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UNA
NUBE AZZURRA
Prologo
La
ragazza vide rotolare l'arancia dal camioncino
fermo all'angolo.
Si chinò, la raccolse, si avviò timidamente verso l'autista
e gliela depose in mano.
"Grazie" fece l'uomo stupito.
Lei lo guardò fisso per un poco, timida.
Esitò e poi "Mi può aiutare?" chiese.
L'uomo aveva occhi castani, dolci, che le ispiravano fiducia.
"Si sente male, Signorina?"
"No, no grazie, non fa niente..." e scivolò via tra la
gente che usciva dal mercato.
Vagava da tutta la mattina senza riuscire a prendere una decisione.
Più
ci pensava più l'incidente occorso ad Amina non le
sembrava casuale.
Troppe coincidenze.
Amina era partita in macchina per raggiungere il fidanzato al mare: lei
non era il tipo di viaggiare senza aver fatto prima controllare la vettura.
I freni spezzati avevano detto i meccanici della revisione ma Amina, salva
per miracolo, non aveva voluto saperne di sporgere denuncia.
Quando la era andata a trovare all'ospedale, Amina era stata stranamente
fredda con lei e, una volta uscita per la convalescenza, scuse su scuse
non aveva più voluto rivederla
Quando le chiese del libro "Finiscilo tu quel lavoro" le aveva
risposto seccamente.
Più altro. Un amico le aveva confidato che Amina aveva lasciato
la città, senza lasciare indirizzo, senza salutare nessuno.
Poi erano cominciarele telefonate.
Le prime erano vaghe e rare. Poi sempre più insistenti e minacciose.
Di giorno, di notte:sempre a dirle di mollare quel libro.
Farsi cambiare il numero del telefono non era servito a niente.
Sarebbe
dovuta andare alla polizia.
Ma il professore le aveva chiesto riserbo, il massimo riserbo.
Lei gli aveva telefonato una volta le avevano detto che era partito per
la Scozia, un'altra che si trovava ad un convegno
E, stanotte, il sasso lanciato contro la finestra del soggiorno.
Doveva
andare dal professor
Steiner e parlagli di persona.
Meglio presentarsi senza essere annunciata: di notte, meglio di notte.
Se l'avessero seguita se ne sarebbe accorta e avrebbe ripreso la strada
di casa.
Di notte il guardiano se ne andava a letto e il professore era in genere
da solo, leggeva a volte fino all'alba.
Le sembrò l'unica soluzione: a casa non voleva tornarci.
Mangiò qualcosa in fretta in una tavola calda e quindi prese la
metropolitana per scendere ad una fermata qualsiasi del quartiere dove
lui abitava.
Si infilò in un cinema qualsiasi e vide, senza vedere, per quattro
volte la stessa pellicola di cartoni animati.
Terminato l'ultimo spettacolo
uscì mescolata alla piccola folla di spettatori e si avviò
verso la villa di Steiner, che era a soli tre isolati dalla sala di proiezione.
Ma fatti pochi passi udì le sirene e vide un folto gruppo di curiosi
che si assiepava attorno a tre o quattro macchine della polizia. C'era
anche un'ambulanza con i portelloni aperti.
Si avvicinò abbastanza per sentire i commenti della gente ma quando
le giunse all'orecchio la parola omicidio cominciò a tremare e
si avviò in silenzio verso il parco.
Amanda, questo era il nome della ragazza, aveva sempre più paura.
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