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LUDIBRIO DI PAROLE:


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Non sono un intellettuale. Il mio cervello gira a vuoto. E’ troppo quello che il mondo ha da dirmi, è niente quello che ho da dire al mondo. Quando penso mento a me stesso, quando non sono afasico biascico. Tento. Tremo. Prendo fiato. Ritento. Tremo. La cliente attende, guarda spazientita l’orologio e io non riesco a fare il pacco regalo. Mi muovo, disegno un nodo, con cui impicco la mia libertà di espressione, poi mi metto alla gogna del pubblico ludibrio con questa insalata insipida di parole.


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Chi cerca dentro se stesso non trova mai un centro, perché il nucleo è scisso da tempo dal plusvalore, dal nichilismo o da quant’altro. Se vi annoiate aprite le porte dell’inesplorato. Ma anche tutte le posizioni del Kamasutra non sono altro che una polifonia di gesti disarticolati, raramente sincronici.


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Essere come una pianta,
che ha fame di sole.
Essere come una pianta,
che per crescere,
deve essere abitata dalla luce.
E invece abitare pensieri,
che non giungono nemmeno
all'ombra delle cose.


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Di te luna, stasera
qualche labile traccia.
Stasera sei quasi una comparsa.
Sei quasi l'ogiva
di un volto evanescente.
Il tuo riflesso argenteo
benedice l'amalgama
di corpi innamorati
e l'amare senza amore.


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Una nebulosa di associazioni mentali,
frammenti di identità alla deriva;
oscillano gli opposti
e in qualche decimo di secondo,
(il breve intervallo di tempo,
che decide la vita dei pedoni sulle strisce)
ecco il tutto indistinto
e il paesaggio si eclissa,
gli snodi dei rami del cortile
non ritagliano più spazi marginali di cielo,
non pregano più questo cielo gravido di nubi,
rimangono le pulsazioni di questo mondo
e l'implicito, il rimosso, l'omesso
ci liberano dallo sguardo della natura.


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Non so se il mio volto
ha una sua ontologia.
Non so se ogni mio gesto
è una pura tautologia.
Non so se le tue labbra
hanno la stessa consistenza
di frasi di circostanza
pronte ad ogni evenienza.
Non so se ogni viaggio
è un viaggio iniziatico.
So che all'improvviso
dall'ordinario si può liberare
il magma dell'epifania.
So che la mia mente
è fatta di spazi bianchi
e di reminiscenze.
So che approdare alla verità umana
significa includere anche
oltre alle grammatiche provvisorie
ed alle costruzioni logiche della mente
il prerazionale e ciò che è viscerale.


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Una donna con la sporta della spesa, che aspetta l'autobus e osserva
minuziosamente rami spogli e contorti;
un uomo assorto nei suoi pensieri,
forse una ferita interiore;
tre adolescenti, che ridono così forte,
che il loro riso risuona nella piazza.
Si intrecciano passi frettolosi,
si incrociano sguardi curiosi
nella piazza assolata.
Simboli di vita e segnali di morte
quando coesistono, quando si susseguono
nel cuore della piazza.
Ma a dire il vero la maggior parte delle volte
accadono cose di poco conto,
cose così insignificanti,
che nessuno le nota
nel cuore della piazza.
Qualcuno raramente resta in attesa
di una rivelazione o di una piccola rinascita.


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Le tue molliche di pane da donare ai pettirossi stornellano al vento gelido. Vociferano le fratte ed ogni invettiva alle stelle ha una caverna smisurata, un covo di viscere, un voto latente all’odio delle cose eterne. E se di una biografia fossero importanti i trucioli e le pagliuzze ? I sepolcri dei millenni hanno sempre il solito antico epitaffio, che sentenzia insano sugli angeli caduti.


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La passione del fabulatore di perde tra le usanze delle ombre. Incuneati tra le pieghe dei rapporti sociali e strappa la corteccia del chiacchericcio e delle moine. Frasi come fiori di carta. Nient’altro. Bruciale, bruciali. L’ingranaggio impazzisce. Vertigine di una voragine, che si avvita su se stessa. L’inferno è questo essere sodali del gorgo della commiserazione.


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Piove sul becco di un usignolo e sugli appuntamenti di lavoro. La solitudine di quella donna con la sporta della spesa non cova segreti incommensurabili, ma un amaro sorteggio. Non credo sia didascalico questo discostarsi da un paesaggio monotono, che disubbidisce per ogni fibra e ad ogni lato alle labbra asserragliate della luna.


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Le ore sono fatte di silenzi e di parole. Le ore, salvo alcune eccezioni, cadono nel vuoto. I giorni, salvo alcune eccezioni, sono irriscattabili. Ogni silenzio ha i suoi codici e le sue valenze. Se ti chiudi in un silenzio i tuoi pensieri volgono all'assurdo. La solitudine rientra nell'aleatorio.


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Tra l’incudine e il martello, tra l’ozio irrorato ed un torello vengono ricostruite pezzo dopo pezzo le giunture e le cartilagini della dialettica padrone-servo. I cardini dell’ordine costituito non contemplano le contingenze e le concause. Sentinelle sempre vigili, accorte, nn sanno delle tue emicranie e del male votato a cancellare da sempre la costanza della gioia.


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Essere per lo più, se l’essere non è stato violato o se ha fatto testamento a quel gatto randagio per esempio, no non credo che sarebbe uno scempio, perché è chiaro che incartocciarsi su se stessi non significa che uccidersi involontariamente(dato che la vera intenzione era inscenare un finto suicidio). Se tu pensi che sapere di vento una sola sera, conciliarsi con uno spiraglio di cielo, battezzare un eclissi sia un collante per tutti gli uomini, io non voglio più ispessire le mie vene del collo, mi metterò in disparte ed ammirerò l’amoralità degli istinti e l’immoralità dei rischi calcolati.


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La parabola dell’inespresso sosta su nuove soglie, a lei niente è precluso, si accorda all’unisono con qualsivoglia altrove. La dimora dell’identità è questo dare forma all’astrazione informe. L’origine va ricercata in queste connotazioni di luce, che albergano sui ponteggi delle impalcature degli edifici di fronte. E di nuovo il canto labile della città, grumo inscindibile di noia ed alterità.


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Sono i riflussi della memoria che vorrebbero svelare dall’indecifrabile nuova linfa. Lo stato di grazia di chimere ancestrali viene preso dalla morsa di uno scenario già fissato. Le tautologie del senso comune scantonano cento spigoli. L’esodo dell’assenza si ferma alle pendici delle contrarietà. Un’automedicazione è l’autoconvincimento di un nuovo spartito dell’universo. Attesa di un nuovo evento, che stravolga e poi riassetti i legami dell’esserci.


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I bastimenti carichi di odio non sono prismi che suddividono la luce nei colori essenziali. E’ chiaro che essere alla deriva significa avere condotta esile, sfrangiare le reti della cordialità serafica con l’Altro. D’altronde poi cosa abbiamo noi del mattino, se non un presagio ? E della notte cosa abbiamo, se non una postilla ?


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Questo Inverno ha alzato la sua voce per giorni con la neve sulle strade e sui tetti. L’ultimo vibrio di raggi di sole tra le fessure. Questo cielo al tramonto condanna a morte questo giorno. Le mie parole in esilio sono silenzio imploso. Se scavassimo nel sottosuolo non troveremmo nessun sostrato, solo elementi spuri di nessun conto. Non farà mai giorno sulle nostre dissonanze rifratte. Il vociare dei ragazzi là fuori ci viene in soccorso, riempie intervalli di vuoto.


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Io non sono gli oggetti estranei, che interrogo e che mi interrogano. Cercano di assoggettarmi con il desiderio di possesso, cerco di annullarli con il disordine e la logica. Interrogo e mi interrogano in un tutto proteico di minuscole varianti, ma il canovaccio è sempre quello e non lascia margine di manovra…….coazione a ripetere senza orgasmo……..il filo conduttore sempre più sghembo e più teso si spezza e mi resta in mano, sornione, un infinitesimo minimo comune denominatore.


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Frasche, tralci, colli, le intonazioni della pianura, per altri più attenti echi e rimandi della natura, non lasciamo impronte sulla mia polvere…….né anelli di congiunzione, né giochi ad incastro, né una semplice associazione……goccia per goccia, foglia per foglia, strato su strato, creano invece nella mia dissoluzione un senso incompiuto.


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Se per giorni e giorni il cuore immobile delle mille dimensioni individuali fa ressa su nuovi vincoli io di te non ho niente da ascoltare. L’animo si incaglia nella stazionarietà……..questo dilungarsi con gli sguardi sull’arbitrio dell’abitudine, questo dimenarsi dei soliti numeri sulla punta della lingua, dopo aver spremuto nel bicchiere dieci gocce di limone. Se per giorni e giorni solchi il cuore immobile delle ansie di persecuzione e dei trasalimenti, che si incuneano subdoli e verecondi, io in te- di te- per te – con te non ho la chiave.


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Il mio volto che lotta con la luce è un insieme di linee disarmoniche, disegno di traiettorie abituali per il repertorio innato ed anche appreso delle espressioni facciali.


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I soliti campi di forza tra falchi e presunte colombe. Mancata osmosi tra cielo e terra. C’è attrito al bordo, sfuma il contorno, il raggio d’azione si riduce ad un piccolo intorno. Il potere di acquisto non riesce a tener testa all’istinto di acquisizione.


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Tu mi dici amica: fisime, miasmi, spasimi, declini malamente verbi ed inviti; dici no che non reggono gli infissi, solo i chiodi restano erroneamente confitti nella mente. Parti da un punto qualsiasi della superficie ti rispondo io, tu invece aumenti l’intensità, la profondità e la perentorietà, perdi lo sfondo e ti misuri con il fondo più fondo. Ma le cantine della psiche sono abominevoli scannatoi.


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Da questo mondo tutto diviso in metri quadri e tutto moltiplicato dagli eccidi al quadrato, cioè dai genocidi, mi difendo con una doppia mandata di alcolici e di giustapposizioni. Un mio amico becchino mi racconta che ogni volta deve correggere le posture e riassestare i volti dei cadaveri. Nella peggiore delle ipotesi la sequenza dei miei respiri è screziata dai colori lividi del tramonto.


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La resa è mia, non del mondo. La resa è mia, come una medusa liquefatta sulla spiaggia. Il semicerchio dell’orizzonte prima abbraccia i canneti e gli alberi, poi coniuga le cime segmentate dei monti. I panni stesi al sole ed i piccioni sui cornicioni sono solo immagini scontate. Clivi, poggi ed ulivi sono costanti del paesaggio toscano. Li introietti, li interiorizzi giorno dopo giorno, ti entrano dentro la pelle come iniezioni sottocutanee. La resa è imminente.


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Chi esiste pienamente, totalmente se non le rose ? Se non l’edera attorcigliata al muro ? Se non il cane che rosicchia l’osso e mi lecca la mano ? Chi oscura la caduta di un gesto già accaduto, prima ancora di essere vissuto ? Accendo la televisione. Mi metto sul letto, il cuscino dietro la schiena. Il telecomando in mano e assaggio una parvenza di opinione pubblica ed il suo retrogusto di opinionisti dell’ultima ora.


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A cosa ci serve un caleidoscopio dagli infiniti specchi, quando interno ed esterno sono già un bailamme di bizantinismi. Le striature aduste dell’animo sono acclive e declive. L’assise dal profondo della piramide capovolta emette la sentenza del gotico e del difforme. Ogni effluvio di fiori è un’esortazione al sottinteso, un volgersi al raccoglimento della forma in sé, un presentimento di un frammento equanime di te stesso.


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I rami contorti e spogli si volgono all’albedine di un nuovo giorno d’Inverno, chiosano con un crescendo di bisbigli le contese del cielo. La ricchezza dei particolari non intuisce la tessitura dell’universo, si contraggono i lineamenti, si perdono i basamenti: la forza centrifuga ha la meglio per un indeterminato intervallo di tempo.


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Le peripezie del tempo sono ferme all’ingresso dell’assurdo. Uno stormo squarcia i drappeggi color porpora del tramonto. Il cielo è sempre lo stesso che ha visto piangere le pietre tagliate dal vento. Le lacrime erano granelli, gli dei morivano e ora questa strana civiltà di archetipi greci e cristianesimo all’acqua di rose rovista tra gli scheletri dell’armadio dei vinti.


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La fotosintesi non crede alle sottigliezze di noi bipedi e compie ogni giorno il suo cerchio. I simboli non sono che ectoplasmi del reale. La notte ha dieci iridi per scrutare gli amplessi e gli attimi dei nuovi concepimenti.


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Le lucciole non sono che pochi spiccioli di luce. Esequie di nuvole istoriate dalla luce lunare. L’antimateria costruisce nuove protesi alla mente universale.


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Qualsiasi ontologia scoperchia fondamenta instabili e quelle che credevi aporie ti dicono che le tue parole abitano il nulla e ti svelano le falsità della verità, sempre meno umana. Il cielo è di tutti e nemmeno la terra misura le sue forze contro il cielo. Tutte le imprecazioni degli uomini finiscono in cielo, tra le costellazioni. Qualsiasi ontologia scoperchia fondamenta instabili e non cambiare argomento, chiedendo se la fiducia e la libertà vanno conquistate o sono diritti inalienabili.


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Dal brodo prebiotico alle sinapsi chimiche ed elettriche…….. dagli acidi nucleici che sono capaci di autoriprodursi all’uomo che è capace di automascherarsi. Vita sei stata semplice protoplasma, che andava per tentativi ed errori con i suoi pseudopoli. Ma il codice genetico è una propaggine miracolosa, un germe cristallino inverosimile ed ora, scortati da anticorpi, stiamo a chiederci se l’universo è chiuso o aperto.





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La pioggia lava i peccati della terra. Il cuscino sigilla sogni ed i pretesti.
Dice la filosofia di non moltiplicare gli enti, che niente è nell’intelletto
che non sia stato nei sensi. Ma se per un secolo gli intellettuali hanno oscillato
tra materialismo dialettico e tomismo, io ritorno all’intuizione di Eraclito
che siamo e non siamo. Si fa strada in me il lato nascosto delle cose.
Il rischiaramento avviene raramente guardando soltanto un ciuffo
d’erba incastonato tra le mura.



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E’ lampante che ogni suicida invecchia di vent’anni la sua levatrice,
bestemmia i non nati e le gocce evaporate di rugiada
e i germogli e i frutti e le mie parole gelide come il marmo.
E’ lampante che un suicida non ha dischiuso i petali
al mattino d’Estate. E’ lampante che per un attimo nel suicida
le linee non sono diventate forme ed è stato sopraffatto da tutti i gesti inutili
che ogni uomo compie ogni giornata. L’immutabile, il non reversibile,
l’imponderabile chiedano perdono alla nostra finitezza di soggetti
per lo più assenti, che metabolizzano malamente farmaci, terapie dell’animo
o del linguaggio.



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La natura ci risveglia. Disvela l’essere come Socrate con l’anamnesi disvelava
la geometria allo schiavo. Filari di viti e covoni di grano, candore
di margherite all’ombra delle valli, boccioli e gabbiani sono propedeutica
e ritorno a noi allo stesso tempo. E’ tutto riportato alla melodia ancestrale,
che scorre sotterranea in noi. L’orologio universale si accorda al nostro
dualismo cartesiano o al nostro monismo psichico se vogliamo.


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….dopo tragicomiche orge tra impressionismo ed espressionismo nacque
l’astrattismo. Il non figurativo è il culmine dello iato tra realtà ed arte.
….l’inconscio non sta sempre sotto la soglia della coscienza. Inconsci
sono anche quei principi che ci governano e stanno sopra la soglia
dell’autocoscienza…… mi sembra ovvio ribadire che dopo che
il neopositivismo venne annientato dalla falsificazione, ogni
ricerca di conferma ed ogni presunzione di certezza è errore.
Gli algoritmi si fanno sempre più dinoccolati, all’inizio di ogni giornata
lavorativa si alza un turbine di interdipendenza e tecnostruttura,
nel cuore di ogni notte qualche padre di famiglia si alza,
va a piangere nel bagno in silenzio, nascondendosi anche
allo sguardo del cielo.


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La vocazione di questa pioggia, cinta dai venti, è di imbevere ogni bava di lumaca,
ogni fiore di campo, ogni scorza di salice, ogni frullare di ali al riparo.
La mia vocazione in questi istanti è di aprire le finestre e sentire sibili e scrosci,
che diventano a tratti empiti di accordi e ritmi sincopati quando la pioggia batte più
forte. Se è vero che ogni egotismo è sterile, io sono un semplice ricettacolo
e non ho mai pensato che la mia interiorità fosse un sacrario.
Se è vero che il sole parla raramente alle statue dei solai, è altrettanto vero
che indora rovi e fossi.


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Uomini specchiatevi nel vostro passato remoto, quando il sangue fecondava
la terra e le semine e i raccolti scandivano la vita ed ogni ventre diveniva grembo tra
le vigne ed quasi ogni nuova nascita significava morte per la madre…….
E tu divinità fluviale dissemina l’arte combinatoria delle foglie in questi spazi
aperti, in questi slarghi di verde e lascia che il canto del fiume narri
generazioni scomparse. Per te il dolore conduce alla riflessione, ma la riflessione
conduce a dove ? Dimmi dove ? A quale conclusione ? Il dolore è l’anticamera
del piacere solo per i sadomasochisti. Ma per gli altri a quale conclusione
porta il dolore ? E la consapevolezza del dolore del mondo non genera poi
altro dolore ? Dolore, di che cosa sei latore ?



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Per la lunghezza e l’ampiezza d’onda della luce, per ogni pullulare di fotone
che incontra un fotorecettore io ho cercato la dissolvenza, senza per questo
venire meno alla dedizione del contesto sfasato. Non saranno l’imperativo
categorico, il noumeno e il cielo stellato a salvarci la psiche, ma il peso
specifico di parole che fanno ginnastica, la breve convalescenza di sensi slogati.


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Sulla linea sottile tra il basilico ed il rosmarino, non dimenticando che
ogni solco diventa un segmento ed ogni scissura una lamina ed ogni innesto
un ganglio pleonastico.
La terminazione dell’impulso giunge alla faringe di ogni ramo fronzuto.
Su tutti gli strati anche quelli già svuotati e scombinati.


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Un istante porta il silenzio sulle chiome degli alberi. Una sferzata di luce
tra la panchina e la fontana. Il tuo sguardo muore sul costato del prato.
causale o casuale ? Se quegli steli imparano il nome delle rose, se la luce
del cielo ha vaste risonanze con le radici annodate ed i rizomi, allora
scrivendo possiamo registrare gli ultrasuoni della parte più atavica di noi stessi.


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L’acqua diviene metafisica totale se si pensa alla placenta che naviga
nel liquido amniotico. L’acqua è regressione, ritorno nel ventre.
E’ rinnovamento, che azzera ogni rovello e fortifica l’ossatura dell’onirico.
L’incubazione della stesura delle idee è solo una massa magmatica
di equivoci. La memoria involontaria e l’epifania rievocano e schiariscono
il patetico. Per creare dal nulla onnivoro bisogna prima fare il vuoto.
Prima di fare luce sul non codificato bisogna dimenticarsi ogni rimedio
logoro, ogni risveglio appannato, ogni rapporto causa ed effetto. In ogni caso
esiste il desiderio, ma manca l’oggetto del desiderio ed il luogo dove va a morire
il disordine è lo stesso in cui diviene sacrilega ogni visionarietà.


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E’ tutto così terribilmente normale, quando la mente ti trasporta altrove
ed una pantomima diviene il fulcro della finzione scenica.
Tutto terribilmente normale quando alla sommità della tua danza tribale
c’è l’intimo delle tue estensioni e distensioni ed io in quell’intimo mi perdo.
Tutto terribilmente normale e mentre passi li senti conversare e sanno già
scegliere per il petrolio del medio oriente o per l’idrogeno islandese.
Tutto terribilmente normale, anche i paradossi cerebrali
come l’arto mancante o la visione cieca.
Tutto terribilmente normale anche questo rifiutare nell’altro la parte
più oscura di noi stessi ed aspettare un maestro di vita e di pensiero,
che ci sappia insegnare il silenzio.


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Peltro di chitarra per questa notte, prolungato gemito contro ogni addio.
Amaro calice nella calce. Di un anno non restano che pochi ricordi.
Nient’altro. Se avessi qualcosa da dire graffierei l’aria con le mie parole.
Se sapessi leggere le tracce della vita non mi importerebbe niente di morire.
Ma la grafia dell’incompleto scrive su di noi sillabe senza senso.


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I cipressi sono cuspidi. Gli illimitati volti della luce si specchiano nell’ogiva
dell’acqua degradata a pozza. Pozza su cui ristagna un coagulo di cielo.
Strisce di luce in percussione. Occulta persuasione per arrivare al centro
Del fosso. L’opponibilità del mio pollice sul dorso del naso. La luce
Ha un paradigma, il cui assunto è l’enigma. Luce inviolata, luce trasognata,
pura e purificata. Perché siamo misti di griglie di codici e di frammenti
di soma…….Perché siamo circonvoluzioni attivate dagli zuccheri,
la perfezione dell’incompletezza siamo, l’imperfezione della totalità
e le pieghe e la piaghe di ogni vittima sono solo un semplice conato
per il carnefice fin da quando eravamo arboricoli e travi e assi marce
su cui ripararsi e giacigli oggi improponibili della stessa provvisorietà
dei nidi. Luce inviolata, luce trasognata, pura e purificata.


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Io non sono un acuto filologo che fa rivivere le cosiddette lingue morte,
ma ad onor del vero non mi provo nemmeno nel fare un affresco al balsamo di resina.
La mia paura non è di esser dimenticato da morto, né di essere sepolto vivo.
La mia paura è il serpeggiare di una biscia al sole tra le rovine della psiche,
la mia paura è la lingua rapida del ramarro sulle ulcerazioni delle mie immagini,
la mia paura è di non trovare la mia strada maestra,
la mia paura è di approdare ad una meta mai considerata.
Così almeno, centellinando la depressione e considerando la plasticità della mente.


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La ruggine del tempo erode i bozzoli delle idee in divenire e le magnifiche sorti e progressive. Io sono una nullità, ma al di là delle grate nuovi artifici tecnologici affilano la scure. Una bandiera garrisce appesa alla ringhiera. Un sottofondo di pollini non è che un solito artificio della Primavera. Archi di cielo spogliano vecchie menzogne. Nelle coincidenze degli incontri un ondeggiare accidentale. Io sono una nullità, ma l’ornato di corolle mi rende ancora capace di peccare.









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