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FRAMMENTI SPARSI:


Le cime ricurve degli alberi
sono assoggettate al libeccio.
I miei, i tuoi
occhi cercano l’orbita del cielo;
bambini giocano in quei filari;
Dimmi di te, della tua esistenza,
di tutti i lati delle tue verità.
Parla dei giorni vuoti e della noia
che ti assale e che ti sta portando
in improbabili approdi e luoghi
della psiche, che ti illuminano
la mente solo per qualche secondo.
Mi chiedi:
“Tenti di ricomporre la realtà
dalle migliaia di frammenti sparsi ?
Tenti di trovare quella costante,
che accomuna in un colpo solo
le infinite varianti dell’animo ?”.
Io non so risponderti.
Ma dimmi come ti senti a svuotare
le menti altrui per poi rigenerarle,
ad ascoltare sempre quei vissuti ,
ad esercitare sempre l’empatia,
mettendo tra parentesi la logica.
Dimmi di te, della tua esistenza,
di tutti gli angoli del mio nulla,
di tutti i lati delle tue verità.




La notte più lunga è quella insonne,
perché è irreperibile il bandolo
di sentieri mille volte battuti.
Ho incasellato i giorni più tristi
nei posti più nascosti della mente
e ho messo i giorni felici in vetrina.
Ho visitato di nuovo città,
in cui ho sostato per pochi giorni.
Ho ricercato volti, luoghi, libri.
Ho fatto e disfatto la tela fitta,
ho ristretto e allargato la rete
della mia memoria a mio piacimento.
La notte più lunga è quella insonne.
Ora è un altro giorno;
la tramontana modella i capelli,
raggi filtrano tra i rami del tiglio;
il tepore del sole sul mio volto…..
basta poco per risentirsi nuovo;




Dategli mille fermagli al sole
per riassettare tutto il creato,
mentre trame di trecce sorridono
ai passanti e anche l’arcobaleno
mira già l’incavo della mia mano.




Non cerchi più la gioia, che ti assale
per un attimo, invade l’animo
e dopo averti visitato, ormai
lascia indifeso tutto te stesso.
….ma la poesia autentica è solo
la pulsazione di una lacrima
già domata, trattenuta, implosa.




Ci sarà speranza fino a quando
tu aspetterai quella gazza ladra
su quel ramo di pino a Primavera.




La strada si snoda tra le colline.
Tortore accovacciate sui fili
della luce scendono in picchiata
sui girasoli.
Questo è un paesaggio di pianura,
che riannoda gli interrogativi
con i dubbi.




Le reti di sinapsi……..
l’autocoscienza corre nei dedali
di folli neuroni. Come atomi
di sabbia al vento le mie digressioni.




Lo sguardo si perde tra le piastrelle
ed il mio dito insistentemente
picchia sull’orlo del posacenere.
Se la luna modula la sua luce
tra i tetti, io preparo l’invettiva
all’oscurità e cerco i lati deboli
della tua retorica, quintessenza
del niente; ma tu balbetti, bisbigli
solo maldicenze di bassa lega.
Io ormai non ho più niente da dire,
tu invece non mi sai ascoltare:
sempre un pareggio a reti inviolate.




….adolescenti, le cui storie sono
davvero un dono, spesso più breve
della fioritura di un ciliegio.
Tu poi fai proprio come loro.
Se il mondo è diventato fiaba
su raccogli le linee spezzate
e danza tutte le sere al ritmo
di qualunque psichedelica luce.
Ma i tuoi passi non lasciano orme
sulla scena; l’alba affonda forte
le sue dita sulla tua leggerezza.




…..penso di nuovo a quel treno,
che sempre squarcia il buio e trafigge
il silenzio, divora questi campi
ogni notte alla solita ora….
il suo fischio si perde lontano….......
è solo questione di un minuto
e ritornano le ombre della notte
da sempre suggellate dal silenzio,
come i nostri pensieri dal tempo.




La fibra di un capello è poco
più di niente, non si spezza la scorza
sotto la forza delle nostre dita.
Non abbiamo la stessa
resistenza sotto il giogo
del nostro destino.




Nel mezzo del tavolo un groviglio
di fogli, in cui annoto pensieri.
Non sono altro che una rassegna
di eventi marginali, di fogli,
di appunti dettati mentalmente
da una nuova alba.
Le mani e le unghie,
anche le mezzelune,
gialle di nicotina;
e contemplo le volute di fumo.
Succede di avere
in superficie questo tuttoniente
da scandire nel giorno,
che ormai non ha più niente da dire.




In definitiva la civiltà
è trattenere gli impulsi,
ma a noi
non resta altro che farci graffiare
da una lenta autodistruzione;
ci annichilisce e ci pervade;
ci affascina e ci ammalia
con le sue mille voci incantevoli.




La gola getta suoni nell’aria.
Parliamo sempre
sai con la nostra voce interiore,
anche quando leggiamo,
anche quando dormiamo.
Il verbo è il fiore della bocca,
la fitta rete di rimandi della
frase è una corona di rose,
che poi si apre sull’inesplicato.
Sarà un momento come un altro,
i pensieri cadranno in letargo,
si aprirà un varco tra le parole
e troveremo il segreto della sera.




Pisa questa notte è già deserta.
Le ragazze israeliane dicono
che con i fatti della loro terra
aprono i telegiornali del mondo.
Pisa questa notte è già deserta.
E le ragazze israeliane parlano
piano nel loro inglese stentato
di un amore, che non è mai nato.




E’ proprio un’osteria come le altre.
Le insegne là fuori sono spente
e la ragazza che ci apparecchia
sciorina i soliti convenevoli,
poi abbassa lo sguardo e scompare.
E’ proprio un’osteria come le altre
ed il mio ininterrotto colloquio,
cova già nell’inconscio
campagne malinconiche e strade
non asfaltate, né illuminate.




So a memoria come la forma delle
mie mani questa curva smisurata
di cielo,
che culla dolcemente le colline
già in fiore.
….poi il trucco che ognuno impara
da solo è fissare
un punto qualsiasi nell’infinito,
ricominciando così ogni volta
ad libitum.




Gli aghi di pino alla finestra
portano il segreto di un vento
nuovo.
I miei occhi già sposano le labbra
esili del mattino.
Ammiro con incanto l’anatomia
di ogni nuvola.




Per gli anticlericali mal rappresentato,
per i millenaristi ha già scelto la fine del creato,
per alcuni filosofi è morto appena nato,
per gli uomini di fede è stato dimenticato,
per gli scienziati è un rompicapo insistente,
per gli atei è inesistente,
per chi lo prega invano il Grande Assente.




Tutti frastornati,
tutti sovraccarichi
di informazioni
superflue.
E il filtro
della memoria
rimase ingolfato.
per farlo ripartire
l’archivio venne resettato.




La finalità
dei cinque sensi
è integrare
incessantemente
ininterrottamente
stimoli disomogenei
(accartocciarsi su se stessi
per divorare tutti i nessi).
La terapia
è questo rinnovarsi
nei miasmi degli orgasmi
per poi sterminare
sensi di colpa
e rimuginare tutti interi gli alibi
al confessore d’occasione.
Tutto tace. Dite al nemico,
che abbiamo scelto
la non appartenenza,
ma resta la genesi
dei nostri pensieri in fuga.












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