Chi propende a scrivere di sé rischia di “fare” fisiologia, di compiere puro e semplice soggettivismo. Se non riesce a dissolvere la propria individualità resteranno solo le descrizioni minute degli urti con gli altri, dei fardelli del proprio grigiore esistenziale. Interessano poco o niente le strategie difensive o offensive nei confronti della vita, se il mondo privato non assurge ad una visione sovraindividuale. Non si tratta certo di attuare una simbiosi tra letteratura e vita, dato che questi sono tentativi il più delle volte vani, che fanno rinunciare alla pienezza dell’esistenza e inducono alla creazione di mondi fittizi, di surrogati della vita vera. Se un tempo lo strutturalismo metteva ai margini la dimensione privata degli autori, oggi si riscontra una moltitudine di piagnistei, un intimismo generale, che rivela la massificazione e l’appiattimento totale delle personalità. Se è vero che ogni esistenza è unica ed irripetibile, è altrettanto vero che oggi pochi sanno essere veramente originali e sanno esplicitare la propria vena creativa. In molte situazioni della vita bisogna fare come il barone di Munchhausen, ovvero bisogna tirarsi fuori dalle sabbie mobili afferrandosi per i capelli, ma farlo e basta non è segno di espressione artistica. Nei casi migliori l’introspezione psicologica riesce a spalancare ancora nuovi orizzonti, la descrizione di identità fluide e allo stesso tempo smarrite traccia un io senza più un nucleo psichico, ma costituito da un caos di frammenti sparpagliati. Cristallizzare questa incessante metamorfosi può divenire espressione artistica se non diviene facile preda di irrazionalismi ed estetismi. Scrivere di sé significa quindi riuscire anche ad occultare se stessi. Significa disperdersi. Si pensi ad esempio a Pessoa. Chi scrive esclusivamente di se stesso rischia però nella maggioranza dei casi di divenire un ingenuo diagnostico del mestiere di vivere. Inoltre il solipsismo è sempre dietro l’angolo. Diverso è il discorso per chi cerca di descrivere questo mondo, che è sempre più un teatro dell’assurdo. In questo caso chi cerca l’epicità del mondo incombe nel rischio di perdersi nel dettaglio come di ricercare inutilmente un’unità della realtà, che si è persa da tempo immemorabile. Secondo gli illuministi la logica umana era una debole fiamma nella notte ed -aggiungo io- la notte è troppo lunga e troppo grande per essere interamente rischiarata dalla nostra tenue ragione. In questo caso si deve procedere a tentoni dal poco noto al molto ignoto, misurarsi con l’incommensurabile, con l’instabilità del mondo ed il suo eterno divenire. Ma solo i veri artisti riescono a fare in modo che il vocio indifferenziato del mondo divenga un vero coro: una pluralità complessa ed articolata di diversi punti di vista. Ogni cosa del mondo-anche la più insignificante apparentemente- può divenire metafora. Il mondo può apparire sia un ammasso informe che una selva di simboli da cui non si riesce a districarsi. Per la morale il mondo può apparire una Babilonia, per la logica una Babele. Il mondo può risultare enigmatico, la sua fisionomia sfuggente e le verità di ieri il giorno dopo possono apparire antiquate e fuorvianti. E’ così ovvio poi analizzare l’umanità e cadere in gioventù nel catastrofismo dell’ “homo homini lupus” di Hobbes oppure in vecchiaia ricercare utopisticamente nell’altro il volto di Cristo e finire per aderire all’ottuso ottimismo dell’ “homo homini deus” di Spinoza. Più realisticamente gli autori dovrebbero pensare all’altro come proprio simile, ma non come proprio fratello. Il sentimento di fraternità infatti è sempre più raro a questo mondo. Il vero artista comunque non sceglie l’io o il mondo, ma riesce a descrivere la relazione- sempre più caleidoscopica- tra io e mondo.