ISCRIVITI ANCHE TU A GEOCITIES: PAROLA DI EVIDDA !!!!


ANALISI DELLA COMUNICAZIONE DI EVIDDA:


La struttura della comunicazione verbale è costituita da: i comunicanti, il canale, il segno, il codice, il messaggio, il referente. Il canale è il veicolo fisico tramite cui viene realizzato il messaggio: ad esempio in una conversazione il canale è la propagazione di onde sonore. Il segno è il mezzo verbale che permette di comunicare informazioni ed idee. Per adibire a questa funzione il segno a sua volta è composto essenzialmente da un significato ed un significante. Richiede obbligatoriamente un referente ed uno schema concettuale già definito. Il codice in un dialogo è formato principalmente dalle regole e le convenzioni della fonetica. Il referente infine è la cosa o l’argomento a cui ci si riferisce. Oltre a questi elementi è da considerare il contesto comunicativo, concetto fondamentale sia per "La pragmatica della comunicazione umana" di Watzlavick[1967] che per la terapia relazionale e l’approccio sistemico. Cavazza e Kettlitz[1999] sostengono che a causa di interferenze, rumori, incomprensioni quello che un parlante dice all’altro è minore di quello che vorrebbe dire, mentre quello che l’ascoltatore comprende è minore di quello che sente: ad esempio su 100 cose che il parlante vorrebbe dire l’ascoltatore ne capisce quindi 40. La comunicazione paraverbale invece è costituita da: intonazione(modulazione della voce, melodia che accompagna il parlato: può essere conclusiva, interrogativa o sospensiva), accento(pronuncia più marcata di una vocale in una parola), tono di voce, timbro di voce. La comunicazione non verbale è a sua volta formata da aspetti statici ed aspetti dinamici. Per Cook[1971] gli aspetti statici sono volto, conformazione fisica, voce, abiti; gli aspetti dinamici invece orientazione, distanza, postura, espressione del volto, direzione dello sguardo, tono della voce, velocità di eloquio. Per Argyle[1972] gli aspetti statici della comunicazione non verbale sono contatto fisico, vicinanza, orientazione, aspetto esteriore; gli aspetti dinamici sono postura, cenni del capo, espressioni del volto, gesti, sguardo, altri aspetti non linguistici. Ad esempio per quanto riguarda la distanza interpersonale Hall[1969] ha descritto quattro diverse modalità di interazione sociale: intima, personale, sociale, pubblica. La distanza pubblica è di circa un metro tra persona e persona, mentre invece la distanza personale è di circa mezzo metro. Questo si può constatare quotidianamente: due estranei che aspettano l’autobus staranno almeno alla distanza di un metro, due amici invece a distanza di mezzo metro. L’importanza della comunicazione non verbale è stata dimostrata in teatro da Dario Fo, che dal 1973 ha utilizzato spesso il grammelot, un vero e proprio linguaggio onomatopeico e gestuale, capace di fare a meno della parola comprensibile, inventato dai comici del’400 per aggirare la censura del potere. La comunicazione è stata analizzata principalmente secondo questi tre aspetti: 1) cognitivo, come pura trasmissione di informazioni. E’ il punto di vista di Gode[1964] che dà la seguente definizione:"comunicazione è il processo che rende noto a due o più persone ciò che è monopolio di uno od alcuni". Per Popper ed Eccles[1977] la comunicazione umana è suddivisibile in funzione descrittiva e funzione argomentativa. Per Camaioni[1980] esiste anche l’uso del linguaggio non referenziale, in cui grazie alla capacità simbolica umana si può fare riferimento a cose assenti, irreali o non legate a limiti spazio-temporali. 2)emotivo, affettivo, espressivo. Fraser[1978] evidenzia nella comunicazione l’espressione di stati d’animo, l’espressione di atteggiamenti e relazioni sociali e quella di identità sociale e personale. Secondo C.Lazzari " per comunicazione si intende non solo il libero flusso di informazioni ma anche la possibilità che una persona ha di aprirsi e rendere manifesti i propri sentimenti agli altri". 3)Strategico. Viene cioè presa in esame l’influenza del messaggio per cambiare l’atteggiamento dell’altro. Secondo Miller[1966] "la comunicazione ha come interesse principale quelle situazioni comportamentali nelle quali una sorgente trasmette un messaggio ad uno o più destinatari con l’intenzione di modificare il comportamento di questi ultimi". Per Rita Levi Montalcini[1999] "il sistema di comunicazione umano tende ad influenzare la conoscenza, le convinzioni, gli stati d’animo: lo stato mentale altrui. Perelman ed Olbrechts-Tyteca[1958] nel "Trattato dell’argomentazione: la nuova retorica" mettono in evidenza la logica delle prove non dimostrative, che argomenta pro o contro l’opinabile. Gli autori sostengono che in prediche, arringhe, comizi l’oratore cerca di influire sull’uditorio partendo dalle premesse condivise dei suoi uditori. Ma esistono molte sfaccettature dell’analisi del linguaggio e della comunicazione. Tullio De Mauro[1977] nel volume "La natura della comunicazione" a tale proposito descrive la priorità di studio di ogni corrente di pensiero nella filosofia del linguaggio antica e moderna e nella linguistica: oralità(Democrito), l’articolazione del linguaggio(Aristotele, Humboldt), l’arbitrarietà del segno(Sausurre), la sua creatività e la sua produzione illimitata(Chomsky), l’indeterminatezza semantica(Port-Royal, Pagliato, Wittgenstein), la convenzionalità(Whitney, Aristotele), la possibilità di essere metalingua di se stesso(Ducrot-Todorou), la sua capacità simbolica(Cassirer), la sua rete di dipendenze e di relazioni interne(Hjelmslev, Sausurre, Chomsky) . Si pensi solo al fatto che un filosofo dei filosofi come Wittgenstein nel corso della sua vita a riguardo del linguaggio ha cambiato radicalmente idea: da un’iniziale accezione del linguaggio come raffigurazione proiettiva della realtà( quindi come modello in miniatura della realtà) è passato ai giochi di lingua, concezione per cui il linguaggio è un gioco le cui regole si imparano giocando. Se poi si esamina la conversazione ci si accorge che è un intreccio tra soggettività dei dialoganti, linguaggio e comunicazione[Biasi, 1999]. Anche per Sini e Vattimo[1990] è impensabile stabilire una linea di demarcazione tra linguaggio del parlante e personalità dello stesso. Plebe ed Emanuele[1992] sostengono che ogni linguaggio parlato è unico ed irripetibile in alcuni aspetti come l’individuo che ne fa uso. Le fasi della comunicazione verbale sono le seguenti: Per l’interlocutore: 1) codifica del messaggio: un sistema interdipendente di operazioni mentali ed emotive che pianifica la modalità più appropriata per trasmettere il messaggio. Secondo Giles[1979] un elemento cognitivo essenziale nella fase di codifica è il self-monitoring, ovvero il controllo del proprio linguaggio. L’emittente si configura i possibili effetti che il suo modo di comunicare può avere sull’altro. Possibili errori di codifica sono determinati dal filtro, cioè dalla distorsione dell’interlocutore che non esplicita all’ascoltatore alcuni suoi valori e alcuni suoi schemi mentali, dandoli per scontati. 2)emissione del messaggio. Per l’ascoltatore: 1)decodifica del messaggio: è la fase di interpretazione del messaggio. Come scrive R.Barthes: "udire è un fenomeno fisiologico; ascoltare è un atto psicologico". La decodifica è quindi l’ascolto del messaggio. Possibili errori di decodifica sono dati dall’alone semantico, ovvero dalle zone d’ombra della parola. Ci sono infatti parole astratte come giustizia che hanno accezioni diverse a seconda della persona. Sono concetti che non hanno un’interpretazione univoca, a cui ognuno può dare razionalmente significati diversi. Ci sono invece sostantivi ed aggettivi, che hanno sfumatura soggettive. A tale proposito basta ricordarsi che la crisi dello strutturalismo è dovuta proprio a questa ragione. Gli strutturalisti infatti ebbero notorietà per lo smontaggio analitico che avevano operato sul linguaggio. Ma una volta riusciti a tradurre le strutture della Lingua in modelli, altrettanto non poterono fare con la Parola, che comprende in sé non solo la denotazione, l’estensione(categoria di oggetti a cui si riferisce), intensione(proprietà che una cosa deve avere per essere inclusa nella categoria di oggetti), ma anche la connotazione, una coloritura emotiva irreprensibile per lo schema concettuale di ogni linguista. Va anche ricordato che una parola talvolta non contiene solo questo elemento variabile da persona a persona, ma perfino dei sottocodici, familiari solo ad una ristretta cerchia di persone(ad esempio nel caso delle allusioni e dei doppi sensi). Per quanto riguarda questo aspetto Braitenberg[1989] ne "Il cervello e le idee" sottolinea due aspetti preponderanti del linguaggio: la comunicazione e la delimitazione. Delimitazione significa quindi la creazione spontanea in un gruppo di un gergo(ovvero linguaggio per iniziati), non comprensibile alle persone esterne. Inoltre decodificare un messaggio significa non solo comprenderne il contenuto oggettivo, ma anche interpretare e come ci insegna Gadamer, esponente principale dell’ermeneutica, interpretare significa proiettare sul messaggio ricevuto i propri pregiudizi, le proprie aspettative, i propri preconcetti. L’interpretazione è quindi viziata da una pre-comprensione squisitamente personale. In fondo questo concetto è analogo a quello de "la mappa non è il territorio" di Korzypsky, espresso in "Semantica Generale" e divenuto poi principio fondamentale della programmazione neuro-linguistica: ovvero qualsiasi contenuto di qualsiasi atto comunicativo viene trasformato da dei filtri personali. Una via di uscita comunque esiste: tramite feedback l’emittente può evitare malintesi, spiegandosi meglio ed il ricevente avere delucidazioni su messaggi ritenuti ambigui. Tramite la retrocomunicazione perciò entrambi i partecipanti possono ricorrere ai correttivi necessari ad una migliore qualità di comunicazione. E’ mediante feedback che la comunicazione umana diventa continua e circolare e non lineare e segmentata. Altri aspetti essenziali della comunicazione interpersonale sono: il turn-taking[Duncan, 1972], ovvero la consapevolezza dell’alternanza dei turni del dialogo; il role-taking[Mead, 1934], cioè la capacità di capire la prospettiva dell’altro, le sue caratteristiche e le sue conoscenze ; la metacomunicazione[Watzlawick, Beavin, Jackson, 1967], cioè l’analisi della comunicazione per chiarire messaggi apparentemente contraddittori o complessi( ad esempio domande dell’emittente come "mi segui ?" o dell’ascoltatore come "cosa vorresti dire ?" appartengono all’ambito della metacomunicazione); la metainterazione, intesa come processo di dislocamento che permette ad un partecipante del dialogo di estraniarsi per riflettere sul significato ed il contesto dell’incontro, per fare il punto della situazione e valutare che cosa sta accadendo. Ad esempio uno psicoterapeuta durante un colloquio con un paziente tramite la metainterazione può analizzare il transfert e le resistenze del paziente. Secondo Austin[1962] vi sono tre livelli di atti linguistici: l’atto locutorio, cioè il contenuto della proposizione; l’atto illocutorio, ovvero l’azione linguistica della frase: ordine, promessa, supplica; l’atto perlocutorio, cioè la conseguenza che ha nell’ascoltatore la frase detta. L’atto illocutorio è chiaro, esplicito. E’ trasparente e viene espresso senza inganni. Invece l’atto perlocutorio consiste nel far fare o nel far credere qualcosa a qualcuno in modo che non ne sia consapevole. Tramite l’atto perlocutorio la frase può diventare strumento di inganno. Tramite continue critiche sull’operato di un lavoratore si può far diminuire l’autostima della persona in questione. Il fine ultimo è quello di sminuire l’altro: dominare l’altro per affermarsi. Apparentemente le critiche sembrano oggettive e non personali, in realtà possono essere concepite ad arte allo scopo di far credere al lavoratore di non essere sufficientemente idoneo per le mansioni che svolge. In questo caso si dice qualcosa semplicemente perché abbia un effetto negativo sull’interlocutore. Le lodi eccessive ed acritiche ad un superiore o ad un collega di pari grado possono essere invece strumentali affinchè la persona che le riceve faccia dei favori: l’altro in questa circostanza diventa così un mezzo per obiettivi, come la scalata al vertice, la carriera. Perché l’atto linguistico perlocutorio sia veramente strumentale l’emittente deve utilizzare la dissimulazione. Deve cioè parlare mascherato. Deve adottare un linguaggio reticente che mascheri le sue vere intenzioni. Colui che ascolta per smascherare il vero intento, può usare invece l’ermeneutica, intesa nell’accezione più ampia del termine. Può interpretare i messaggi dell’interlocutore e considerarla in base al contesto e alla natura della loro relazione, nello stesso modo in cui uno filologo utilizza l’arte di interpretare ed interrogare un testo antico sulla base delle conoscenze sia dell’epoca che dell’autore del documento esaminato. Per Habermas[1973] l’agire comunicativo è caratterizzato dagli atti illocutori, mentre l’agire strategico dagli atti perlocutori. L’agire strategico è contrassegnato dal monopolio del quadro di riferimento: il rapporto è eteroregolamentato da una solo persona. L’altro deve essere docile, assimilare gli schemi di riferimento già decisi, adattarsi alle istanze del dominatore. Mentre nell’ambito dell’agire comunicativo gli interlocutori sono spontanei ed immediati, perché immersi nel mondo della vita, nell’agire strategico ogni atto linguistico è sempre calcolato, predeterminato per secondi fini.










1