
La macchina da proiezione era una straordinaria
e, allora, moderna Cinemeccanica IVB, ma, per l'eterna esigenza
di economizzare nelle spese, era priva di tutti quegli accessori
di automatizzazione del funzionamento che potevano essere sostituiti
da azioni manuali. Ad esempio una delle funzioni basilari per
la proiezione quale era la creazione del fascio luminoso, veniva
attuata con una procedura del tutto particolare. Era normalmente
svolta da una coppia di carboni, ciascuno della lunghezza di circa
una trentina di centimetri, vicini e contrapposti l'uno all'altro
e tra i quali si veniva a formare un arco voltaico fonte di luce
intensissima. I carboni, alimentati dalla corrente continua prodotta
dal gruppo convertitore, erano destinati a consumarsi rapidamente
per cui era necessaria una continua azione di avvicinamento che
normalmente veniva svolta da un'apposita apparecchiatura automatica.
Non così nella cabina di Quero in quanto, trattandosi appunto
di un'operazione ritenuta con una buona dose di faciloneria superflua,
doveva essere fatta totalmente a mano. Ed eccone la modalità.
Innanzitutto nella lamiera posteriore della lanterna dove aveva
luogo la combustione dell'arco voltaico, era stato praticato un
forellino del diametro di circa un millimetro attraverso il quale
le due estremità dei carboni fonte di luce luminosissima,
proiettavano una loro nitida immagine sul muro della cabina dove
due tacche di riferimento opportunamente disegnate con colore
nero, fornivano il necessario riscontro. L'operatore di turno
osservando frequentemente le tacche doveva provvedere con continuità
a ruotare le apposite manopole per avvicinare tra di loro i due
elettrodi ed inoltre per posizionarli esattamente nel fuoco dello
specchio posteriore, il tutto sulla base, appunto, delle tacche
di riferimento citate. Nessuna distrazione era permessa pena lo
spegnimento dell'arco e gli immediati e per la verità non
rari fischi che provenivano dagli spettatori al mancare della
proiezione sostituita da un buio intenso che veniva ad aversi
in sala. Vista attualmente la figura di questo personaggio con
la mano sinistra costantemente in azione sulle manopole di avanzamento
dei carboni e la fronte appoggiata su un piccolissimo sportellino
vetrato attraverso il quale poter vedere la proiezione del film
e quindi seguirne e controllarne le vicissitudini, sarebbe veramente
comica ma questa era la reale situazione del cinema Prealpi.
Una caratteristica da tener ben presente era la qualità
della pellicola che, essendo esclusivamente di celluloide, era
infiammabilissima. Per evitare che prendesse fuoco era necessario
che essa fosse in un moto assolutamente continuo in quanto, attraversata
come era dalla luce intensissima dell'arco voltaico, era sufficiente
una sia pur breve sosta per provocarne l'immediato incendio. Accadeva
non di rado che, per la rottura del film oppure per qualche particella
di pellicola rimasta ferma, il materiale, come detto infiammabilissimo,
andasse a fuoco. In tale malaugurata evenienza i mezzi a disposizione
non erano costituiti da estintori o da altre attrezzature che
più o meno automaticamente entrassero in funzione. Il dispositivo
efficace era uno solo: la mano dell'operatore. Era, infatti, necessario
agire con estrema rapidità spegnendo con le mani, lo ripeto,
con le mani, le fiamme della pellicola, senza di che tutto il
film sarebbe in pochi secondi andato a fuoco e subito dopo l'intero
cinema. E qui, omettendo di citare gli altri casi a me non noti
ma che senza dubbio si sono verificati, vorrei fosse Tullio a
testimoniare quante volte ha dovuto personalmente eseguire la
descritta, velocissima, azione di spegnimento manuale della pellicola.
L'unica ulteriore attrezzatura antincendio esistente era rappresentata
da un secchio pieno di sabbia che era sempre presente in cabina.
Non si riusciva veramente a capire cosa esso potesse servire;
era invece chiaramente impressa nella mente l'immagine delle nefaste
conseguenze che avrebbe prodotto l'eventuale getto di tanta sabbia
addosso alla macchina e a tutte quelle rotelle e rotelline in
rapido movimento.
Il proiettore era per la verità dotato di un altro dispositivo
che, in teoria, sarebbe dovuto intervenire automaticamente in
caso di rottura della pellicola. Si trattava di un rullo che,
essendo sostenuto dalla pellicola stessa, al momento della eventuale
rottura di quest'ultima sarebbe precipitato in basso chiudendo
un circuito che interrompeva il flusso della corrente che affluiva
alla macchina ed accendendo le luci di sala. Questo era pura teoria
perché gli incendi, semmai, avvenivano nella zona superiore
dove si trovava il pericoloso fascio di luce e, nella realtà,
l'eventuale intervento del dispositivo sarebbe comunque stato
troppo tardivo. In questo caso ha supplito l'iniziativa di chi
scrive queste note e che ha aggiunto un bottone rosso, collegato
direttamente al dispositivo in questione e che, se premuto, era
in grado di svolgere la stessa azione cioè di comandare
l'arresto del proiettore, l'immediato stop dell'arco voltaico
e l'accensione delle luci della sala. Si deve riconoscere che
questo è stato un ritrovato di grande sicurezza che è
riuscito a salvare la situazione in molteplici occasioni: ad ogni
minimo strano rumore o avvenimento in macchina esso veniva prontamente
premuto dall'operatore risolvendo istantaneamente il pericolo
incombente e soprattutto salvando l'infiammabilissima pellicola
da sicuro incendio.
La macchina, forse per il lungo lavoro fatto praticamente senza
manutenzione alcuna, presentava alcuni difetti cui si sarebbero
potuto ovviare tramite una provvidenziale revisione generale.
Al contrario anche a ciò venne rimediato sul posto tramite
trovate originali prodotte dall'arguzia del personale addetto.
Uno degli inconvenienti era dato dall'insufficiente potenza del
motore elettrico che non riusciva a vincere lo spunto iniziale
necessario per avviare la proiezione. In luogo di provvedere alla
sostituzione del motore si adottò la tattica di utilizzare
la manovella di cui era dotato il proiettore e che in teoria avrebbe
dovuto servire esclusivamente per il posizionamento iniziale della
pellicola a macchina ferma nel suo percorso d'obbligo tra i numerosi
ingranaggi, per avviare a mano la proiezione.

Si trattava di far girare manualmente
tale manovella fino a far raggiungere alla macchina all'incirca
la velocità di regime e solo allora si poteva dare corrente
al motore che era finalmente in grado di proseguire da solo nel
funzionamento.
Un altro difetto presente nel proiettore era l'instabilità
della manopola di regolazione del quadro che, a seguito delle
vibrazioni inevitabilmente prodotte durante la proiezione, tendeva
a far salire lentamente ma con continuità verso l'alto
l'immagine proiettata. Vi si rimediò applicando una fascia
metallica che, una volta regolato a dovere il quadro, veniva stretta
con cacciavite rendendolo praticamente fisso. Nasceva allora un
problema tutte le volte che iniziava la proiezione in quanto il
primo quadro doveva comunque essere regolato con un'operazione
resa impossibile dalla nuova situazione a quadro fisso. Anche
questo problema venne risolto brillantemente avendo cura di incollare
nella parte iniziale del film una coda di pellicola di lunghezza
prestabilita la quale consentiva di partire sempre
con il quadro perfettamente centrato.
Veniva in tal modo raggiunto un duplice risultato: evitare la
regolazione e quindi di dover allentare ogni volta la fascetta
della manopola di regolazione e al tempo stesso migliorare la
proiezione in quanto l'immagine, fin dall'inizio, partiva a quadro
perfettamente centrato. Da quanto precede si capisce come l'operazione
di avvio della proiezione non fosse semplicissima. Innanzitutto
c'era una tiritera imparata a memoria e che bisognava obbligatoriamente
recitare allo scopo di verificare se erano state effettivamente
portate a termine una lunga serie di operazioni preventive importantissime:
la sistemazione, come detto, del quadro, il regolare aggancio
della pellicola che ne garantisse il trascinamento ed il riavvolgimento
nella bobina inferiore, la regolarità del percorso della
pellicola attraverso i vari ingranaggi, la presenza di ricci di
dimensioni adatte per compensare la trazione a scatti della pellicola,
l'accensione e regolazione dei carboni ecc. ecc. Messo in moto
il gruppo convertitore, acceso l'arco voltaico e regolata la posizione
dei carboni, occorreva portare, come detto, la macchina a girare
manualmente, quindi dare corrente al motore ed infine spegnere
gradualmente la luce della sala agendo sulla resistenza ex ferro
da stiro di cui si è già dato spiegazione. Aperto
lo sportello davanti all'obbiettivo e regolato il volume del sonoro
aveva finalmente inizio la proiezione che continuava da sola con
un ticchettio dato dalla croce di malta cioè da quel dispositivo
che faceva avanzare la pellicola a scatti in modo da far sostare
ogni immagine nella finestrella illuminata per il tempo necessario
perché la stessa venisse fissata nella retina degli spettatori
e desse cosi l'esatta sensazione del movimento. Ne risultava un
suono continuo e monotono interrotto da un rumore istantaneo ma
assordante prodotto dalle giunzioni, più o meno frequenti
a seconda dello stato reale della pellicola, cui corrispondeva
un poco piacevole balzo verso l'alto dell'immagine dello schermo
ed una altrettanto poco piacevole variazione brusca del sonoro.
Si deve dire che per i film importanti la proiezione era buona
ma per certe pellicole che il gestore sceglieva quale riempitivo
di giornate morte, le giunzioni si succedevano quasi senza interruzione
e, nonostante l'accurato restauro fatto in sede di riavvolgimento
della pellicola ne risultava una visione ed un sonoro veramente
scadenti.
Concludo l'argomento macchina da proiezione riportando alcune
considerazioni fatte quando ero io l'addetto alla sua conduzione
e che mantengo ancora vive nella memoria in quanto è su
di esse che si è conformata una importante parte della
mia vita. Se da un lato ero allora molto soddisfatto per i tanti
aspetti positivi insiti in tale impegno e che condividevo con
i colleghi che mi avevano preceduto, dall'altro provavo una netta
sensazione di ripulsa per l'operazione di regolazione manuale
dei carboni e, ancora di più per l'avviamento, anch'esso
manuale, della macchina ottenuto facendo girare vorticosamente
la manovella. Nel compiere quest'ultima operazione mi sembrava
fossimo tornati indietro con gli anni al tempo delle prime riprese
cinematografiche quando l'operatore non aveva alta scelta all'infuori
di quella di far girare la macchina da presa a mano curando di
imprimerle una velocità di rotazione ottimale, senza, pur
tuttavia, riuscirci tanto è vero che nelle successive proiezioni,
anch'esse con macchina fatta girare a mano, i personaggi si movevano
a scatti e più velocemente del normale.
Nella mia mente il compiere manualmente tali operazioni, sostituendo
alla macchina la persona, significava negare il progresso e quindi
chiudere le porte al sempre maggior benessere che ne derivava.
Questa modo di pensare mi accompagnò per tutta la vita,
spingendomi ad utilizzare, nel lavoro, nel divertimento e, più
generalmente, in tutta la mia attività ma, ovviamente,
con i limiti imposti dalle possibilità obbiettive del momento,
ogni risorsa tecnologica disponibile, fino ad indurmi, ultima
decisione in ordine di tempo e come già spiegato al cap.
2.6 ad un uso intenso della più importante e determinante
risorsa dell'ultimo decennio: il computer.
continua