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"LA NOIA" DI MORAVIA:
Ci sono tre modi per combattere e vincere la noia: fare le stesse
cose in modo diverso, fare cose nuove, cambiare il rapporto tra la
propria coscienza e le cose. Cercare di analizzare questo terzo modo
significa scandagliare l'insondabile. E' questo quello che Moravia fa
nel suo romanzo-saggio: l'analisi dell'ontologia della noia. Come ha
rilevato la critica Moravia scrive in "prima persona intellettuale":
l'io narrante è lo stesso Autore, non una popolana nè una cortigiana.
E Moravia inzia questo viaggio metafisico interminabile con quella
che nell'epilogo definirà "un'ambizione insostenibile". Nel primo
capitolo il protagonista confessa che soffre della noia sin
dall'adolescenza. Addirittura una volta ha cercato di interpretare la
storia universale sulla base della noia. La noia è dovuta ad una
mancata conciliazione tra la coscienza ed il desiderio. Flaiano
diceva che per essere felici bisogna desiderare quello che si ha. Ma -
ahimè- è cosa ardua, dato che raggiunto un obiettivo, posseduto un
oggetto, il nostro desiderio si sposta e si proietta verso altre
mete. E Moravia vuole smontare questo meccanismo, cercare di carpirne
le leggi. Vuole scoprire un modo per chiamarsi fuori da questo
circolo vizioso. Moravia nel corso della narrazione ci dà molteplici
definizioni della noia. Me le sono annotate:"la noia, per me, è
propriamente una specie di insufficienza o inadeguatezza o scarsità
nei confronti della realtà", "una malattia degli oggetti",
"incapacità di uscire da me stesso", "malessere che mi ispirava
quello che ho chiamato l'avvizzimento degli oggetti", "specie di
nebbia nella quale il mio pensiero si smarrisce". E per analizzare la
noia Moravia abbandona qualsiasi tipo di sovrastrutture e qualsiasi
tipo di schemi precostituiti: niente Marx, niente Freud....nessun
altro maestro di pensiero che se stesso. Le sue considerazioni sono
del tutto personali: dall'inizio alla fine del romanzo. Il pittore
protagonista dopo aver distrutto a coltellate un quadro, smette di
dipingere. Fino ad allora dipingeva per cercare di instaurare un
rapporto autentico con la realtà. Incontra Cecilia, la modella
dell'anziano pittore Balestrieri, suo vicino di casa. Successivamente
verrà a sapere che Balestrieri è morto, mentre stava facendo l'amore
con Cecilia. Essendo un dongiovanni Balestrieri, il protagonista si
chiede che cosa mai avesse Cecilia per aver fissato il desiderio
nell'ultimo periodo della sua vita unicamente su di lei. Cecilia
diventa quindi lo strumento per analizzare la noia. Il protagonista
Dino ne diventa l'amante....però a questo punto scopre che non ha
niente di speciale. Non sa baciare. Nel dialogo tra il protagonista e
la ragazza regna l'incomunicabilità. Nelle conversazioni tra i due le
risposte della ragazza sono sempre superficiali ed evasive: non lo
so, uffa, non ti capisco, non ho niente da dire, non saprei,
niente.....etc etc...(queste espressioni sono ricorrenti nelle sue
risposte).
Il protagonista si chiede se è lei ad essere noiosa o è lui che si
annoia. Ma il viaggio metafisico continua. Cecilia ormai è il simbolo
della realtà, tant'è che Moravia scrive "volevo ignorare e conoscere
Cecilia, ossia la realtà". Il tentativo che compie il protagonista è
quello di disfarsi totalmente della realtà. E cerca di farlo prima
con ripetutti ed ossessivi possessi fisici, pensando che questo possa
portare alla fine al possesso mentale su Cecilia e di conseguenza
sulla realtà. Ma nonostante i numerosi amplessi il protagonista si
accorge che talvolta Cecilia è altrove, in certi momenti addirittura
chiude gli occhi: si estranea, è distante. Allo stesso modo gli
oggetti per quanto possono essere comprati ed essere posseduti(usati
e logorati), rimarranno sempre per ogni uomo circondati da un alone
di mistero e di impenetrabilità. A questo proposito mi vengono in
mente i versi di una poesia breve di Auden: " Tavoli e sedie e sofà
di casa/sanno cose di noi/ che i nostri amanti ignorano". Inoltre
Borges a riguardo scrive:"Quante cose: atlanti, lime, soglie, coppe,
chiodi; ci servono come taciti schiavi senza sguardo, stranamente
segrete. Dureranno più in là del nostro oblio, non sapranno mai che
ce ne siamo andati."
Il possesso insomma ha i suoi limiti sia con gli oggetti che con le
persone: è un vicolo senza uscita.
Allora il protagonista per distruggere "l'autonomia e il mistero" di
Cecilia(ed anche della realtà) utilizza il moralismo, ossia
giudicarla significa possederla e disfarsene. Ed allora indaga sui
rapporti tra la ragazza e l'attore Luciani. La pedina, la spia. Ma
qui il discorso si complica. Fino a quando Dino riteneva che Cecilia
fosse innamorata di lui la relazione era scontata. Quando invece si
accorge che la ragazza non lo ama, allora il desiderio di lei
aumenta. Si comporta come se fosse un innamorato geloso. In un certo
senso è geloso: la sua però non è una gelosia dovuta ad angoscia di
separazione, ma è una gelosia determinata soltanto dal possesso
esclusivo che credeva di avere nei confronti della ragazza. Deve
ancora tentare altre strade, come quella della mercificazione(Cecilia
diventa Danae..stessa mitologia de "la vita interiore"). Ma Cecilia
non accetta la proposta di matrimonio, nè di instaurare un rapporto
puramente mercenario. E' ancora una volta autonoma e lo dimostra
andando a Ponza con l'altro suo amante Luciani.
Il protagonista ha l'incidente in macchina. E dopo l'incidente ha la
rinascita. Moravia ha trovato il modo per chiamarsi fuori dal
meccanismo del desiderio inconciliabile(dato che l'animo umano è
insaziabile): LA CONTEMPLAZIONE disinteressata dell'albero. Può
finalmente "amare in modo nuovo Cecilia" e questo vuol dire "
ricominciare a dipingere".
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