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L'ATTUALITA’ DELL’ARTE: DIPINTI DI CESARE BAGLIONI AL CAMPANSI
Piergiacomo Petrioli
La pittura come impegno civico e civile. L’arte figurativa come linguaggio che trasmette non solo piacevoli emozioni, ma pure idee, opinioni, che prende posizioni forti, non rinunciando alle peculiarità estetiche del suo linguaggio, anzi, usandole proprio con solido fine comunicativo, esprimendo il punto di vista del pittore attraverso fascinanti suggestioni di linee e colori. Questa l’impalcatura teorica che sovrintende alla bella esposizione pittorica dell’artista senese Cesare Baglioni, “Un’arte testimone del nostro tempo”, tenutasi a settembre presso l’istituto Campansi. La situazione contingente e contemporanea della guerra in Iraq diviene, come in alcuni suoi illustri predecessori (basti pensare alle incisioni dei Disastri della guerra di Goya o al Guernica di Picasso, ad esempio), nel pittore spunto per una generale ed universale denuncia d’ogni orrore della guerra e un canto alla Pace. La mostra si muove su tre registri tematici paralleli ed affini; una prima sezione, diremmo, di impronta “cronachistica”, presenta immagini dei bombardamenti di Baghdad, una seconda dai toni più poetici e l’ultima, cruda oratoria. Nei Bombardamenti su Baghdad Baglioni parte dall’impressione d’una immagine fotografica o televisiva, per aggiungere l’emozione, la sua emozione, attraverso il colore. Una cromia che gioca con contrasti lividi fra colori complementari, riuscendo a fare cronaca attraverso la pittura. I dipinti Pace in Iraq del 2004 e Cortei e bandiere di Pace dell’anno successivo, dove i paesaggi della fiabesca città che ispirò (quanto tempo sembra passato) le Mille e una notte sono solcati da un’onda arcobaleno, contaminano due registri e introducono il motivo di altre opere presenti in mostra. Nei quadri intitolati Cortei e bandiere di pace la teoria delle persone che recano l’immenso vessillo con l’arcobaleno perde man mano definizione e gli uomini e le donne diventano sagome, allusioni di figure in movimento fino, talvolta, a essere accennate con puri sbuffi grigi di grafite lasciando il campo alla gioia irrefrenabile ed astratta dei colori sulla tela; esuberante controcanto al fondo neutro, la policromia accesa ed energica della bandiera esplode sulle superfici. Con dinamica vitalità la bandiera diviene pretesto a vivacissime metamorfosi pittoriche: da simbolo (segno) si trasforma in pura immagine, un’onda colorata in movimento, una scia irrequieta e versicolore che, di volta in volta, tramutasi in policromo e vitale flusso di corrente (ch’è anche flusso di coscienze, pensieri, idee), inarrestabile fiume lavico, paesaggio collinare, vortice caleidoscopico, tracce colorate di spatola sulla tela bianca… Dopo la gioia dinamica e vitale dei cortei e delle bandiere la terza parte dei lavori di Baglioni prende i toni e i colori terrosi della denuncia, dell’orazione accorata. Il segno diviene più secco e conciso, la costruzione più caotica, priva di armonia e chiarezza. L’artista stigmatizza in dipinti che quasi paiono sinopie incompiute (come se la ragione non potesse appieno esprimere tale orrore) l’infamia della guerra, della prevaricazione, dell’arroganza e della gratuita crudeltà del più forte sul debole, sullo sconfitto, sul prigioniero inerme. Il dipinto Verso Guantanamo denuncia la lezione dei lavori di Goya, trasportata ai giorni nostri. Cronaca nei paesaggi di Baghdad, poesia nelle bandiere, arringa civica nei prigionieri umiliati; il comune denominatore, l’elemento che accomuna questi tre diversi registi tematici e stilistici nell’opera dell’artista è la disperata volontà di pace, la fascinazione della bella Irene, la dea Pace. E quale migliore commento, infine, a chiudere questo minimo viatico alla bella mostra di Baglioni se non fare accompagnare ai dipinti dell’artista i versi del Petrarca, testimoni antichi di un mondo devastato dalla guerra ma anche di arte e amore di pace: “I’ vo gridando: Pace, pace, pace!”
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