LA VERITA' UMANA:
La mia preveggenza mi dice che non avremo mai l’istinto sociale e la cooperazione delle formiche e delle api. Possediamo l’istinto di autoconservazione individuale, ma non siamo ancora approdati all’istinto di conservazione della specie. Ma in fondo a chi interessa il futuro dei nostri posteri ? Ai più interessa soltanto sbarcare il lunario e godersi il più possibile la vita. Gli apporti culturali dell’umanesimo occidentale e le grandi conquiste della scienza servono a ben poco nella vita pratica e forse aveva totalmente ragione Montale, quando in una sua lirica sosteneva che era meglio non occuparsi dello spazio-curvo, perché la verità era lì a portata di mano ma sgusciante come un’anguilla. I cristiani potrebbero citare Sant’Agostino quando scrive “la verità abita nell’interiorità dell’uomo”. Sant’Agostino è stato senza ombra di dubbio il primo psicologo della civiltà occidentale, avendo messo in luce le varie sfaccettature dell’animo umano, la fallacia dell’esperienza sensibile, l’importanza dei segni e la commistione tra bontà e malvagità insite in ciascuno. Però non per tutti gli uomini l’interiorità conduce all’elevazione dello spirito ed apre al trascendente. Per Sant’Agostino la verità in fin dei conti è la fede, ma questo significherebbe che ogni verità umana è imperniata esclusivamente sull’irrazionalismo, almeno per i laici non credenti. Per Sant’Agostino la verità umana è accessibile solo a chi crede in un aldilà che riscatti l’uomo. Ma la riflessione più estenuante di un filosofo ateo allora non conta assolutamente niente ? Contano solo le preghiere dei cristiani ? Pensando a questo mi ritorna alla mente un verso del grande poeta Dylan Thomas: “dopo la prima morte non ce ne sono altre”. Può avere duplice significato se ci si riflette a fondo: l’approdo alla cosiddetta casa del padre dei cristiani oppure il convincimento del nichilismo più desolante. La verità umana forse è talmente vicina, che non riusciamo a metterla a fuoco; forse è un pensiero talmente comune e talmente abitudinario, che non riusciamo più a distinguerlo dagli altri; forse la verità umana, la verità di ciò che sostanzialmente siamo, è riassunta in poche idee scabre. Forse è talmente semplice che è alla portata di tutti, anche della forma mentis più elementare e della struttura di pensiero meno elaborata. Ma siamo poi così certi che dalla verità umana racchiusa in un individuo si possano scrivere le leggi generali, che regolano le dinamiche dell’esistenza di tutti gli uomini ? E’ vero che se dei neurologi fanno le tomografie assiali computerizzate a uomini e donne di ogni civiltà potranno concludere che non esistono differenze significative tra le strutture cerebrali di persone appartenenti a società industrializzate e quelle di individui facenti parti delle società aborigene. Però la mente umana non dipende esclusivamente dal cervello, ma dall’interazione tra cervello e contesto culturale. Può altrettanto darsi- come sosteneva Maupassant- che esistano tante verità umane quante sono gli uomini per cui ogni tentativo di generalizzazione e di astrazione sarebbe alquanto vano. E’ per questo motivo che l’analisi introspettiva venne definitivamente abbandonata dalla psicologia sperimentale. Ma può benissimo darsi che la verità umana non debba necessariamente prescindere dalla pretesa di oggettività degli studiosi moderni, nè dalla fede come vogliono i cristiani. Forse è un vizio della nostra tradizione culturale pensare che la conoscenza per essere tale non debba per forza mai essere provvisoria, arbitraria e parziale. L’Occidente anche quando ricerca la verità umana vuole determinare l’indeterminato, vuole racchiudere nel finito l’infinito, desidera carpire definitivamente l’assoluto.