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Ma quella notte avevamo parlato, ballato e scherzato. L’ultima notte di quella okkupazione. L’ultima notte di sacchi a pelo, litri di vino e birra, odore di fogli ciclostilati, fax, volantini, bacheche di annunci, luci psichedeliche, spire diafane di fumo che volteggiavano nelle aule, stordimenti, viaggi interiori nei meandri dell’inconscio, sinestesie inaspettate, slogan inventati con l’aiuto dell’ebbrezza alcolica, canzoni di cantautori stonate al suono di una chitarra mezza scordata e suonata senza peltro, commistione di dialetti, accenti e cadenze di noi studenti fuori sede, provenienti da tutte le regioni d’Italia. Woodstock, Bob Dylan, Leonard Cohen, Brassens, Brel, Frank Zappa, beat generation, controcultura, politica internazionale, ’68, ’77, Pellizza da Volpedo, maggio francese, terzomondismo, questione israeliana, zen, postfemminismo, consumismo, mondo usa e getta, Toni Negri, marxismo, parcellizzazione del lavoro, alienazione, Tondelli, Gramsci e l’intellettuale organico, Pasolini e l’omologazione, Pasolini e i ragazzi di Valle Giulia, seminari autogestiti, democrazia dal basso, università non come esamificio e come luogo di nozionismo, ma come momento di discussione, di confronto e di ricerca.......il Sè, l'Essere, il Nulla, l'infinito, Dio o ateismo, la cronaca, la Storia. I nostri pensieri contenevano un marasma di contraddizioni, ma d'altronde non avevamo ancora una padronanza pluriennale ad utilizzare simboli, intellettualismi, astrazioni. Eravamo sovvertitori del senso comune. Eravamo degli ossimori viventi. Scardinavamo le tassonomie abituali e le categorie mentali imposte dai mass media. Eravamo giovani in lotta con la società, ma alla fin fine anche in lotta con noi stessi. Non sapevamo ancora quanto ci sarebbe stato da lavorare su se stessi, quante mutazioni e metamorfosi avremmo dovuto compiere per giungere ognuno ad un equilibrio, seppur precario. E quell'occupazione non fu affatto una carnevalata. Fu costruttiva per ognuno. Fu un periodo ricco di stimoli culturali. Talvolta capitava che ci arrovellavamo e ci attorcigliavamo tra i rimandi culturali. Ci scambiavamo opinioni riguardo ai libri che avevamo letto. E finivamo per darci l'un l'altro delle grandi imbeccate e degli ottimi consigli di lettura. Per esempio alle scuole superiori per quel che riguardava la letteratura contemporanea ti propinavano sempre i soliti noti. La stragrande maggioranza erano tutti poeti e scrittori italiani. Non si usciva dalla penisola italica. I programmi ministeriali erano quelli. Invece in quei giorni ci fu chi mi parlò di un capolavoro di Conrad "Cuore di tenebra", che mai avevo sentito prima. E mi parlarono del Congo di Leopoldo II, re del Belgio, che all'epoca in cui era ambientato il romanzo era in preda a ladri, avventurieri, assassini. Un ragazzo che era iscritto a Storia mi disse che Leopoldo II bruciò gli archivi riguardanti il Congo, prima di assegnarlo definitivamente al Belgio, sostenendo che avrebbe regalato al popolo belga il suo Congo, ma che il suo popolo non avrebbe mai avuto diritto a sapere ciò che vi aveva fatto. E mi spiegò infatti che quando il Congo era non una usuale colonia belga, ma un personale possedimento del re, era avvenuto un genocidio di dimensioni enormi. Tutti i nativi africani furono obbligati a raccogliere caucciù e a chi non riusciva a raggiungere certe quote gli veniva tagliata una mano se era un uomo o una mammella se era una donna. Sorse una discussione a proposito del supposto linguaggio razzista dell'opera. Chi diceva che era razzista, perchè veniva usato in modo dispregiativo la parola negro. Chi invece sosteneva che il linguaggio non era razzista, ma solo crudo ed andava considerato il contesto storico e culturale dell'epoca e secondo questa scuola di pensiero "Cuore di tenebra" non poteva essere un libro razzista, perchè era la più grande critica al colonialismo della letteratura mondiale. Poi c'era chi poneva l'accento sulla crisi psicologica ed esistenziale del protagonista del libro. Chi diceva che la cosa che l'aveva più colpito era il senso di apprensione costante del protagonista Marlowe di fronte all'entità ostile ed imperscrutabile della foresta. Chi invece faceva paragoni tra il libro e la trasposizione cinematografica "Apocalypse now". Una trasposizione fedele nei contenuti, ma differente dal punto di vista storico, perchè al posto del Congo veniva messo il Vietnam. C'era una laureanda in lettere, che si mise a sciorinare analogie e differenze sull'utilizzo di Conrad, Beckett e Fenoglio di una lingua, che non era la loro lingua madre. Per l'esattezza Fenoglio non scriveva i suoi libri in inglese, però ne faceva largo uso. Ed in entrambi ci vedeva non so quali risvolti edipici. Insomma dopo tutti questi spunti era naturale mettersi a leggere questo libro, tanto discusso e decantato.








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