l’imperativo categorico e il cielo stellato. Ma l’imperativo categorico da solo non basta. L’imperativo categorico significa che se moralmente tu sei in condizione di fare una cosa, allora devi farla. Ma questo passaggio dalla possibilità all’obbligo morale non è così scontato e così automatico, altrimenti la maggioranza dei problemi planetari, che gravano sull’umanità presente e futura, sarebbero risolti. Per la coscienza di Kant permeata di pietismo tedesco questo passaggio era di facile applicazione. Ma gli accadimenti del mondo hanno dimostrato nel corso della storia e dimostrano oggi l’esatto contrario. Gli uomini non agiscono secondo i principi dell’etica kantiana. Bisognerebbe –casomai- chiedersi quali sono i meccanismi e i freni inibitori, che non consentono di effettuare veramente questo passaggio dalla possibilità ad esempio di fare del bene a fare del bene. Di solito non facciamo del bene non per cattiveria, piuttosto per inerzia, per pigrizia, per accidia, per non sottrarre tempo alle nostre abitudini. Bisogna sottolineare che se l’uomo moderno avesse dentro di sé l’imperativo categorico non si userebbe nemmeno l’espressione “fare del bene al prossimo”, perché aiutare il prossimo sarebbe considerata una cosa necessaria, indispensabile e di conseguenza anche usuale. Perché l’uomo compia questo passaggio dalla possibilità di fare al fare c’è bisogno assolutamente nella maggioranza degli animi umani dell’annuncio di una terra promessa da parte di un Dio, di un aldilà che riscatta e premia le buone azioni.
L’imperativo categorico non può sorreggere totalmente un’etica laica ed agnostica, ma deve essere un significante, che rinvia ad un significato che trascende l’uomo: senza il cielo stellato la maggioranza degli uomini non possono compiere il passaggio di cui parlavamo prima, insito nell’imperativo categorico. L’uomo deve quindi scorgere il cielo stellato per sentirsi un’infinitesima parte del tutto e allo stesso tempo ammirare l’opera di una creazione divina. L’uomo ateo, che si affida alla sola logica ed ha sostituito Dio col proprio Io, non può avere dentro di sé l’imperativo categorico. Comunque Kant evita di parlare di religione e di Dio. Come a dire forse che per avere dentro di sé l’imperativo categorico è sufficiente contemplare il cielo stellato. Kant forse aveva messo in conto che da questa contemplazione scaturisce la coscienza della miseria ontologica dell’uomo e il bisogno irrefrenabile di riunire in un principio unificatore e chiarificatore l’immensità ed il molteplice. Dalla contemplazione del cielo stellato originano qualsiasi cosmologia, escatologia e religione. Il cielo per l’uomo, che si nutre assiduamente di simboli, che vive in un mondo di segni che tramuta costantemente in simboli, non è mai vuoto. Il problema allora oggi è che l’imperativo categorico non è dentro di noi, perché non invochiamo più il cielo.
Molti che si dicono cristiani e sono in definitiva solo cattolici praticanti non sanno più guardare il cielo. Il cielo non gli dice più niente. La loro religione diventa quindi un insieme di regole, riti, preghiere interessate, principi con cui dare sentenze definitive sul prossimo. In realtà sono materialisti come tutti noi, anche se pensano di avere la salvezza ultraterrena in tasca, anche se pensano di essersi ormai salvati l’anima e non si sono neanche salvati la psiche. Ecco allora che la nostra progettualità non è definita, che il nostro essere nel mondo non è autentico, che si rimane frastornati dal non senso, prigionieri di comunicazioni quotidiane, che distorcono i nostri pensieri.
L’etica a mio avviso dovrebbe essere l’antidoto per difendersi dal male. Il male non è dovuto solo al caso, che non dipende dall’uomo. Il male spesso è anche quello dell’uomo sull’uomo.
L’uomo non deve solo riparare il male, che il caso o una mano umana ha causato, ma deve anche evitare il male. Perché ciò avvenga non bisogna necessariamente che l’uomo ami il prossimo come se stesso, che veda nell’altro Cristo, ma basta che metta in pratica la cosiddetta regola d’oro orientale, ovverosia “non fare mai agli altri quello che non vorresti che fosse fatto a te”. Occorre l’attivazione dell’empatia. Per un’etica moderna occorrerebbero quindi l’imperativo categorico, la cosiddetta regola d’oro e il cielo stellato. Ma come è possibile attuare questi principi, in un mondo in cui –come sostengono alcuni filosofi- i rapporti tra gli uomini e le cose prevalgono sui rapporti tra gli uomini stessi ? Siamo punto e a capo. Forse è proprio questo il motivo per cui l’imperativo categorico non è più universale………… o forse non lo è mai stato, perché condizione necessaria per l’imperativo categorico era la ragionevolezza dell’uomo. Forse l’uomo non è mai stato un essere ragionevole con o senza Dio.