Domenico de Simone
romano, scrive di economia e di filosofia. In questo sito trovate i suoi scritti, le sue idee, le sue iniziative.
programma di altramoneta
Locandina
del Convegno sulle monete complementari - Roma 30 marzo 2006 ore
9,30 Palazzo Valentini Sala Di Liegro, Via IV Novembre 119/A
Presentazione del Convegno
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Parmacrack
- non piangete sul latte versato
E'
in libreria il libro Parmacrack - non piangete sul
latte versato, sul crack della Parmalat edito da
Malatempora.
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Dove
va l'Economia?
Dove va
l'economia? intervista a Domenico de Simone, a cura
di Carlo Gambescia, nella collana Le Interviste per
la editrice Settimo Sigillo. Per acquistarlo, cercatelo
nelle migliori librerie oppure scrivetemi una email.
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Un'Altra Moneta |
Abbiamo la possibilità di creare una società fuori dalla logica del profitto, e di farla subito.
Ci sono i numeri, le risorse, la fantasia, le capacità. Facciamola.
Un'Altra moneta è il mio nuovo libro.
E' stato pubblicato presso l'editore Malatempora, ed
è interamente disponibile on
line e per il download come file RTF
compresso (200kb) o PDF.
Vuoi discutere con altri di questo libro? Dopo averlo letto, puoi discutere di Un'Altra Moneta, lasciando i tuoi commenti sul sito Open-Economy.
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oppure puoi ordinarlo a 9€ comprese le spese
di spedizione alla email
o sul sito della casa
editrice Malatempora.
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dall'Introduzione:
L’umanità che partecipa al Movimento è la più varia e composita.
Operai, impiegati, studenti, contadini, cococò, autonomi, disoccupati,
imprenditori di sé stessi e di altri, negozianti, preti, missionari,
suore, giornalisti, fotografi, professionisti, attori, eccetera,
eccetera. Credo che il movimento riassuma in sé tutto lo spaccato
della società civile, con preponderanza di alcune figure professionali,
ma con la presenza della maggior parte di quelle che ci possono
venire in mente.
Che cosa hanno in comune tutte queste persone? Molte cose, ma con
certezza possiamo dire che avversano il modo di vivere cui le costringe
la società del profitto. Che, insomma, il profitto come fine dell’esistenza
è l’avversario, è ciò che lega l’opposizione contro questo sistema
di tutti quelli che a Genova come a Firenze, a Seattle come a New
York, a Porto Alegre come a Praga, ci sono andati con i piedi e
di tutti quelli che ci sono andati con il cuore.
Un’altra cosa hanno in comune queste persone: che non vogliono un
nuovo ordine.
Il movimento comunista lottava per imporre l’ordine comunista su
quello capitalista. Potere contro potere, con il relativo corollario
di potere giusto contro il potere ingiusto e sofismi aggregati a
supporto di tale contrapposizione.
Come la democrazia delle società borghesi, dietro alla quale si
nasconde il potere del denaro, o la liberazione delle masse del
socialismo reale, che nasconde il potere delle burocrazie della
pianificazione.
Il Movimento non ha un ordine da imporre e nemmeno da proporre.
Ciascuno pensa al suo ordine, se ne ha voglia e tempo. Certamente
tutti vogliono una società pluralista, però universale, nella quale
le specificità locali ed etniche siano tutelate e non mortificate,
in cui tutti abbiano opportunità adeguate di farsi valere, senza
che questo significhi la morte di chi non ce la fa. Una società
solidale e ricca di umanità.
Ecco, fermiamoci su questo punto.
Ho usato un termine, “ricco di umanità”, che ci riporta al concetto
di ricchezza ed all’economia.
Una società nuova è una società in cui la ricchezza è l’umanità
e non il denaro, la solidarietà e non il profitto, il benessere
spirituale insieme con quello materiale.
Dico assieme, perché le due cose non sono affatto contraddittorie
ed è ipocrita contrapporle, così come è falso dire che il benessere
spirituale è possibile solo se si rinuncia a quello materiale. Perché
questo ragionamento ha il falso presupposto: che la ricchezza sia
possibile solo con il profitto. Questo è il paradigma di una società
con risorse scarse, in cui il ricco è colui che ha sottratto molte
risorse alla collettività. Oggi questo paradigma è divenuto falso.
Ci sono molte risorse, sufficienti per tutti, ed altre sono nascoste
e possono e debbono essere sollecitate in maniera appropriata.
Il paradigma della scarsità ha come corollario un sistema di accumulazione
che si fonda sul profitto e sull’interesse. Più i capitali sono
scarsi maggiore è il tasso di interesse che essi richiedono perché
maggiore è il rischio. L’usura della finanza si ammanta di eticità
nascondendosi dietro il paravento dell’utilità collettiva di un
corretto uso di risorse scarse.
La rapina della natura operata dal capitalismo nasce proprio nella
logica del profitto e dell’usura che attribuisce un valore solo
a quelle cose che sono scarse e, di conseguenza, tende a far diventare
tutto scarso allo scopo di poterlo monetizzare
Esemplare è quello che sta accadendo per l’acqua, che viene sistematicamente
inquinata allo scopo di renderla preziosa e quindi assoggettabile
al dominio del capitale monetario.
E pensare che viviamo nel pianeta azzurro, così detto proprio perché
è ricchissimo di acqua! Noi abbiamo la capacità di usare le risorse
senza distruggere il mondo e la natura, anzi rispettandola e valorizzandola
al massimo, al contrario di questo sistema nel quale la rapina e
la distruzione della natura sono un elemento essenziale per generare
il profitto e alimentare l’usura.
In realtà, oggi, disponiamo di risorse materiali in abbondanza,
e di risorse immateriali illimitate. Un noto cosmologo e fisico,
Frank Tipler, sostiene che le risorse, sono illimitate sul piano
fisico, nel senso che sono sempre sufficienti per ciascuna unità
vivente nel tempo della sua vita.
Con le nostre tecnologie avremmo la possibilità di rendere del tutto
automatici processi di produzione che rendono schiavi gli uomini
che ci sono addetti.
Paradossalmente, poiché quel lavoro rappresenta la vita di molte
persone, difendiamo un lavoro che è di per sé uno strumento di schiavizzazione,
invece di batterci per farlo scomparire. E’ l’equivoco che è contenuto
nel diritto al lavoro, che rovescia il senso dell’esistenza. Il
lavoro semmai è un dovere, che si risolve in ricchezza se è libero.
Il lavoro sotto la costrizione di non poter vivere senza, è una
schiavitù e basta.
Dire che la ricchezza è quella che nasce dallo spirito umano esprime
un pensiero comune a molti. La cosa paradossale è che questo pensiero
non si coniuga, poi, con comportamenti conseguenti. La ricchezza,
in questa società, è data solo dal denaro, e il denaro cresce solo
sul profitto. Di conseguenza la ricchezza è il profitto.
Nell’accezione corrente in economia, si fa riferimento per definire
la ricchezza al concetto di scarsità. Un bene è tanto più prezioso
in quanto è scarso, ed è questa la ragione per cui l’oro vale molto
di più dell’aria, nonostante questa sia indubbiamente essenziale
per vivere mentre l’oro è del tutto superfluo.
Ma se ci pensiamo bene, questa idea è falsa. Se così fosse, della
buona musica, o letteratura o filosofia, che sono certamente scarse,
avrebbero un grande valore. Al contrario il valore, in quei campi,
è dato dal profitto, poiché un libro o un disco non vengono venduti
in base al loro valore effettivo, ma in base a quello che riescono
a produrre, e quindi al capitale che viene investito per la loro
produzione. Non è quindi la scarsità che rende preziose le cose,
ma il profitto del capitale.
Tutti noi proviamo un senso di profondo disagio di fronte a questa
considerazione, perché ci rendiamo conto che stiamo immersi nella
logica del capitale ed esattamente nel punto in cui esso vuole che
stiamo. Ed è un disagio che si traduce, poi, in rimozione del problema,
e non nella ricerca della sua soluzione.
Anche contestare il capitalismo è funzionale alla sua riproduzione.
Se non ci credete, provate a pensare a quanto abbiano fruttato ai
mass media le notizie sugli scontri e quanta informazione richieda
il movimento, e per loro, l’informazione è ricchezza. Questo non
significa che non dobbiamo contestarlo, ma che l’opposizione e la
lotta devono assumerne forme e contenuti diversi, poiché quelli
usuali sono stati oggettivamente inglobati nella logica della riproduzione
del capitale finanziario.
Dobbiamo, allora, riflettere su che cosa possa davvero rompere questo
circolo perverso, che si impadronisce delle nostre stesse vite fino
a renderle strumenti per la creazione di denaro e di profitto. Abbiamo
la possibilità di creare una società fuori dalla logica del profitto,
e di farla subito. Ci sono i numeri, le risorse, la fantasia, le
capacità. Facciamola.
L’idea è quella di costruire, tra noi, un sistema di relazioni che
siano estranee al profitto, pur consentendo a chi le fa, di trarre
un utile da queste relazioni. Credo che chiunque svolga una prestazione
debba ricavarne un utile, il che non significa che questo utile
debba necessariamente essere un profitto. Infatti, la remunerazione
di un’attività è cosa diversa dal profitto, che attiene alla valorizzazione
del capitale e non delle risorse umane. Dobbiamo, quindi, impedire
che avvenga quel corto circuito che identifica capitale monetario
con i valori umani, fino al punto in cui questi sono subordinati
a quello.
Dobbiamo dichiarare e dimostrare che l’identità di valori umani
e valori monetari è falsa ed è in sé uno strumento di potere.
Come dicevo, ci sono risorse umane in quantità. Ci sono anche risorse
materiali a sufficienza, e ormai da oltre dieci anni. Insomma, non
è necessario che qualcuno muoia di fame affinché altri possano vivere,
così come non è necessario che molti facciano un lavoro massacrante
e alienante affinché pochi possano pensare.
D’altra parte è lo scambio alla base della logica del profitto.
Come ho dimostrato nel mio libro “Dove andrà a finire l’economia
dei ricchi”, allo scambio si stanno sovrapponendo logiche di relazioni
completamente diverse, nelle quali anche la valutazione dell’apporto
di ciascuno è del tutto superflua, così come sono insensati i pagamenti
in denaro.
Come dice Serge Latouche, Non si tratta dunque, di bandire i mercati
o di escluderli, ma di limitare il mercato lottando contro l’evidenza
del suo spirito. E quindi in questo processo di liberazione delle
mondialità dall’economicismo, (dis-economicizzazione delle mondialità)
che un progetto di economia alternativa plurale e solidale può acquistare
senso e consistenza e non essere soltanto un alibi, un’utopia, o,
addirittura, un giochetto per ingenui. Non ci si ritroverà più allora
di fronte ad un tentativo di bricolage di formule astratte (mercato,
ridistribuzione, reciprocità), ma ad una pratica ben contestualizzata
di rifondazione.
Dobbiamo quindi realizzare l’utopia di una società che si fonda
sulla vera ricchezza, che è quella che nasce dagli uomini.
Si tratta di un’utopia concreta, reale immediata. Senza i sogni,
gli uomini sono già morti. Ma vivere nel sogno, dimenticando la
realtà, è anche peggio. Se abbiamo un sogno dobbiamo viverlo fino
in fondo, renderlo reale, subito. Solo così possiamo sollecitare
le forze che sono attorno ed insieme a quel sogno.
Non abbiamo bisogno dell’utopia del futuro, perché come diceva Keynes,
a lungo termine saremo tutti già morti. Non vogliamo nemmeno l’utopia
del passato, quella dei morti che ritornano in forma di sogno splendente,
nascondendo la miseria del loro e del nostro presente. Non dobbiamo
negare la miseria del nostro presente, proiettandoci in un mondo
fantastico che vive nel passato o nel futuro. L’utopia è oggi, subito.
Dobbiamo essere realisti e fare l’impossibile. Questa frase entusiasmò
Marcuse che la lesse su un muro della Sorbona nel ’68, ma al posto
di fare c’era scritto chiedere. Noi non dobbiamo chiedere niente
a nessuno, dobbiamo fare il nostro mondo, a partire da noi stessi.
In noi è racchiuso tutto l’universo, e se è così, perché non realizzare
l’utopia?
Nel mondo virtuale abbiamo un’infinità di risorse: siti di informazione,
di musica, di letteratura, di teatro, di software, eccetera. La
maggior parte di queste risorse sono sottopagate o spesso non sono
pagate affatto, e quindi la loro possibilità di crescita è limitata
dalla presenza di siti e di aziende che dispongono invece, di ben
altri mezzi.
In che cosa consistono questi mezzi? Nel denaro e nelle altre risorse
finanziarie di cui le banche ed i grandi gruppi dispongono e che
vengono messi a disposizione di chi si muove entro una logica di
profitto. Attenzione, non ho scritto di sviluppo, ma di profitto
che è profondamente diverso, poiché esso attiene allo sviluppo del
capitale, non della società né, tanto meno delle risorse umane.
Noi dobbiamo creare una logica di sviluppo senza profitto, di creazione
di ricchezza senza sfruttamento, di valorizzazione della vita e
non del denaro. Questo è il punto decisivo.
Facciamo un esempio.
Si parla dell’informazione indipendente, ma per farla ci vogliono
risorse finanziarie e certamente, nessuno nel movimento dispone
delle somme per fare una televisione indipendente. Neppure troverete
mai una banca disposta a dare ad un gruppo legato al movimento le
somme necessarie per farlo. E non tanto per ragioni ideologiche,
ma semplicemente perché nessuno è in grado di aggregare le risorse
necessarie per garantire i profitti che il mondo finanziario esige
per iniziative di questo genere.
D’altra parte, se ci si muove fuori di una logica di profitto è
insensato garantire dei profitti, così come se ci si muove in una
logica non violenta è insensato comprare le armi. E se qualcuno
finanzia queste iniziative vuol dire che da qualche parte il profitto
lo tira fuori, altrimenti non lo farebbe. Per questa ragione diffido
sempre di iniziative apparentemente animate dalle migliori intenzioni
che però non escono dalla logica ferrea di questo sistema. Lo stesso
discorso vale per la politica. Non sono gli uomini cattivi che rendono
il potere cattivo, ma è il potere che fa gli uomini cattivi, e credo
che la storia ce ne abbia dato esempi a sufficienza.
Pensate alle T.A.Z., le zone di autonomia dal potere politico di
cui Hakim Bey ci ha reso una accurata descrizione nel suo splendido
libro. Dobbiamo costruire una T.A.Z. dal potere finanziario, una
zona autonoma, ma non temporanea, che consenta a chiunque lo voglia,
di uscire dalla logica del capitale e del profitto. La chiameremo
FAZ, Financial Autonomous Zone, ovvero Zona di Autonomia Finanziaria.
Nel movimento, come dicevo prima, ci sono risorse umane e materiali
più che sufficienti per trasformare in realtà quello che appare
un sogno. Cosa possiamo fare per realizzarlo?
Partiamo dalle cose semplici e già note. Ci sono le banche del tempo
ed altre organizzazioni no-profit, i cui membri si scambiano prestazioni
senza ricavare un profitto. Posso scambiare un’ora di lezioni di
musica con un’ora di giardinaggio o un’ora di baby sitting. Le banche
del tempo sono molto diffuse nel mondo, un po’ meno in Italia, anzi
quasi per niente, e sono certamente un’istituzione lodevole. In
Argentina, ad esempio, con strumenti del genere alcuni milioni di
persone riescono a sbarcare il lunario, poiché dedicano tutto il
proprio tempo a rendere questi servigi ricevendo dagli altri servizi
in proporzione.
Il problema, però, è di far uscire la logica del profitto dalla
nostra vita. Perché anche se la rifiutiamo, anche se pensiamo di
starne fuori, essa è sempre presente ogni volta che dobbiamo fare
un gesto banale come quello di andare al bar a prendere un cappuccino,
o quello un po’ più impegnativo di andare a comprare una casa o
un’automobile. E’ vero che molte banche del tempo emettono una specie
di denaro, che altro non è che un’unità di misura delle ore prestate
e serve a dimostrare che si è effettuata effettivamente la prestazione
indicata nel certificato (altrimenti lo scambio deve necessariamente
essere limitato tra quelli che si conoscono e che hanno effettuato
reciprocamente le prestazioni). Però anche queste forme monetarie
alternative hanno dei limiti. In genere scarseggiano, e quando sono
emesse non si conoscono i criteri di emissione né di distribuzione.
Ma il limite peggiore è che esse non sono convertibili, e quindi
sono destinate comunque ad una circolazione limitata tra quelli
che offrono prestazioni e solo per quelle prestazioni. Insomma,
non ci si può comperare casa e nemmeno il cappuccino al bar, e soprattutto
non ci si possono pagare la luce, il telefono, l’energia e le tasse.
Per fare queste cose occorrono i soldi, così come pure per fare
una televisione indipendente o un sito di informazione che sia in
grado di fare concorrenza ad un network di medie dimensioni.
I soldi li fanno le banche che te li danno solo se ti indebiti,
e se ti indebiti caschi necessariamente nella logica del profitto,
altrimenti non potrai mai restituire il tuo debito. In realtà non
ci riesci lo stesso, ma se paghi gli interessi e cresci con il fatturato,
le banche ti creano altro denaro indebitandoti ulteriormente così
che il loro profitto possa crescere (non dobbiamo dimenticare che
le banche hanno bisogno per fare soldi di qualcuno che si assuma
il debito). Le conseguenze sono quelle che vediamo oggi: tutte le
aziende sono oberate di debiti e ogni tanto qualcuna che non ce
la fa a ripagare il suo debito viene eliminata. Al suo posto sono
pronti in mille ad assumersi quei debiti e tentare l’avventura.
L’economia cresce solo con il debito, che è poi il modo del potere
finanziario di creare il denaro.
Quello che interessa alle banche non è che il debito sia restituito,
poiché esse sanno benissimo che in molti non potranno farlo, ma
che si viva nella logica del profitto e della riproduzione del capitale.
Alle banche interessa l’anima degli uomini, esse vogliono indurre
comportamenti che presuppongano la logica del profitto. Solo così
possono perpetuare il loro potere.
Però, cosa ci dimostra l’esistenza delle Banche del Tempo e delle
monete alternative? Ci dimostra che è possibile fare a meno del
“loro” denaro per vivere. Che è possibile lavorare, creare, muoversi
in una logica diversa da quella del potere del denaro e del profitto.
La vera ragione per cui queste istituzioni alternative non decollano,
è data dal fatto che esse si tengono ai margini, indecise tra l’alternativa
vera ed il mondo tradizionale.
Se non si rovescia la logica del Capitale è impossibile farne a
meno. Una Banca deve comportarsi con la logica della banca tradizionale,
altrimenti è destinata al fallimento, così come un’impresa deve
comportarsi secondo i criteri propri dell’impresa, altrimenti è
anch’essa destinata a chiudere.
Allora, o rovesciamo la logica del Capitale, oppure Banca Etica,
finanza Etica, imprese no-profit, resteranno delle belle aspirazioni
prive però di concretezza e di sostanza. E prima o poi dovranno
piegarsi alla logica del capitalismo e diventare simili alle altre
imprese o banche o finanziarie, come antiche e recenti esperienze
ci hanno dimostrato.
Insomma dobbiamo uscire dalla logica del profitto. Ma come?
In questo libro tenteremo una risposta, senza la pretesa che questa
sia completa né definitiva, ma solo un’indicazione di una via da
percorrere, durante la quale si incontreranno molti ostacoli, molti
nemici, molti dubbi, come sempre accade quando si intraprende una
strada nuova.
Ma credo che questa strada sia l’unica possibile, e che essa sia
in qualche misura necessaria anche per lo stesso capitalismo e per
gli uomini e le classi che lo sostengono. Sarà quindi necessario
fare molta attenzione a che il progetto di costruire una nuova società
non sia stravolto e inquinato dal riemergere di vecchie logiche,
poiché ciò che deve essere chiaro, è che la risposta passa per un
rovesciamento della logica con cui abbiamo costruito il mondo, e
per la ricerca di un nuovo pensiero.
Con il sogno di dare una risposta a questa domanda, milioni di esseri
umani, in passato, hanno lottato, si sono sacrificati, hanno sognato,
discusso, distrutto e costruito, senza arrivare, in concreto, ad
una soluzione definitiva. Ma ci hanno trasmesso un bagaglio enorme
di informazioni, di idee, di piani, giusti e sbagliati, che oggi
ci consente di formulare un nuovo progetto.
Il loro sacrificio non è stato certo vano, e la loro lotta ci ha
insegnato che non dobbiamo mai perdere la speranza di cambiare il
mondo e renderlo migliore. E questo per noi significa in concreto
eliminare la miseria e la sopraffazione, l’inquinamento dell’aria,
della terra e delle coscienze e la crudeltà, la violenza, la brutalità
delle guerre.
In altre parole, eliminare il potere, che è la fonte della violenza,
della disuguaglianza, della sopraffazione, della guerra.
E non dobbiamo fare una società più povera, ma una più ricca in
senso spirituale e materiale, altrimenti avremmo fallito nel nostro
compito e tradito i sogni e le aspirazioni di quegli uomini e di
tutti coloro che oggi si battono per cambiare il mondo.
Il sito Open Economy è stato colpito da un attacco che ne ha completamente ditrutto il contenuto. I curatori del sito hanno deciso di non ripristinarlo per ora e stanno cercando di recuperare il materiale perduto.
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