

Berto è un personaggio che merita
una descrizione particolare per le sue straordinarie qualità
e per il ruolo di uomo tuttofare che rivestì nei riguardi
del cinema Prealpi.
E' una persona simpaticissima che nella sua vita ne ha combinato
di tutti i colori, senza che la sua onestà di fondo sia
mai messa in discussione. Berto viveva a Quero con sua madre.
Oltre a partecipare in pieno alla vita della locale gioventù,
Berto aveva uno spiccato senso di avventura che lo portava ad
inventare le cose più strane e grandi che si possano immaginare.
Per tratteggiarne la figura anticiperò un episodio accaduto
più tardi, nel periodo finale della nostra storia, ma che
è molto significativo. Per farlo devo descrivere sua zia
Tecla altro personaggio degno di nota e da tutti conosciuto ed
ammirato a Quero.



La Tecla era una specie di istituzione. Religiosissima e benestante
era un donnone che esercitava, tra l'altro, la professione di
venditrice ambulante di stoffe. Per questo lavoro usava un camioncino
col quale si recava ai vari mercati di Valdobbiadene il lunedì,
Feltre di martedì, Montebelluna mercoledì, Belluno
il sabato. Il camioncino era stato ricavato, come si usava un
tempo, da una normale vettura da viaggio, la Fiat 501, alla quale
era stata tagliata la parte posteriore e, tolti i sedili dietro,
aggiunto il cassone di legno con copertura in tela.





La Tecla, che a quanto mi risulta era
titolare della prima patente di guida rilasciata ad un cittadino
di Quero essendo quella di Giacomo oggi ultranovantenne ma ancora
accanito pilota solo seconda in ordine di tempo, quando partiva
col suo camion era tutta presa. Alla guida, non fidandosi di alcuno,
si metteva lei stessa e non voleva nessuno vicino che la potesse
distrarre dall'importante impegno della conduzione del mezzo.
Gianni, il marito che l'aiutava nelle vendite, durante il viaggio
stava dietro nel cassone seduto su una sedia di legno e riparato
dalla copertura in tela. Il viaggio era assolutamente privo di
rischi non solo perché le strade erano deserte ma anche
perché la Tecla, che pur aveva un mezzo con quattro marce,
per prudenza viaggiava al massimo in terza ed inoltre, altro particolare
degno di nota, dovendo partire presto col buio non accendeva mai
i fari abbaglianti ma solo, per non fare confusione, quelli anabbaglianti.
Se qualcuno la criticava per questa guida del tutto particolare
lei obbiettava: "voi potete dire tutto quello che volete
ma c'è un fatto incontrovertibile: io guido da trenta anni
e non ho mai avuto un incidente". Tutto questo per descrivere
il personaggio che in paese era molto stimato. Chiunque avesse
bisogno di aiuto o di un consiglio andava dalla Tecla. L'episodio,
come detto, è postumo rispetto all'epoca della vicenda
principale. Ci trovavamo, infatti, nel 52 ed io avevo iniziato
da poco la professione di geometra. La Tecla venne da mè
tutta preoccupata e mi disse che suo nipote Berto, allora di 18
anni, ne aveva combinata una di più grossa del solito e,
onde evitargli di finire in prigione, occorreva procurare il denaro
necessario per pagare le spese di processo e l'avvocato che lo
difendesse. L'unica possibilità consisteva nel trovare
da vendere una casa che la mamma di Berto possedeva ma che, al
momento, non abitava. Mi sono dato da fare ed in poco tempo ho
venduto la casa, necessariamente ad un prezzo basso, vista l'urgenza,
e consegnato il ricavato alla Tecla affinché sistemasse
la grave situazione in cui si era venuto a trovare Berto. La sorpresa
fu grande quando vedemmo Berto sfoggiare una bellissima moto Parilla
nuova comprata con quel denaro, essendo riuscito ancora una volta
a ingannare, con l'avallo nientemeno che della Tecla, sua madre.
Quel monumento alla integrità morale e all'arguzia che
rispondeva al nome di Tecla non riusciva però a darsi pace
per essere stato così scalfito. In epoca successiva ebbi
occasione di incontrarla più volte ma da quella bocca non
uscì mai il benchè minimo accenno alla cosa. Erano
gli occhi a mandare verso di mè, nonostante tutto suo complice
nella preparazione del delitto, un lampo improvviso che la diceva
lunga sulla rabbia, e sulla delusione che covavano in lei. Un
giorno, senza dire nè il nome della persona nè l'argomento
cui intendeva far riferimento, quasi tra di noi ci fosse stato
un quotidiano e continuativo commento dell'accaduto che lo manteneva
in evidenza, mi disse: "eppure in lui non c'era né
c'è cattiveria!".
Un'altra volta Berto comprò al bar della Prima, in Piazza
Marconi, un'intera confezione di Boeri, un particolare cioccolatino
con il manico che prometteva dei premi agli acquirenti. La confezione
consisteva in una specie di albero fatto in modo che ci si potesse
servire da soli e scegliere il cioccolatino vincente. Portata,
di nascosto della Prima, la confezione nel suo alloggio sito al
soprastante primo piano e fatto con la pazienza del caso un invisibile
foro dal basso, Berto introdusse in ciascun cioccolatino dei potenti
lassativi che mio cugino Nino aveva, d'accordo con Berto, sottratto
nella farmacia di suo padre. La confezione di boeri rimessa al
suo posto sopra il banco del bar a disposizione gratuita di tutti,
in breve tempo fu esaurita ed iniziò immediatamente a far
effetto sui malcapitati che ne avevano fatto uso. Sono facilmente
immaginabili le scene dovute alla improvvisa e violenta dissenteria
generalizzata che nessuno sapeva spiegare ad eccezione di Berto
che ne traeva motivo di grandi risate.
Tornando all'epoca della nostra storia, era Berto che, invece
di andare come il solito in bicicletta, riusciva spesso a farsi
accompagnare da Gigi, il figlio del locale veterinario, nel giro
di tutti i paesi per affiggere i manifesti del cinema, con la
macchina che Gigi riusciva ad usare, pur essendo privo di patente
di guida e all'insaputa del padre che mai gli avrebbe dato il
proprio consenso. Si trattava di una vettura bianca a due soli
posti decappottabile e con due sedili aggiuntivi accessibili posteriormente
e al di fuori della capote di tela previa apertura di un apposito
portellone. Accadeva allora di vedere Berto seduto tutto tronfio
in questa specie di bagagliaio esterno all'abitacolo con colla,
manifesti e pennelli girare di paese in paese e Gigi che ostentava
un mezzo così ambito com'era l'automobile. Le scorribande
di Gigi cessarono del tutto e, per la distribuzione della reclame
si dovette tornare alla bicicletta, poco tempo dopo quando Gigi
pensò di far provare la guida a mio zio Mario col quale
era in grande amicizia. Per evitare di farsi notare in tale pericoloso
esperimento, essi scelsero una strada fuori mano com'era la Via
Cimitero sennonché mio zio, nella sua scarsa pratica, giunto
al bivio che porta dal Cimitero all'ossario tedesco, non riuscì
ad imboccare con precisione la rampa discendente della strada
in quel punto molto stretta e la vettura, con le due ruote destre
posizionate sulla pianeggiante via Cimitero e quelle sinistre
sulla rampa di discesa per l'ossario, finì per capovolgersi,
fortunatamente senza alcun danno ai due occupanti. Si trattò
di uno di quegli avvenimenti che riuscivano a rompere la monotonia
del paese contribuendo a far adirare ancora di più il veterinario
di per sè molto collerico. Lo spettacolo per i molti curiosi
accorsi prontamente era dato non solo dalla visione, assolutamente
inusitata, di una vettura capovolta, ma sopratutto dal veterinario
che, per dar maggior peso alla sua violenta collera, urlava stando
inginocchiato per terra.

