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“LA MONTAGNA INCANTATA” DI T. MANN:

Luca Ferrieri nel suo saggio “Il lettore armato. Vademecum di autodifesa” sostiene che esiste una dose inevitabile di complicità del lettore, che di conseguenza deve essere ritenuto anche coautore del testo. Questo capolavoro di Mann mette a dura prova il lettore, lo mette di fronte ai suoi limiti, gli fa fare i conti con se stesso non solo per l’enciclopedismo dello scrittore, che si muove con disinvoltura tra botanica, biologia ed astronomia, ma anche per la molteplicità dei temi trattati, per la polivalenza dei simboli, infine per i percorsi interpretativi, che possono decifrare l’opera. D’altronde come scrive Milan Kundera in “L’arte del romanzo”: “lo spirito del romanzo è lo spirito della complessità”.
T. Mann nella lezione per gli studenti dell’università di Princeton dichiarò che “questo è un romanzo del tempo in due sensi: anzitutto sul piano storico, in quanto cerca di delineare l’interiore immagine di un’epoca, quella dell’anteguerra europeo; in secondo luogo, però, perché suo argomento è il tempo puro, e questo oggetto è trattato non solo come esperienza del protagonista, ma anche in e per se stesso”. Riguardo al primo punto Zecchi nel saggio “L’artista armato contro i crimini della modernità” sottolinea che la posizione assunta da Settembrini, ovvero che il nichilismo potesse essere contrastato con una nuova funzione sociale delle scienze esatte, che avrebbero dovuto agire in sinergia con le scienze dello spirito, sia stata un’idea diffusa agli inizi del’900. Poi naturalmente giunse E. Husserl a spiegare ne “La crisi delle scienze europee” che il progresso scientifico aveva allontanato l’uomo dal “mondo della vita”, facendogli perdere la visione globale del mondo e facendogli dimenticare l’interiorità.
Per quel che concerne l’argomento del tempo puro ricordo che il protagonista mediterà più volte sul tempo, chiedendosi quale sia l’organo specifico del cervello umano, che ci fa intuire lo scorrere del tempo, o quale sia il rapporto dello spazio con il tempo, ammesso che esista.
La trama è semplice. Nel libro prevale la non azione. Il romanzo fu ispirato da un fatto realmente accaduto da Mann: egli stesso visse tre settimane in un sanatorio, dove sua moglie fu curata per sei mesi. Anche Castorp il protagonista dell’opera inizialmente deve trascorrere solo tre settimane nel sanatorio per far visita a suo cugino, che soffre di tisi. Ma il giovane ingegnere Castorp per delle complicazioni alle vie polmonari finirà per trascorrere ben sette anni nel sanatorio svizzero. In questo periodo si innamorerà di una russa, la Chauchat, a cui si dichiarerà e che gli concederà un bacio sulle labbra. Qui avrà modo di conoscere anche il letterato Settembrini ed il gesuita Naphta. Settembrini è carducciano, massone, razionalista, volterriano; Naphta un nichilista, un conservatore, un adulatore del terrore. Castorp ascolta sempre le loro discussioni colte ed oscilla continuamente tra i due poli: tra l’evasione dell’arte e lo spirito religioso, tra l’impegno pratico ed il riconoscimento della decadenza dei valori, tra la critica all’oscurantismo della chiesa e l’idea della chiesa sopra il potere temporale, tra rivoluzione e conservazione. Ma il contrasto tra le due posizioni non è così netto. E’ difficile per Castorp tracciare una linea di demarcazione. Si aggiunga che ogni discussione è un insieme di intuizioni, salti logici, provocazioni, e riferimenti culturali, che sorreggono ed inverano le tesi proposte. Come se non fosse sufficiente le posizioni di Settembrini e Naphta contengono delle contraddizioni interne e delle antinomie e le loro argomentazioni talvolta vengono esposte in modo non organico.
Non esiste nei due personaggi inscindibilità tra pensiero ed azione. Settembrini dichiara che a volte bisogna utilizzare le ali d’aquila, eppure quando si trova a duellare con Naphta non mira all’avversario, ma spara per aria. Quest’ultimo decanta il misticismo cristiano, dicendo che anch’esso è libertà, ciò nonostante soccombe alle proprie tare esistenziali e si suicida. Paradossale è anche il motivo che li spinge al duello. Settembrini dice a Naptha di finirla con certe scurrilità, perché con esse può molestare i giovani. Schopenhauer in “L’arte di insultare” definisce l’insulto come “una calunnia sommaria, senza che ne vengono forniti i motivi”. L’insulto può essere efficace per qualche attimo, ma a lungo termine viene svelata la sua pochezza. Nonostante questo, due persone così colte e profonde come loro arrivano allo scontro mortale per avere delle opinioni divergenti. Inoltre nel romanzo di Mann non è Naphta a sfidare a duello Settembrini per l’offesa ricevuta, ma l’esatto contrario.
Altro aspetto rilevante del libro è che tutti i personaggi sono borghesi e Mann in gran parte delle sue opere fa un’analisi spietata della borghesia della sua epoca e del suo paese. Come ebbe modo di scrivere Lukacs nella prefazione alle novelle di Mann lo scrittore fu testimone e giudice della decadenza borghese. Nel saggio “T. Mann e la tragedia dell’arte moderna” Lukacs scrive che Mann è uno dei più grandi esponenti del realismo critico e che riesce a svelare tutte le problematiche della società borghese, rappresentando l’apice del pensiero progressista di questa.
Altro punto importante del romanzo è il rapporto stretto tra voglia di conoscere e malattia. Se da un lato la malattia, come pensa Settembrini, è disumana perché umilia l’uomo, dall’altro per Castorp è occasione per approfondire determinati argomenti, che nella civiltà frenetica della pianura non avrebbe mai minimamente trattato. Difficile stabilire la relazione che intercorre tra queste due concezioni. Anche in Leopardi troviamo due idee della Natura: la natura originariamente benigna, che la civiltà umana deturpa e la natura come forza immane, che può creare e distruggere senza alcun senso nè preavviso. Su questa ambivalenza di significati gli studiosi non sono mai riusciti a mettersi d'accordo: chi ha privilegiato ora l'una ora l'altra, chi le ha unite, chi ha ritenuto che la prima concezione sia la causa e la seconda l'effetto. Allo stesso modo potremmo fare con il rapporto tra uomo e malattia in quest'opera di Mann. Per quanto riguarda il ponte tra sofferenza e conoscenza bisogna ricordare che è un legame antico: ad esempio è uno dei cardini del cristianesimo. Il cristianesimo principalmente si basa sulla colpa, sul perdono e sulla sofferenza. Ma questo ponte tra sofferenza e conoscenza risale addirittura all'antica Grecia. Severino in "Sortite" ci ricorda che all'inizio dell'Agammenone di Eschilo il coro dice:"Zeus ha stabilito che tramite il dolore il sapere acquisti potenza". La sofferenza infatti porta l'uomo a pensare molto di più della gioia. La conoscenza quindi potrebbe essere una forma particolare di consolazione. Sgalambro in "Consolazione" dichiara che "la consolazione è la pietà che non si estrinseca con atti ma con parole" e che "c'è tuttavia nella consolazione un limite, la rabbia di non potere altro". Seguendo questo percorso potremmo definire la ricerca di conoscenza insita nell'ambito della malattia una sorta di sapere speculativo, che serve come autoconsolazione, come pietà di se stessi.
Inoltre con il cristianesimo comunista di Naphta, Mann è riuscito ad intuire una delle possibilità rappresentate dal pensiero umano: se l’unione di cristianesimo e marxismo in Italia è stata accennata solo da Pasolini, in America Latina è stata teorizzata da Guettierez, come opzione preferenziale per i poveri, ed applicata poi da preti rivoluzionari come il poeta Ernesto Cardenal, ministro della cultura nel governo sandinista. Mann aveva già intuito che questi due sistemi di pensiero potevano congiungersi.
Da notare anche che il romanzo “Diceria dell’untore” di G. Bufalino tratta di un sanatorio per malati di tisi, anche se è ambientato nel dopoguerra, il protagonista è un reduce di guerra, non ci sono conversazioni così fitte come tra Naphta e Settembrini ed in primo piano c’è una storia d’amore, che finirà con la morte della donna. Restano comunque da stabilire le analogie e le differenze tra queste due opere.










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