scendevano piano piano verso il
basso e che Alfonso doveva ogni settimana riportare in alto per
dare la carica atta ad azionare per le successive giornate non
solo le lancette che indicavano le ore ma anche i due martelli
che colpendo la campana grande e quella piccola scandivano con
il loro suono rispettivamente le ore e le mezze ore. La risalita
di Alfonso alla cella campanaria, resa faticosa dalla tortuosa
e stretta scala in legno dell'altezza totale di una trentina di
metri, era ripetuta anche nelle feste solenni durante le quali
le campane dovevano emettere un suono completamente diverso da
quello usuale. Si trattava del "campanò" un'usanza
poi scomparsa perché non esisteva più nessuno disposto
a salire là in alto e muovere sapientemente i vari battagli
fino ad ottenerne, a campane ferme, il festoso concerto! La modulazione
dei suoni era caratterizzata da una continua variazione di frequenza,
di volume sonoro, ed infine di tono, ottenuta alternando dall'una
all'altra le tre campane e variando il movimento e la forza delle
braccia, il tutto reso possibile da tre cordini sui quali si scatenava
Alfonso con una sequenza rituale che marcava piacevolmente le
grandi feste.
Chi salisse oggi nella cella campanaria potrebbe facilmente ricostituire
l'attrezzatura necessaria per il campanò essendo sufficienti
tre spezzoni di corda colleganti ognuno dei tre battagli delle
campane con il rispettivo gancio in ferro conficcato nel muro
e che nessuno, con tutta probabilità, si è preso
la briga di divellere. Quello che manca è lo straordinario
spartito di questo autentico pezzo musicale, che essendo stato
inciso esclusivamente nella mente di Alfonso, con la sua morte
avvenuta nel lontano 1956 è irrimediabilmente perduto ed
anche la ripetizione del campanò una sola volta per poterlo
registrare e quindi conservarne il ricordo o magari per poterlo
riutilizzare in qualche speciale occasione tramite altoparlanti
installati nel campanile, risulta impresa assolutamente irrealizzabile.
Un'altra funzione svolta da noi giovani anch'essa senza consumare
energia elettrica, era quella inerente la produzione dell'aria
compressa necessaria
per il suono dell'organo della chiesa.
Come potemmo constatare in un secondo tempo
quando, per facilitare il compito, abbiamo adottato la tecnica
sicuramente illecita di aprire i pannelli in legno dell'organo
ed agire direttamente all'interno, la grande e faticosa manovella
in ferro che, allo scopo, avremmo dovuto manovrare in coppia,
azionava, tramite un collo d'oca, una mezza dozzina di piccoli
mantici che soffiavano l'aria entro un altro mantice molto più
grande provocando il sollevamento del suo coperchio sul quale
erano sistemate delle grosse pietre. Era quest'ultimo che, abbassandosi
ed alzandosi a seconda del bisogno, alimentava le canne dell'organo.
Il coperchio azionava, tramite una funicella, anche un indicatore
circolare posto in corrispondenza della manovella onde avvertire
i due manovratori della necessità di aumentare o diminuire
la velocità di rotazione. Oggi tutta questa complessa e
curiosa apparecchiatura è sostituita da un grosso ventilatore
elettrico ma per quei tempi rappresentava un problema che, come
accennato, avevamo risolto aprendo i pannelli ed agendo, un paio
di ragazzi per volta e con i piedi, direttamente sui piccoli mantici
posti in basso. Un'idea dell'opera da
loro svolta può aversi dall'immagine del vecchio arrotino
che, lungo le strade del paese e con le stesse modalità,
faceva girare la sua attrezzatura con la pressione alternativa
del piede su un asse di legno. L'impegno dei due ragazzi all'interno
degli armadi consentiva di alleviare il lavoro dell'addetto alla
manovella ma non contribuiva certamente ad una buona conservazione
di quel monumentale organo il cui cuore era frequentemente violato
dalla presenza degli intraprendenti ma, al tempo stesso, sconsiderati
ragazzi. Di recente mi sono recato dietro
l'altar maggiore della chiesa di Quero per rivedere il teatro
dove, sessanta anni or sono, si svolgeva la scena appena raccontata.
Fin dal momento del mio sorpasso della tenda che lo divide dalla
navata della chiesa, mi son reso conto che non esisteva più
la grande manovella in ferro sulla quale si scaricava la forza
delle mie braccia di ragazzino e quindi mancava l'elemento che
più di tutto me lo avrebbe rappresentato. Avvicinandomi
ulteriormente ho però intravisto il foro attraverso il
quale passavano sia la manovella e sia la mia energia di ragazzino
per penetrare nell'organo ed inoltre che esisteva ancora l'indicatore
circolare con le due scritte ad inchiostro, fatte a mano, "pieno"
e "vuoto" che ci informava sulla situazione del mantice
interno.

Il foro e l'indicatore oggi come oggi
non servono a nulla se non per farmi aggiungere una ulteriore
piccola tessera al mosaico della mia vita giovanile che, non senza
commozione, stò mettendo assieme in questo racconto.
Quelli descritti sono alcuni significativi esempi delle usuali
modalità che erano adottate per arrivare a compiere, completamente
a mano, la gran parte delle azioni quotidiane. L'interesse per
l'uso dell'energia elettrica, che nei decenni seguenti si estenderà
a tutti i campi sia del lavoro sia del divertimento con una progressione
incredibilmente rapida, cominciò a diffondersi con il primo
elettrodomestico delle nostre case: il ferro da stiro elettrico.

Fino ad allora la stiratura era fatta
con un analogo attrezzo in ghisa che, una volta riempito di braci
roventi, era deposto fuori della porta di casa con un apposito
"camino" costituito da un tubo in lamiera di circa un
metro di lunghezza che, provocando un tiraggio di aria calda verso
l'alto, ne sveltiva il riscaldamento senza di che la stiratura
non poteva aver inizio. La procedura descritta veniva spesso integrata
da una ventilazione forzata manuale ottenuta facendo oscillare
verso destra e sinistra a mò di altalena il ferro colmo
di braci per attizzarle con l'aria che il movimento alternativo
faceva penetrare attraverso le fessure laterali di cui esso era
munito.
Il ferro elettrico, avendo posto fine a tutti questi complessi
preparativi, si diffuse rapidamente in tutte le famiglie. Esisteva
però il problema delle prese di corrente cui allacciarlo
visto e considerato che in nessuna abitazione tali accessori,
oggi considerati normali, non esistevano proprio essendo gli impianti
elettrici delle case limitati, come già spiegato, alla
"luce elettrica" cioè all'alimentazione di quell'unica
lampada che pendeva dal centro del soffitto di ogni vano.





Gli altri componenti dell'impianto elettrico
stesso, totalmente in vista in quanto non esisteva la tecnica,
oggi normalmente adottata, di incassarli nelle murature, erano
gli interruttori a muro, specie di scatole cilindriche in porcellana
bianca con il comando a rotazione, gli interruttori a peretta
posti in prossimità dei letti ed infine "le valvole",
una scatoletta, anch'essa in porcellana bianca, posta all'inizio
della rete al fine di proteggerla tramite un fusibile del tutto
particolare in quanto costituito da due comuni e sottili fili
in rame che si fulminavano in caso di corto circuito o di assorbimenti
anomali ma che consentivano di rimettere facilmente in servizio
l'impianto e quindi ridare corrente alla casa, essendo sufficiente
sostituirli con un corrispondente filo di rame recuperato da un
qualunque spezzone di cavo elettrico a quei tempi formato appunto
da una dozzina di tali sottili fili accuratamente intrecciati.
Nelle foto allegate è visibile la scatoletta delle "valvole"
aperta per poter notare le quattro viti che, sotto il coperchio,
consentivano di fissare i sottili fili necessari per il ripristino
della corrente. Il conduttore che dal contatore portava la corrente
nelle varie stanze era costituito da una treccia in rame a doppio
filo intreccato, rivestito di tessuto isolante bianco e sostenuto
dai classici isolatori di porcellana fissati con altrettanti chiodi
nell'intonaco o lungo le travi dei solai. Nelle nostre case non
esisteva nessuno altro componente elettrico nè esistevano,
come detto, le prese di corrente necessarie per il ferro da stiro!.
Si ovviò a tale grave mancanza con un accessorio diffusosi
improvvisamente in tutto il territorio nazionale e che oggi apparirebbe
ridicolo: la presa volante. Si trattava di una doppia presa, visibile
nelle foto, e che doveva essere avvitata al posto della lampadina
nel mentre quest'ultima poteva essere rimontata subito a valle
dell'accessorio di cui si parla. L'alimentazione elettrica del
ferro da stiro era ottenuta infilando la spina nella presa volante.
Chi avesse osservato la stiratrice avrebbe visto questo cordone
ombelicale che, al centro della cucina, scendeva dal soffitto
fin sopra il tavolo nel mentre il movimento di va e vieni caratteristico
di tale lavoro, faceva continuamente oscillare di qua e di là
la lampada di illuminazione. Ancora una volta eravamo in presenza
di un accessorio geniale in quanto atto a supplire con una spesa
minima ad una cronica mancanza ma al tempo stesso assai pericoloso
in quanto di punto in bianco affidava al portalampade, nato per
alimentare una lampadina avente al massimo una potenza di 50 o
100 Watt, il compito di collegarsi anche al ferro da stiro venti
volte più potente! La presa volante, inoltre, era doppia
e quindi, in teoria, in grado di alimentare contemporaneamente
due elettrodomestici. Fortunatamente tale operazione, con tutti
i maggiori rischi che ciò avrebbe comportato, era resa
impossibile dal fatto che nelle nostre case non esisteva proprio
alcun accessorio da dover alimentare elettricamente all'infuori
del ferro da stiro! .
Tornando alle vicende di Quero e volendo
ora esaminare gli utenti speciali cioè quegli artigiani
per i quali, contrariamente a quanto prima descritto, era richiesto
un elevato impiego di energia elettrica, si constata come, al
tempo della nostra storia, essi fossero in paese così pochi
da poterli contare con le dita di una mano. Essi erano il fabbro
Gasperin che possedeva mola a smeriglio, forgia, trapano e maglio
mossi elettricamente ed i due forni Favero e Sbrovazzo dotati
di impastatrice meccanica.
Si tratta di attrezzature scomparse da tempo per il cambiamento
radicale che è negli scorsi decenni intervenuto. Completamente
diverso il caso della falegnameria Guerra che, dotata fin da allora
di una mezza dozzina di macchine elettriche, una volta entrata
in possesso di Francesco,
figlio del titolare Giovanin e noto artista Querese, è
stata da quest'ultimo religiosamente conservata e costituisce,
ancora oggi perfettamente funzionante, un vero patrimonio di memorie
dei tempi andati che varrebbe la pena di visitare.



Le riflessioni sui problemi energetici
non possono terminare senza un accenno ai mezzi individuali di
trasporto e cioè automobili e motociclette che oggi costituiscono
uno dei problemi più difficili da risolvere per la difficoltà
di approvvigionamento del petrolio e per altri motivi non meno
importanti relativi all'inquinamento dell'atmosfera e alle difficoltà
di traffico e di posteggio che il grande numero di automezzi sparsi
in ogni dove vi provoca. Ai tempi della nostra storia i veicoli
esistenti erano pochissimi e quindi non si poneva alcuno di questi
problemi, oggi veramente impellenti e di difficilissima soluzione.
Resta solo da augurarsi che le avanzate ricerche in corso in tutto
il mondo portino a rapida ed economica soluzione la produzione
di energia elettrica in quantitativi così rilevanti da
poter soppiantare totalmente l'uso del petrolio e dei suoi derivati
nel mentre è mia opinione personale che lo sviluppo delle
energie alternative oggi tanto reclamizzate come quelle basate
sullo sfruttamento del vento o dei raggi del sole non siano sufficienti
a risolvere il problema a causa dell'enorme quantitativo di energia
attualmente necessaria e per quella, ancora maggiore, che occorrerà
in futuro.
continua