PREMESSA:
Tutto ciò che abbiamo sfiorato senza carpire per presunzione, per ignoranza o solamente
perché eravamo giovani. Mi sognai di parlare e confidarmi ad altri me stessi passati e futuri. Ai primi consigliavo e rispondevo ma sprezzanti non mi ascoltavano, ai secondi domandavo senza ottenere risposte. E nel sogno avevo come l’impressione che gli errori di gioventù decidessero l’intera vita. E nel sogno mi chiedevo dove il non colto andasse a finire e non facevo a tempo a salutare la mia giovinezza. Dimmi ora caro amico ciò che ci è stato tolto e quel che abbiamo tolto senza saperlo senza volerlo ? Dimmi ora amica, che non sei più ragazza, se avevano un senso quelle luci di città e quelle sere. La città allora ci sembrava nostra, ma non sapevamo che avesse occhi e ci scrutasse dall’alto divertita e sorridesse di noi, dell’ingenuità dei nostri vent’anni. Mi piacerebbe adesso sapere che fai, se ti perdi ancora nei pensieri di un tempo, se ti immalinconisci a pensare a quel che siamo stati, alle nostre stagioni. Quante tracce hanno lasciato gli amori non corrisposti e quelli finiti ? E poi perché il passato deve sempre ritornare con il volto della nostalgia ? Adesso ci sono sempre gli stessi treni, ma ci sono altri ragazzi, altri viaggiatori. Ci sono altri ragazzi che cercheranno di abbracciare il mondo. Si innamoreranno di donne ed idee, e penseranno di essere unici. Parleranno e penseranno di essere i primi a nominare le cose del mondo e della vita. Adesso ci sono altri ragazzi, che poi diventeranno uomini senza accorgersene, senza accorgersi dell’inganno consueto del tempo.
AMICIZIE DI UN TEMPO:
Sono una persona alquanto riservata e non ho mai scritto niente della mia vita privata, dei miei famigliari, delle mie amicizie. Ora vorrei parlare delle mie amicizie. Ogni tanto ripenso a ciò che è stato anche se nessun volto rimane indelebile nella memoria. Amici ed amiche di un tempo non di rado affollano la mia mente. Ritorno indietro nel tempo con la mente e rivivo i miei vent'anni. Tanto tempo fa. Amici ed amiche di un tempo bussano talvolta alla porta della mia memoria. Mi ricordo ancora le loro fisionomie, le loro posture, i gesti che li caratterizzavano. Non ho in mente esattamente tutte le loro parole, ma mi ricordo bene i loro pensieri. Mi ricordo ancora il nostro idealismo, la nostra vana ricerca del giusto e del vero.
Mi ricordo ancora quei giorni vissuti tra manuali di psicologia, lezioni universitarie, tramezzini al bar, sessioni di esame. Mi ricordo ancora i miti, le chimere e le bandiere della nostra giovinezza.
Mi ricordo delle notti trascorse assieme a bere, parlare e ridere, e delle albe vedute insieme. La memoria però sappiamo anche che non è fedele e l’immaginazione è potente, perché grazie ad essa è sufficiente una siepe per figurarsi l’infinito. Bisogna ricordarlo sempre: memoria ed immaginazione si confondono. La memoria non è un inventario, con cui si cataloga tutto freddamente, ma è creativa. Così non sai mai effettivamente quanto la tua fantasia ha aggiunto e quanto ha deformato quelle persone. Più semplicemente viene da chiedermi: erano davvero così come li ricordo adesso ? Un tempo sembravamo indivisibili compagni di disavventure. Avevo instaurato con queste persone rapporti duraturi di fiducia, di stima, di trasparenza e sincerità reciproca. Tutto allora sembrava così disinteressato. Ora mi chiedo spesso se quella sensazione di sintonia non fosse illusoria e non fosse dovuta alla nostra giovane età. Poi tutto cambia. Banalmente potrei dire che le situazioni si evolvono, che in taluni casi c’è chi sceglie più o meno consapevolmente la sua strada e in altri c’è chi non può decidere, perché una causa di forza maggiore prende il sopravvento. Purtroppo è rarissimo condividere un’amicizia quando ci si accorge che si è ormai troppo lontani e che non si ha più molto da spartire. Ogni tanto mi chiedo cosa faranno adesso amici ed amiche di un tempo. Che farà adesso Maria, che voleva umanizzare il mondo e cercava di diffondere il messaggio anche alle persone più indifferenti, che passavano nelle vie del centro a Firenze ? Si sarà sposata, avrà dei figli e avrà abbandonato i suoi ideali definitivamente ? Che farà adesso Silvia con cui facevo discussioni interminabili e dialoghi sui massimi sistemi ? Avrà trovato l’uomo che cercava ? Uno che le garantisse una certa agiatezza economica ? Che cosa starà facendo ora la ligure Giovanna, che riusciva a far innamorare tutti allora e voleva rimanere libera ? Gli anni avranno tolto qualcosa al suo volto oppure è ancora in grado di catturare gli sguardi degli uomini ? Che cosa starà facendo Simona di Torino, così simpatica e sensibile, che studiava e faceva volontariato ? E Beppe di Como, che era uno studente lavoratore, che aveva a cuore i problemi dell’università e seguiva il movimento studentesco ? E Simone, che nonostante facesse chimica coltivava la passione per l’arte e la letteratura ? Che cosa farà adesso Gianfranco, che durante l’occupazione passava tutto il tempo in portineria ? Sarà ormai uno psichiatra ? Che cosa farà Umberto, che allora studiava medicina, piaceva a tante ragazze, ma era innamorato di Giovanna di Prato, che invece stava con un altro ? E la bella romagnola Nora, che era più grande di noi ed era già psicologa ? Farà ancora girare gli uomini quando passa per le strade della sua città ? Che cosa farà adesso Annalisa, che studiava scienze politiche e amava le canzoni di Francesco Guccini ? E la veronese Barbara adesso si sarà sposata ? E Loretta adesso ascolterebbe le mie storie ? E Antonella di Milano oggi verrebbe di nuovo in Toscana a fare le ferie ? E Katia lavora ancora a Torino ? Beatrice lavora ancora in una società no profit ? Che farà adesso Lucia di Udine a cui piaceva la parlata toscana ? E Lalla sarà ancora il miele per le api per gli uomini come quando eravamo studenti ? Antonella di Firenze sarà partita di nuovo per l’Inghilterra ? E Laura di Brescia che farà ? Che cosa farà adesso Fabrizio, che musicava i miei testi ?
Come ha dichiarato il cantautore Paolo Conte: “si nasce e si muore soli. Certo che in mezzo c’è un bel traffico”.
Con Annachiara e Luca sono ancora in contatto. Ogni tanto ci sentiamo per telefono. Recentemente sono anche andato a trovare Luca. Sono andato col treno. Lui mi è venuto a prendere alla stazione di Certaldo. Abbiamo parlato dei tempi andati. Da Annachiara e Luca riesco ad avere qualche notizia di amici ed amiche di un tempo. Ma non di rado quando chiedo loro se sanno qualcosa di questa o quella persona mi rispondono che non la sentono da anni. L’anno scorso d’Estate ho soggiornato a Padova, città in cui mi sono laureato in psicologia. Volevo osservare minuziosamente come era cambiata in questi anni. La cosa che mi interessava di più non era apprezzare la bellezza della città, di cui tutti siamo consapevoli. Non starò quindi a narrare l’arte né la bellezza della basilica di Sant’Antonio, della basilica di Santa Giustina, di Prato della Valle, della cappella degli Scrovegni. La cosa che mi interessava maggiormente era ritornare in certi luoghi e vedere come il tempo aveva cambiato la fisionomia delle cose. Mi sono reso così conto che la vecchia e familiare osteria in cui andavamo a bere il fragolino aveva chiuso i battenti ed era stata sostituita da un bar ipermoderno. In piazza del Capitaniato in cui sostavamo spesso non c’era nessuno. Giravo come un ossesso per le vie, le strade, le piazze. Ho scandagliato per ore tutto il tessuto urbano. Padova era significativamente diversa rispetto ad un tempo. Alcuni esercizi commerciali avevano chiuso ed altre attività commerciali avevano preso il loro posto. Il comune aveva dato il permesso a tutti i bar del centro di invadere con i loro tavolini le piazze e le comitive di studenti ora si riunivano comodamente seduti davanti ad uno spritz. Sono passato più volte da piazza delle Erbe e da piazza della Frutta, separate dal Palazzo della Ragione, un vero capolavoro per le sue arcate e le sue logge. Mi sono messo a sedere sulle scalinate dell'attigua piazza dei Signori, dove un tempo si accalvano molti studenti ed invece in quel momento erano deserte. Ma il mutamento radicale era che c’erano altre comitive, altri giovani. Ogni città è una città prospettica, è infinite città interiori. Passeggiare per Padova e non trovare più nessun amico, mentre un tempo mi bastava girare l’angolo per imbattermi in un volto familiare, era il segnale inequivocabile che una stagione della vita era finita e che mi stavo incamminando verso la maturità. Così passeggiavo per le vie del centro e tutti quei volti mi erano indifferenti ed estranei, ed io ero indifferente ed estraneo a loro. Ho continuato a camminare per le vie del centro e sono andato anche davanti a certi appartamenti, che un tempo erano abitati dai miei amici e mie amiche, che li dividevano con altri studenti. Nella mia agenda sono rimasti i numeri di telefono di questi appartamenti. Ma so bene che, anche se non sono cambiati i numeri, non basterà più digitarli al telefono per sentire le loro voci dall’altra parte. Ci saranno altre voci di coloro che adesso sono studenti e giovani. Ma in fin dei conti per tutti è così. Per tutti indistintamente.