Col sangue agli occhi

E' stato assassinato un altro comunista, Davide, dell'O.R.SO di Milano, militante nella lotta per la casa e per una vita dignitosa tra i proletari nel quartiere dove viveva, determinato e vigile antifascista. Non è stata una rissa casuale tra sbandati a portarcelo via, come si sono affrettati a dire gli infami scribacchini al soldo della questura. E' stata la canaglia fascista che oggi di nuovo alza la testa e, colpevoli della barbara esecuzione, sono tutti coloro che hanno armato la mano omicida. Colpevole è questo stato e la banda mafiosa al governo che, mentre porta l'Italia nella sporca guerra del petrolio, fomenta la mobilitazione reazionaria e ingaggia la caccia al diverso, allo straniero, al terrorista, al rosso, al comunista. Le leggi di guerra che ha varato con l'avvallo della "sinistra" hanno da tempo dato il via a un'enorme caccia all'uomo per tentare di sgominare ogni opposizione radicale. Colpevoli sono gli scribacchini di regime che diffondono la propaganda di guerra e alimentano il rinascere dell'odio razzista e anticomunista. Colpevoli sono le bestie in divisa che hanno nuovamente dato prova di cosa sono capaci di fronte al dolore e alla disperazione dei compagni e dei parenti accorsi nella notte all'ospedale dove erano stati portati gli aggrediti. Loro, che quando subiscono una perdita, hanno i funerali di stato e sciorinano per giorni lacrime alla tv tra una pubblicità e l'altra, ci fanno nuovamente dire con rancore che ci sono morti che pesano come piume e morti che pesano come montagne. Colpevoli sono i padroni e il loro sistema basato sullo sfruttamento e sul profitto ad ogni costo la cui logica di morte uccide ogni giorno, sul luogo di lavoro, sotto le bombe dell'imperialismo, nella segregazione delle carceri dove vivono murati vivi proletari, comunisti e rivoluzionari. Sono tutte colpe che il tempo non potrà mai cancellare ma trasformerà in risoluta lotta contro la classe degli aguzzini che le produce, la borghesia imperialista e tutti i suoi servi. In questo momento di rabbia e di dolore torna vivo nei nostri cuori e nella nostra mente il ricordo di tutti i compagni caduti. Lo sappiamo, Davide non sarà l'ultimo a cadere, la strada per il comunismo è ancora lunga, ma tutti noi faremo in modo che ciò per cui esso si è battuto si rafforzi e trionfi. La nostra rabbia sarà alimento per dare impulso alla nostra azione per ricostruire una forza capace di mettere fine a tutta questa barbarie, un vero partito comunista.

Dal sito Rivoluzione


Lettera dal carcere militare di Santa Capua Vetere

Venerdì 31 gennaio. Uno dei cavalli di battaglia dell'azione anarchica è sempre stato l'antimilitarismo, l'azione continua, quindi, contro la dimensione militare. A me sinceramente questa concezione non torna, ed ebbi modo di dichiararlo già qualche anno fa in una giornata, per l'appunto "antimilitarista", organizzata da alcuni compagni anarchici in un podere occupato nel senese. In quell'occasione, fra lo stupore generale, affermai che io antimilitarista non ero, ma anarchico, e che da anarchico potevo benissimo organizzarmi militarmente per attaccare la classe dei capitalisti con tutto il loro seguito di sbirri e funzionari. Questo perché l'aggettivo "militare" non è che l'aggettivo che contrassegna un'arte particolare, quella della guerra, quella del difendersi da un nemico per conservare spazi di agibilità o la propria vita e di attaccarlo al fine di renderlo inoffensivo o eliminarlo. Un'arte, particolare come tutte le arti, che può necessitare di strumenti come tutte le arti, come la pittura, la scultura, la danza, la muratura, la panificazione...
Per quale motivo dovrei rinunciare ad elevarmi nello studio di quest'arte, addirittura combatterla? Per quale motivo dovrei rinunciare a leggere preziosi contributi militari rivoluzionari come "guerriglia urbana nella metropoli" della RAF, o "teoria e pratica dell'insurrezione" di Emilio Lussu, o i diari di lotta dei partigiani o dei miliziani?
C'è chi mi ha risposto che per "militare" di solito si intende l'esercito dello Stato, ma secondo me questo è semplicemente un buon modo per prendere lucciole per lanterne. La verità è che esiste un'organizzazione di potere costituita da forze produttive, amministrative, di ricerca che utilizza reparti addestrati all'arte militare per autoconservarsi, proteggersi e conquistare nuovi luoghi dove insediarsi. In questo caso precipuo, perché altri ve ne sono, questi reparti sono composti da individui che non devono partecipare alle decisioni, bensì obbedire, individui impossibilitati a esprimere la propria individualità, da immolare sull'altare degli interessi della classe capitalista. Il meccanismo che cerca di arrivare a questi risultati può funzionare o meno bene, come siccesse alle truppe fasciste in Africa. Ciò che contraddistingue significativamente questa opportunità militare è la mancanza di motivazioni proprie da parte di ogni singola unità addestrata, dunque il rischio che questi ultimi si accorgano che le menzogne inculcategli non sono altro che il paravento degli interessi della classe capitalista. Nel caso in cui, invece, lo studio di una contrapposizione bellica, tattico, strategico, geografico, psicologico, in senso militare, fosse fatto da individui con interessi propri, di classe, rivolti alla propria come alla generale emancipazione da un comune oppressore, le cose cambierebbero, non vi sarebbero gerarchie meccaniche, ma concordate divisioni di compiti necessari, assalti, coperture, vettovagliamento, rifornimento, collegamento, eccetera... a seconda delle attitudini, delle esperienze, delle capacità individuali di ogni singolo, come successe con la Maknovehina in Ucraina o con la Colonna di Ferro in Spagna. La colonna di ferro è passata alla storia come "milizia" e "militarizzazione" fu chiamato quel processo di smantellamento delle forze armate libertarie, collettiviste, anarchiche operato dalle forze armate autoritarie con l'ausilio massiccio della potenza statal-capitalista di Stalin. Ma i giri di parole non possono coprire una banale realtà, e cioè che militarmente erano organizzati sia i miliziani sia le truppe foraggiate da Baffone, ovviamente in modo diverso. L'arte militare è associabile alla gerarchia quando a impugnarla è una classe senza scrupoli, ma è altrettanto associabile alle pratiche anarchiche quando a impugnarla sono gli anarchici, che contro quella classe senza scrupoli si scontrano da sempre.
Non dico queste cose perché da anarchico "militare detenuto" ho acquistato una qualche autorevolezza in merito a queste questioni, ma perché affrontando le discussioni da basi chiare le stesse acquistano carattere universale, e non è certo da ambiti ristretti che ho intenzione di agire per rovesciare a terra questa vasca da bagno piena di merda che è il mondo dei governi e del capitale. Da anarchico "militare detenuto" ho piuttosto l'opportunità di annotarmi nel cervello che non solo nelle carceri militari, ma anche nelle caserme del vituperato esercito italiano repubblicano serpeggia il mai domo spirito di ribellione all'autorità e che una discussione mal posta sull'antimilitarismo può nuocere alle istanze rivoluzionarie più di quanto si possa immaginare. Sotto a tutto, pronta a impennarsi, c'è la questione di classe, capace di strappare ogni divisa o bandiera, pronta a ribaltare l'ordine imperante, con gli occhi di un caporale che rutta alla faccia del suo esercito, col cuore di due militari che si amano perché odiano gli stessi oppressori. Avanti anarchici, avanti anarchiche, valorosi e fieri, col cuore nero d'amore.
Santa Maria Capua Vetere - carcere per forze armate

Dal sito autprol


Turbo-massacro sul lavoro

proletari Sono tanti e tali gli effetti devastanti per i lavoratori del turbo-capitalismo che perfino i documenti di fonte Onu (è quanto dire) non sempre riescono a ignorarli.
Di recente, ad esempio, Jukka Takala, uno dei massimi funzionari dell'lo (Organizzazione Internazionale del Lavoro), si è lasciato andare alla seguente dichiarazione: "Per quello che riguarda la salute e la sicurezza nei posti di lavoro, siamo davanti a una catastrofe quotidiana che quasi mai guadagna le prime pagine dei giornali. Noi stiamo al punto che ogni anno muoiono a causa di incidenti sul lavoro o da ricollegarsi al lavoro circa due milioni di persone. Una ogni 15 secondi, più di 5.000 morti sul lavoro al giorno. Il numero degli incidenti è in crescita. Le nostre stime parlano di circa 250 milioni di incidenti l'anno, mentre le malattie da lavoro colpiscono 160 milioni di persone. E questo sono stime soltanto moderate, poiché sono basate su informazioni raccolte circa dieci anni fa. Nel frattempo, però, la popolazione lavoratrice è aumentata nel mondo. Cresciuta, anche, area del lavoro non tutelato all'interno dell'eonomia informale e sebbene non disponiamo di dati ufficiali, dal momento che questo settore dell'economia non è troppo visibile, sappiamo per certo che vi esiste una quantità di problemi. Problemi che non risultano nelle statistiche".
Agricoltura, miniere e costruzioni sono, tanto nei paesi occidentali che in quelli dominati dall'ccidente, i settori produttivi più pericolosi. Circa la metà dei 350mila caduti annuali sul lavoro sono lavoratori agricoli, contadini o braccianti, che muoiono schiacciati dalle macchine o uccisi dai pesticidi o da altri prodotti chimici. Ed è inutile specificare che il rischio di morte o incidente sul lavoro è più alto, in proporzione, nel "Sud" del mondo, dove il "Nord" sta esportando i "propri rischi". Questo carico differenziale di rischi, è sempre il funzionario dell'lo a parlare, porta con sé più spesso di quanto si possa credere il ricorso forzato al lavoro dei bambini.
"E il meccanismo è semplice da descrivere: se il capo-famiglia muore o diventa inabile al lavoro per un periodo anche breve o più lungo, l'ntera famiglia, una famiglia allargata, ne viene a soffrire. E poiché ogni anno ci sono circa 440 milioni di simili incidenti sul lavoro, ecco che più povero è un paese, più facile è, presso di esso, cadere in questa trappola." La trappola del ricorso sempre più esteso al lavoro, semi-schiavistico, dei bambini.
Già, unaltra delizia del capitalismo "post-industriale", che segna, sfigura e schiaccia 246 milioni di bambini nel mondo. Considerata la fascia di età 5-17 anni, siamo a uno su sei... un altro rapporto dell lo a ricordarlo, "osando" parlare di sfruttamento dei minori, termine accuratamente evitato, invece, per i due milioni di assassinati sul lavoro di età adulta ed i due miliardi e passa di operai salariati e contadini poveri, il cui sudore è la gallina dalle uova d'or del capitalismo globalizzato.
Questo il sistema sociale che i Wojtyla, i Cofferati e gli Agnoletto vorrebbero umanizzare con qualche pilloletta di etica, di concertazione o di bilanci partecipati!

Dal sito Che Fare


Contro qualsiasi criminalizzazione degli immigrati!

proletari "Mancano cinque minuti alla mezzanotte". Questa è la terroristica frase pronunciata dal capo dei cosiddetti ispettori O.N.U. per simboleggiare il conto alla rovescia che gli Stati Uniti e gli altri predoni imperialisti stanno effettuando nei preparativi della prossima aggressione imperialistica all'Irak
La "guerra infinita" verso i popoli del Sud del mondo, di Bush e degli altri sodali occidentali, ha bisogno -per potersi meglio affermare e dispiegare -di intrecciarsi con l'ttacco ai diritti politici e sindacali ed alle condizioni di vita e di lavoro della classe operaia, dei giovani, dei lavoratori e del proletariato tutto.
In particolare verso gli immigrati si sta scatenando una campagna di aperta criminalizzazione in cui si inseriscono -con sapiente arte - gli "strani e misteriosi arresti di alcune decine di pakistani nel quartiere Forcella" effettuati dai carabinieri e subito recepiti dalla Procura della Repubblica.
Al di là di quelli che sono, potranno essere o diventare, i presunti "risvolti giudiziari" del caso, questa ulteriore vicenda repressiva contro gli immigrati dimostra, inequivocabilmente, come la politica razzista del governo Berlusconi mira ad intimidire gli immigrati spingendoli alla clandestinità e ad una nuova ricattabilità nei confronti di padroni, padroncini e verso le organizzazioni camorristiche.
Inoltre questi episodi - gli arresti di Napoli, quelli avvenuti qualche settimana fa nel Veneto, l'aggressione contro Adel Smith a Verona e contro il compagno Abou a Napoli -amplificati a dismisura dai cosiddetti mezzi d'nformazione, sono utilizzati per creare nella società un clima di sospetto e di odio contro l'arabo, il mulsumano, l'immigrato finalizzato alla guerra d'aggressione contro il popolo irakeno.
Del resto l'infame Legge Bossi-Fini, recentemente approvata in Parlamento, prevede, oltre al peggioramento delle condizioni di super-sfruttamento a cui vengono sottoposti gli immigrati, la possibilità di un più ampio utilizzo delle forze dell'rdine in operazioni di rastrellamento delle città ed in vere e proprie "caccia all'mmigrato e/o terrorista" da lanciare in pasto all'opinione pubblica
Fermiamo la prossima aggressione all'Irak
Respingiamo ogni tentativo di dividere e contrapporre tra loro i proletari bianchi dagli immigrati;
Piena libertà di lotta e di organizzazione per tutti gli immigrati;

Dal sito Che Fare


I fatti di Fornovo: quello che bisogna sapere sull'occupazione dei binari per bloccare i treni della guerra

falò Circa trecento persone hanno presidiato i binari della stazione di Fornovo per bloccare il convoglio militare. A tal fine alcuni compagni hanno cominciato a posizionare pietre, bancali e pezzi di ferro sui binari. Immediatamente i buorocrati della CGIL (alcuni ben noti per l'infame ruolo di cogestione degli interessi padronali sul nostro territorio) insieme a leader e leaderini del "movimento dei movimenti" hanno cercato di smobilitare le rotaie. Quegli stessi pacifisti che con il loro rifiuto della violenza mandano al macello i compagni, depotenziando la radicalità delle lotte, recuperandole alla normalità dello Spettacolo... la solita merda della Politica. La medesima pratica si è vista durante la vetenza FIAT, quando la CGIL e Rifondazione invitavano gli operai di Termini Imerese ad abbandonare il blocco dello stabilimento di Melfi per andare a sfilare a Roma. I compagni che cercavano di praticare forme di azione diretta sono stati chiamati fascisti e provocatori dai pacifisti, con la stessa fraseologia utilizzata dagli stalinisti per criminalizzare i rivoluzionari. Invitando a smobilitare le rotaie, adducevano come motivi l'importanza dell'interposizione corporea, al fine di sensibilizzare l'"opinione pubblica" che la violenza è solo quella degli sbirri che ti trascinano via per i capelli nel mentre ti randellano, e il blocco momentaneo di due treni civili. Si recriminava sulle condizioni dei passeggeri, sugli operai nei treni che volevano tornare a casa; ma non erano forse operai e proletari quelli che bloccavano le ferrovia? Gli auspicati scioperi contro la guerra non dovrebbero servire a bloccare tutto? Verso le 23.30, è stata data notizia che il convoglio militare non sarebbe transitato per la stazione di Fornovo forse per una deviazione di percorso. E' sembrato allora di poter cogliere un velo di tristezza nei volti dei pacifisti, le cui eroiche gesta non sarebbero state narrate dai mass media... peccato, con tutti quei flash che scattavano da ogni parte e tutte quelle ore di riprese video di novelli registi di ogni risma...
Non vogliamo che si ripetano le criminali gesta della disobbedienza civile che a Genova ha permesso la smilitarizzazione fisica - ma soprattutto mentale - dei manifestanti, favorendo quell'orgia poliziesca a tutti ormai fin troppo nota. Per bloccare la macchina della guerra avremo bisogno di ogni mezzo necessario che la fantasia proletaria sarà in grado di esprimere. Parafrasando un famoso articolo di Otto Ruhle (comunista consiliarista tedesco) del 1939: la lotta contro il fascismo comincia con la lotta contro il bolscevismo, ora la lotta contro la guerra imperialista comincia con la lotta contro il pacifismo.

Dal sito AutProl


Appunti sul presente

lotta

Un interessantissimo articolo sulla crisi e sul come uscirne. Leggilo

Dal sito AutProl


L'organizzazione è l'organizzazione dei compiti

operai
In questi ultimi anni la composizione di classe è profondamente mutata, con una maggiore presenza di fasce di proletari immigrati, giovani operai precari, e una nuova schiera di tecnici creati da una sempre più capillare divisione del lavoro. Queste porzioni sociali hanno posto nuove esigenze. Manca una prospettiva per il futuro rosea, si assapora la precarietà abitativa e lavorativa, si infrange il sogno di plastica degli ultimi 20 anni in Italia. Questo nuovo scenario provocato da un processo di crisi del capitalismo ha inevitabilmente scosso le organizzazioni politiche-sindacali di sinistra.
I Social Forum come la sinistra della CGIL, il PRC, i Disobbedienti e i movimenti/gruppi "antagonisti" che cercando di rappresentare nel teatro della politica il ruolo di sinistra, sono strutture che hanno un peso numerico importante, ma negano una qualsiasi autonomia del proletariato, in quanto organizzazioni e movimenti che partecipano a pieno titolo allo sviluppo del capitalismo. Dal sindacato all'associazione di mercato equo-solidale, alla galassia della nuova industria della cultura di sinistra fino ad arrivare alla cooperativa, è una gara per acquisire porzioni di mercato. Non va meglio a chi autorappresenza istanze politiche, tutto teso a spacciare per nuovo ogni vecchio strumento della politica. Assistiamo alla celebrazione delle passeggiate, finalizzate a rincorrere il consenso della inconsistente opinione pubblica. Si celebra il pacifismo e in una sempre verde tradizione del riformismo, si fa a gara nel criminalizzare, reprimere in vari modi i compagni che non accettano la Politica e le sue leggi. E' in questo senso che si possono leggere i continui appelli alla non-violenza, all'interclassismo, e alla caccia dell'untore, che può andare dal proletario incazzato che rifiuta le logiche sindacali, al compagno cui non va che gli sbirri e i loro fedeli amici, i giornalisti, possano tranquillamente entrare dentro i cortei? All'interno di questi partiti, sindacati, movimenti, vi sono sempre più frizioni interne dovute alla ricerca di leadership o di genuina ribellione agli angusti spazi della politica. Queste lacerazioni interne, che iniziano ad emergere sono una diretta conseguenza del clima sociale differente a cui andiamo incontro. Le organizzazioni politico-sindacali troppo poco ragionano sulle modificazioni dell'organizzazione del lavoro, sulle specifiche esigenze organizzative di determinati settori di classe. Una produzione flessibile legata ad una precarietà contrattuale porta inevitabilmente alla modificazione del comportamento di classe. Vi sono grossi ritardi riguardo all'esigenza di organizzare reti territoriali per sopperire all'impossibilità di azioni pubbliche nelle aziende per i precari e gli immigrati. Si è celebrata la new economy, osannando la figura dei lavoratori dell'immaterialità ma non si è prestato attenzione all'estremo sfruttamento a cui sono sottoposti e alle forme di resistenza che si sono dati. Si sottovaluta il livello repressivo, di vera e propria contro-rivoluzione preventiva, del capitalismo. Si rifuggono le problematiche dell'attuale livello dello scontro, omettendo in modo puerile il problema della violenza proletaria nella lotta di classe. Le criminali considerazioni dei pacifisti prima e dopo Genova vanno a braccetto con le manganellate della polizia.
Sarebbe presuntuoso e francamente inutile, proporre o rappresentare nuovi organismi che ricompongano la frammentazione sociale, prodotta non tanto dal settarismo della poltica, ma dalle divisioni profonde dentro la classe. Parafrasando A. Pannekoek1, la classe operaia non è debole perché divisa, ma è divisa perché debole. La ricomposizione di classe, o almeno di una parte consistente di essa, avverrà per vie interne-esterne dagli attuali raggruppamenti politico-sindacali, influenzandosi a vicenda, ma in ultima istanza saranno determinate condizioni sociali a far emergere una porzione di classe che si autodeterminerà come comunità di lotta, sperimentando livelli organizzativi adeguati alla fase sociali in atto. Non è una visione iperdeterminista, cioè di una classe omogenea che esce fuori dal cilindro come un coniglio. E' idealistico pensare ad una classe puramente rivoluzionaria, vi saranno sempre, anche dentro le fasi più acute dello scontro di classe (guerra civile), dei differenti interessi immediati nel corpo della classe e quindi differenti comportamenti politici, tali da rendere operativi nello stesso momento approcci riformisti o rivoluzionari con la realtà. Il problema del riformismo è innanzitutto la sua formidabile capacità organizzativa, la sua tenuta nel corpo sociale. Il riformismo si nutre del compromesso tra capitale e proletariato, esaltato nei momenti di espansione del sistema economico. E' nel farsi Stato, Nazione, che settori di classe, fanno coincidere il proprio programma, i propri interessi, con quello del capitale medesimo2. Il riformismo ha la capacità di sedimentare memoria e coscienza collettiva, tollerato o appoggiato (difficilmente osteggiato) dai borghesi. Storicamente la formalizzazione del riformismo ha trovato nei partiti e sindacati del vecchio Movimento Operaio la sua ossatura organizzativa. Tali organizzazioni hanno riversato la loro forza contro le porzioni di proletari che attaccavano radicalmente il capitale e quindi implicitamente contro la loro funzione sociale (compromesso tra le classi). La rivoluzione tedesca degli anni 20 fu schiacciata non dal nazismo ma dalla socialdemocrazia tedesca, la Spagna del 1936 fu affossata dagli stalinisti e dalla statalismo anarchico non dalle orde fasciste. Le più interessanti esperienze di lotta negli anni 70 in Italia furono criminalizzate e distrutte dal PCI e dai burocrati della nuova-sinistra prima ancora di venir sconfitte militarmente dalla Stato. In questo modo la lotta delle aree riformiste contro i proletari rivoluzionari è stata ed è lotta per la sopravvivenza dei partiti e sindacati.
Un tale ragionamento mutuato dai rapporti sociali e non dal mondo delle idee, non ci fa dimenticare come vi siano questioni di primaria importanza inerenti al problema dell'organizzazione. Esaltare la spontaneità dell'azione di classe non basta, o nel caso peggiore è una facile scusante per non assumere i problemi della lotta di classe. In ultima istanza la cieca fede della spontaneità rivoluzionaria del proletariato viene presentata, dagli apologeti dell'informalità, in un atto di fede, che ricorda più le sette religiose, che gruppi che partecipano allo sviluppo del movimento comunista.
Vi sono aree di compagni che credono che per intervenire nella classe si debba avere forti strutture, centralizzate, che per molti versi ripetono la modellistica del partito leninista, altri vedono forme assembleari-libertarie più adatte, si assiste ad una vetusta contrapposizione tra chi eleva il centralismo a soluzione dei mali e chi si professa federalista convinto. Si perde di vista l'importanza della comunità d'intenti, del contenuto delle lotte, che risiede nei rapporti di forza tra capitalismo e proletariato. I modelli, gli stessi contenuti pregressi, derivano dalla capacità di esprimere come classe un'azione autonoma, che si traduce nella negazione della classe stessa, in quanto rifiuto della propria condizione di sfruttati. In una comunità di lotta, in un comitato nato all'interno di una vertenza o in una rete di compagni, la fiducia non si realizza attraverso la ripetizione di principi, e neppure nel conoscersi bene su vaghi aspetti di cameratismo, campanilismo, ma di fiducia politica che si conquista attraverso la prassi comune: "non siamo buoni selvaggi in una società buona, ma a priori figli di puttana in una società malata. Un militante non ha il diritto di dimenticare questo né per chiedere né per concedere una fiducia a scatola chiusa che può mettere in pericolo lo sviluppo del lavoro politico organizzato, un tale rapporto esiste, anche se in forme elementare, anche tra il più parziale comitato di lotta.
Vi è una massa critica di compagni che rifiuta la Politica, e si pone sul terreno dell'autonomia proletaria, desiderosa non di vuoti contenitori, ma di avere efficaci strumenti per la guerra di classe, che si tramutano, per noi, in un simile "programma"
- direzione proletaria degli organismi di lotta (lavoro, carcere, ambiente, scuola, territorio)
- rifiuto del compromesso sociale tra padroni e proletari
- antiparlamentarismo e rifiuto del sindacalismo
- indipendenza politica e organizzativa
Questa rete di compagni e gruppi per lo più indipendenti uno dall'altro è bene che si coordinino su determinati obiettivi, rispetto alle azioni e alla teoria, nel tentativo di portare una maggiore critica all'esistente. Critica che chiamiamo disvelamento del movimento comunista nello scontro generale di classe. Non serve promuovere fumose assemblee di tuttologia, ma concentrarsi su determinati obiettivi e compiti da portare avanti. Il problema del localismo pensiamo non si porrà se la lotta, la ricerca, o qualunque azione sia, verrà considerata come un aspetto di una processo sociale, che nell'autonomia proletaria ha il suo momento di sintesi. Ogni parzialità non sarà quindi il centro del mondo, ma un fondamentale tassello del composito agire della classe. L'organizzazione che ne deriverà sarà sempre l'organizzazione dei compiti.
Note
1 Serge Bricianer, A.Pannekoek e i consigli operai, Musolini Editore, 1974, Torino. Si può richiedere il resto in fotocopia alla redazione.
2 Storicamente questo processo ha visto coincidere organizzazioni legate alla tradizione di sinistra con quelle di destra, in un deciso nazionalismo economico e politico. Non deve quindi stupire che vi sono stati travasi enormi dalla socialdemocrazia tedesca al partito nazista in Germania negli anni trenta, ed ora dal PCI alla Lega Nord.
3 Il collettivo, lotta sociale e organizzazione nella metropoli, 1970, Milano
inverno 2003
da Senza Freni n.0

Dal sito AutProl


Fuoco sul carro funebre!

operai Non possiamo fare a meno di gridare morte al porco pensando ad Agnelli, alla sua figura, e ci rimane un rammarico: la morte naturale lo ha colto prima di quella che il proletariato doveva dargli. Tutti scrivono che era un padrone buono, uno che ha fatto l?talia... sicuramente si è fatto... chissà come mai non racconteranno che è il maiale che ha organizzato una delle più scientifiche azione anticomuniste nel nostro paese, licenziando, criminalizzando tutti gli operai ribelli e rivoluzionari. Era servo degli USA e fedele alla sua classe, quando si erigeva a simbolo del comando capitalista in Italia. Il sistema capitalista non si regge sui padroni, ma su una fitta rete di relazioni e di rapporti sociali, anche se, in ultima istanza, è mosso da loro.
Oggi nelle officine, nelle strade, nelle galere, i proletari, gli sfruttati non piangeranno nessuno!

Dal sito AutProl


Pacifismo è repressione!

pacifisti Chi denunciava come fascisti provocatori e infiltrati i manifestanti che attaccavano la polizia o i simboli del potere, appellandosi alla magistratura per un'indagine in merito ai saccheggi e alle devastazioni di Genova, è stato finalmente accontentato. Dobbiamo ovviamente ringraziare i figurini pacifisti, che hanno criminalizzato in modo continuo le aree e i comportamenti rivoluzionari. Chi è che parlava a Firenze, o nella recente manifestazione di Torino, di isolare i violenti, di dimostrare al potere di essere buoni e giudiziosi? Aree di movimento che si lamentavano del differente trattamento a livello di inchieste e condanne tra polizia e manifestanti, che si richiamavano alla democrazia come certezza della pena, sono state ascoltate. Chi si genuflette ai principi della giustizia borghese accetta questo sistema, accetta la divisione in classi.
Sono "atti specifici" che vengono contestati ai compagni inquisiti e arrestati. Espropriare un supermercato, lanciare pietre contro la polizia, distruggere banche, costruire barricate non possono essere definiti atti pacifici. Non abbiamo paura di dire che questi atti sono palesemente antilegali, solo l'ottusità del movimento pacifista si può permettere di conciliare i limiti legali imposti dalla legislazione borghese con forme di lotta efficaci. Non tentiamo di ridurre il dibattito a una sterile opposizione ideologica tra i riformisti e i rivoluzionari, tra forme legali o extralegali, ma di riportare l'attenzione dei compagni ai comportamenti dei proletari in lotta di cui oggi abbiamo vari esempi. Qualche giorno fa sono stati inquisiti circa 130 lavoratori per aver bloccato la primavera scorsa i binari della stazione di Milano; sono pulitori delle ferrovie che lottavano e continuano a lottare contro la ristrutturazione. Questa forma di lotta che vene condannata da molti sindacati e dalla cosiddetta "società civile" è stata riproposta oggi più volte dagli operai FIAT. Solo la generalizzazione delle occupazioni di ferrovie, autostrade, aeroporti renderà difficilmente attaccabile questo genere di pratiche. Quando si combatte contro i padroni e i loro servi si utilizzano tutti i mezzi che si hanno a disposizione: Nelle strade di Genova anonimi manifestanti si sono ritrovati a combattere contro la polizia, creando in quei giorni una comunità di lotta, scavalcando leader, porta voce e tutta la merda della Politica mettendo in discussione il principio del monopolio della violenza da parte dello Stato. Oggi assistiamo al formarsi di una nuova comunità di lotta, solo parzialmente gestibile dal sindacato o dalle organizzazioni ufficiali. Gli operai di Termini Imprese si ritrovano davanti agli stabilimenti di Melfi per organizzare picchetti contro i crumiri. Un'azione di questo genere, che è supportata-subita dai sindacati, fino a poco tempo fa sarebbe stata definita estremistica e teppista. La generalizzazione delle azioni, la diffusione delle pratiche di lotta sono il miglior mezzo per evitare che si isolino compagni o proletari in lotta. Le lotte contro le ristrutturazioni, le mobilitazioni per il permesso di soggiorno, le rivolte nelle carceri e nei CPT, le occupazioni di case si trovano davanti un muro prodotto da un processo di crisi che offre sempre meno spazi di mediazione. Non ci importa se i manifestanti hanno commesso gli atti a loro contestati, ogni proletario, ogni rivoluzionario che si batte contro il capitale è un nostro compagno.
Solidarietà ai compagni arrestati e inquisiti
Contro la dissociazione e il pacifismo
Aboliamo il 41/bis
Per la generalizzazione della lotta degli operai FIAT
Senza Freni

Dal sito AutProl


No ai campi lager delle democrazie occidentali!

proletari

I Cpt sono la testimonianza più cruda della condizione degli immigrati/e nel "civile" Occidente. La loro funzione e' duplice: forma "estrema" (per ora) di controllo-repressione di un settore di proletari particolarmente ricattabili; ma anche emblema di un'operazione politica, mediaticamente amplificata, che tocca tutti gli immigrati/e: vi rendono clandestini e poi vi addossano la responsabilità di questa situazione (e della micro-criminalità che spesso vi si accompagna) sanzionandola.
Il sistema che produce clandestinità si mette i panni del tutore dell'ordine che la combatte!!
La legge Bossi-Fini eredita i Cpt dalla Turco-Napolitano dando il segno della continuità di fondo tra le politiche del centro-destra e del centro-sinistra. Inasprisce tutte le condizioni che spingono i lavoratori immigrati verso il rischio di cadere nell' "illegalità". E fa un passo oltre con il "contratto di soggiorno" più strettamente legato non solo a un lavoro regolare (come se fossero i lavoratori immigrati a voler lavorare in nero!), ma all'arbitrio del padrone che lo "concede". Risultato: se volete essere "regolari" (e comunque a tempo) abbassate ancora di più la testa davanti ai diktat dell'azienda e non provate a organizzarvi collettivamente per i diritti...

Dal sito Che Fare

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