Probabilmente i nostri posteri non parleranno italiano o forse se lo parleranno sarà una mistura di italiano ed inglese. L'inglese si sta imponendo e se continua così diverrà il nuovo Esperanto. Se continua così esisterà solo la Babele dei linguaggi privati, almeno fino a quando non sarà risolto il paradosso filosofico di Kripkgenstein. D'altronde l'inglese si è diffuso sia perchè è la lingua del commmercio mondiale sia perchè è la lingua del software. Ma non esiste solo il predominio della lingua inglese nel mondo, ma anche il sopravvento dell'immagine(siamo appunto nella società dell'immagine) sulla parola. Un videoclip determina l'immaginario degli adolescenti di oggi più di un grande romanzo moderno. Nessuno poteva prevedere questo stato di cose. Nessuno poteva prevedere che l'inglese nell'arco di pochi decenni sarebbe divenuto una lingua fondamentale, necessaria oggi ad esempio per viaggiare all'estero. Intendiamoci non è la prima volta nel corso della storia che accade questo: secoli addietro il latino era la lingua universale, però era la lingua dei dotti e non una lingua di massa(come oggi l'inglese).
Mi chiedo se oggi ha un senso ritornare ad essere puristi per la difesa della lingua italiana. Mi chiedo se questo tipo di atteggiamento possa servire a qualcosa. Forse se fosse diffuso riuscirebbe a rallentare l'avanzata dell'inglese, ma non a sconfiggerla. Il purismo è' nato all'epoca della rivoluzione francese, perchè allora i giacobini ritenevano che una nazione per avere un'identità comune dovesse avere una lingua comune.
Tuttavia oggi è in declino il concetto di nazione. Sono in molti a sostenere che la globalizzazione spazzerà via le nazioni.
Critici letterari, scrittori e studiosi nel corso del'900 hanno messo da parte il purismo. Più che alla difesa della lingua italiana hanno analizzato il rapporto tra lingua italiano e società, su cui aveva posto l'accento Gramsci con i Quaderni, definendo il concetto di egemonia culturale. Pasolini in "Nuove quesioni linguistiche" sosteneva che in Italia la letteratura era lontana dalla lingua media. Scorgeva il sorgere di un nuovo italiano, scaturito dalla società industriale e dall'Era della Scienza applicata. Ne venne fuori una polemica tra Pasolini e Calvino. Quest'ultimo era del parere che il nuovo italiano sarebbe stato più concreto, con meno parole e più termini; un italiano, che avrebbe sconfitto le espressioni verbali burocratiche.
A distanza di anni tuttavia dobbiamo constatare che il linguaggio burocratico, per quanto sia diminuito, è sempre diffuso. Basta andare sull'autobus e timbrare il biglietto per leggere il verbo "obliterare".
Se per Gramsci e Pasolini la questione linguistica era innanzitutto una questione politica, per Don Milani era una questione etica e di giustizia sociale. Nella sua scuola di Barbiana Don Milani insegnava ai suoi ragazzi a leggere i giornali, piuttosto che il latino. Con la pubblicazione di "Lettere a una professoressa" denunciava il classismo e l'elitarismo della scuola italiana di allora. Mise in luce il fatto che dalle disparità insite nella scuola italiana ne conseguiva una società italiana, in cui c'era chi aveva un vocabolario di 2000 parole e poteva ingannare facilmente la persona che ne conosceva solo 200. Non voglio assolutamente affermare che queste fossero problematiche di poco conto e di scarso interesse. Erano determinanti. Oggi qualcosa in meglio è cambiato.
Però forse in tutti questi anni era meglio difendere maggiormente la lingua italiana. Forse l'accademia della Crusca è stata lasciata troppo sola. A mio avviso ci vuole un popolo per difendere una lingua e non solo un'elite isolata.
