PREMESSA:


"La vera gloria ha abbandonato la poesia per la scienza, la filosofia, l'acrobazia, la filantropia, la sociologia, eccetera. Che cosa sanno fare i poeti ? Batter cassa; e se non riescono a guadagnare è perchè non hanno talento o non hanno voglia di lavorare(il talento è rimasto ai parolieri, loro sì che sanno imbastire canzonette carine); e se hanno talento guai a noi! : sono i più nocivi, perchè fanno casotto come un reggimento e ci spaccano i timpani con il loro pretendere di essere dei poeti maledetti. Ma non hanno più ragione di essere, e i premi che si beccano è roba rubata ai lavoratori, agli inventori, agli scienziati, ai filosofi, agli acrobati, ai sociologi, agli eccetera. I poeti devono scomparire. Licurgo li aveva banditi dalla Repubblica, è giunto il momento di bandirli dalla terra. Se non faremo così diventeranno una banda invincibile e tremenda: non vogliono far niente, quei bricconi, sono capaci solo di vivere alle nostre spalle, poco a poco saremo depredati di tutto, ci prenderanno per il culo, diventeranno i nostri tiranni, costituiranno un potentato potentissimo, non ci sarà più un cane con la voglia di fare cose pericolose, di lavorare, di inventare, di imparare, di migliorare le sorti dell'umanità. Monarchie, repubbliche, nazioni: non tardiamo più, occorre sbarazzarsi al più presto di questa piaga infetta, o ne saremo divorati."
di Guillaume Apollinaire


di DAVIDE MORELLI:

SCRIVERE, OVVERO UN MODO PER ESPLORARE SE STESSI:
Si parte col cercare di scrivere l'imprevedibile, l'inafferrabile, l'ineffabile. Nessuno vuole rifarsi alla veggenza di un Rimbaud, alla divinazione del simbolismo e del decadentismo, ad un dannunzianesimo di ritorno, ma comunque si rimane in attesa di una rivelazione. Si cerca uno scarto dal senso comune e dal linguaggio convenzionale, un ribaltamento del senso, una parola che indaga, che testimonia l'incredulità di fronte all'assurdità del mondo e che insegue una parvenza di verità. Si spera di descrivere l'oscillazione dei propri umori e dei propri stati psichici, di trovare nel proprio stile un'armonia dei contrasti e dei dissidi. Si cerca anche la complementarità( e non l'antinomia) tra istinto e razionalità, l'espressione più autentica di se stessi. Si finisce spesso col fare della metapoesia e del metalinguaggio o per cadere nel poetichese più stucchevole e più ovvio(sentimentalismo, retorica, narcisismo, autocompiacimento). Si inizia a scrivere, facendo leva sulla propria spontaneità(leggi anche ingenuità) e si finisce per avere maggiore consapevolezza e perciò più inibizioni, che censurano e cestinano gli ultimi scritti. Si credeva inizialmente che la propria parola fosse realmente una "parola innamorata" e a conti fatti si finisce per ritenere che tutto ciò che è stato scritto è puro diarismo consolatorio ed intimismo patetico. Si voleva originariamente esplorare il proprio sè e manifestare il dissenso nei confronti di una società paradossale e dopo alcuni anni ci si convince che questo tentativo era utopico. Si cercava, si cerca comunque di abitare le parole, ognuno nel modo più confacente alla sua individualità( ed abitare le parole non significa affidarsi esclusivamente all'ispirazione. L'ispirazione è un falso mito. Prima che qualsiasi opera abbia una consistenza unitaria definitiva molte sono le revisioni:cancellature, aggiunte, tagli).
Si scrive e si continua a scrivere perchè il mondo è vanità e la scrittura è terapia. La poesia fa intravedere l’inaccessibilità dell’essere al linguaggio e l’inconoscibilità dell’in sé. Esiste una profondità a cui non si può attingere. Mettere in conto questo non significa irrazionalismo, ma premessa che da sola la logica non è sufficiente. Non ha alcun valore e nessuna efficacia la creazione di freddi schemi concettuali, che catalogano la realtà. L’astrazione da sola resta sempre in superficie, genera continuamente illusioni e disillusioni. Esiste il mistero, l’enigma, l’ignoto, che ci irretisce e ci angoscia. Siamo tutti attanagliati dall'incertezza e dalla precarietà dell'esistenza. In questo percorso è facile perdersi e difficile ritrovarsi. Si cerca dei nessi logici e ci si ritrova da soli con le proprie interrogazioni metafisiche nel divenire incessante e dionisiaco, che continuamente crea e distrugge se stesso. Si cerca un piccolo nucleo del vero e ci si accorge che soltanto il Nulla si è esplicitato. Si vorrebbe vivere totalmente, ma l'unificazione di pensieri, valori e vita è impossibile. Si finisce invece spesso per analizzare un valore con i valori, un pensiero con i pensieri, per non parlare poi dell'esistenza che rimane inafferrabile sia per il pensiero che per i valori. Ci si guarda dentro e ci si rende conto di essere sempre più incomprensibili a noi stessi. Ciascuno vorrebbe esistere pienamente, veramente, andare oltre il vissuto e trascendersi. Ma i tentativi risultano sempre goffi ed allora ci si rifugia nella superficialità e si finisce per essere circondati dal vuoto. Per questo motivo molti si parlano addosso e chiacchierano in modo insulso su cose stupide, banali, risapute: divertirsi, scopare, spettegolare. Paura del divenire, dell’infinito e della morte. Il parlare comune è abuso perpetrato sulle parole, è rinuncia quotidiana alla particolarità, singolarità, irripetibilità insita in ciascuno. La poesia- anche quella meno riuscita- non è riproduzione della reale, ma emanazione, intuizione, rischiaramento. C’è un periodo in cui non si scrive niente e magari si incamera malumori. Anche questa fase apparentemente improduttiva è periodo di fermentazione, di gestazione. Poi all’improvviso qualcosa ci fa vibrare dentro come una corda. un’impressione, un dettaglio insignificante, un’idea che non si sa dove è nata, però sappiamo che deve essere fermata. Scrivere dunque e non per puro piacere, ma perché è un’attività che può significare l’inizio di una libertà interiore. Scrivere può significare prendere possesso di se stessi gradualmente, scoprire se stessi, conquistare se stessi.

MARGINALITA' DELLA POESIA DI OGGI:
Secondo i recenti studi della psicopatologia dell'espressione le persone psicotiche sono più creative, nonostante le loro crisi dissociative, le loro distorsioni percettive, i loro vissuti fantasmatici ed i loro deliri. Quindi la follia è vicina alla poesia da sempre secondo queste analisi, però mai come ora la poesia è stata vicina alla follia. Se prima la follia talvolta poteva divenire espressione artistica, ora è la poesia vera talvolta a toccare in pieno la follia. Infatti mai come oggi i poeti hanno rischiato di impazzire veramente. Mai come ora il poeta ha rischiato di impazzire per il dominio del consumismo e della civiltà dell'immagine e al contempo per la scarsa importanza della poesia. Ma procediamo con ordine. Il gruppo 93 in questi ultimi anni, accoppiando critica e poesia, ha analizzato in modo creativo le contraddizioni della scrittura in quest'epoca e ha proposto nuove possibili forme di sperimentazione/contestazione della società. Si è rifatto alle avanguardie senza una reiterazione meccanica e stereotipata di queste, ha rivalutato l'allegoria per la sua polisemia-riprendendo la definizione di W.Benjamin( "l'allegoria non è una tecnica giocosa per produrre immagini, bensì espressione, così com'è espressione il linguaggio, e, anzi: la scrittura" in "Sull'origine del dramma barocco tedesco")- e posto l'accento sulla marginalità della poesia in questa società massmediatica. E proprio da questa marginalità vorrei partire. E' amaro constatare che la poesia oggi in generale sia solo e soltanto un evento marginale, sia per quel che riguarda il consumo che la ricerca. La scuola non aiuta ad avvicinare i giovani alla poesia, perchè l'insegnamento di questa è troppo pedante e nozionistico. I programmi ministeriali delle superiori lasciano molto a desiderare, perchè i poeti moderni sia italiani che stranieri non vengono fatti leggere. La scuola italica così riesce ad essere una scuola umanistica(visto che il tempo dedicato all'insegnamento dell'italiano è cospicuo), però al contempo ad essere anche il primo agente di socializzazione, che allontana i giovani dalla letteratura. Non è quindi un caso che in un simile analfabetismo di ritorno generalizzato divengano best-seller i libri di Lara Cardella e di Melissa P. , oppure "Il codice da Vinci" di Dan Brown, che si basa su falsi storici(come il congiungimento carnale tra Cristo e la Maddalena, il viaggio di questa in Francia, etc, etc). Non è un caso nemmeno che allo stato attuale delle cose molti ingenuamente pensino che la canzone sia poesia. I cantanti quindi hanno preso il posto che spettava un tempo ai poeti. Poesia e canzone possono qualche volta essere simili, ma non si possono equivalere innanzitutto per questioni stilistiche, sintattiche, verbali. Il linguaggio delle canzoni spesso è banale ed ovvio. Non solo, ma le canzoni difficilmente si occupano di descrivere la molteplicità del reale e il disagio esistenziale. La qualità e la quantità delle tematiche trattate nelle canzoni di oggi è nettamente inferiore a quelle della poesia. La canzone è soprattutto l’espressione dei propri sentimenti amorosi in tre-quattro minuti e la rima amore e cuore spadroneggia ancora oggi. I poeti invece anche quando parlano d’amore lo fanno cercando di innalzarsi dalle passioni, evitando le sdolcinatezze ed i luoghi comuni. Questo naturalmente non significa che non esistano grandi cantautori, che trattino adeguatamente problematiche sociali o descrivano dignitosamente i loro sentimenti amorosi. La dimostrazione del fatto che la canzone e la poesia siano due attività davvero diverse è che grandi cantautori hanno scritto poesie con esiti non felici e che grandi poeti hanno scritto canzoni con risultati mediocri. In Italia l'unico grande poeta che si è dimostrato essere un valido autore di canzoni è solo Roberto Roversi, che ha scritto testi per Lucio Dalla. L’equivoco sempre più diffuso che la canzone sia poesia è dovuto a mio avviso non solo ad una mancanza di conoscenza nei confronti della poesia, ma anche a precise scelte poetiche, che facendo equivalere ideologia e linguaggio, si contrapponevano al linguaggio ordinario per rifiutare il conformismo borghese. Un altro effetto di questa situazione è l'esterofilia dilagante, che regna nel cinema, nella musica, nella letteratura.
A mio modesto avviso non solo la poesia viene letta da pochi, ma la sua ricerca nella maggioranza dei casi è purtroppo vana, perchè per dirla alla Pound non riesce a mantenere in efficienza il linguaggio del nostro Paese. Infatti sono i mass-media della televisione e della carta stampata coloro che impongono i nuovi canoni linguistici. Ma bisogna ricordare anche la profezia di Pound: alla decadenza della letteratura di una nazione consegue la decadenza della nazione stessa. Viene da chiedersi se la colpa sia attribuibile ai poeti moderni, perchè i loro idioletti sono anacronistici ed incomprensibili. Lo snobismo e l'elitarismo della poesia moderna e della critica letteraria sono sempre stati presenti, tuttavia è impresa non da poco chiedere l'azzeramento totale, una parola cristallina e rarefatta, così lineare e chiara da giungere al grado zero della scrittura. Il rischio che il proprio idioletto divenga un linguaggio privato, un insieme di sottocodici connotativi ignoto alla maggioranza, esiste, ma non siamo naturalmente ai livelli del paradosso filosofico di Kripke-Wittgenstein. D'altro canto come pensava Yeats "la bellezza è difficile", anche se va sempre tenuto presente il carattere di intersoggettività della poesia. Questo non significa necessariamente la morte della poesia, perchè se è vero che è marginale e non ha più un pubblico, è altrettanto vero - come sostiene Pasquale Vitagliano- che ha una sua comunità(si pensi alle riviste on line così come agli Slam Poetry del poeta Lello Voce). Certamente sono poche le possibilità per un giovane facitore di versi di avere visibilità, sia per la gerontocrazia letteraria che per la crescita esorbitante di casi editrici a pagamento, che non hanno nemmeno una rete di distribuzione. Altro discorso poi andrebbe fatto per le antologie considerate autorevoli dei poeti delle nuove generazioni. Spesso gli addetti ai lavori recensiscono superficialmente e non fanno un'analisi approfondita dei nodi tematici, delle affinità stilistiche, degli aspetti sincronici dei lavori dei prescelti. Molti esperti hanno parlato di morte della critica. Senz'altro quando si vuole dimostrare che la critica letteraria è morta o moribonda si fa sempre l'esempio facile della scomparsa delle stroncature, come quelle di Papini per intenderci. Io invece sono dell'idea che i critici letterari inizino con l'esegesi dei testi e finiscano per fare quasi esclusivamente i propagandisti, i divulgatori o i saggisti. La pecca maggiore di molti è il recensire in base a scambi di favore o in base ad interessi economici. Inoltre a mio avviso un'altra pecca è la loro mancanza di equilibrio e di serenità nel giudicare i più giovani. E' raro riscontrare dei critici letterari, che -tramite un processo di analisi e creazione- interpretino approfonditamente e con equanimità i nuovi autori. Per un nuovo autore sicuramente il modo più economico e più efficace per avere visibilità è farsi un sito internet, prendendo in esame le varie possibilità di hosting gratuito che offre la rete. Questa soluzione permette anche di entrare in contatto con altri appassionati di poesia moderna. La speranza è che questa comunità poetica non divenga un insieme di cricche faziose( che agiscono in base alla ricattabilità, al clientelismo, alle logiche di spartizione, ai timori reverenziali nei confronti degli autori di successo), altrimenti molti saranno propensi a credere che la poesia sia solo un genere in disuso per un'italianistica sempre più in crisi o un'abile operazione di marketing, che abbina saltuariamente i grandi poeti ai quotidiani. Abbandonare la poesia al mondo del giornalismo e quindi del sensazionale significherebbe far cadere una parte della letteratura moderna nell'indistinto delle mistificazioni e delle iperboli, in fin dei conti del senso di vuoto globale, che ci circonda e ci attanaglia.

TUTTO E' GIA' STATO SCRITTO ?
Forse tutto è già stato scritto e quello che non è stato scritto forse non meritava di essere scritto, non era degno di nota, era puro nonsense. Forse -dicevo- tutto è già stato scritto. La neoavanguardia già nel dopoguerra sembrava aver divorato tutte le poetiche. E' impresa ardua, quasi improponibile cercare di riformulare dei codici espressivi. Il 900 letterario è stato artefice di grandi stravolgimenti. Il panorama nell'ambito della poesia è mutato completamente. Per secoli ha predominato una tradizione aulica, intessuta di preziosismi, latinismi, grecismi. Per secoli il linguaggio poetico è stato vago, raffinato e circoscritto. Le sperimentazioni tutt'al più erano metriche. Di un tratto nel'900 ecco una miriade strabiliante di innovazioni sintattiche, morfologiche e lessicali. Ecco affacciarsi l'antilirica, se si paragona la poesia moderna a quella dei secoli addietro. Un'antilirica, che sempre più si disinteressa della metrica e pone tutto il suo interesse nelle poetiche e nell'ampliamento del lessico. Non esiste più la poesia come entità autonoma di conoscenza e produzione, di corrispondenza prelogica e preconscia tra l'essenza delle cose e l'essenza dell'animo umano. Avviene il dominio del contenuto sulla forma , della poesia del fare poesia sulla poesia, dell'arte dell'arte sull'arte. Alcuni critici riprendono il concetto hegeliano di "morte dell'arte", ma piuttosto si tratta di serie di radicali trasformazioni, della dissoluzione di canoni preesistenti ormai sclerotizzati. Non esiste una "morte dell'arte", ma il prevalere della poetica sulla poesia e ciò comporta una maggiore consapevolezza del proprio fare artistico e talvolta un eccessivo smontaggio analitico delle opere creative. Ogni aspetto del reale può ispirare, anche ciò che un tempo poteva essere considerato impoetico per eccellenza. Ogni termine di qualsiasi campo semantico può diventare poetico. Si pensi ai tecnicismi di Zanzotto recentemente, ma a dire il vero avevano iniziato Pascoli e Montale, profondi conoscitori della botanica. Ecco comparire all'improvviso l'inconscio con il surrealismo e il paroliberismo dei futuristi: i sintagmi sono in libertà, non c'è alcuna struttura interna. Nella poesia sembra essere ammesso quello che ordinariamente non è ammesso nella cosiddetta grammatica universale. Per seguire i flussi di coscienza l'artista spesso procede per associazioni, frammenti, immagini-frase. Nel'900 è vietato ogni presupposto assolutistico. I poeti sono politeisti dell'arte. Ci si può perdere di primo acchito in questo caleidoscopio, in questa confusione di linguaggi che ha come comune denominatore il relativismo ed il prospettivismo(la realtà viene indagata da più angolazioni). Niente sembra più stabile e il cultore di poesia non sa più di chi e cosa fidarsi in questo apparente disordine, in questa molteplicità stilistica. Dopo lo schizoformismo di Giuliani, la prosa poetica di Nanni Balestrini, l'asintattismo di Elio Pagliarani, la Palus Putredinis di Sanguineti, l'autonomia del significante rispetto al significato di Zanzotto, il ritmo di Amelia Rosselli, il tono colloquiale e privato di Dario Bellezza, "Il disperso" di Maurizio Cucchi, le folgorazioni di Milo De Angelis è difficile non essere banali. E' fuori luogo poi essere loro manieristi. Altra era la temperie culturale vissuta da questi grandi autori, altro era il contesto sociale del'900 e le problematiche annesse e connesse(boom economico, unificazione linguistica, comparsa della televisione, scomparsa della civiltà contadina, migrazioni interne dal sud al nord, contestazione studentesca, anni di piombo, il ruolo e lo status del letterato nell'era industriale, netta divisione tra cultura di massa e cultura alta). Molte poi sono le scuole(l'idealismo, il crocianesimo, lo storicismo gramsciano, la critica formalista, lo strutturalismo, la semiologia), gli ismi letterari(il simbolismo, il crepuscolarismo, il surrealismo, l'ermetismo, il futurismo,il neorealismo, il neosperimentalismo, la neoavanguardia, il neo-orfismo), i maestri di pensiero(i più recenti ad esempio: Lacan e l'inconscio come linguaggio, Wittgenstein ed i suoi giochi linguistici, Lyotard ed il postmoderno, Heidegger e la sua ontologia della poesia, Gadamer e la sua ermeneutica, Foucalt ed il suo concetto di potere, Derrida ed il suo decostruzionismo ed ancora.... R. Barthes, Levi-Strauss, Chomsky, Marcuse, etc, etc) a cui un autore può fare riferimento. Molte sono le strade percorribili. Svariate sono le problematiche stilistiche: scegliere tra suggerire e nominare, tra prosaico e lirico, tra tradizione ed innovazione, tra metafora ed analogia, tra un linguaggio puro ed astorico ed uno ricco di contaminazioni. Difficile oggi poi fare una mappatura esaustiva della poesia italiana, difficile definire attualmente che cosa sia in quest'epoca di "tradizione del nuovo", di autori neo e post la vera poesia. Simposi, convegni, corsi di creative writing, articoli, saggi hanno cercato di pontificare a riguardo.

L'IMPOSSIBILITA' DI OPERE CHE APRANO MONDI:
L'unica cosa certa mi sembra che oggi sia quasi impossibile la creazione di opere totali. Ma dovremmo partire da un discorso più generale per affrontare questo argomento. Il noi è andato quasi perduto. Per spiegare ciò dobbiamo chiedere aiuto alla filosofia. Sostanzialmente esistono due scuole di pensiero a riguardo. La tesi di Marx: il plusvalore, i mezzi di produzione, l'alienazione, la proprietà privata, lo sfruttamento del capitalista sul lavoratore hanno generato enormi sperequazioni socio-economiche e disgregato la società civile. La tesi di Heidegger, Spengler, Junger, Severino: il dispiegarsi del nichilismo occidentale ha decretato il dominio incontrastato della scienza e della tecnologia, plasmando un uomo nuovo dedito soltanto a coltivare il proprio orto e al calcolo del profitto. Ma facciamoci anche soccorere dalla sociologia. Già con l'inizio dello sviluppo industriale si sono deteriorati quelli che i sociologi definiscono gruppi primari, cioè quelli informali, faccia a faccia. A questo proposito basta citare la tematica dello sradicamento di S.Weil, il concetto di anomia in Durkheim. Il deteriorarsi di queste reti amicali, di questo intreccio di micromondi(ed il conseguente deteriorarsi delle assunzioni di ruolo, delle regole di appropriatezza, di rituali, di un ordine simbolico e di griglie interpretative condivise di questo particolare tipo di gruppi) hanno determinato una mancanza di senso di identità e di appartenenza per l'individuo, una perdita di sostegno emotivo ed affettivo per il soggetto. Rapidamente si è andato smarrendo il senso di un'unità collettiva, che con il suo manto protettivo rassicurava ogni persona. L'insoddisfazione ed una sensazione maggiore di isolamento di ognuno hanno creato ansia ed angoscia esistenziale. Fino agli anni'70 si poteva parlare di "noi". Oggi non è piu tempo di rivivere le avventure di libri culto, di opere generazionali come “Sulla strada” di Kerouac e “Lo zen e l’arte della motocicletta” di Pirsig. E’ finito da decenni il fenomeno dell’autostop. Non è più possibile. Ma d’altronde non potrebbe essere altrimenti: nessuno fa salire in macchina nessuno per una diffidenza commisurata al grado di violenza e di follia di questa società. Eppure Kerouac mettendosi a bordo della sua Pontiac era stato in grado di vedere l’America da una nuova ottica e allo stesso tempo di incontrare le persone più disparate. Pirsig ci aveva insegnato che la motocicletta poteva aiutare ad avere intuizioni fulminee sul pensiero occidentale, dopo riflessioni estenuanti che vagavano da Platone agli intellettuali del’900. E' finita la controcultura. Quei ragazzi descritti da Antonioni in “Zabrieskie point” non esistono più in un periodo come quello attuale, dove le università sono solo esamifici e non più luoghi di incontro e di discussione. Privato e pubblico si sono dissociati da tempo. La politica poi non interessa più nessuno. Nessuno agisce collettivamente. Anche i soggetti plurali di “Altri libertini” di Tondelli non esistono più: si sono suicidati o si sono pseudo-integrati. L’immaginazione che non è mai stata al potere si è smarrita chissà dove. Il pensiero liberale è diventato liberismo selvaggio e l’egalitarismo invece puro assistenzialismo. I cosiddetti intellettuali del dissenso si sono imborghesiti e nei loro laboratori non destrutturano più parole, ma per conservare i privilegi si adeguano agli imperativi del pensiero debole o al citazionismo ludico del postmoderno e scrivono in una lingua normale, lontana dal dialetto e dal plurilinguismo. In questo particolare clima, in questa fase di stagnazione solo l’incompreso e il militante vecchio stampo dimostrano un certo risentimento civile, invocano la palingenesi, sembrano per qualche attimo interpretare le istanze della gioventù sessantottina. Ma sono invettive o solo parodie ?
Il noi non esiste più. Un'alleanza più o meno tacita tra potere politico e grande industria ha deciso che separare il più possibile le persone era proficuo, forse addirittura l'unico modo possibile per continuare i cicli produttivi: dare ad ognuno un telecomando e la possibilità di stare seduto inebetito davanti alla televisione per sorbirsi slogan pubblicitari e vivere vite fittizie(immedisimandosi in personaggi di film) era forse l'unico modo per far divenire ognuno un ottimo consumatore e un cittadino modello, che non aveva più modo di incontrarsi con altri, discutere, crescere culturalmente, creare proteste politiche. Isolamento era sinonimo di pace sociale e di rimozione progressiva delle problematiche politiche, sociali, economiche, che angustiavano le masse. Ecco di conseguenza che il noi è andato quasi perduto per interesse e per eliminare ogni potenziale disturbo al Potere. Non va ad esempio dimenticato che lo psicodramma di Moreno fu proibito nel corso della dittatura cilena, perchè questa tecnica psicologica di gruppo riusciva a far raggiungere la catarsi alle persone, poteva dar modo di esprimere le loro potenzialità inespresse, poteva in definitiva far prendere coscienza a queste la possibilità di una rivolta. In Italia questo processo di sfaldamento del noi è stato molto più indiretto e più soft, vivendo in una democrazia. Insomma il livello macro ha condizionato fortemente il livello micro. Ma essendo l'interdipendenza necessaria per tutti, essendo quasi scomparso il noi, si è andato anche indebolendo l'io; molti fattori ed una concatenazione di cause hanno minacciato la stabilità dell'io. Il risulutato è che mai come nel corso di questa modernità l'io si è espanso e contratto a dismisura. Pessoa moltiplica il suo io grazie all'utilizzo degli eteronimi, oggi invece la critica letteraria ha ravvisato negli ultimi due decenni della poesia italiana un fenomeno di "riduzione dell'io". Non si sa bene dove inizino e dove finiscano i confini dell'io. Sappiamo comunque che inconscio individuale, inconscio collettivo, sovrastrutture ideologiche, bombardamenti massmediatici, iper-informazione, sovrastimolazione sensoriale premono sull'individualità di ognuno, su quel grumo di razionalità, sentimento, radici, che dovremmo chiamare io. Non è un caso che i cosiddetti disturbi di personalità, venti anni addietro sconosciuti e rarissimamente diagnosticati, si diffondono in misura esponenziale in quest'epoca. C'è un interscambio continuo dalla culla alla tomba tra individuo ed ambiente, tra psicologia della personalità e psicologia sociale. Chiamatelo io, coscienza, Sè, anima, mente, cervello. Chiamatelo come volete. Però il risultato non cambia: la struttura intrapsichica della mente non esiste, ma solo quella interpsichica. E' la madre, il padre e la famiglia, che ci insegnano a parlare. Sono gli altri, che ci formano. La genesi del linguaggio e della coscienza è sociale. E l'altro è sempre presente nel corso di tutta la vita anche nei pensieri più intimi. Essendo determinante la matrice psicosociale, una civiltà post-industriale alla deriva non aiuta la genesi, la formazione e la stabilità dell'io. Non ci dimentichiamo inoltre che Cartesio e l'illuminismo erano un tempo i capisaldi del primato della ragione sulla passione, ma che recentemente anche la razionalità, che doveva fare da fondamento all'io è sempre più stata messa alla gogna. A forza di scandagliare nella mente psichiatri, filosofi e studiosi di ogni branca si sono accorti di tutta una mole di distorsioni e limiti gnoseologici, psicologici, mentali della razionalità umana. Qualsiasi forma di letteratura scaturisce dal rapporto tra io e mondo. Ricapitolando l'io è in crisi e il mondo si è fatto così proteiforme e cangiante ad ogni minuto che passa, che è un'impresa titanica rappresentarlo totalmente. Ne consegue che anche la possibilità di creare opere, che "aprono mondi", è fortemente minacciata. Difatti nel novecento non si sono più realizzate opere come quella di Dante in poesia o come quella di Balzac in narrativa. In poesia nel novecento abbiamo visto un grande poeta come Tagore con i suoi canti cercare di carpire l'assoluto, l'eterno, l'infinito. Ma i canti di Tagore a mio avviso non possono essere considerati un'opera totale e gli autori occidentali del'900 non sono mai riusciti a mostrare una capacità di raccoglimento, di pace interiore e di meditazione simile a quella di Tagore. Poi -che lo si voglia o meno- ogni occidentale è un mistico inibito. In Occidente nel'900 abbiamo potuto leggere uno scrittore massimalista come H. Miller, ma anche ad esso è mancato un Libro Totale. Non solo, ma Miller si sofferma troppo su alcuni aspetti dell'esistenza come la carnalità ed il sesso, che lo distolgono dalla creazione di un'opera che possa descrivere tutto in egual maniera. La rete dell'autore è troppo angusta per abbracciare il mondo e fornire una visione di insieme efficace, sia perchè omnicomprensiva sia perchè sintetica. Locale e globale sono le due polarità su cui oscilla la mente del creativo attualmente. Con un gioco di parole potremmo affermare che gli autori odierni sono davvero indecisi se localizzare il globale o globalizzare il locale. Paragonando la poesia ad un'antica città romana direi che nei secoli precedenti ad un autore era possibile fabbricare un'opera monumentale, un tempio, un anfiteatro o un arco di trionfo. Attualmente è possibile al massimo disegnare una minuscola scena dei bassorilievi della colonna Traiana o lasciare i propri geroglifici in una epigrafe. E' impossibile rappresentare il mondo, è possibile invece appigliarsi a degli eventi minimi, a dei dettagli apparentemente insignificanti rispetto al globale.

LA NUOVA LETTERATURA COME PROLIFERAZIONE DI UN RIZOMA:
Chi cerca di dare una definizione di poesia si trova sempre nella stessa medesima situazione paradossale del protagonista di un racconto del "Dialogo dei massimi sistemi" di Tommaso Landolfi, in cui si cerca di stabilire se possa essere veramente considerata poesia un componimento scritto in una lingua sconosciuta. Nessuno è depositario di una verità assoluta, più come mai oggi. Perfino per la scienza moderna non esistono previsioni infallibili nè certezze assolute. La logica scientifica è divenuta ormai ipotetica e probabilistica. Se i neopositivisti sentenziavano che non esiste una sintesi a priori nell'arte e nella filosofia e nessuna cifra trascendente nella metafisica e nella mistica, Popper con il suo principio di falsificazione e la dimostrazione che la ricerca scientifica avviene per congetture e confutazioni ha fatto ritornare l'epistemologia al convenzionalismo o all'anarchismo metodologico. Anche in ambito scientifico quindi non è più tempo di determinismo e meccanicismo, ma più realisticamente è tempo di accettare che il rapporto con qualsiasi forma di oggettività e di verità è sempre più provvisorio, instabile e precario(cito ad esempio la teoria del caos). Questi fatti dovrebbero ricordarseli anche alcuni di coloro che ritengono di essere la corte di cassazione nell'ambito della letteratura di oggi. Benedetto Croce tempo addietro aveva fatto coincidere intuizione ed espressione, aveva considerato l'arte come un atto di creazione dello spirito, aveva posto l'accento sulla purezza dell'atto artistico, ma anche egli pur dichiarando una netta distinzione tra poetico ed impoetico non era riuscito a fornire un metodo estetico rigoroso per distinguere ciò che era arte da ciò che non era arte. La poesia è spesso come la proliferazione imprevedibile di un rizoma. La conoscenza umana oggi è sempre più disomogenea, non lineare in questo passaggio inarrestabile dagli atomi ai bit, descritto da Negroponte. Si pensi ai nuovi artefatti tecnologici, al mondo del www e del link, alle nuove forme di ibridazione culturale da esso derivate. Il mondo dell'ipertestuale e dell'ipermediale non è lineare. Di conseguenza nemmeno la fruizione dell'editoria elettronica(riviste on line, e-book, biblioteche digitali) sarà lineare come gli antichi libri. Non solo, ma per dirla alla W. Benjamin l'hic et il nunc sarà svalutato completamente, la riproducibilità dell'opera d'arte sarà totale. Difficile perciò in questo frangente tracciare linee di demarcazione, catalogare, classificare, far rientrare l'universo letterario in categorie prestabilite. Naturalmente anche il mondo del web ha i suoi pregi ed i suoi difetti: se da un lato aumenta a dismisura le interconnessioni tra gli individui e la rapidità della comunicazione, dall'altro pone problemi non di poco conto riguardo al diritto d'autore ed alla salvaguardia della proprietà intellettuale.

LA FUNZIONE SOCIALE DELLA POESIA IN UN MONDO PRAGMATICO:
Difficile anche stabilire oggi la funzione sociale della poesia. Gadda al commissario Ingravallo di "Quer pasticciaccio rutto de via Merulana" fa dire che la maggioranza delle azioni degli uomini sono compiute per "interesse ed erotia". Scrivere poesie o presunte tali significa porsi quindi al di fuori della logica comune e della stragrande maggioranza dell'agire umano. La poesia rispetto a questo mondo fatto di "interesse ed erotia" è inusuale, per i più sprovveduti quacosa addirittura di inquietante, qualcosa che si colloca al di fuori dell'orizzonte materialista, pragmatico, utilitario, scientista dei nostri giorni. Questo naturalmente non significa che chi scrive componimenti poetici sia casto, moralista o non abbia qualche interesse economico(bisogna pur sempre mangiare). Chi si occupa di poesia e di letteratura non può essere moralista ad oltranza, perchè la sensibilità letteraria non è perbenismo. Non può essere moralista anche perchè una sottile linea di confine divide il masochismo erotico dal masochismo morale di chi scrive in questa società dei consumi. Il masochista morale è colui che è destinato alla sconfitta per vocazione, è colui che si autodistrugge lentamente in un circolo vizioso di azioni autolesionistiche e tardivi sensi di colpa. Nonostante ciò ha anche un suo punto di forza: il masochista morale è dentro l'orizzonte della Legge, eppure è anche contro. E' colui che sceglie un'altra tirannia. E' colui che accetta la tirannia dell'umanesimo a scapito della tirannia del Potere. La scrittura può divenire eversiva, non solo per il contenuto espressamente dichiarato in un'opera, ma per ciò che è implicito e non è presente nel testo e a cui il testo rimanda. La scrittura può essere un contropotere, anche se esile rispetto alla forza immane delle multinazionali, indipendentemente dal fatto che la maggioranza la percepisca come una controcultura o una sottocultura. Ma per divenire effettivamente contropotere gli autori devono emanciparsi dal potere, essere indipendenti e autonomi dalle pressioni e dai condizionamenti occulti di esso; devono purificarsi dal potere e scarnificarsi; devono oltrepassare gli strati epidermici più superficiali, quelli che quotidianamente si sono assuefatti al potere. Autoflagellarsi interiormente e celebralmente per purificarsi. Autoflagellarsi come esercizio di stile, come esercizio continuo per maturare uno stile, che sia efficace nel denunciare i soprusi del potere e le mille genealogie della morale, che ancora oggi nel duemila ottundono le menti. In questo senso gli autori devono assolvere un duplice mandato: mettersi a nudo e dichiarare che il re è nudo. Ecco allora che questa duplice oscenità può divenire disarrmante, in alcuni casi provocatoria, dissacrante, addirittura blasfema per i più sprovveduti. Scrittura è contropotere ed esercitare un contropotere ha i suoi rischi. Nel denunciare la logica perversa e le strategie occulte del divide et impera del potere centralizzato l'autore si espone al rischio di essere considerato un buffone, oppure se considerato elemento di grave disturbo per le coscienze può rischiare la ghettizzazione, se non in alcuni casi l'incolumità e la vita(si pensi a Pasolini).
Spesso chi scrive viene messo in ridicolo o finisce per mettersi in ridicolo, come il poeta. In fondo già Baudelaire aveva parlato di perdita d'aureola del poeta. In Italia Gozzano si vergogna di essere poeta, Corazzini si definisce un piccolo fanciullo che piange, Palazzeschi invece più ludicamente un saltimbanco della propria anima e Vallini vuole vivere una vita tranquilla e meschina.
Mai come nel'900 il poeta è stato messo alla gogna. Viene considerato un buffone, però spesso non gli si concede la libertà di espressione. Il festival di poesia di Castel Porziano ne è l'esempio più lampante: fu un happening di 30000 persone, in cui poeti valenti furono contestati, denigrati, offesi e messi in ridicolo. Facendo zapping in una notte insonne anni fa ebbi modo di vedere su Rai 3 i documenti filmati di quel festival. Vidi una grande poetessa come Amelia Rosselli, contestata duramente da una ragazza- salita sul palco senza chiedere il permesso a nessuno- che le diceva in modo molto diretto che le sue poesie non significavano niente. Molti inoltre furono fischiati. Le loro performance poetiche furono spesso interrotte da urla e commenti volgari. Certamente va ricordato che in quegli anni il letterato era considerato un individuo sospetto, una persona che privilegiava l'isolamento alla partecipazione collettiva e all'impegno politico. C'era l'errata concezione che la poesia fosse un modo per evadere dalle grandi problematiche e una potenziale causa di isolamento e di separazione tra le persone. Però quei giovani non avevano il minimo rispetto per autori loro coetanei, che si mettevano così in gioco. Questa massa di giovani avevano un'altra scusa: non avevano capito i profondi mutamenti della poesia di quegli anni. La poesia non era più mera nominazione, piuttosto dalla seconda metà del'900 irrideva, demistificava, provocava, cercava lo shock: inventava. Per questa ragione le opere poetiche erano costellate da allitterazioni, nonsense, onomatopee, cortocircuiti verbali, lapsus, sillabazioni inusitate, ambiguità semantiche dovute alla scoperta in linguistica dell'arbitrarietà dei segni. Il poeta sembrava soffrire di disturbi del linguaggio, di strani tipi di afasie. La poesia non poteva più essere memorizzata, sembrava condurre all'amnesia delle parole. Ciò nonostante quella massa di giovani non cercava minimamente di capire, non chiedeva spiegazioni, ma giudicava senza sapere.





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