Borges è il più grande scrittore e poeta argentino del’900. La sua cultura è enciclopedica, la sua memoria prodigiosa. Forse talvolta Borges avrà avuto la paura di essere come il suo Funes. Già perché come per il Funes la memoria, sprovvista di filtro ed incapace di oblio può divenire “un deposito di rifiuti” e l’individuo sovraccarico di letture e di sensazioni non può più riuscire a pensare. Forse questa era una sua ossessione. Di sicuro si sa di altre sue ossessioni. Ad esempio odiava il calcio, perché aveva paura delle folle. Aveva l’ossessione degli specchi, perché moltiplicavano l’uomo e la copula. Alcuni detrattori l'hanno fatto apparire talvolta come un reazionario, un conservatore. Se è vero che non si impegnò mai in politica e non fece denunce sociali, è altrettanto vero che fu cieco per buona parte della sua vita. Infatti perse la vista, sia perchè affetto da una grave forma di miopia, sia perchè leggeva forsennatamente. Va ricordato anche che per Borges il miglior assetto politico e sociale era quello che conciliava il massimo della libertà individuale con un minimo di governo. Non certo un reazionario quindi, piuttosto un intellettuale disincantato, che sapeva guardare lontano.
I suoi scritti sono intessuti di miti, allegorie, metafore e paradossi. La sua è una letteratura fantastica. D’altronde- come ebbe modo di dire lui stesso- la letteratura nell’antichità era sempre fantastica: era innanzitutto cosmogonia e mitologia. Borges a questo proposito scriverà che l’arte richiede sempre irrealtà invisibili. I maestri di Borges sono Dante, Kakfa, Pascal, Whitman, Cervantes, Keats, Quevedo, Valery. Non solo, è anche un profondo conoscitore della letteratura orientale, tant’è che in alcuni suoi saggi fa più volte riferimento alle “Mille e una notte”. E' grazie sue vastità delle sue letture che potrà mettere in evidenza i limiti gnoseologici della traduzione nel racconto "La ricerca di Averroè", in cui narra di questo medico arabo, che chiuso nell'ambito dell'Islam, cerca di tradurre le parole "commedia" e "tragedia" da uno scritto di Aristotele. Ma Averroè appunto lavora sulla traduzione di una traduzione e non conosce minimamente il contesto storico e culturale dell'antica Grecia.
Borges non disdegna neanche la filosofia. Infatti da Berkeley prenderà a prestito l’idea di un Dio che sogna il mondo, mentre da Platone riprenderà la concezione del tempo come “immagine mobile dell’eternità”. Inoltre nella sua raccolta di saggi “Discussioni” illustrerà in modo illuminante uno dei cardini della filosofia di Nietzsche: l’eterno ritorno. Si veda a questo proposito nell’opera “Discussioni” la dottrina dei cicli ed il tempo circolare.
Secondo questo principio l’universo sarebbe composto da quanta d’energia illimitati per la mente umana, ma non infiniti. Una volta esauritesi tutte le combinazioni tra i quanta d’energia, si ripeterebbero gli eventi. Questa idea è alla base dell’arte combinatoria di Borges: una delle tematiche di fondo infatti è che la casistica e la fenomenologia del mondo e dell’umanità sono vaste, ma limitate. Ecco spiegato perché nei racconti fantastici di Borges esistono personaggi, che a distanza di secoli commettono le stesse azioni o creano le stesse opere. Da qui deriva la concezione borgesiana secondo cui “nessuno è qualcuno e ciascuno è tutti”, espressa nel suo racconto “L’immortale”(nell’ “Aleph). Partendo dal presupposto che siamo sempre gli stessi e viviamo svariate vite, possiamo essere in tempi diversi santi ed assassini, scrittori ed analfabeti, guerrieri o codardi. Stando così le cose, perdiamo la nostra individualità, i meriti o i demeriti di quella singola esistenza.
La biblioteca, la sfera ed il labirinto sono i simboli più importanti dell’opera narrativa di Borges. Per quanto riguarda la produzione poetica i simboli di maggior spicco sono la rosa e la tigre, che però hanno diverse valenze e maggiore ambiguità semantica rispetto ai significati dei simboli della prosa. In “Finzioni” la biblioteca di Babele:”è una sfera il cui centro esatto è qualsiasi esagono, e la cui circonferenza è inaccessibile”. La biblioteca a sua volta si compone di un numero infinito di gallerie esagonali. I bibliotecari che vivono tutta la vita in un angolo di questo immensa struttura sono alla perenne ricerca del “libro totale”, ovvero dell’opera che può racchiudere il significato ultimo e giustificare il motivo dell’esistenza stessa della biblioteca. Borges ci dice che i bibliotecari alla fine si scoraggiano, perché nessuno riesce a trovare quel libro totale. Trovare quel libro significherebbe a mio avviso imprigionare l’Assoluto. Ma Borges ci fa sapere che probabilmente la razza umana si estinguerà e la biblioteca sopravviverà ai suoi lettori. La biblioteca è quindi il simbolo della conoscenza universale di un Dio, che non si vede. Veniamo invece alla sfera, ovvero all’Aleph. Quest’ultimo “è il luogo dove si trovano, senza confondersi, tutti i luoghi della terra, visti da tutti gli angoli”, ovvero è uno dei punti dello spazio che contengono tutti i punti di questo mondo. La sfera è quindi per Borges il luogo che permette all’uomo di travalicare gli angusti limiti della propria percezione visiva e della propria corporeità. Se la biblioteca è simbolo magistrale della conoscenza, la sfera è simbolo magistrale dell’esperienza.
Infine in “Finzioni” nel racconto “Il giardino dei sentieri che si biforcano” il protagonista impiega 13 anni per scrivere un libro. Il libro è allo stesso tempo un labirinto di simboli: un’opera aperta, in cui il lettore di fronte ad ogni avvenimento dei personaggi principali può scegliere tra “diversi futuri”, tra diverse alternative. Se il labirinto sembra descrivere il groviglio inestricabile dell’esistenza umana, dobbiamo però riferire che è un simbolo, intriso di vitalità e non di morte. Infatti nell’ “Aleph”, per l’esattezza nel racconto “I due re e i due labirinti” due re si sfidano tra loro. Il primo rinchiude il secondo nel labirinto, ma quest’ultimo riesce ad uscirvi. Il re fuggito dal labirinto fa prigioniero l’altro e lo mette nel deserto, in cui morirà di fame. Come a dire che esiste la strada per uscire dal labirinto, seppure tortuosa e difficoltosa, ma non esiste il modo per salvarsi dal deserto dei simboli: fuor di metafora l’uomo senza la sua attività simbolica sarebbe niente. In fondo per gli antropologi l’uomo è giunto alla civiltà, quando è iniziato il culto dei morti: riti e pratiche che senza capacità simboliche non sarebbero esistiti. D’altronde come ci ricorda Borges la vita umana è una vita “in profondità”.
Insomma io suggerisco di leggere Borges, in particolare “Finzioni” e “Aleph”, perché sono letture che smuovono la mente, scardinano il lettore dalle solite ottiche e da luoghi comuni abusati. Ogni grande scrittore dà un apporto di conoscenza, riesce a trovare un nuovo filone di cose. Borges ha questo grande pregio: fa scattare come nessun altro le molle della fantasia e dell'immaginazione, partendo sempre da presupposti logici e razionali. I suoi paradossi e le sue trovate scaturiscono sempre da un retroterra culturale, non nascono certo da deliri o fantasie personali.