La parola cattiveria deriva dall’espressione latina “captivus diaboli”, cioè prigioniero del demonio o più semplicemente indemoniato. Ognuno di noi può commettere delle cattiverie, ad ognuno di noi può accadere in talune circostanze di perdere il controllo e di agire d’impeto, ma c’è addirittura chi pensa che esistano anche coloro la cui malvagità è uno stato permanente ed un tratto stabile della propria personalità di base. Borges ci può insegnare qualcosa a proposito: nella “Storia universale dell’infamia” illustra le tipologie di gesti ignobili del genere umano. Apparentemente questa è l’epoca del buonismo e della trasparenza morale, della filantropia e del quieto vivere. Non esistono più i duelli. Partono per la guerra solo i soldati volontari. Le guerre appaiono lontane. Almeno formalmente atti di ostilità e di malvagità possono essere puniti dalla legge. Ma nulla si crea e nulla si distrugge. La cattiveria fa parte dell’animo umano. E’ una costante. Non c’è niente da fare. Educazione, istruzione, cultura, credo religioso, solidarietà, divertimenti, buone intenzioni e dichiarazioni di non belligeranza possono edulcorare e ammansire la cattiveria, ma mai eliminarla del tutto. Il marchese De Sade, Stalin e Mussolini albergano ancora in noi. C’è un satanasso che cerca di attaccare brighe e voi porgete l’altra guancia ? Completamente errato. C’è una donna brutta e frustrata che vi diffama e voi non replicate ? Completamente errato. Non dovete essere totalmente remissivi di fronte ad angherie e soprusi. Finirete con l’ulcera perforata. Iniziate invece a contemplare la regola aurea di questa società apparentemente buonista: il cattivo viene sempre premiato. Innanzitutto al mondo di oggi chi è stato cattivo è perché è stupido oppure ignorante. Ciò significa che al massimo vi daranno dello stupido e dell’ignorante, ma avrete già chi giustifica e scusa le vostre azioni. Prendiamo il caso di un serial-killer qualsiasi. Uno ammazza cinque persone e una bella psicologa è subito disponibile a dare la colpa di ciò che è accaduto alla società e poi tutto è psicanalisi: tutto dipende dai genitori separati, dall’ambiente povero di stimoli culturali in cui è cresciuto il serial-killer, da un complesso edipico non risolto e compagnia bella. Non mi stupirei del fatto che alla fine della pena la bella psicologa accolga nel suo letto l’assassino per redimerlo. Dopo un omicidio il prete obbliga subito i familiari della vittima a perdonare il carnefice, perché non sapeva quel che faceva o perché sapeva quel che faceva, ma non ne aveva effettivamente intenzione e se non c’è intenzione non c’è nemmeno peccato(però alcuni preti sostengono anche che Dio è un essere misericordioso e ci giudicherà più per le intenzioni che per le azioni….comunque sia l’importante è avere la chiave del regno dei cieli che tanto prima o poi la frittata si rigira sempre). I giornali sbattono il mostro in prima pagina, i telegiornali mandano in onda ogni giorno servizi su di lui, i talk-show scandagliano la sua vita e mandano degli inviati nel suo paese ad intervistare conoscenti, che testimoniano quanto fosse una persona normale e riservata. Ma la pubblicità negativa per un effetto mediatico perverso è sempre pubblicità, anzi viene memorizzata molto più facilmente della solita pubblicità positiva. Ma non è finita qui: l’omicida viene subito contattato da qualche manager del mondo dello spettacolo e in men che non si dica l’aguzzino firma contratti per pubblicizzare note marche di abbigliamento o di armi. Le stesse case editrici cercheranno di accaparrarselo e gli affiancheranno un editor, che gli scriverà totalmente la sua autobiografia. Una volta uscito fuori dalla prigione potrà quindi andare a fare serate in discoteca (dove lo attendono stormi di ammiratrici quindicenni, che gli chiederanno gli autografi) e andare a fare ospitate nelle trasmissioni televisive, accolto da applausi calorosi. Il cattivo viene sempre premiato. Della vittima chi se ne ricorda più ?