5.1.7) UNA BARCA ORIGINALE
Un
avvenimento che merita ricordare riguarda la barchetta che usavamo
lungo il Piave.
Era accaduto che, nel corso di uno degli ultimi passaggi sopra
Quero delle fortezze volanti americane dirette a bombardare le
vicine città e sopratutto Treviso, nel mentre seguivamo
con lo sguardo le formazioni che avanzano molto lentamente ad
alta quota con un cupo rombo che ci pervadeva di terrore, ci colpisse
la caduta dall'alto di un
oggetto metallico, forse una bomba, brillante
alla luce del sole e che finì nella vicina campagna con
un forte tonfo ma senza esplodere. Con
la nostra solita imprudenza ed ignorando completamente i genitori
che ci avevano messo in guardia sul pericolo che sicuramente presentava
l'oggetto, ci precipitammo in zona e, con nostra grande sorpresa,
trovammo un serbatoio affusolato in alluminio lungo circa tre
metri che, evidentemente ormai inutilizzato, era stato scaricato
dagli aerei. Portatolo prontamente a casa lo trasformammo in una
bella barca asportandone la parte superiore, e quindi cominciammo
a scorazzare lungo il Piave allora molto ricco d'acqua. La nostra
barca poteva portare tre o quattro di noi e, trasportata dalla
corrente molto veloce, farci divertire molto ma, essendo priva
di chiglia, mancava di stabilità e spesso e volentieri
si capovolgeva facendoci entrare tutti in acqua. Era questo un
motivo in più per farci usare molta catela ed in primo
lugo evitare assolutamente le zone in cui il Piave faceva dei
gorghi (i ghirli), pericolosissimi vortici d'acqua nei quali ogni
anno qualche nuotatore non molto esperto moriva annegato.
Ove non avessimo adottata tale importante regola, l'episodio che
stò per raccontare sarebbe sicuramente finito con una tragedia.
Alcuni mesi dopo, a guerra finita, Antonio, un nostro coetaneo
di Alano di Piave insistette tanto e ci convinse di portarlo a
fare un giretto per fargli provare l'ebbrezza della nostra barca
in balia delle onde tumultuose del fiume. Come ebbe luogo l'immancabile
capovolgimento del natante, noi ci affrettammo a raggiungere a
nuoto la riva del Piave trainando la barca ancora sottosopra.
Non appena arrivati a terra, ci accorgemmo che Antonio non sapeva,
come tutti noi, nuotare e che la forte corrente lo stava trasportando
velocemente a valle, senza che il malcapitato riuscisse, ovviamente,
a restare a galla. Non sapendo come soccorrerlo ci limitammo a
seguire la corrente correndo e gridando lungo la sponda sassosa
del fiume. La cosa proseguì per un tempo che ci parve interminabile
tanto da farci temere il peggio per Antonio. Ad un certo momento
accadde un fatto che sà di miracoloso. Fù la corrente
assai impetuosa e ad andamento irregolare che, senza alcun nostro
intervento, parve voler espellere quanto aveva precedentemente
inghiottito e quindi rimandò Antonio verso la riva in modo
che noi potessimo adagiarlo, privo di sensi, sui sassi e praticargli
quel po' di respirazione artificiale, di movimenti alle braccia
e spinte alternate sul ventre di cui sapevamo ben poco ma che
sono state sufficienti per farlo rinvenire e quindi portare a
fine la vicenda nel migliore dei modi. Io credo che Antonio ai
nostri giorni, quando nello svolgimento della abituale professione
svolta in quel di Feltre, compila le polizze con le quali assicura
i suoi clienti contro qualunque genere di rischio, non possa cancellare
dalla sua mente un altro rischio e cioè quello gravissimo
da lui corso nel Piave senza essere protetto da alcuna assicurazione
ma solo dalla fortuna, dal destino, dalla Divina Provvidenza,
comunque si voglia chiamare quel qualcosa che lo ha allora salvato
da sicura morte.

Bepi sta facendo il bagno nel
Piave al "Barchet" di fronte a Segusino. Notare il livello
che normalmente aveva l'acqua in quegli anni.
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