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UNA
NUBE AZZURRA
parte
seconda
Amanda
cercò di allontanarsi in modo più
rapido e inosservato possibile dal capannello di curiosi che si era
assiepato davanti alla casa del professore.
Camminando lentamente lungo il marciapiede continuò ad avanzare
finché le voci della folla non si trasformarono in un quasi impercettibile
brusio.
Alzò gli occhi e si trovò di fronte una stazione della
metropolitana.
Ormai faceva freddo e le sembrava di essere pervasa da uno strano senso
di stordimento.
Scendendo la scala come un automa si ricordò che da più
di ventiquattr'ore non aveva dormito né mangiato nulla.
La pensilina era deserta, sporca e illuminata da un neon livido e intermittente
che dava a quel luogo una dimensione surreale.
Salì sul primo treno che vide arrivare.
Anche il vagone era quasi vuoto: si sedette in un vano da quattro posti,
stese le gambe e reclinò la testa sul petto.
Fu risvegliata da una mano pesante che le scuoteva la spalla:
"Signorina! Siamo al terminal e questa é l'ultima corsa."
E, siccome non fu in grado di tornare immediatamente in sé, la
voce dell'uomo si fece più aggressiva. "Il biglietto, Signorina!
Si sbrighi o dovrò chiamare un poliziotto!"
"Il biglietto, ah sì, il biglietto...." Amanda tremando
cominciò a frugarsi nelle tasche alla ricerca di un biglietto
che non c'era.
"La signorina é con me!"
Ad Amanda che si era voltata piena di stupore comparve davanti una figura
d'uomo sui quarant'anni, biondo, alto e robusto.
Al controllore che lo fissava inebetito lo sconosciuto ripeté
con voce profonda e tono rassicurante: "La signorina é con
me." e così dicendo gli porse una banconota.
Il controllore si alzò il berretto con un leggero colpo della
mano e cominciò a frugare nella borsa di servizio cercando il
listino delle tariffe.
Ma lo sconosciuto prese rapidamente la ragazza sotto braccio e cominciarono
ad avviarsi verso l'uscita.
Amanda notò
che vestiva abiti piuttosto eleganti ma incredibilmente sgualciti.
Il suo passo era veloce anche se zoppicava leggermente.
Quando furono di nuovo sulla strada l'estraneo salvatore continuò
a camminare con Amanda sotto braccio senza dire una parola e si fermò
solo in prossimità di un fuoristrada di colore chiaro. "Bene!"
esclamò inserendo la chiave "Ora completerò l'opera:
dove la devo accompagnare?"
Lei non rispose. L'uomo la guardò sorridendo "L'accompagno
a casa o... il suo é un indirizzo segreto?"
"No, a casa no!"
"Vuole andare in un albergo? in una stazione, alla polizia..."
Amanda continuava a tacere e a tremare.
"Senta, signorina, lei ha bisogno di riposare e di mangiare un
boccone forse: peserà che sono un mostro se le suggerisco il
divano del mio salotto?"
Per la prima volta dopo molte ore Amnda
sorrise.
La
casa dell'uomo, che aveva detto
di chiamarsi Burt Dunedin, era in realtà una villetta ad un piano
contornata da un piccolo giardino ben curato e situata in una zona abbastanza
isolata.
Al loro arrivo furono accolti festosamente da un grosso terranova che
si calmò con una carezza del padrone.
Entrarono in un atrio pulito e disordinato: le pareti erano coperte
di fotografie e diplomi incorniciati. Il divano si trovava proprio in
mezzo all'enorme stanza fu rapidamente sbarazzato da ciò che
lo ingombrava e l'ospite invitò Amanda ad accomodarsi e si allontanò
verso il retro.
Amanda cominciò a guardarsi intorno senza avere né il
coraggio né la forza di alzarsi in piedi: nel vano c'erano varie
poltrone, un camino trasformato in libreria, il pavimento era coperto
di tappeti cosparsi di cuscini.
Si respirava un odore misto di tabacco da pipa, legno bruciato, erba
tagliata.
La porta finestra che dava sul giardino era stata lasciata aperta come
il cancello esterno che il padrone di casa aveva aperto azionando una
piccola maniglia.
Dopo poco meno di mezz'ora Dunedin ritornò.
Si era cambiato d'abito: adesso indossava dei calzoni color panna e
una camicia di lana a quadri larghi. Con una mano reggeva un vassoio
e sull'altro braccio portava appoggiati un paio di coperte e un pigiama.
Posò tutto garbatamente e disse:
"Non sono attrezzato ad ospitare
fanciulle perse nella notte: provi ad adattarsi".
"Beh, buonanotte. Penso che domani ci sarà tempo per parlare
un po' di lei " aggiunse e la lasciò sola.
Confortata
dal cibo, dal latte e sopraffatta dalla
stanchezza, Amanda si addormentò quasi subito. Quando si svegliò
la luce del giorno entrava dalla portafinestra. Sentì dei rumori
nel giardino come di una tronchesina che tagliava dei rami.
Bevve un sorso d'acqua rimasta nel bicchiere, si
alzò dal divano, attenta a non fare rumore decisa ad esplorare
la stanza.
Comimciò dalle fotografie: dovevano essere più di un centinaio.
Molte erano foto in bianco e nero scattate nei luoghi più strani,
luoghi che non conosceva ma che non avevano niente di familiare. In
molte si vedevano macerie, bambini mutilati, corsie d'ospedali da campo.
La sua attenzione fu attratta da una foto più piccola con l'mmagine
del viso di una bellissima donna. Si fermò a lungo a fissarla
prima di passare all'immagine che si trovava immediatamente accanto
e che ritraeva Dunedin molto più giovane e sorridente accanto,
accanto.... Amanda si avvicinò per vedere meglio, avrebbe desiderato
sbagliarsi ma l'uomo accanto a Dunedin era proprio il professor Steiner!
"Sono finita nella tana del lupo" pensò terrorizzata.
Rimase immobile qualche istante e poi cominciò a strisciare cautamente
verso
i suoi abiti. Si rivestì in fretta, afferrò lo zaino e
si avviò carponi verso la porta che dava sulla parte posteriore
della villa.
La porta, naturalmente aperta, dava sulla cucina e secondo logica ci
sarebbe dovuta essere un'uscita sul retro.
Sempre procedendo a carponi si ritrovò di fronte un paio di scarpe
da ginnastica: in quelle scarpe c'erano i piedi e, come scoprì
alzando gli occhi, le gambe e insomma era Dunedin che la scrutava dall'alto
con un espressione che le parve molto irritata.
" Si alzi signorina Touf. Credo che lei mi deva delle spiegazioni".
Amanda sospirò. "Sono proprio finita nella tana del lupo!"
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