N.B: ogni riferimento a fatti e persone è puramente casuale e non causale.
A PISA NON SEMBRA MAI ACCADERE NIENTE(racconto):
Pisa per me non è Piazza dei Miracoli, anche se da bambino talvolta mi perdevo nelle navate del Duomo e rimanevo affascinato dalle epigrafi della sua facciata. Non è Piazza dei Miracoli, nonostante che la sua architettura romanica l’abbia resa famosa in tutto il mondo. Nonostante interi pomeriggi trascorsi sdraiati sul prato del Duomo. Per me non è nemmeno quella serie innumerevole di palazzi antichi, di ponti, di chiese, di biblioteche, di musei, di aule universitarie. Quando passeggio non percorro gli itinerari canonici dei turisti, che sono sempre a caccia dei luoghi tipici da cartolina illustrata. Preferisco le lunghe camminate al Viale delle Piagge o al giardino di Scotto. A chi la guarda superficialmente questa città sembra dormire un sonno profondo da secoli. I vecchi pisani dicono che Pisa non è più bella come una volta, che con il passare degli anni ha perso una parte del suo fascino. Dicono che una volta l’acqua dell’Arno rifletteva il cielo ed ora invece solo le pozzanghere d’acqua piovana riflettono frammenti di azzurro. A Pisa non sembra mai accadere niente, eppure la città brulica sempre di persone in quasi tutte le stagioni e noi pisani non sappiamo dire quale sia effettivamente il centro propulsore di questa nostra città. Alcuni dicono che sia una città morta, ma forse sono in malafede oppure si trovano in soggezione al cospetto della storia e dell’arte presente nella nostra città, perché anche il muro più scalcinato e più imbrattato qui da noi dicono che trasudi cultura. Sicuramente nella mia città abbiamo dei monumenti e dei luoghi d’arte di cui nemmeno noi pisani siamo perfettamente consapevoli. Della bellezza della chiesa di S.Maria della Spina, dei suoi lineamenti gotici e delle sue statue dentro le guglie nemmeno ce ne accorgiamo. Ci siamo talmente abituati, che ormai tale splendore ci sembra perfettamente normale e non giunge più alla soglia di coscienza. E se è vero che Pisa l’hanno fatta i pisani, è altrettanto vero che si rischia tutti di ritenere che il patrimonio artistico faccia parte del nostro patrimonio genetico. Altri dicono che nella zona della stazione regnano incontrastati il degrado e la microcriminalità, ma si dimenticano che oggi tutte le città hanno questo tipo di problemi. A Pisa dicono che non piova mai. Dicono anche che non faccia mai caldo davvero. La vicinanza del mare rende il clima della città migliore che da altre parti, ma d’Estate ogni parte della penisola italica è soggetta all’afa. Sembra che la città sia fatta esclusivamente da studenti universitari, da accademici, da parà e da turisti stranieri, sempre pronti a comprare i souvenir delle bancarelle e riprendere con le loro macchine fotografiche la torre pendente. Invece a Pisa ci sono anche io, che non faccio parte dell’esercito e che non ho niente a che vedere con l’università. Se Pisa fosse una donna sarebbe una signora nobile, che vive di rendita affittando i propri appartamenti a studenti fuori sede. Sarebbe una signora altera, elitaria, che per convenienza economica deve dimostrarsi affabile ed ospitale. Se Pisa fosse una donna sarebbe al tempo stesso un’amante scellerata per chi viene da fuori ed una signora morigerata, scostante, volubile ed irraggiungibile per chi vi risiede. Ma la città di Pisa per me, ad eccezione di qualche frullo di ali di piccione da un balcone all’altro e di qualche latrato di cane randagio nella notte, è soprattutto un mondo antropomorfo, di cui ricerco la coerenza e il senso. E’ molto più facile orientarsi nel labirinto delle strade, imprimersi nella mente la topografia delle viuzze più periferiche piuttosto che completare il mosaico di questa umanità. Forse l’impresa più ardua è esplorare se stessi, ma è difficile anche conoscere gli altri, saper distinguere un pensiero estemporaneo dettato dal malumore da un convincimento radicato nell’individuo, saper distinguere tra mentalità e personalità, cercare di intuire quanto la personalità possa influire sulla mentalità e viceversa. Ogni pisano ha questi miei medesimi dubbi, perché nel corso della sua vita si imbatte in studenti e studentesse di ogni regione, in turisti ed immigrati di ogni nazione. La città è una vera e propria Babele, in cui confluiscono lingue e dialetti di ogni sorta. Pisa quindi non è una città morta, ma una città aperta. Non voglio qui stabilire se lo sia troppo o se sia ancora poco aperta. Questa insomma è la mia città. Ma è venuto il momento che mi presenti: mi chiamo Antonio, ho 40 anni, sono single e mi occupo di recupero crediti. Faccio un lavoro antipatico e noioso. A volte le persone piangono, si disperano, si strappano i capelli in mia presenza. Oggi è Domenica e non ho voglia di uscire. E’ Estate e molti miei amici sono andati al mare. Rimango sul divano a guardare distrattamente la televisione. E’ da un’ora che sono qui immobile. Ho le braccia indolenzite, formicolanti. Grondo di sudore, perché non ho in casa né ventilatori né condizionatori. Tengo la finestra aperta, ma gran parte delle tapparelle del soggiorno sono abbassate. Gli schiamazzi dei bambini che giocano nel cortile, il vocio e l’acciottolio delle famiglie del condominio a tratti sembrano diventare un unico rumore indistinto. Dovrei fare molti lavori di casa, ma rimando continuamente. Ci sono ancora i piatti di due giorni fa da lavare in cucina. Dovrei riverniciare, ma è da anni che continuo a lasciare le pareti scrostate. In ogni stanza regna il disordine. In camera mia giornali e libri sono accatastati per terra. All’improvviso il trillo del mio cellulare. E’ Luca. Siamo amici fin dai tempi delle elementari. Ci conosciamo da una vita. Abbiamo fatto comunione e cresima insieme. Mi dice che vuole venirmi a trovare. Mi chiede se mi disturba, se avevo altri progetti. Gli rispondo che non ho niente da fare e che mi fa piacere se facciamo quattro chiacchere. Sono in pigiama. Vado in camera a vestirmi. Qualche raggio di luce penetra dalle lamelle inclinate delle imposte. Ho i capelli ancora spettinati. Vado in bagno e con quattro colpi di spazzola e due dita di gelatina metto un po’ d’ordine- seppur provvisorio- alla massa informe dei miei capelli. Mi guardo allo specchio e noto delle occhiaie profonde, segno inconfondibile della mia ultima notte insonne. Dopo dieci minuti sento il suono del campanello. E’ lui. Gli apro. Sale le scale di corsa. Scivola sullo zerbino e picchia inavvertitamente sugli stipiti del mio uscio, ma nonostante la sua mole i cardini reggono all’urto. Arriva tutto sudato. Mi saluta e si accomoda subito sul divano. Ha lo sguardo smarrito. Si gratta continuamente la testa. E’ nervoso, ma cerca di non farlo trasparire. E’ stato lasciato da un mese dalla ragazza. Lui è sempre innamorato. Lei non vuole più saperne. Gli chiedo se ha delle novità da raccontarmi. Mi dice che ce ne sono eccome di cose nuove. Non l’avevo mai visto gesticolare come adesso. Le sue mani fendono in modo convulso l’aria, ma le sue dita tracciano ghirigori a me incomprensibili, nonostante che in passato abbia letto qualche saggio sulla comunicazione non verbale.
Si prende coraggio e mi dice:
“Volevo parlarti di Elena. Ci sono cose di cui nemmeno io ero a conoscenza. Pochi giorni fa un conoscente mi ha detto tutto. Mi ha detto che anche quando stava con me aveva in segreto molti amanti occasionali. Ed io non me ne sono mai accorto. Ciò che mi ha detto è vero, perché mi ha raccontato dei particolari, che solo io pensavo di sapere.”
“Penso che ogni moralismo sarebbe fuori luogo. Potrò dire un’assurdità, ma forse la monogamia è una forzatura imposta dalla nostra società sia sugli uomini che sulle donne.”
“Non cercare di giustificarla arrampicandoti sugli specchi. Non si merita un avvocato difensore quella. Poteva essere sincera, leale. Se aveva delle fantasie erotiche particolarmente trasgressive aveva il dovere di dirmelo, visto e considerato che ero il suo compagno.”
“Non vorrei essere provocatorio né insensibile, ma forse questo aspetto sconosciuto della sua sessualità ha colpito e ferito il tuo orgoglio di maschio ed allo stesso tempo ha anche infranto l’immagine che avevi di lei. Forse l’avevi idealizzata troppo. Devi soltanto dimenticartela. Sarà pure banale, ma devi ricordarti che il mondo è pieno di donne. Se lo avessi saputo cosa avresti potuto fare ? Devi smetterla di tormentarti. Non era la donna per te. L’unico uomo adatto a lei è un uomo che rinuncia esclusivamente al benchè minimo possesso ed alla gelosia. Avresti dovuto snaturarti completamente. Ne sarebbe valsa la pena ? ”
“Forse hai ragione te. E forse sono io che un vecchio moralista. Sono antiquato e retrogrado. Oggi si celebra ogni giorno il piacere dei sensi, si ricerca costantemente l’effimero. E’ l’epoca della faciloneria e del disimpegno questa. Tutti devono avere tutto subito. Ci sarebbe da ridere di fronte a tutte queste ipertrofie dell’io ed a questa atrofia generale della ragione. Ma non riesco a trovare il distacco necessario per riderne.”
“Forse il vero problema è che la letteratura ufficiale per secoli ci ha fornito l’immagine di una donna asessuata. A scuola non fanno altro che propinare Dante e Petrarca, che idealizzavano le donne. Ma in letteratura ci sono anche le opere di Boccaccio, dell’Aretino, di Rabelais, di Ruzzante, di Masoch, di Sade, di Restif de la Bretone, di D’Annunzio. Non ti scordare inoltre che l’antica Grecia e l’antica Roma erano civiltà caratterizzate dalla pansessualità. Non pensare che ogni tipo di stramberia sessuale sia scaturita dal permissivismo del mondo moderno. Nell’antica Grecia era considerata una cosa naturale la pederastia, nel medioevo era molto diffuso il concubinato dei preti e nella Londra del 1700 la flagellazione nei bordelli.”
L’aria è densa, questa calura è appiccicosa. C’è un vento leggero, troppo debole per mitigare l’afa. E’ da giorni che aspetto la fine dell’Estate. Aspetto Settembre con la sua aria rarefatta e le sue dolci piogge, che cadono fitte sui marciapiedi, tamburellano sui vetri e dissetano la terra. Aspetto Settembre nonostante sappia che la città non sarà più semideserta come ad Agosto, tutte le strade saranno gremite di auto e per tutto il giorno aleggerà nell’aria il frastuono dei motori. Osservo Luca nella penombra del soggiorno: le sue guance paffute, il suo naso pronunciato, i suoi occhi spenti. Alcune mosche svolazzano nella stanza. Un ragno sul soffitto continua imperterrito a tessere la sua ragnatela. Per qualche attimo rimaniamo muti. Il ticchettio dell’orologio attaccato al muro scandisce ogni momento di pausa della nostra conversazione. E’ una conversazione difficile questa, perché una parola fuori posto potrebbe rendere il mio atteggiamento ironico oppure troppo compassionevole. Penso che in fondo questa vicenda bizzarra è uno dei pochi imprevisti, che ha avuto in una vita decisamente usuale e piatta. Ora è un’anima inquieta. E’ sperduto e depresso. Forse è arso dentro dal fuoco della gelosia più che dalla constatazione della perdita definitiva della persona amata. Forse ciò che l’ha colpito è l’infedeltà di lei piuttosto che la paura della solitudine. Per anni si è sentito sicuro: il fatidico posto fisso ed una fidanzata tranquilla ed affettuosa, con cui aveva iniziato a parlare di matrimonio e di figli. Ripenso a loro due insieme. E’ tutto un susseguirsi di fotogrammi. Penso a qualche dettaglio, che magari poteva far presagire certe inclinazioni di lei, ma non mi viene in mente niente. Forse le donne riescono a custodire nel proprio intimo segreti, che è meglio che gli uomini non sappiano. E’ per questo che anche la donna apparentemente più insignificante sa di mistero. A volte penso che sia meglio la mia condizione di scapolo, che vivacchia senza infamia e senza lode. Forse è meglio la mia condizione, anche se costellata da desideri inappagati e caratterizzata da una sensazione di intorpidimento prolungato, nonostante tutto attorno sembri essere in movimento e rinnovamento continuo.
Poi riprende e mi dice:
“Non ci capisco niente. Non solo di questa mia storia d’amore finita, ma della vita in generale. E’ da tempo che cerco di mettere ordine nel mio mondo, ma sempre più raramente riesco a pensare. Quando ero più giovane avevo un flusso continuo di pensieri, oramai la mia mente è una nebulosa, un insieme di ragionamenti disarticolati. Un tempo mi sembrava che ogni cosa avesse un suo posto ed un suo senso compiuto. Ora assolutamente no. Il mondo per me ora è un groviglio inestricabile di fatti, retroazioni, gesti, segni, simboli senza una ragione. Ho perso anche l’immaginazione. Non riesco più a fantasticare. A volte rifletto per pochi attimi e concludo che ogni esistenza è preda dell’aleatorio, della casualità. Un tempo leggevo libri di filosofia e mi perdevo in astrazioni e generalizzazioni sull’esistenza umana. Ma oramai credo che nessuna ontologia e nessuna fenomenologia possa dirmi qualcosa di essenziale sulla vita. Vivo il presente e tuttavia mi accorgo spesso di essere assente, di non cogliere pienamente l’istante. Il presente non è altro che una traccia labile. Il presente in un secondo diviene passato prossimo. Dopo qualche tempo diviene passato remoto e nella maggioranza dei casi si perde nell’oblio. Il passato diviene memoria in modo perfettamente casuale. Sono davvero pochi i giorni che restano impressi in modo indelebile nella memoria. E poi cosa ci resta di quell’incontro, di quel giorno ? Solo indeterminatezza e vaghezza. I dettagli si perdono. Tutto si confonde. Il passato non è che una catalogazione molto limitata e generica della vita vissuta. Il futuro non è altro che una serie di aspettative totalmente ancorate al passato. Dimmi cosa ci resta veramente ? Ora ho ancora nella mente la voce di lei, che mi parla. Ma tra un anno ? Cosa rimarrà in me del suo volto, della sua persona, di ciò che abbiamo vissuto e condiviso assieme ? Sono sopraffatto dall’angoscia di separazione oppure tutto irrimediabilmente è destinato a perdersi nel niente ?”
“La verità è inattingibile. Ma dobbiamo lo stesso continuare a ricercarla, anche se infruttuosamente. Forse non ci resta niente dell’esistenza oppure poco, però non dobbiamo ritirarci da essa, non dobbiamo nasconderci nei cunicoli come fanno le talpe. Eventi e circostanze esterne ci staneranno comunque in modo brusco ed imprevedibile.”
“Basta un attimo solo, in cui il divario tra l’individuo e le cose diventa incommensurabile. In quel maledetto attimo si può perdere la relazione tra la propria coscienza ed il mondo. E’ come cadere indefinitamente nel vuoto, ma solo per un frangente o poco più. Poi si ritorna in sé come se non fosse accaduto niente. Ti sembrava di conoscere te stesso, ma devi prendere atto che se hai agito in modo inconsapevole una parte di te la ignoravi completamente. La realtà ti si ripresenta minacciosa come il mare nei romanzi di Conrad e Melville. Ritorni alla normalità. Fai finta di essere quello di prima, ma non sei più quello di prima. In quell’attimo magari è accaduto l’irreparabile e tutto il resto della tua vita lo passi a rimuginare e a chiederti se sei veramente colpevole di quella momentanea assenza da te stesso o se ciò che è successo era inevitabile.”
Luca rimane immobile sul divano e poi con una voce afona riprende:
“L’ho fatto.”
“Che cosa ?”
“L’ho fatto. Sono andato a casa di Elena. Era sola in casa. Mi ha aperto. Abbiamo discusso animatamente.”
“Che cosa hai fatto ? Che cosa è successo ?”
“L’ho fatto. E’ successo quel che mai avrebbe dovuto accadere.”
“Come ?”
“Con queste mie mani. Solo con la forza delle mie mani. Adesso puoi chiamare pure la polizia. Non posso nascondermi come una talpa.”
Pisa non è Piazza dei Miracoli nonostante gli interi pomeriggi trascorsi da me e da Luca sdraiati su quel prato da bambini. Non è nemmeno le sfumature livide di tutti i tramonti a cui io, Luca, Elena ed altri amici comuni abbiamo assistito sui Lungarni. A chi la guarda superficialmente questa città sembra dormire un sonno profondo da secoli. A Pisa non sembra mai accadere niente, ma un momento di follia può sempre coglierci di sorpresa e rompere tragicamente la monotonia.