4 DOMANDE DI PIETRO PANCAMO A DAVIDE MORELLI PER L'ANTOLOGIA "LA RICOGNIZIONE DEL DOLORE"[E-BOOK DELLA RIVISTA "PROGETTO BABELE"]:

1)Come hai iniziato a scrivere?

Ho iniziato a scrivere a 21 anni durante l’occupazione della facoltà di psicologia. In quel periodo ho iniziato a sentire l’esigenza di sfogarmi attraverso la scrittura, di descrivere ciò che provavo e ciò che mi capitava. Non mi importava assolutamente se per qualcuno potevano essere interessanti le cose che scrivevo. Per anni i miei pensieri sono rimasti in alcuni quaderni, fino a quando cinque anni fa mi sono deciso a diffonderli su internet.

2)Tu credi che la nostra società sappia ancora che cosa siano i sentimenti?

Credo di no, perché questa società è fondamentalmente “efficientista”. L’utile ha sempre la meglio sul bello e sul buono. Eppure i sentimenti e le emozioni sono indispensabili per vivere in armonia con gli altri. Che cosa sarebbe l’uomo senza gli altri ? Il proprio essere è un labirinto senza uscita, il proprio io da solo è sempre a caccia di terre di nessuno per epifanie rintuzzate; in solitudine poi gli autoconvincimenti finiscono per divenire autoinganni. L’uomo moderno quando è da solo si ritrova di fronte continuamente la propria identità frammentaria, il suo groviglio di pensieri in esilio, i suoi slanci inappagati e le sue mancate rinascite. I sentimenti sono indispensabili, ciò nonostante il mercato specula sui buoni sentimenti e a fine di lucro mette in vendita un sentimentalismo deteriore, come quello presente nei romanzi rosa, nei film strappalacrime e nelle canzoni. Per me ad esempio una canzone è riuscita quando tratta di una questione sentimentale e nel testo non è mai presente la parola “amore”. La questione non è solo provare sentimenti(perché tutti li proviamo), ma saper riuscire anche ad esprimerli: solo allora una persona all’interno di una famiglia o nell’ambito di un rapporto di coppia può veramente realizzarsi interiormente. Saper esprimere i propri sentimenti significa ridurre in modo determinante il non detto in una relazione affettiva. Inoltre va ricordato che alcuni eventi storici, sociali ed economici spesso sono nemici dei sentimenti, perché generano conflitti intrapsichici o intergruppi. Fino alla caduta del muro di Berlino le ideologie dividevano le persone, attualmente il carrierismo e l’arrivismo sopprimono i sentimenti. Non solo, ma oggi il precariato tra i giovani non permette la creazione del primo degli agenti di socializzazione, che è il nucleo familiare. La famiglia per tutti gli italiani è un nido caldo ed accogliente, a cui ritornare sempre per avere sostegno affettivo. Alcuni esperti sostengono che questo precariato sia determinato esclusivamente da mutamenti economici, altri invece ritengono che sia dovuto a delle scelte politiche riguardanti il diritto del lavoro. Io non so a cosa sia dovuto, fatto sta che il precariato non aiuta la formazione di nuove famiglie italiane, di nuovi nidi. Resta infine da chiedersi se i giovani debbano o no ricevere un’educazione emotiva e se siano istituzioni come la scuola o la chiesa a doverla dare. Saggi come “Intelligenza emotiva” di Goleman sembrano affermare che un’educazione emotiva sia possibile, in Italia invece nessuno ne ha mai parlato; al massimo in Italia si parla di educazione sessuale, che comunque in un paese cattolico come il nostro mi sembra sia difficilmente attuabile.

3)Che cos’è per te il dolore?

A mio avviso esistono due tipi di dolore: quello fisico e quello psichico. Per trattare adeguatamente il dolore fisico dovremmo finire per parlare di eutanasia, ma l’argomento è così articolato e complesso e la questione è così delicata, che molto probabilmente sono la persona meno indicata per trattarlo. Da un lato c’è chi rivendica il diritto ad una buona morte, dall’altro chi ricorda i principi del cristianesimo. Mi sembra che i primi facciano prevalere la dignità umana sulla vita, mentre i secondi la sacralità della vita umana sulla dignità e sulle sofferenze spesso indicibili. Chi è favore dell’eutanasia si fida ciecamente del verdetto della scienza medica, chi è contro pensa che ci sia sempre speranza anche nelle situazioni più disperate e che comunque stia a Dio togliere la vita. E’ difficile scegliere. E’ questione di fede e la fede non è deducibile dalle categorie del criticismo kantiano, non è razionale, ma prerazionale. Parliamo ora della sofferenza psichica. Nella società occidentale viene riconosciuto solo il dolore fisico, mentre la sofferenza psichica viene rimossa e considerata dalla mentalità comune solo una scusa per non fare, un espediente per non adeguarsi alle regole vigenti. E’ scientificamente dimostrato dalla psichiatria che la depressione sia una malattia a tutti gli effetti e che il deficit di un neurotrasmettitore(cioè la serotonina) nel lobo frontale determini la depressione. Non solo, ma talvolta la sofferenza psichica e lo stress sono delle concause di malattie mortali, come il cancro. Solo che ci vuole tempo affinché i progressi della psichiatria vengano metabolizzati dalla mentalità comune. In ambito artistico il dolore è un’esperienza traumatica, che tempra l’animo e rende più creativa e spirituale una persona. Il dolore è l’unico stato mentale che non annoia, anche se può rischiare di annullare interiormente l’individuo. Per quel che riguarda la poesia moderna basti pensare alla sofferenza di Alda Merini in un manicomio, alla rielaborazione del lutto per la perdita del figlio da parte di Ungaretti o a quella per la perdita del proprio amato da parte di Emily Dickinson. Ma di esempi in letteratura se ne potrebbero fare moltissimi. In fondo Schopenhauer sosteneva che la vita era un pendolo, che oscillava tra il dolore e la noia. Per il grande filosofo l’uomo intuitivamente nel corso della sua vita si accorge non c’è nessun ordine, nessuna legge, solo un impulso costante e sregolato, che costituisce il divenire. La natura quindi è soggetta alla volontà universale e noi percepiamo il nostro corpo come strumento della natura. Per Schopenhauer l’unico rimedio a questo stato di cose è l’assenza di volontà, ovvero l’ascesi, che comunque è molto più facile da teorizzare, che da praticare. A mio modesto avviso la migliore opera, che tratta del dolore, è “La consolazione della filosofia” di Boezio(il titolo in latino è “Consolatio”). All’autore malato appaiono prima le Muse(che gli dettano dei versi, ma che successivamente scaccia), poi la donna Filosofia, che per curarlo adeguatamente lo invita a prendere in esame la fortuna e a considerare con equilibrio sia le sue lusinghe(quando tutto va bene) sia le sue ingiustizie. La Filosofia dice a Boezio che solo ai malati la fortuna rivela il suo vero volto, la sua perfidia ed i suoi inganni. Naturalmente per vocazione Boezio scaccia le Muse per dialogare con la Filosofia, altri invece potrebbero decidere di ascoltare le Muse.

4)Come definiresti il tuo stile ? Quali ritieni che siano le tue peculiarità ?

Per dire di avere uno stile ci vuole qualcuno che riconosca che ho una visione del mondo. Oggigiorno avere una visione del mondo è difficile. Comunque a mio avviso non sta a me indicare quale sia il mio stile o se io abbia uno stile.









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