Quero, per la sua posizione nella omonima
stretta della valle del Piave, costituiva militarmente un importante
punto strategico dell'area denominata "Zona operativa del
Grappa", dove si era formato un nutrito "esercito"
di partigiani capitanati da Livio, che sarà poi il personaggio
chiave della nostra storia. Le SS tedesche avevano intravisto
nella villa Forcellini, sita vicino alla Chiesa, la postazione
ideale per installarvi, dopo averla sgomberata dai legittimi proprietari
che dovettero di punto in bianco trasferirsi nella Villa Rossa
di Via Cimitero e dopo aver posto in opera una sbarra di chiusura
e controllo del traffico della adiacente strada Feltre-Treviso,
il quartier generale delle operazioni di rastrellamento di tutta
la zona. Per scongiurare gli attentati dei partigiani essi usavano
la rappresaglia consistente nell'impiccagione agli alberi delle
vie del capoluogo di tre comuni cittadini scelti a caso tra la
popolazione per ogni tedesco ucciso dai partigiani.La tragica
esecuzione era preceduta dal rastrellamento dell'abitato e dalla
requisizione di tutti gli uomini che venivano imprigionati dai
soldati tedeschi nelle scuole elementari senza viveri. Mio padre,
che era allora nel pieno delle sue forze, pe
r sfuggire alla cattura doveva nascondersi ed
aveva a disposizione due nascondigli. Quando era in casa si rifugiava
in cantina, nel mentre noi provvedevamo a mascherare la botola
di accesso con cataste di legna da ardere. Quando invece era al
lavoro nella falegnameria sita in Piazza Marconi, raggiungeva
attraverso i campi l'orto antistante l'edificio che sarebbe poi
diventato cinema e usufruiva dello stretto cunicolo ivi esistente
a confine con una vicina casa dove, mascherato da una fitta siepe
di rovi, restava per tutto il tempo dei rastrellamenti mentre
noi ragazzi curavamo, nei rari momenti di circolazione libera
concessa dal coprifuoco, i collegamenti per tenerlo informato
e portargli quanto gli serviva. Lo stesso servizio era fatto da
alcune volonterose nei riguardi di coloro che erano rinchiusi
nelle scuole e guardati a vista dai gendarmi tedeschi.
Per rendere più efficaci le loro cruente dimostrazioni
i tedeschi usavano far assistere all'esecuzione delle persone
assolutamente innocenti come i bambini delle locali scuole elementari!
Io allora frequentavo la scuola media a Valdobbiadene e quindi
potei evitare questo tragico avvenimento. Non essendo presente
in tutti i piccoli paesi, il sistema di sirene per la segnalazione
dei bombardamenti che solo le città maggiori possedevano
e temendo che le ultime vicende belliche potessero comunque attirare
anche a Valdobbiadene le fortezze volanti con loro tragico carico
di bombe, era stato istituito un altro modo di segnalazione: la
sospensione ad intermittenza della fornitura di energia elettrica
in tutto il paese. Durante le lezioni tenevamo sempre accesa la
luce elettrica e osservavamo in continuazione le lampadine mossi
da due sentimenti contrapposti. Da un lato temevamo molto i bombardamenti
ed i lutti che essi portavano, dall'altro eravamo tutti contenti
perché all'arrivo del segnale ben noto uscivamo immediatamente
tutti assieme dalla scuola per andare a salvarsi o, se vogliamo
essere sinceri a divertirci, in piacevoli scorazzate lungo il
fianco del monte Cesen posto a confine con Valdobbiadene e dove
ci sentivamo al sicuro da ogni pericolo. Completamente diverse
le vicende di guerra vissute in quel periodo da mio fratello che,
frequentando le elementari a Quero, fu obbligato a presenziare
assieme ai suoi compagni ad una di quelle tragiche esecuzioni.
La grande maestra Rago salvò in parte la situazione impartendo
un ordine preciso agli scolari . "Al mio via dovrete tutti
chiudere gli occhi e riaprirli solo quando lo dirò io".
Questa precauzione non impedì che i piccoli vedessero i
poveri resti, ma almeno li protesse dalla parte peggiore dell'impiccagione.
Si tratta di un episodio che è ancora vivo nella memoria
anche se, chi lo ha vissuto, era solo un bambino.

Sono molti gli avvenimenti tragici passati dalla popolazione in quel periodo, tra tutti ricordavo molto bene quello che riguarda Giacomo per l'astuzia ed il coraggio dimostrato nel riuscire a sfuggire ai tedeschi. Per poterlo riportare qui fedelmente me lo sono fatto raccontare dal diretto interessato che lo porta indelebilmente stampato nella memoria. Eccolo.
Nel 1944 i tedeschi stavano per iniziare
il rastrellamento del Grappa volto alla cattura di tutti i partigiani
che si trovavano nelle montagne della zona ed avevano requisito
Giacomo, reduce dalla campagna di guerra iugoslava, ed altri quattro
queresi per costituire, come comunicato alla popolazione e agli
interessati in un pubblico raduno davanti alla chiesa di Quero,
il gruppetto di ostaggi che sarebbe stato fucilato qualora i partigiani
avessero colpito i tedeschi stessi. Occorre premettere che la
famiglia di Giacomo, composta dalla madre quarantacinquenne e
da ben undici figli l'ultimo dei quali di soli tre mesi ed il
maggiore prigioniero di guerra in Algeria, aveva appena perduto
il padre a seguito di una fucilata sparata dalle SS tedesche mentre
stava lavorando nei campi. Ci si può immaginare quali fossero
i pensieri fissi di Giacomo che, essendo il maggiore tra i fratelli
rimasti a Quero, si sentiva investito della carica di capofamiglia
nel vedersi in quella tragica situazione!. Portato a Miane assieme
ad altri malcapitati, non si sa bene per quale motivo, architettò
un piano di fuga straordinario per la sua tempestività
ed intelligenza: chiese di poter fare i bisogni e, non essendo
ovviamente disponibile alcun locale adatto, di poterlo fare nascosto
tra le alte canne del campo di granoturco che si trovava lì
vicino. Arrivare nel canneto e mettersi a correre carponi, velocissimo
e badando di non muovere le canne per non essere scoperto fu la
decisione immediata di Giacomo che riuscì in quel modo
a raggiungere, non visto dai tedeschi, le pendici della vicina
montagna e da lì passare da una altura all'altra fino alle
montagne di Quero, aiutato da qualche contadino che gli dava qualcosa
da mangiare. Rimasto per qualche tempo nascosto riuscì
a tornare a casa quando la situazione si era calmata e finiti
i rastrellamenti. Detto così in breve l'episodio sembra
banale ma non lo è di sicuro se si fa mente locale alla
durezza della SS tedesca armata fino ai denti e disposta per un
nonnulla a sparare e ad uccidere!


Ancora più grave quanto accadde
alla frazione di Schievenin ritenuta dai tedeschi un vero covo
di partigiani. Non solo vi si registrò la fucilazione di
numerosi residenti ma fu l'intera frazione ad essere incendiata
e distrutta!
Completa il quadro della situazione che preludeva agli avvenimenti
di base del racconto, la già descritta carestia che ci
affliggeva. Ricordo in particolare il poco pane comprato con la
tessera e che era nero, immangiabile.
Visto a distanza di tanti anni il ricordo vivo della parentesi
tragica di guerra mi porta a giudicarla un evento assolutamente
improponibile e, in nessun caso, giustificabile per le sofferenze,
i lutti e l'odio che essa porta con sé. La guerra diventa
ancora più tragica ai nostri giorni per i moderni mezzi
bellici dai quali possono derivare immani distruzioni ed inoltre
per quel fenomeno deteriore ed inumano sviluppatosi negli anni
recenti che và sotto il nome di terrorismo, a causa del
quale nessuno sulla faccia della terra, adulto o bambino, soldato
o civile, sano o malato, colpevole o innocente può sentirsi
protetto: essa può colpire a morte chiunque in ogni luogo
ed in ogni momento .
La reale situazione del vivere attuale nei riguardi di un argomento
tragico ed esecrabile come la guerra e soprattutto certe sue deviazioni
come il terrorismo assolutamente inaccettabili per qualunque essere
vivente, sono dimostrazione chiara di un peggioramento morale
subito dalla società intera nell'ultimo cinquantennio quale
non si registra negli ultimi secoli di storia.






