Ossimori, televisioni, collettivi e Faz
Gli ossimori
più divertenti, ed anche più rari, sono quelli involontari,
magari nascosti nelle pieghe di eventi o espressioni apparentemente
sensate. Un ossimoro, si sa, consiste nell'accostare termini
antitetici nella medesima espressione linguistica. Un bell'esempio
è quello che mi è capitato giorni fa, quando sui quotidiani
nazionali, ho trovato la notizia del matrimonio (riparatore) del
rampollo di casa Savoia con una graziosa fanciulla che ha dichiarato,
anima candida, di essere una "anarco-comunista"
(un mio amico ha commentato che forse il nascituro lo chiameranno
Gaetano, in onore dell'anarchico Bresci). Un altro bell'esempio
di involontario ossimoro mi ha sorpreso nella lettura disincantata
del manifesto della NowarTv, nel cui incipit ho colto questa
perla:
"Questo documento è una proposta di discussione formulata
collettivamente dal CdA di Nowartv e che apre un dibattito sia nel
collettivo, sia nel mondo intellettuale e politico italiano."
Dopo averlo riletto più volte, strabuzzando gli occhi per
la sorpresa, sono giunto alla conclusione che era scritto proprio
così e che non avevo avuto le traveggole (sapete com'è,
l'età, la stanchezza di una giornata di lavoro, i ricordi
di gioventù, messi tutti assieme possono causare brutti scherzi).
E se il primo ossimoro della giornata mi ha fatto divertire, il
secondo mi ha dapprima stupito, poi depresso, quindi irritato ed
alla fine mi ha indotto a scrivere queste righe non brevi per le
ragioni che comprenderete se avrete la pazienza di arrivare fino
in fondo.
Premetto che quell'incipit non è un lapsus calami,
ma fa parte integrante del programma della televisione. In effetti,
i membri del CdA della NowarTv sono convinti di essere un collettivo,
come si evince dalla seguente espressione tratta dal medesimo manifesto:
"
una condizione sine qua non di questo progetto è
che il collettivo che viene scelto per realizzarlo non deve avere
ostacoli nelle sue scelte d'informazione e d'intrattenimento."
A dir la verità, più che un collettivo sembra uno
Stato Maggiore. In ogni caso, non fatevi illusioni: il CdA della
cooperativa funziona esattamente come tutti i CdA del mondo, e non
certo come un collettivo che sono, o meglio, vogliono essere, la
negazione del principio gerarchico.
Nulla del genere nella NowarTv: il CdA ha il suo potere ben stretto
nelle mani e lo esercita con ferrea determinazione in una struttura
che più gerarchica non si può, nella quale il CdA
(come in tutte le società del mercato capitalistico) sta
al vertice. Il che ha una sua precisa ragione d'essere: il capitalismo
pretende che le strutture economiche siano gerarchiche, come ben
sanno tutti coloro che hanno avuto a che fare con imprese, aziende,
negozietti anche in forma cooperativa o no-profit. Finché
ci sei dentro devi comportarti come richiede il vapore, altrimenti
vieni semplicemente sbattuto fuori senza pietà.
Riposto nel cassetto delle anticaglie il sogno di partecipare, discutere,
proporre, decidere insieme alla formazione di una volontà
comune, che era lo scopo dei collettivi (tranne poi trovarsi con
i soliti giochi di potere dei capetti, che sono quelli che li hanno
ammazzati i collettivi), mi sono chiesto che senso avesse mettere
in un documento del genere una simile espressione.
Del Manifesto di NowarTv avevo letto l'essenza e devo dire che l'avevo
condivisa. Finalmente qualcosa si muoveva nel panorama ossificato
delle televisioni di MediaStato.
Chi può essere contro l'obiettivo di costruire una "democrazia
della e nella comunicazione"? E chi può non condividere
l'altro obiettivo di "
produrre, insieme a una corretta
informazione, una buona comunicazione, onesta, divertente, intelligente,
esteticamente bella, che recuperi i registri della gioia, della
verità, della poesia, e respinga sia il politichese dei politici
prepotenti, sia il vaniloquio degl'ignoranti e dei venditori di
fumo"?
Obiettivi giusti ma incoerenti con quello che emerge poi, quando
vengono fuori le magagne. Ad esempio, quando il documento dice "noi
non vogliamo fare una tv di partito, e neppure una tv del movimento,
o dei movimenti. Non vogliamo fare propaganda, perché la
propaganda non è informazione". Giusto, certo, il
non voler fare una tv di partito né di propaganda, ci mancherebbe
altro. Ma che c'entra il movimento? Mica è un partito né
un'organizzazione politica il movimento, ma un pezzo della società
civile che a volte nemmeno lo sa di essere movimento, ma semplicemente
si ribella o protesta contro questo sistema. (A proposito, leggetevi
il libro "Movimento" appena edito dalla Malatempora).
E allora perché accomunarlo ai partiti? Capisco che senza
le energie, la volontà, la forza, l'intelligenza del movimento
non si va da nessuna parte. Una nuova tv commerciale non serve a
niente e soprattutto non si può nemmeno fare senza mille
miliardi l'anno. Ma il movimento è orizzontale e non tollera
i verticismi, questo è il punto. E né le ipocrisie
né gli ossimori servono allo scopo di mettere insieme capitale
e movimento, anzi rischiano di produrre l'effetto di bruciare in
partenza quella che potrebbe essere invece un'esperienza interessante.
L'obiettivo di NowarTv è ambizioso. Non solo una televisione,
ma una rete che prenda le esperienze delle StreetTv, dei mille fogli
elettronici di internet, delle mille esperienze di un mondo diverso
e le amalgami in un nuovo modo di fare informazione e spettacolo.
Una rete in un magma dal quale scaturisca una nuova forza politica.
Questo, per la verità, non è scritto da nessuna parte,
ma ci vuole tanto a capire che l'approccio è sempre ispirato
al vecchio e (già) caro Vladimir Illich (riveduto e corretto
negli anni settanta)?
Il problema è che questo non interessa affatto al movimento
né ad alcuna delle sue mille anime.
Il magma vuole restare tale, punto. E continuare, semmai, a fare
controinformazione su internet, sui foglietti elettronici e non,
con le streetTv, il wireless, i volantini, le mille rivistine diffuse
nel quartiere, eccetera.
Nella società civile (e nel movimento) ci sono risorse umane
straordinarie, che stanno cercando di inventare di tutto per uscire
dal soffocante abbraccio dell'informazione e dell'intrattenimento
di MediaStato. Dalle StreetTv, splendido esempio di Tv creativa,
a Indymedia, ai bloggers, alle centinaia di siti che, nonostante
l'assurda legge di regime imposta dalle lobbies mafiose dell'informazione
(e votata ignomignosamente anche dalla sinistra) continuano a fare
con coraggio controinformazione. Il manifesto di NowarTv ne rileva
l'esistenza e soggiunge (giustamente) che tutto ciò non basta
per combattere contro il potere di MediaStato. E' vero, lo sappiamo
perfettamente che la controinformazione è un rivoletto per
poche centinaia (o migliaia, quando va bene) contro una valanga
che imbottisce quotidianamente la testa di milioni di persone.
Ma qual è l'alternativa, allora? Una Tv gerarchica esattamente
come Rete quattro o Rai 2, con il suo CdA, i suoi direttori generali
i colonnelli e via via scendendo per li rami fino al popolo di passivi
spettatori a rimirare i programmi alternativi che saranno vagliati
dall'insindacabile giudizio del "collettivo" al potere?
Con tanti bei manifesti, come la pubblicità equa e solidale,
la qualità, la gioia, la bellezza, la democrazia dell'informazione,
eccetera. E per questo il movimento dovrebbe rinunciare di fatto
a fare controinformazione, anche per dieci persone, ma con la libertà
e la voglia di farlo, di esprimersi, di raccontarsi? E' una prospettiva
perdente? Certo che lo è, e le mille anime del movimento
lo sanno benissimo. Ma è perdente pure la prospettiva di
fare l'ennesima struttura gerarchica per andare a combattere contro
i carri armati di MediaStato con le lance e le frecce. E oltre a
far perdere la battaglia, questa prospettiva fa perdere pure l'anima,
e quella almeno il movimento cerca di tenersela ben stretta. Ciascuno
nella sua organizzazione, di agricoltura biologica, di precari,
di vegetariani, di cococo', di atipici, di commercio solidale, di
medicina alternativa eccetera, ciascuno con la sua controinformazione,
il suo sito, la sua StreetTv, la sua webradio.
Se poi, vediamo il programma, escono fuori altre magagne. Tutti
d'accordo sulla tv contro la guerra, ma "l'intransigente
difesa della costituzione repubblicana" che roba è?.
Se vado a dire che l'etica del lavoro mi fa schifo e che è
sfruttamento, mi buttano fuori? E se vado a dire che i partiti mi
fanno schifo e che mi piacerebbe discutere di una diversa articolazione
della cosa pubblica che fanno, mi cacciano e denunciano per attentato
alla Costituzione Repubblicana Nata dalla Resistenza? E dove sta,
allora, la democrazia della comunicazione? Che cos'è una
televisione che parte con un programma politico (per quanto condivisibile)
se non un partito politico malamente mascherato?
Per quale ragione le mille anime della controinformazione del "movimento",
che non è un partito politico e tanto meno vuole esserlo,
dovrebbero affidarsi a questi signori, magari per far crescere una
televisione e poi vedersi sbattere fuori senza tanti complimenti
perché not politically correct? (sarebbe mica la prima
volta
.)
Proviamo a ragionare, dunque. Entrambe le prospettive, oggi, sono,
perdenti. Una televisione con la struttura delle tv di MediaStato
deve trovare mille miliardi per avere speranze di farcela. In pratica
un'illusione. La controinformazione del movimento è bella,
radicale, pulita ma impotente contro il MediaStato, almeno per ora.
Finché la maggioranza della popolazione sarà quotidianamente
bombardata da una vergognosa informazione che definisce terroristi
i trecentomila di Genova (e chi c'era sa bene chi fossero i veri
terroristi, lì), sarà difficile spuntarla, pure se
i mille fogli del movimento diventano diecimila o centomila. Un
sistema che si regge sulla menzogna sistematica come strumento di
potere (vedi le ultime novità sulle armi nucleari irachene)
e che dispone di tutti i mezzi di informazione, è imbattibile
sul suo terreno.
Per fare una televisione, infatti, occorrono tanti soldi, è
questa la regola del capitalismo che pure le cooperative conoscono
alla perfezione. I soldi li danno le banche, se fiutano il business
di tanti ritorni pubblicitari, perché poi sono le ditte a
pagare in pubblicità e quindi noi che compriamo quei prodotti.
Ora, una Banca non darà mai e poi mai i soldi ad una televisione
alternativa, le ditte non faranno pubblicità se la tv non
fa audience e ogni tentativo di rompere l'assedio di MediaStato
per quella via è destinato a morire sul nascere. Cecchi Gori
ci ha rimesso pure le mutande quando ci ha provato e la Sette, ora
finita nelle mani degli amici degli amici, vivacchia in attesa di
novità sul fronte (che prima o poi arriveranno).
Se fai una tv commerciale, poi, e ti fai sponsorizzare dalle ditte,
alla fine fai quello che vogliono loro ed i loro soldi (cioè
le banche). Insomma, programmi da schifo, informazione di regime,
immagini patinate, squinziette col sedere al vento, grandi fratelli
e niente cervelli. Pensate che la corsa verso il baratro morale
ed intellettuale delle tv di MediaStato sia dovuto al caso, o alla
necessità di recuperare l'audience necessaria per far quadrare
bilanci sempre più grami? Questa è la logica del mercato
e dell'accumulazione monetaria, che vi piaccia o meno.
Insomma, per fare una Tv alternativa occorre fare un'economia alternativa,
altrimenti la ferrea logica del profitto monetario la stronca sul
nascere.
In questo quadro è comprensibile che il progetto per una
nuova televisione voglia mettere insieme le forze puntando sull'unica
ricchezza vera di cui dispone la gente, la creatività, la
fantasia e la volontà di uscire da questo sistema. Ma la
via non è quella imboccata da NowarTv, che rischia di fare
da collettore del velleitarismo e del dilettantismo, senza riuscire
nemmeno a fare il solletico a MediaStato. Per coinvolgere il movimento
e la società civile che c'è dietro occorre il coraggio
di costruire un'alternativa economica a questo sistema, altrimenti
le forze necessarie per battere la voce di MediaStato non si troveranno
mai. Occorre anche un grande progetto politico-mediatico nel quale
l'essenza sia l'accesso a tutte le voci della società civile
all'informazione ed all'intrattenimento. Occorre la fantasia per
trovare un nuovo rapporto con le imprese per evitare che sia la
pubblicità a dettare i modi e i contenuti degli spettacoli,
ma che il rapporto sia rovesciato. Occorre fare in modo che nessuno
comandi se non la gente che guarda la televisione, e che cerca lì
dentro la soddisfazione del proprio immediato bisogno di informazione
pluralista, realmente pluralista, di spettacolo decente (e sappiamo
che cento persone hanno cento idee diverse su cosa sia la decenza),
insomma di una televisione che sia realmente svincolata da ogni
potere.
E' un sogno o un'utopia questo? Forse, ma se non ci si pone questo
obiettivo è inutile sperare di sconfiggere un avversario
che sul piano delle forze ne ha molte più di noi. E' insensato
battersi con gli stuzzicadenti contro le sciabole, appunto.
Anche perché l'utopia esiste ed è realizzabile subito.
Bisogna spogliarsi delle vecchie ideologie, bisogna capire il momento
storico che stiamo vivendo, bisogna avere il coraggio di realizzarla
questa utopia, ora e non domani, perché ora è la nostra
vita. L'utopia è una FazTv che adotti le nuove tecnologie
informatiche e consenta a tutti di produrre programmi in uno spazio
che è teoricamente infinito. La televisione tradizionale
ha il limite della scarsità dello spazio: il palinsesto deve
stare in certe ore e non c'è certamente spazio per mandare
in onda tutti i programmi che vengono prodotti. Questo banale meccanismo
giustifica alla fine la necessità del CdA che sceglie i programmi
da mandare in onda, determinando di fatto la scelta politica su
di essi. Ma è proprio necessario che questo avvenga? E' possibile
già oggi costruire una televisione che raccolga nel suo magazzino
a disposizione di tutti i suoi utenti migliaia di programmi, di
informazioni e di spettacoli. Persino la Rai se n'è accorta
e sta pubblicizzando questo sistema. Il palinsesto, a quel punto,
servirebbe solo a mostrare la varietà di programmi a disposizione
dell'utente e che poi cento fiori fioriscano e mille scuole disputino
il possesso della verità. Tutti avrebbero diritto di parola
in una nuova televisione e solo il pubblico il diritto di decretare
la vittoria o la sconfitta dei programmi.
Come? Semplicemente comprando i programmi (e in questo modo
i dati sarebbero certi e non le fumosità statistiche dell'Auditel).
Ma per comprare ci vogliono i soldi, e questi da dove escono fuori
se la gente non ha più un centesimo? E perché, poi,
dovrebbero pagare se ci sono televisioni che offrono gratuitamente
spettacoli e servizi di ogni genere? Fanno schifo si sa, ma sono
gratis.
Se però una nuova televisione regalasse ai suoi utenti
i soldi per scegliere i programmi allora le cose cambierebbero.
Anche questi sarebbero in pratica gratuiti, come per le Tv commerciali,
ma con la bella differenza di poter scegliere tra tanti programmi
e tanta informazione. E se non c'è nulla che ti piace si
può sempre tornare a vedere Canale 5 o Rai uno. Ma se quella
televisione è fatta bene ed offre davvero pluralismo dell'informazione
e una gamma ampia di spettacoli di qualità, chi ci tornerebbe
più a sentire le menzogne dei mezzibusti di regime?
Già, ma i programmi di qualità vanno prodotti e ci
vogliono tanti soldi, poiché non si può mica pensare
di sfruttare il volontariato dei mille cronisti della rete per poi
buttarli fuori a colpi di "fatti più in là,
dilettante" quando il CdA del collettivo ha trovato i "professionisti"
del (proprio) regime.
Ora, la cosa divertente è che
in realtà i soldi non li tirano fuori mica le ditte o le
banche. Le prime scaricano i costi della pubblicità sui prodotti
e quindi sulla gente, le seconde il denaro lo creano - per mezzo
del debito - quando sentono puzza di guadagno.
E allora mi è venuto in mente che si può fare a meno
delle banche e portarsi appresso le ditte invece che farsi guidare
da loro.
Come fa una Tv a fare una cosa del genere? Semplice, se la Tv fosse
una FazTv. Emetterebbe Titan e finanzierebbe i programmi supponendo
un'audience minima, e poi gli darebbe il resto sull'audience effettiva
raggiunta. Nessuna barriera, nessuna opzione ideologica, nessuna
discriminazione. La StreetTv di Forlimpopoli avrebbe le stesse possibilità
di fare audience e spettacolo del Teatro Stabile di Roma o del "Regio"
di Torino, ed esattamente gli stessi soldi.
Lo stesso vale per l'informazione: il freelance di Canicattì
avrebbe le stesse possibilità della "firma" dell'Unità
o del Corsera (sempre che questi ci si mettano a rischiare di prendere
schiaffi in piazza).
Ma che roba sono questi Titan che consentono alla FazTv di
finanziare tutto ciò? Si tratta di titoli a tasso negativo,
insomma una specie di denaro a scadenza di geselliana memoria. Un
fantasma (per il potere finanziario) che ritorna, visto che dopo
Worgl dall'inizio di quest'anno due milioni di persone usano denaro
a scadenza in Argentina. Sul sito www.open-economy.org trovate tutto
il materiale teorico sull'argomento così come nel mio ultimo
libro "Un'altra moneta" interamente leggibile e
scaricabile dal sito, o in libreria, Malatempora editrice, 2003.
Qui vi racconto brevemente come possono far funzionare una nuova
Tv realmente democratica e popolare.
Vi chiederete che ci fanno i giornalisti o teatranti (e tutto il
resto) con questi Titan. Li spendono, ovviamente, e pure velocemente
visto che essi perdono valore con il tempo (non tanto, solo tra
il 5% e il 10% all'anno). Allo stesso modo li spendono gli abbonati
che li ricevono per comprare i programmi televisivi. Teatranti e
giornalisti li spenderanno presso le ditte che li accetteranno per
vendere i propri prodotti, dal negoziante sotto casa fino alla grande
impresa di automobili o lavatrici. E che interesse hanno queste
ditte ad accettare i Titan? Li prenderanno perché attraverso
esse si faranno pubblicità presso i soci della televisione,
che si presume diventino numerosi in breve tempo. Insomma, attraverso
questo meccanismo, le imprese possono fare una forma nuova di pubblicità
ai loro prodotti senza dover spendere le enormi cifre che la pubblicità
tradizionale gli richiede, vedendo subito e direttamente l'effetto
che fa. Vi pare poco?
Ma poi le ditte che ci fanno con i titan? Li cedono a chi vuole
comprare programmi ed ha finito la dotazione gratuita, li danno
in premio o sotto forma di salario ai dipendenti che li accettino,
li usano per comprare merci da altre ditte del circuito, o attività
immateriali dai soci della Faz che li accettino in cambio delle
proprie prestazioni (e perché non accettarli se ci puoi fare
la spesa?). Insomma, ci fanno ricchezza e creano anche lavoro e
come accade per tutti gli strumenti finanziari, si creerà
un mercato dei Titan (che sono tecnicamente obbligazioni).
Perché dovrebbe crescere una Tv fatta così fino a
battere il MediaStato? Semplice, perché essa in breve tempo
offrirebbe agli abbonati una gamma enorme di programmi e di informazioni
tra cui scegliere. E allora perché sorbirsi il MediaStato
con il suo codazzo di insopportabile pubblicità e i suoi
programmi schifosi se si possono avere programmi di buona qualità
senza la pubblicità diretta?
Capisco che alla fine di questo articolo le domande che si affollano
nella mente sono tante e non trovano risposte immediate. Non posso
che reiterarvi l'invito di andare sul sito di open-economy, ma anche
di riflettere sul fatto che tutto l'apparato televisivo si regge
sui costi della pubblicità, che pagano i consumatori, e sul
denaro bancario che viene creato sotto forma di debito generatore
di interessi. Ebbene, il ciclo di creazione del denaro e della pubblicità
sostanzialmente non cambia, anche se invece che stare in testa al
sistema sta in coda. Ma soprattutto, questo meccanismo consente
di eliminare alcuni miliardi di euro che annualmente il sistema
mediatico regala alle banche per gli interessi. A parte il resto,
non basta questo solo a giustificare la convenienza di tutto il
sistema per la gente, per le imprese e per i lavoratori?
Se questa è la prospettiva, discutiamone, seriamente, subito.
E intanto che cosa può fare di meritorio la NowarTv (oltre
a trovare un nome più decente)? Usare le professionalità
e le capacità di cui indubbiamente dispone, per costruire
una struttura in grado di creare le premesse di una grande rivoluzione
nel mondo mediatico. Perché o è questa l'ambizione,
e allora è necessario trovare nuove forme, nuovi strumenti,
nuovi progetti, nuove idee (e quelle di cui ho accennato sono un
esempio), oppure la battaglia è persa in partenza. Costruisca
un palinsesto di due tre ore al giorno, in chiaro, sul satellite,
sul web e si predisponga a costruire una metodologia tecnica in
grado di offrire la tecnologia (che non costa nemmeno tanto) di
cui parlavo prima. Se farà buoni programmi e buona informazione
avrà gettato le basi perché il grande cambiamento
si realizzi e ne avrà grande merito. Altrimenti sarà
stato l'ennesimo aborto dei buoni propositi e delle migliori intenzioni,
di cui, com'è noto, è lastricata la via per l'inferno.
Domenico de Simone
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